lunedì 18 aprile 2011

Il graffio del Panterone

L'ultima giornata di Campionato è stata probabilmente decisiva per quanto riguarda la lotta al titolo: con la vittoria del Milan contro la Samp, i rossoneri si sono portati a +6 sul Napoli e +8 sull'Inter, entrambe sconfitte. Un allungo importante, a 5 gare dalla conclusione del torneo, e che ha messo in luce ancora una volta la qualità e l'importanza della rosa dei rossoneri, e in particolare di un giocatore che è stato spesso criticato e sottovalutato, ma ancora una volta ha impresso il suo marchio nella corsa allo Scudetto: sto parlando di Clarence Seedorf.



Fin dal suo arrivo in Italia, il Panterone (come lo chiama affettuosamente l'amico ed ex compagno di squadra Costacurta) non ha mai riscosso il pieno consenso del suo pubblico, eppure ha più volte messo in mostra il suo talento e la sua freddezza nelle partite che contano. Del resto, i numeri parlano per lui: esordisce a meno di 17 anni in Eredivisie con la maglia dell'Ajax, a 19 è già Campione d'Europa con i lancieri (nel 1995, nella finale proprio contro il Milan) e ha già debuttato nella Nazionale olandese, l'anno dopo esordisce nel nostro campionato con la maglia della Sampdoria e, dopo aver disputato una buona stagione, viene acquistato dal Real Madrid; credo che difficilmente un calciatore appena ventenne possa sognare un simile inizio di carriera (a meno che non si chiami Messi o Balotelli...).
Il resto della sua carriera non è stata certo da meno: se si fa eccezione per l'Inter, Seedorf ha vinto titoli in ognuna delle squadre con cui ha giocato; oltre alle quattro Coppe dei Campioni conquistate con tre club diversi (2 con il Milan e 1 con Real Madrid e, come detto, Ajax), primo giocatore a riuscire a compiere questa particolare "impresa", bisogna ricordare 4 Campionati e 6 Coppe e Supercoppe tra Olanda, Spagna e Italia, 2 Supercoppe d'Europa, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Mondiale per Club. Un palmares eccezionale, che fa invidia a tantissimi calciatori, ma non è mai stato sufficiente per metterlo al riparo da critiche, discussioni o addirittura contestazioni da parte dei suoi stessi tifosi.
Clarence vive questa situazione paradossale fin dal suo ritorno in Italia, quando a gennaio del 2000 arrivò a Milano ma sulla sponda nerazzurra; in tre stagioni con l'Inter lascia poche tracce del suo passaggio, gli allenatori non riescono a trovare la posizione giusta per lui, e le sue prestazioni troppo alterne lo portano alla cessione ai "cugini" milanisti nell'estate del 2002. Con Ancelotti, però, l'olandese ritrova la verve e la convinzione dei giorni migliori e diventa una colonna inamovibile della squadra che in pochi anni vince tutto, in Italia e in Europa, e in molte di queste vittorie riveste il ruolo del protagonista; i suoi gol non sono mai banali, arrivano spesso nelle partite che contano, quelle in cui un vero campione si eleva oltre la media dei compagni e fa la differenza. A Monaco di Baviera ricordano benissimo la sua grande partita del 2007, quando il Milan aveva l'obbligo di vincere, e ci riuscì grazie ad un suo gol e ad un suo splendido assist di tacco per Inzaghi.
Ma anche nel Milan, nonostante tutto, Seedorf si è ritrovato più volte al centro delle critiche dei tifosi, che gli contestano la poca corsa e lo scarso impegno in alcune partite, tanto che in più occasioni sono arrivati a fischiarlo pesantemente; nella prima parte dell'ultima stagione, inoltre, anche la società sembrava aver perso un po' di fiducia in lui, tanto che con il nuovo allenatore Allegri ha iniziato molte partite dalla panchina.
Con molta professionalità, Clarence ha aspettato il suo momento, ha accettato le panchine e quando è stato chiamato in causa si è fatto trovare pronto, riguadagnando la fiducia dell'allenatore e un ruolo da protagonista. Le ultime 3 partite sono state l'emblema di questa ritrovata importanza: una prestazione eccellente nel derby e altre due splendide gare contro Fiorentina e Sampdoria, entrambe condite da gol.
Forse è vero che corre meno di altri giocatori, anche per via degli ormai 35 anni raggiunti, e che in alcune occasioni sembra assolutamente avulso dalla partita, ma credo che ad un campione si possano perdonare alcune gare sottotono, soprattutto se questi risulta decisivo quando più conta; e in queste ultime partite, che potrebbero aver lanciato il Milan verso il titolo, c'è l'indelebile firma del Panterone.

lunedì 11 aprile 2011

Dalle stelle alle stalle

La domanda che si pongono tanti esperti di calcio è: può una squadra che gioca i preliminari di Champions League, ed ha iniziato la stagione sognando l'Europa, ritrovarsi in piena lotta per non retrocedere? A giudicare dalle ultime prestazioni della Sampdoria, sembra proprio che la risposta sia sì.



Esattamente un anno fa, i blucerchiati si aggiudicavano il derby contro il Genoa grazie ad una rete di Cassano, seconda di cinque vittorie consecutive contro avversarie di tutto rispetto come il Milan e la Roma (all'Olimpico ancora piangono per quei punti persi...), e davano il via alla lunga volata che li avrebbe visti arrivare quarti davanti all'altra sorpresa stagionale, il Palermo, e tornare in Champions per la seconda volta dopo la finale di Wembley persa nel 1992. Era il trionfo della Samp di Garrone, di Marotta, uomo mercato che in due anni aveva costruito una squadra sorprendente, e di Del Neri, già protagonista del miracolo-Chievo qualche anno prima; un gruppo solido, con la terza miglior difesa del campionato (i due portieri erano Castellazzi e Storari, oggi secondi di Inter e Juve...), un grande uso degli esterni di centrocampo, e soprattutto un coppia d'attacco, Cassano-Pazzini, che faceva invidia alle big della Serie A.
Appena compiuta l'impresa, Marotta e Del Neri avevano lasciato Genova per trasferirsi a Torino, sponda bianconera, ma la squadra era rimasta pressochè intatta, nonostante le mille voci sui vari pezzi pregiati, e sotto la direzione del nuovo allenatore Di Carlo ha sfiorato l'impresa contro il Werder Brema, perdendo la qualificazione alla fase finale di Champions solo negli ultimi minuti della gara di ritorno. Nonostante questo, la squadra ha disputato comunque un buon girone d'andata, seppur non paragonabile con l'annata precedente, e sembrava avviata a una stagione tranquilla. Il mercato di gennaio, però, ha cambiato tutto: sono partiti sia Cassano (già fuori rosa da due mesi per aver litigato col presidente Garrone) e Pazzini, i due goleador e forse i giocatori simbolo della Samp, e i loro sostituti Maccarone e Macheda non si sono rivelati all'altezza. La perdita di due top players, inoltre, ha influito in modo pesante sul morale di tifoseria e giocatori, e questo ha portato a una serie di risultati negativi che nemmeno l'esonero dell'allenatore Di Carlo sembra aver arrestato, anzi; la Samp si ritrova adesso in piena zona retrocessione, e ha già perso importanti scontri contro squadre che lottano per salvarsi (Cesena, Catania, Lecce).
Alla base di tutto ci sono un evidente calo fisico (prevedibile dopo il preliminare giocato ad agosto) e soprattutto un gravissimo crollo mentale, con un gruppo che sembra incapace di reagire al risultato del campo. Il tempo per invertire la rotta c'è ancora, ma bisognerà lavorare molto sulla testa dei giocatori, evidentemente impreparati ad una tale situazione di classifica, e comunque vada l'estate dovrà portare chiarezza a livello societario. Garrone e i tifosi dovranno avere molta pazienza e ricominciare da zero, costruire un nuovo progetto dalle fondamenta, dopo che sono bastati sei mesi a rovinare il duro lavoro di 8 anni. Prima di tutto, però, viene la salvezza e la conclusione felice di quest'annata disgraziata, arrivata proprio 20 anni dopo lo storico scudetto Doriano: era il 1991, era la squadra del presidente Mantovani, di Boskov, e dei gemelli del gol di allora, Vialli e Mancini. E proprio parlando di corsi e ricorsi storici, sapete contro quale squadra la Samp ottenne il successo decisivo in quell'anno magico? Proprio contro il Lecce, che ieri ha sancito definitivamente la crisi dei genovesi. Davvero un triste amarcord per i tifosi blucerchiati...

venerdì 8 aprile 2011

Un "Pepito" d'oro

Alla vigilia di quest'andata di quarti di finale delle due competizioni europee per club, Champions e Europa League, a rappresentare l'Italia non si presentava solo l'Inter: c'erano anche un allenatore affermato, Sir Carletto Ancelotti, e un giovane che da tempo rappresenta il futuro del nostro calcio, Giuseppe Rossi. Anche alla luce dei risultati, che hanno visto i nerazzurri duramente sconfitti in casa dallo Schalke e il Chelsea ugualmente battuto a domicilio dal Manchester, vorrei concentrare l'attenzione sul brillante attaccante del Villarreal, che tanto per cambiare anche ieri è andato a segno.


Di Giuseppe Rossi, ribattezzato Pepito dal compianto ct dell'Italia Mundial del 1982 Enzo Bearzot (uno che di "Rossi" se ne intende, come ben sappiamo!), si parla da quando aveva soltanto 18 anni e militava nel Manchester United, che lo aveva acquistato un anno prima dal Parma. Proprio gli emiliani sono la squadra che ha il merito di averlo riportato in serie A, anche se solo per 6 mesi, e aver fatto conoscere a tutti il suo grande talento: in mezza stagione, appena ventenne, Pepito segnò 9 reti e fu determinante con le sue prestazioni per portare alla salvezza una squadra che tutti davano per spacciata. Da quel momento, il calcio italiano lo ha da sempre indicato come una delle sue grandi stelle per il futuro, con grande orgoglio tra l'altro per noi abruzzesi (lui è nato nel New Jersey, ma il papà era di Fraine), ma quando si è trattato di fare il passo decisivo e acquistarlo, tutte le grandi si sono tirate indietro.
Così il Manchester di Ferguson, proprietario del suo cartellino, lo ha ceduto agli spagnoli del Villarreal per 11 milioni di euro, una cifra che forse non era così proibitiva se consideriamo alcuni degli acquisti di quell'estate: Chivu e Suazo, pagati entrambi 13 milioni dall'Inter, Tiago Mendes, anche lui acquistato per 13 milioni dalla Juve, e Iaquinta, preso sempre dai bianconeri allo stesso prezzo di Pepito. Probabilmente su questa scelta delle grandi d'Italia influirono l'età del ragazzo e la mentalità del nostro movimento calcistico, che da sempre fatica a inserire questi giovani e a dar loro una maglia da titolare; stessa storia in Nazionale, perchè dopo qualificazioni e Confederation da protagonista Rossi non è stato convocato per il disastroso Mondiale Sudafricano.
Dal canto suo, il giocatore non sembra avere eccessivi rimpianti per il suo trasferimento in Spagna: è da sempre titolare nel Submarino Amarillo, squadra di una città non molto grande (50.000 abitanti) ma fortemente legata allo sport, che negli ultimi anni ha sempre fatto bene sia in campionato che nelle coppe europee. Ulteriore dimostrazione del suo ottimo rapporto con il club spagnolo, il recente prolungamento di contratto fino al 2016, quando Pepito avrà già compiuto 29 anni. Concentrandoci sul presente, possiamo affermare che questa è già la miglior stagione di Rossi: 27 reti all'attivo con quello di ieri, ben 9 nell'Europa League, e il ritorno al gol in Nazionale dopo quasi due anni; il tutto a soli 24 anni, niente male davvero.
Mi auguro dunque che, in questa stagione avara di soddisfazioni europee, Pepito possa continuare a tenere alto il nome dell'Italia calcistica e, in futuro, regalare altre gioie a noi tifosi con la maglia azzurra: dopo Pablito nel 1982, sarebbe fantastico tornare in cima al mondo con un altro Rossi...

mercoledì 6 aprile 2011

6/04/2009: IO NON DIMENTICO, e voi?



Oggi è difficile, direi praticamente impossibile per un abruzzese non tornare indietro con la memoria, ripensare a quella tremenda mattina di due anni fa, in cui tutti ascoltando i telegiornali ricevemmo una tremenda notizia: L'Aquila, il capoluogo della nostra regione, e i suoi dintorni erano stati devastati da un terribile terremoto. Avevo un vago ricordo di quella bella città, c'ero stato in gita quando avevo soltanto 11 anni, e vedere le immagini che si susseguivano e mostravano solo rovine e distruzione mi provocò davvero una stretta al cuore. Il tempo delle lacrime non durò molto, la gente si mise subito in movimento per intervenire, aiutare la popolazione gravemente ferita dal sisma e cercare di riavviare una comunità che d'un colpo era stata spazzata via, almeno a livello fisico (non certo morale).
Sono trascorsi due anni, tantissimi enti si sono attivati e si sono fatti carico di molte responsabilità in questa ricostruzione, tra mille polemiche, proteste e incomprensioni varie (purtroppo non si riesce mai a fare nulla in modo tranquillo, nemmeno quando si tratta di aiutare della povera gente). Non voglio scrivere questo intervento per criticare qualcuno in particolare, vorrei soltanto ricordare a tutti, italiani e non, abruzzesi e non, che il lavoro da fare è ancora tanto e non servono certo le chiacchiere per questo: gli aquilani chiedono fatti concreti, e tutti dobbiamo continuare ad aiutarli, stargli vicini e non lasciarli soli, proseguendo nel lavoro che abbiamo iniziato in quella terribile notte di due anni fa...

lunedì 4 aprile 2011

Ultimo non significa perdente...

La giornata di calcio ha lanciato, ancora una volta, mille temi su cui si potrebbe discutere: dall'influenza delle grandi sugli arbitri all'incertezza nella lotta per l'Europa, dalla precarietà degli allenatori alla bellezza dei derby cittadini e regionali. Lo spunto migliore, tuttavia, me lo ha fornito una partita che troppi avevano dato per scontata e invece ha riservato la sorpresa più grande: il Bari, ultimo in classifica e dato per spacciato da molte giornate, si impone a Parma dopo una gara di cuore e orgoglio. Un risultato davvero inatteso per tutti quelli che si aspettavano una netta vittoria degli emiliani contro il fanalino di coda della serie A, e probabilmente per gli stessi giocatori del Parma, che a fine partita erano molto nervosi e dispiaciuti e hanno finito per prendersela con i colleghi baresi, "colpevoli" di aver fatto la loro onesta partita.



Questo comportamento ha riportato alla mente di tutti un vizio che temo sia proprio del calcio italiano: pensare che una squadra senza nulla da chiedere al campionato (già retrocessa o già salva, per esempio) debba necessariamente "farsi da parte" quando affronta avversari che ancora devono raggiungere il loro obiettivo, perdendo senza opporre troppa resistenza. Quando questo non accade, quando la vittima sacrificale si trasforma inaspettatamente in carnefice e rovina le feste altrui, tutti gridano alla sorpresa e qualcuno, addirittura, se la prende per questo.
Quello di Bari è stato solo uno degli ultimi casi (e nemmeno uno dei più eclatanti) nella storia delle serie A italiana. Solo per citarne qualcuno, voglio ricordare agli sportivi alcune delle partite passate alla storia per questi risultati del tutto imprevisti: a Mantova, nel '67, la grande Inter di Herrera vide finire la propria epopea, battuta all'ultima giornata da una squadra già salva (tra l'altro con gol di un ex, Di Giacomo); stessa storia nella "fatal Verona" del '73, con il Milan che fu battuto proprio all'ultimo quando già aveva mezzo scudetto cucito sul petto; più recente è il clamoroso crollo interno della Roma, battuta in casa nell'86 da un Lecce già retrocesso e costretta a dire addio allo scudetto; viene poi alla mente il diluvio di Perugia nel 2000, quando Calori consegnò alla Lazio il suo secondo titolo italiano fermando la corsa della Juventus; infine, l'ormai celeberrimo 5 maggio 2002, quando un Olimpico in festa per celebrare il titolo dell'Inter si trasformò in un muro del pianto di fronte all'inattesa reazione di carattere della Lazio.
Casi più illustri di quello di Parma, ma che confermano quanto sia strano e divertente lo sport, in cui nessun risultato è già scritto prima del tempo. Troppe volte, tuttavia, i tifosi e i giocatori stessi di una squadra se la prendono di fronte a quelle che sono solo dimostrazioni di sportività e di orgoglio da parte dell'avversario. Vizio che tra l'altro è diffuso solo nel calcio nostrano: all'estero e in qualunque altro sport nessuno regala nulla a nessuno, tutti scendono in campo per dare sempre il massimo e onorare il torneo che stanno disputando, e ovviamente tutti accettano il verdetto del campo senza protestare. Bisognerebbe prendere esempio e smetterla di considerare determinate partite "scontate" solo per le differenze di livello, classifica e motivazioni. Anche perché, sinceramente, non mi è mai capitato di vedere qualcuno che scende in campo deciso a perdere...

domenica 3 aprile 2011

Tutto in 47 secondi...


Doveva essere il derby dei grandi ex, Leonardo da una parte, Ibrahimovic dall'altra; sono mancati entrambi, lo svedese per squalifica, l'altro perchè cancellato dagli ex-amici e ora rivali. Doveva essere il derby che consacrava la "remuntada" interista iniziata a gennaio, della svolta decisiva del campionato; invece, ha ribadito con forza inattesa la leadership della capolista, il Milan.
Il derby che tutti aspettavano come resa dei conti di un'intera stagione è virtualmente finito dopo 47 secondi: il tempo di vedere il gol di Pato che ha sbloccato e, forse, indirizzato la partita verso la sponda rossonera di Milano. Non che il resto della partita sia stato un dominio milanista: nel primo tempo l'Inter ha avuto almeno 3 nitide palle gol, due sventate da un grande Abbiati (soprattutto la seconda, con un riflesso degno di un grande portiere); la terza mangiata da Eto'o, uno degli indiscussi trascinatori del ritorno interista, che come nell'altra, sentitissima sfida, contro la Juventus, si è trasformato da leone d'Africa in agnellino. Il secondo tempo, condizionato dall'espulsione di Chivu, è stato un monologo e una consacrazione della capolista, che ha segnato 2 gol e ne ha mangiati altri (se Robinho si decidesse ogni tanto a buttarla dentro dopo i suoi mille giochetti...), rendendo memorabile l'umiliazione per il tanto odiato ex Leonardo. Il brasiliano conferma il suo scarsissimo feeling con il derby da allenatore: l'anno scorso li ha persi entrambi (0-4 e 2-0), inchinandosi a colui che tanto dice di voler seguire come piano tattico, ovvero Josè Mourinho.
Una cosa è sicura: pur schierando lo stesso schema tattico del maestro, il 4-2-3-1, l'allievo ha ancora molta strada da fare per ottenere i medesimi risultati. La vittoria di Max Allegri è stata proprio lì, nella tattica iniziale e nell'equilibrio in mezzo al campo. Tre energici mediani e un Seedorf molto ispirato (come spesso gli capita nelle gare che conta) hanno sovrastato Cambiasso e Motta e quasi cancellato Sneijder, togliendo i rifornimenti per le punte interiste che, a parte le occasioni citate, non hanno reso come sperato. L'attacco milanista, privo della fisicità e della possenza di Ibra, ha riscoperto la velocità e la fantasia dei brasiliani Pato e Robinho, mettendo in crisi la difesa interista troppo statica e mal protetta dal resto della squadra, troppo sbilanciata avanti. L'unica nota negativa nel Milan è ancora una volta Cassano, che è riuscito a farsi ricordare non per il rigore segnato ma per la stupida espulsione rimediata nel recupero di una partita già chiusa. Nonostante le mille promesse, il barese non sembra davvero intenzionato a mettere la testa a posto e chiudere definitivamente l'era delle "cassanate".
Certo, si può dubitare che avremmo assistito allo stesso derby se in quei 47 secondi iniziali non fosse arrivato il primo gol, ma il calcio è anche questo: una partita è attesa per settimane, mesi, preparata in ogni dettaglio, e poi basta meno di un minuto per cambiarla e deciderla.

venerdì 1 aprile 2011

Viva l'Italia...

Sono passati a male pena 15 giorni dalle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia ed ecco che lo spirito patriottico che sembrava aver invaso la penisola si è già spento in polemiche e contestazioni. Pietra dello scandalo in questo caso la questione-immigrazione, che ha portato migliaia di tunisini ad approdare a Lampedusa in cerca di un futuro migliore lontano dal loro Paese, di recente sconvolto da agitazioni contro il dittatore Ben Ali.



I numeri sono impressionanti, e parlano di 20000 persone arrivate in Italia negli ultimi mesi, un flusso notevole che ha mandato al collasso il sistema di aiuti e gestione dei migranti della zona. Per ovviare alla crisi che è venuta a crearsi, il governo ha progettato la creazione di tendopoli e centri d'accoglienza in ogni regione (eccezion fatta per noi abruzzesi, ancora alle prese con i postumi del terremoto di 2 anni fa...) per distribuire meglio gli immigrati ed evitare situazioni come quella che si vive attualmente a Lampedusa e in Sicilia. Il problema tuttavia è ben lontano dall'essere risolto: quando si è parlato di questa soluzione, infatti, molte regioni hanno subito storto il naso. La soluzione delle tendopoli non sembra infatti la migliore per tutti, e a tutto questo possiamo aggiungere le polemiche già nate nei giorni precedenti per l'accoglienza dei tunisini. Il Nord Italia (Lombardia e Veneto in testa, ma anche il Piemonte) ha protestato dicendo di non volere altri immigrati e di averne già accolti troppi negli anni, Sicilia e Puglia hanno protestato perchè non ritengono giusto l'accollarsi interamente tutti i migranti. Anche il modo di agire è tutt'altro che preciso: alcuni parlano di accogliere i tunisini, perchè in fondo il loro numero non è insostenibile per un Paese come il nostro, altri di favorire coloro che vogliono emigrare in Francia e Germania (perchè quelle sono le loro vere destinazioni), altri ancora di rispedire tutti i clandestini in Tunisia al più presto.
Mentre tutte queste polemiche infuriano, altre voci si levano in merito alla vicenda: quella degli agricoltori siciliani, i cui campi sono stati saccheggiati dai tunisini affamati e che adesso chiedono un risarcimento per tutto questo; quella degli stessi tunisini, che protestano per le pessime condizioni di vita in cui sono costretti a stare e chiedono trattamenti più umani; quella degli abitanti di Lampedusa, che si sentono quasi assediati e cercano una soluzione per tornare al più presto alla loro vita normale. Sul fronte internazionale, l'Italia chiede aiuto alla Comunità Europea per fronteggiare la crisi, la Francia si rifiuta di accogliere tutti i clandestini che varcano il confine e li riporta dall'altra parte delle Alpi...
Questo è solo un quadro riassuntivo del marasma che si sta verificando nella nostra penisola in questi giorni. Un quadro davvero poco gradevole della situazione, in cui tutti sembrano aver ragione e al contempo sembrano avere torto, e in cui una soluzione pare ben lungi dall'essere trovata. L'unica cosa che posso dire, indipendentemente da tutte le altre considerazioni, è che solo da noi poteva verificarsi una situazione di questo genere. Davvero, il modo migliore per celebrare l'Unità d'Italia, sempre che questa unione sia davvero tanto sentita come facevano sembrare le feste di due settimane fa; anche lì con le dovute polemiche, ovviamente, perchè noi siamo l'Italia...