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lunedì 12 marzo 2012

Bomber per caso

Quando è arrivato a Milanello, il 31 agosto del 2011, proprio durante le ultime ore del mercato, alcuni addetti ai lavori hanno storto il naso, altri si sono chiesti l'utilità del suo acquisto, nonostante il prezzo decisamente basso (500.000 euro). Oggi, dopo l'ennesima buona prestazione contro il Lecce, condita anche da un gol, nessun tifoso rossonero dubita più delle qualità di Antonio Nocerino, e anzi più di uno si interroga sul perché questo ragazzo di quasi 27 anni abbia dovuto attendere così tanto prima di raggiungere la notorietà che merita. 
Napoletano doc, Nocerino cresce calcisticamente come centrocampista nelle giovanili della rivale storica dei partenopei, la Juventus, prima di tornare in Campania nel 2003, quando a 19 anni esordisce in serie B con la maglia dell'Avellino; sotto la guida dell'esperto Zeman, sempre molto attento ai giovani, disputa un buon campionato, giocando da titolare e con continuità, tanto da meritarsi l'attenzione del Genoa per la stagione successiva. I Grifoni, però, hanno allestito una squadra importante e d'esperienza per risalire in serie A, e Antonio trova decisamente poco spazio, così decide di cambiare aria per giocarsi le sue chances; in un anno e mezzo va prima a Catanzaro (fino a giugno 2005), poi al Crotone (da giugno 2005 a gennaio 2006), e infine al Messina (da gennaio 2006 al termine della stagione), squadra con cui esordisce anche in serie A. Una prima svolta importante nella sua carriera arriva l'anno seguente, quando decide di tornare in serie B e si accasa al Piacenza; qui ritrova finalmente la continuità che cercava e dimostra anche di avere buone doti realizzative, visto che va a segno per ben 6 volte in stagione, rispondendo in parte alle critiche di chi lo riteneva solo un mediano dai piedi poco "nobili".
Così, nell'estate 2007, Nocerino ha finalmente l'occasione di fare il grande salto quando riceve la chiamata della Juventus, la squadra in cui è cresciuto, che intende puntare su di lui e su altri giovani per riprendersi definitivamente dallo scandalo di Calciopoli e tornare ad alti livelli. Antonio inizia la stagione da titolare nei bianconeri di Ranieri, ha anche l'onore di esordire in Nazionale contro il Sudafrica nello stesso anno, ma purtroppo non convince del tutto la società, e l'arrivo di Sissoko a gennaio lo relega spesso in panchina. Nonostante una stagione comunque positiva, conclusa con la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino, in cui veste anche la fascia di capitano dell'Under 21 azzurra, lo spazio per lui a Torino sembra non esserci più, e infatti nell'estate successiva la società lo usa come pedina di scambio, cedendolo al Palermo nell'ambito dell'affare Amauri. Nella prima stagione con la maglia dei rosanero, Nocerino ritrova la continuità di rendimento ed è uno dei giocatori fondamentali della squadra, anche se i suoi compiti a centrocampo sono spesso di rottura e interdizione, così ha poca possibilità di mettere in mostra tutte le sue qualità; l'anno successivo però, dopo qualche iniziale difficoltà sotto la gestione di Zenga, l'arrivo di Delio Rossi sulla panchina del Palermo costituisce un nuovo, decisivo salto di qualità per Nocerino e per il suo rendimento in campo. Con compiti più offensivi e di accompagnamento alla manovra di attacco, Antonio segna i primi gol in serie A, dimostra di essere un centrocampista molto completo, e in breve diventa uno dei perni del gioco della squadra siciliana, confermandosi anche nell'annata successiva, il 2010-11; in quest'ultima stagione è titolare inamovibile e onnipresente dei rosanero, esordisce nelle coppe europee disputando l'Europa League e arriva anche a giocarsi la finale di Coppa Italia, persa contro l'Inter di Leonardo, oltre a tornare in Nazionale dopo oltre tre anni dalla prima convocazione. 
E' l'anno migliore per Nocerino, ma durante l'estate nessuna grande squadra di serie A sembra essere interessata al suo acquisto, e il centrocampista napoletano sembra destinato a rimanere ancora a Palermo. A sorpresa, proprio nelle ultimissime ore di mercato, il Milan di Allegri ne perfeziona l'acquisto, anche se molti non danno grande considerazione alla notizia, perché ritengono Aquilani un colpo decisamente più importante per i rossoneri; alcuni si interrogano sull'utilità del giocatore, visto che il centrocampo rossonero ha già molti atleti di livello mondiale, e Nocerino sembra destinato a diventare una riserva di lusso. Allegri invece dimostra da subito di credere molto in lui, lo impiega con continuità nel ruolo di interno sinistro, e Antonio ripaga subito la fiducia del tecnico e dell'ambiente con prestazioni sempre più convincenti, e soprattutto con una continuità incredibile in zona realizzativa: con la rete realizzata ieri contro il Lecce, infatti, il centrocampista napoletano è arrivato a ben 9 centri in campionato, e senza tirare rigori o punizioni, il che aumenta ancora di più i suoi meriti; tra le varie reti, spiccano la tripletta realizzata al Parma e il gol dell'ex nella sfida-scudetto contro la Juve a San Siro, in quella che è stata la partita più calda dell'anno. In poco più di mezza stagione, ha già dimostrato ai tanti scettici che le sue doti migliori non sono soltanto la corsa e la grinta, e che la sua presenza in una grande squadra è tutt'altro che immeritata. Con i suoi gol, inoltre, è il secondo miglior marcatore del Milan in campionato, dietro a Ibrahimovic, con i tanti attaccanti in rosa (Pato, Robinho, Cassano, El Shaarawy) che, messi insieme, hanno segnato come lui; una bella soddisfazione per chi, a inizio anno, era considerato solo un vice Gattuso e poco più. 
Che sia l'anno d'oro dei centrocampisti, considerando che anche la Juve seconda in classifica ha trovato in Claudio Marchisio un bomber insospettabile? Può darsi, resta il fatto che nel calcio di oggi la corsa, gli inserimenti e la grinta sono una componente fondamentale, e giocatori dotati di queste caratteristiche sono sempre più importanti in una squadra, sia essa una piccola o una grande. E così, a suon di reti e ottime prestazione, Nocerino, Marchisio e i loro colleghi stanno smentendo sempre di più chi ha scarsa considerazione del centrocampista tuttofare, che corre e lotta per tutti; parafrasando una nota canzone del passato, si potrebbe davvero dire che, nel loro caso, "oltre le gambe c'è di più"... 

martedì 28 febbraio 2012

Auguri San Dino!

Se oggi vedete un bimbo che fa il portiere in una partitella tra amici e gli chiedete chi sia il suo modello, con molta probabilità vi risponderà Buffon, o Abbiati, o Julio Cesar, a seconda della sua fede calcistica; ma se aveste fatto la stessa domanda a un bambino degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, lui avrebbe fatto un solo nome, senza esitazione: Dino Zoff. Per almeno due generazioni di italiani, lui ha rappresentato un'icona storica del calcio nostrano, il simbolo della Juventus e della Nazionale, l'esempio del grande sportivo e dell'atleta esemplare.
Eppure, la grande carriera del portiere friulano non è iniziata sotto le luci dei riflettori o tra grandi aspettative: cresciuto nella Marianese, squadra della sua città, Zoff a 14 anni viene scartato da alcuni grandi club durante i provini perché ritenuto troppo basso, e solo l'ulteriore crescita oltre il metro e ottanta e il duro lavoro gli consentono di guadagnarsi il primo contratto da professionista con l'Udinese. L'esordio in serie A, nel 1961, non è dei migliori, prende 5 gol dalla Fiorentina, e durante la stagione gioca solo 4 partite, mentre la squadra a fine campionato retrocede; un inizio non proprio incoraggiante, ma il ventenne Dino non si scoraggia, continua a lavorare e a migliorare la sua tecnica, e dopo un anno da titolare in serie B viene acquistato dal Mantova, squadra famosa col soprannome di Piccolo Brasile per il gioco spumeggiante che mette in mostra. La carriera del portierone inizia con i virgiliani, con cui mostra subito un ottimo livello, prosegue in seguito a Napoli, fino ad arrivare alla definitiva consacrazione con la Juventus, di cui difende la porta per 11 stagioni consecutive, senza saltare neanche un incontro fino al ritiro nel 1983, alla bellezza di 41 anni; con i bianconeri torinesi Zoff conquista 6 Scudetti, 2 Coppe Italia e 1 Coppa UEFA, ed entra di diritto negli almanacchi e nella storia del calcio italiano.
Il colore che maggiormente si lega alla sua carriera, tuttavia, è l'azzurro della Nazionale: dopo l'esordio nel 1968, Zoff fa parte stabilmente del gruppo azzurro per quindici lunghi anni, prendendo parte a ben quattro Mondiali (di cui tre da titolare) e due Europei, e vestendo dal '77 anche la fascia di capitano; in totale disputa 112 partite, è il primo italiano a superare il traguardo delle 100 presenze in Nazionale, e detiene anche il record mondiale di imbattibilità con ben 1142 consecutivi: dopo il gol dello jugoslavo Vukotic nel settembre 1972, Dino viene nuovamente battuto solo a giugno del 1974 dall'haitiano Sanon, durante lo sfortunato mondiale tedesco. Fresco esordiente, vince l'Europeo in casa nel '68, poi partecipa al Mondiale messicano come riserva di Albertosi, ottenendo un prestigioso secondo posto dietro il Brasile di Pelé; dopo la precoce eliminazione nel '74, è il capitano nella spedizione argentina del '78, in cui gli azzurri si distinguono per il bel gioco ma alla fine si accontentano del quarto posto, e in molti criticano proprio Zoff per i gol presi dalla lunga distanza e lo danno per finito. Lui resta al suo posto, ottiene un altro quarto posto, nel deludente Europeo casalingo, poi nell'82 ottiene finalmente la consacrazione che merita: il Mundial spagnolo incorona l'Italia dopo 44 anni di attesa, e Dino diventa il più anziano campione del Mondo di sempre, con i suoi 40 anni; di quel torneo storico rimangono alla mente l'incredibile parata all'ultimo secondo sul brasiliano Oscar, decisiva per la vittoria e il passaggio del turno, e il portierone che solleva la Coppa al cielo, nella magica notte di Madrid.
Una carriera perfetta insomma, con un unico grande rimpianto: la Coppa dei Campioni, sfiorata due volte con la Juve (nel '73 e nell'83) ma mai vinta. Appesi i guanti al chiodo, Zoff intraprende la carriera da allenatore, guida i bianconeri durante un periodo privo di successi, conquista Coppa Italia e Coppa UEFA nel 1990, poi si siede in tre diverse occasioni sulla panchina della Lazio, di cui è anche presidente durante la gestione Cragnotti, e infine vince l'ultima sfida ottenendo la salvezza con la neopromossa Fiorentina nel 2005. La sua esperienza più grande però è alla guida della Nazionale, sulla cui panchina viene chiamato dopo il Mondiale del '98 e in vista dell'Europeo del 2000; nonostante molte critiche, la squadra risponde sul campo raggiungendo la finale, che perde in modo rocambolesco al golden gol, dopo aver subito il pareggio nei minuti di recupero. E' il miglior risultato nella competizione dopo la vittoria del '68, ma le critiche del presidente del Milan Berlusconi su alcuni presunti errori tattici lo offendono e lo convincono a rassegnare le dimissioni., con poche ma decise parole, come ha sempre amato fare lui, non abituato a grandi dichiarazioni davanti alla stampa, ma sicuro e autoritario in campo e nello spogliatoio.
Oggi per Zoff è il giorno di un altro grande traguardo, stavolta non sportivo: l'ex portierone azzurro infatti compie 70 anni. Ne sono passati quasi 30 da quell'indimenticabile Mundial 1982, che lo ha reso definitivamente protagonista e gli ha dato l'onore che ha sempre meritato, ma il tempo non ha scalfito la sua immagine di grande portiere e personaggio, di leader carismatico e silenzioso. E' stato a lungo il primatista per presenze in campionato (570 partite, di cui 332 consecutive) e in Nazionale, prima che un altro mito del nostro calcio, Paolo Maldini, lo superasse in entrambi i casi. In molti adesso confrontano lui e il suo erede naturale Buffon, mettono a confronto gli stili e i titoli, cercano un improbabile paragone tra due atleti e due epoche sportive troppo diverse per essere avvicinate. Dino intanto rimane quello di sempre, il personaggio schivo e lontano dai riflettori e dai microfoni, l'uomo semplice che ha fatto del lavoro e dell'impegno i pilastri della sua carriera, come gli ha più volte insegnato il suo maestro e allenatore Bearzot, friulano come lui; due simboli del nostro calcio, due campioni del Mondo, due emblemi di un momento fantastico, indimenticabile nella nostra storia sportiva. Tanti auguri, San Dino!

mercoledì 22 febbraio 2012

Il caso Bergamini

Oggi, le prime pagine dei giornali si concentrano soprattutto sulla grande impresa del Napoli, che ha battuto 3 a 1 il più quotato Chelsea nell'andata degli ottavi di Champions, ma la mia attenzione è stata attirata da una notizia, passata un po' in secondo piano, che invece è di estrema importanza: dopo oltre vent'anni, i carabinieri hanno finalmente stabilito che Donati Denis Bergamini, ex giocatore del Cosenza, non si suicidò in quel tragico 18 novembre 1989; uno spiraglio di luce in una vicenda estremamente oscura, difficile da risolvere completamente, con giudizi e referti espressi in maniera frettolosa che costringono una famiglia, quella del povero calciatore defunto, ad attendere ancora la verità su questa tragica morte.
Prima di quel triste giorno, Bergamini ha conosciuto solo da poco l'onore delle cronache sportive nazionali. Originario di Argenta, nel ferrarese, cresce calcisticamente nell'Imola e nel Russi, squadre con cui disputa complessivamente 3 campionati in Interregionale, per poi trasferirsi al Cosenza, in C1, nell'estate del 1985; centrocampista, atleta di grande impegno e dedizione, si conquista il rispetto di allenatori e compagni di squadra, ottiene il posto da titolare e l'affetto dei tifosi calabresi, che lo considerano un idolo. Con lui in campo, il Cosenza dapprima conquista una storica promozione in serie B nel 1988, poi l'anno successivo ottiene anche la salvezza; Denis, dopo 4 stagioni con la maglia rossoblù, in estate è corteggiato da molte squadre, tra cui il Parma, che sta costruendo il gruppo che negli anni successivi farà meraviglie in serie A e in Europa, ma alla fine si convince e rimane a Cosenza ancora per un anno.
Poi, il 18 novembre del 1989, la tragedia: Bergamini è trovato morto sulla statale 106 Jonica, presso Roseto Capo Spulico. Dalle ricostruzioni dell'unica persona presente sul luogo al momento dell'accaduto, l'ex fidanzata Isabella Internò, viene stabilito che il giovane si è suicidato, gettandosi tra le ruote di un camion che stava arrivando e venendo trascinato per molti metri sull'asfalto; l'indagine viene archiviata molto rapidamente, l'autista del camion è assolto dall'accusa di omicidio colposo pochi anni dopo, ma l'ipotesi del suicidio non convince mai del tutto la famiglia del calciatore, i suoi compagni di squadra e moltissimi tifosi.
Numerosi sono i dettagli sospetti: il corpo, teoricamente trascinato per molti metri da un mezzo pesante su una strada fangosa e bagnata per la pioggia, presenta solo una ferita da schiacciamento all'altezza del bacino, per il resto è perfettamente intatto e pulito, come testimonia anche la perizia del medico. Inoltre, gran parte dei vestiti di Bergamini vengono bruciati subito, prima di essere controllati e catalogati, e i pochi effetti rimasti (le scarpe, una catenina e un orologio) vengono consegnati alla famiglia solo tramite un vecchio facchino del Cosenza Calcio, che però non vuole che la cosa si sappia; lo stesso facchino, secondo la testimonianza del padre di Denis, fa sapere, insieme a un altro membro della società, di avere novità da rivelare sull'incidente, ma purtroppo entrambi periscono in un incidente stradale, sempre sulla statale Jonica. A ciò si aggiungono alcune discordanze nelle testimonianze rilasciate dalla giovane Isabella, ex fidanzata di Bergamini, e dai carabinieri accorsi sul luogo del presunto suicidio, circa l'orario dell'incidente e del decesso dell'uomo. Ma più di tutto, manca il movente di questo presunto suicidio: il giocatore ha appena 27 anni, è all'apice della carriera al momento dei fatti, è sereno e viene descritto da tutti, compagni e amici, come innamorato della vita, per cui un gesto così estremo appare sempre meno giustificabile; le ipotesi che Bergamini fosse implicato in presunti racket di scommesse clandestine o fosse legato a qualche importante gruppo malavitoso non hanno mai trovato conferma, anzi in molti casi sono state considerate accuse infamanti e assolutamente arbitrarie.
Dopo anni e anni di battaglia legale e di ricerche private, con l'acquisizione di nuove testimonianze e reperti fotografici e la dimostrazione delle tante, troppe incongruenze riscontrate nell'indagine tecnica dell'incidente, finalmente a giugno del 2011 la procura di Castrovillari ha deciso di riaprire il caso, e proprio oggi è arrivata la svolta ufficiale: non si è trattato di un suicidio, Bergamini era già morto al momento dell'impatto con il camion. La perizia dei carabinieri ha stabilito, dopo attente simulazioni, che la dinamica dell'incidente è del tutto incompatibile con lo stato delle scarpe e degli altri oggetti rinvenuti, riaprendo di fatto il caso e dando finalmente alla famiglia del defunto calciatore, anche se dopo la bellezza di 22 anni, la possibilità di avere la giustizia che da tempo invoca. Con i parenti, sono sicuramente felici della notizia anche i tantissimi cosentini e tifosi che si sono sempre battuti al loro fianco per ottenere giustizia e verità sul caso, come dimostrano i due Bergamini Day, svoltisi a Cosenza nel dicembre 2009 e nel dicembre 2010, il convegno dal titolo "Verità per Bergamini" che si è tenuto ad Aiello Calabro, sempre nel 2010, e le tantissime altre iniziative sul tema. L'affetto per il vecchio idolo non si è mai spento nei tifosi rossoblù, come testimoniano la dedica a Denis della Curva Sud dello Stadio San Vito, il suo mezzo busto conservato negli spogliatoi e i cori che gli vengono continuamente rivolti durante le partite.
Forse non si saprà mai cosa è accaduto davvero quel tragico 18 novembre del 1989, e i colpevoli di quello che appare a tutti gli effetti un omicidio non verranno mai puniti, ma la speranza è sempre l'ultima a morire, come hanno dimostrato con la loro dedizione i famigliari di Denis Bergamini e tutte quelle persone che in questi anni, nonostante le tante difficoltà incontrate, si sono sempre battute per la verità, per dare giustizia a un ragazzo di 27 anni scomparso prematuramente e in un modo tanto brutale.

lunedì 13 febbraio 2012

Il trionfo dei Chipolopolo

Ieri sera, nella suggestiva cornice dello Stade D'Angondjé di Libreville, capitale del Gabon, la Coppa d'Africa 2012 ha designato la sua nuova regina. Data l'assenza dell'Egitto, campione nelle tre edizioni precedenti, tutti gli esperti puntavano sull'affermazione di una tra le nuove superpotenze del calcio africano, il Ghana di Asamoah e Muntari, o la Costa D'Avorio di Drogba e dei fratelli Touré; invece, a sorpresa, il successo finale ha arriso allo Zambia, non certo una delle favorite alla vigilia. C'è da dire infatti che la nazionale zambiana non ha mai avuto una grande tradizione nel calcio internazionale, ma per noi italiani rappresenta un ricordo piuttosto spiacevole.
19 settembre 1988, Olimpiadi di Seul: la nazionale olimpica azzurra, che tra gli altri può contare su Tacconi, Carnevale, Virdis, Ferrara, Tassotti e De Agostini, affronta lo sconosciuto e, sulla carta, debole Zambia; gli africani dominano la partita dal primo all'ultimo minuto e si impongono con un sonante 4 a 0, una delle sconfitte più umilianti di sempre per il calcio italiano. Mattatore di quella giornata e di quel torneo è Kalusha Bwalya, l'uomo simbolo dei Chipolopolo (i proiettili di rame, questo il loro soprannome), autore di una tripletta contro l'Italia e di ben 6 reti totali in sole 4 partite, e nonostante lo Zambia esca ai quarti contro la fortissima Germania Ovest (ancora uno 0-4, ma stavolta a loro svantaggio), tutti parlano dell'ascesa di questa nuova realtà del calcio africano. A interrompere bruscamente il sogno sportiva dell'intera nazione, però, ci pensa una tragica fatalità: il 27 aprile del 1993 l'aereo che porta la nazionale zambiana in Senegal per una partita di qualificazione ai Mondiali del '94 precipita nell'Oceano Atlantico, proprio di fronte alle coste del Gabon; non ci sono superstiti, 30 persone tra giocatori, giornalisti, staff e membri dell'equipaggio trovano la morte, si salvano solo Bwalya e pochi altri, che non sono con la squadra per infortunio o perché impegnati in Europa con i club. E' una tragedia spaventosa per lo Zambia e per il calcio africano in genere, un disastro che si può paragonare a quello di Superga del 1949, quando a sparire fu il Grande Torino, la squadra più forte d'Italia e il perno della Nazionale.
Dopo le lacrime, tutti gli sportivi zambiani si stringono al loro simbolo, il capitano Bwalya, e gli chiedono di onorare i compagni caduti e portare in alto la bandiera dei Chipolopolo; il fuoriclasse non si scompone, si assume tutte le responsabilità del leader e tenta l'impresa, ma purtroppo fallisce la qualificazione alla Coppa del Mondo, che prima della tragedia era davvero molto vicina. L'anno dopo, tuttavia, nonostante il brusco rinnovamento lo Zambia ha la grande occasione di scrivere la storia: disputa una grande Coppa d'Africa, al di là di ogni attesa, e per la seconda volta nella sua storia arriva in finale, dove però deve arrendersi contro le Aquile della Nigeria, che avrebbero poi stupito anche nel Mondiale americano; due anni dopo, nell'edizione successiva del torneo, i Chipolopolo si confermano una delle squadre più forti del continente, ma devono accontentarsi del terzo posto finale e del titolo di capocannoniere per Bwalya. Da quel momento, tuttavia, la grande epopea dello Zambia sembra spegnersi definitivamente, la squadra cala di rendimento, fallisce sia nelle qualificazioni ai Mondiali sia nelle successive Coppe d'Africa, e il ritiro del leader e goleador Bwalya sembra la pietra tombale alle speranze del calcio zambiano.
Nel 2010 tuttavia, sotto la guida dell'allenatore francese Hervé Renard, i Chipolopolo vivono una nuova rinascita, riescono a superare un difficile girone nella Coppa d'Africa e accedono ai quarti di finale, dove vengono eliminati ancora una volta dalla Nigeria ai calci di rigore; è il miglior risultato da 14 anni a questa parte per lo Zambia, ma la mancata qualificazione ai Mondiali sudafricani convince il c.t. a non rinnovare il contratto, lasciando il posto in panchina a Dario Bonetti, che segna quindi un nuovo incrocio tra il calcio zambiano e quello italiano. Sotto la nuova guida tecnica, la squadra ottiene la qualificazione alla Coppa d'Africa 2012, ma proprio dopo l'ultima partita Bwalya, diventato nel frattempo Presidente della Federcalcio Zambiana, si dice poco soddisfatto del lavoro svolto dall'italiano e decide di esonerarlo, richiamando Renard sulla panchina; sembra una scelta azzardata, invece proprio con la guida del coach francese lo Zambia riesce ad arrivare lì dove non era mai giunto: al titolo di campione d'Africa. Dopo aver eliminato in girone il Senegal, da molti considerata una delle squadre favorite alla vittoria, e aver superato l'abbordabile Sudan nei quarti, i Chipolopolo hanno affrontato una dopo l'altra il Ghana e la Costa D'Avorio, sicuramente le due formazioni più forti del torneo; le hanno battute entrambe, la prima in semifinale, la seconda in finale ai rigori, guadagnandosi con merito la vittoria finale, il tutto a pochissima distanza dal luogo del terribile schianto del 1993.
Dispiace un po' soprattutto per gli ivoriani, battuti nell'atto conclusivo senza aver subito nemmeno un gol in tutto il torneo, e per il loro leader Didier Drogba, che ha sprecato l'occasione della vita ancora una volta, quando ha sprecato un rigore durante i tempi regolamentari; per gli Elefanti continua la maledizione della Coppa d'Africa, che hanno vinto una sola volta nel 1992 e hanno sfiorato più volte nelle edizioni recenti, senza mai riuscire tuttavia ad alzare il trofeo. Ma stavolta è giusto che sia andata così, perché ieri ad alzare la coppa non c'erano solo il capitano Katongo e tutti i suoi compagni di squadra, insieme al mister Renard e al presidente-simbolo Bwalya: c'era una Nazione intera, che cantava e ballava commossa, e c'erano soprattutto gli sfortunati giocatori periti a nemmeno un chilometro di distanza da Libreville, la città in cui si è disputata la finale; forse proprio dal loro ricordo, ancora così vivo dopo quasi vent'anni, è arrivata la spinta decisiva per lo Zambia, che da eterna incompiuta si è trasformata finalmente in una squadra vincente.

venerdì 3 febbraio 2012

Solo un mese fa, tutti i giornali e gli "esperti" del mondo del pallone lo davano ormai per finito, spesso costretto in tribuna dagli infortuni e incapace di trovare la via del gol con la facilità degli anni migliori. Molti giudicavano folle la dirigenza dell'Inter per essersi privata di un bomber come Eto'o ed aver tenuto lui, più "anziano" di due anni e deludente nella precedente stagione. E invece, Diego Alberto Milito non si è fatto intimidire dalle critiche, è andato avanti per la sua strada, e lo splendido poker di reti realizzato due giorni fa ha sancito la sua definitiva rinascita e il ritorno ad una media-gol adeguata ai suoi anni precedenti. 
Argentino ma di chiara origine italiana (i nonni erano originari di Terranova da Sibari, presso Cosenza), Milito è cresciuto calcisticamente nel Racing di Avellaneda, che con lui in squadra vince il campionato d'Apertura del 2001, ben 35 anni dopo l'ultima volta; è in questo periodo della carriera che i tifosi, come accade ad ogni calciatore, scelgono per lui un soprannome: El Principe, per via della somiglianza fisica e tecnica con un altro grande calciatore sudamericano, l'uruguaiano Enzo Francescoli, anche lui soprannominato così. Dopo alcune buone stagioni con il Racing, il destino di Milito si lega per la prima volta con il calcio italiano: a gennaio del 2004, il presidente del Genoa Enrico Preziosi punta su di lui per rinforzare la squadra e riportarla in serie A dopo quasi 10 anni di assenza; il Principe ripaga la fiducia in modo più adeguato, andando a segno ben 33 volte in un anno e mezzo sotto la Lanterna, e il 2005 si chiude con la tanto sospirata promozione nella massima serie del calcio italiano. Purtroppo per lui e per i tifosi genoani, però, in estate esplode lo scandalo della combine nell'ultima partita del campionato, Genoa-Venezia, finita 3-2 e decisiva per la promozione dei rossoblu, e la penalizzazione per i Grifoni è durissima: retrocessione immediata in serie C1; il sogno della serie A si tramuta in un incubo, e per ripartire da 0 la squadra è costretta a vendere buona parte dei suoi migliori giocatori, tra cui appunto Milito.
Acquistato dal Real Saragozza, squadra in cui già milita suo fratello Gabriel, il Principe ha l'occasione di mettersi in mostra anche nella Liga, e in tre anni mette a segno ben 53 reti, classificandosi secondo nella classifica dei marcatori del 2007, alle spalle di Van Nistelrooy, bomber olandese del Real Madrid. Proprio contro i madrileni, Milito si rende protagonista di una partita memorabile: il 9 febbraio del 2006, nella semifinale di Coppa del Re, realizza un incredibile poker di reti nel 6-1 complessivo della sua squadra contro le merengues, risultato che vale al Saragozza la finale contro l'Espanyol, poi persa. Dopo due buone stagioni, con tanto di qualificazione in UEFA, nel 2008 la squadra aragonese ha un brusco calo di rendimento, e alla fine dell'anno retrocede clamorosamente in Segunda Division; Milito fa comunque del suo meglio, segnando 17 reti e risultando il migliore dei suoi, ma al termine della stagione rischia di sprofondare nella seconda serie spagnola, perché nessuno pare interessato al suo acquisto. Proprio negli ultimi giorni di mercato, però, il suo vecchio presidente Preziosi si ricorda di lui, e decide di riportarlo al Genoa, che nel frattempo ci ha messo solo due anni per cancellare l'onta dello scandalo e ritornare finalmente in serie A.
Acquistato proprio nelle ultime ore del mercato estivo, il Principe esordisce nel massimo campionato italiano, contro il Milan, e segna il primo di 24 gol, record per un giocatore del Genoa in serie A, piazzandosi ancora secondo nella classifica marcatori dietro l'interista Ibrahimovic; i tifosi rossoblu, che non hanno mai smesso di tifare per lui, sono esaltati dalle sue prestazioni, soprattutto nei derby contro i rivali della Sampdoria, in cui realizza ben 4 reti, tutte decisive per dare la vittoria alla sua squadra, e alla fine della stagione festeggiano una meritata qualificazione in Coppa UEFA. E' a questo punto, ormai trentenne, che il Principe riceve finalmente la chiamata di una grande: l'Inter di Mourinho decide di puntare su di lui per affermarsi in Italia e in Europa. In realtà la vera stella di quel mercato è Eto'o, acquistato dal Barcellona, ma ben presto Milito dimostra di non essere da meno, e a suon di gol si conquista la fiducia di tutti e, alla fine, risulta decisivo per la realizzazione dello storico Triplete nerazzurro; segna in finale di Coppa Italia contro la Roma, nell'ultima di campionato a Siena, e infine realizza una doppietta nella magica finale di Champions contro il Bayern Monaco: in totale, sono 30 reti in stagione, suo record personale. Si guadagna anche un posto per i Mondiali 2010 in Sudafrica, ma il rapporto con la Nazionale non è lo stesso che ha con i club: Maradona gli preferisce sempre Higuain come punta, e Milito non riesce a lasciare il segno nell'Albiceleste.
Dopo la sua annata migliore, però, il Principe sembra entrare nella fase calante della sua carriera: il 2011 è una stagione molto deludente, Milito è spesso fuori per infortunio, e quando gioca non riesce più ad andare in rete con la stessa continuità; fallisce un rigore nella Supercoppa Europea, in Champions segna solo nella sfortunata partita casalinga contro lo Schalke, persa 5-2 dai nerazzurri, e in campionato si ferma a soli 5 gol dopo i 22 dell'anno prima. La squadra si aggiudica comunque Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e Coppa Italia (Milito segna in queste ultime due competizioni), ma la sensazione è che ci sia bisogno di rinnovamento, e il Principe è uno dei candidati a partire per far spazio a nuovi giocatori. Tuttavia il nuovo mister Gasperini, che lo ha allenato a Genova, gli rinnova la fiducia e lo ritiene un titolare inamovibile; Milito lo ripaga con una doppietta contro il Palermo nella prima di campionato, ma i risultati della squadra tardano ad arrivare, e dopo poche partite arriva l'inevitabile esonero. Con l'arrivo di Claudio Ranieri, le cose per il Principe sembrano peggiorare: il suo posto da titolare non è più certo, e inoltre la scarsa tranquillità lo porta a mancare gol clamorosi; molti iniziano a mugugnare, lo danno per finito, ma il mister non si scompone e gli rinnova la fiducia. Ed ecco che, come nelle favole, ad un tratto il brutto anatroccolo si trasforma di nuovo in Principe: contro il Lecce in casa, Milito inaugura una serie di 4 partite consecutive a segno, compreso l'importantissimo derby con il Milan, vinto 1-0 grazie a lui, e dopo una giornata di "riposo" si mette ancora in evidenza contro il Palermo, a cui rifila ben 4 reti; in totale, ben 9 gol in 6 partite, che lo riportano nelle posizioni alte della classifica marcatori e lo rendono nuovamente un punto di riferimento nell'attacco dell'Inter.
Ora la stagione entra nel vivo, la Champions è alle porte, e i tifosi si augurano che la rinnovata vena del Principe sia decisiva per poter coltivare ancora ambizioni di classifica e puntare a far bene anche in Europa. Da parte sua, Milito non ha nessuna intenzione di fermarsi, e vuole mantenere alta la sua media-gol, che finora parla di oltre una rete ogni due partite con le squadre italiane, un bottino davvero invidiabile. Inoltre, è sempre vivo il sogno di riconquistare un posto nella sua Nazionale, l'unica squadra in cui finora non è riuscito a lasciare il segno; i Mondiali del 2014 sono ancora lontani, e la concorrenza è tanta e agguerrita, ma questo non frenerà di certo la voglia di gol del Principe, tornato finalmente quello di un tempo.

domenica 1 gennaio 2012

L'eterno Sir Alex

Se è vero che nel calcio le cosiddette "bandiere", ovvero quei giocatori che trascorrono lunghissimi periodi di tempo, se non l'intera carriera, con un'unica squadra, sono diventati una merce sempre più rara, figurarsi quanto può ritenersi eccezionale il caso di un allenatore che resiste sulla stessa panchina da quasi ventisei stagioni consecutive; la panchina in questione è quella, prestigiosissima, del Manchester United, e il tecnico che può vantare questo incredibile primato è Alexander Chapman Ferguson, o se preferite Sir Alex, uno dei grandi vincenti nella storia del calcio inglese e mondiale. E dire che gli anni dell'adolescenza non lasciavano minimamente presagire questi successi come manager: nato da una famiglia operaia, poco propenso agli studi, Ferguson si è fatto le ossa come apprendista in una fabbrica prima che su un campo di calcio. Attaccante discreto, ma sempre confinato nell'ambito calcistico della sua Scozia, non ha mai avuto la fortuna di alzare al cielo nessun trofeo da giocatore, se si eccettuano due promozioni dalla First Division (la serie B scozzese) e un titolo di capocannoniere.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel  1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.

lunedì 19 dicembre 2011

Si può passare da giovane scoperta e grande rivelazione dell'anno all'esonero nel giro di appena tre mesi? Sì, soprattutto se sei l'allenatore del Palermo e il tuo presidente si chiama Maurizio Zamparini, un uomo che definire "vulcanico" è un eufemismo. Se n'è accorto questa mattina Devis Mangia, l'ultimo di una lunga lista di allenatori chiamati in panchina e mandati a casa in tempi più o meno brevi e senza troppi giri di parole; e dire che, appena il giorno dopo il suo esordio in panchina, il giovane allenatore era stato paragonato a Wenger proprio dal suo presidente!
E' stata un'avventura breve ma sorprendente, quella di Devis Mangia, 37 anni, calciatore solo a livello di giovanili (faceva il portiere) e fino a pochi mesi prima allenatore della Primavera di Varese e Palermo, con poche esperienze in prima squadra (il massimo risultato proprio a Varese, portato dall'Eccellenza alla C2 qualche anno prima); un perfetto signor Nessuno, insomma, almeno fino al 31 agosto di quest'anno, quando viene promosso alla guida tecnica del Palermo in sostituzione di Stefano Pioli, esonerato dopo appena due mesi dall'ingaggio a causa dell'eliminazione in Europa League. A dirla tutta, Mangia sembra inizialmente una soluzione di ripiego, un allenatore provvisorio, visto che il campionato è alle porte e c'è poco tempo per trovare una nuova soluzione, ma è proprio la prima di Serie A a cambiare le carte in tavola: vittoria casalinga per 4 a 3 contro l'Inter di Gasperini, entusiasmo del presidente alle stelle, e allenatore confermato per la partita successiva. Un inizio davvero da sogno, che scatena subito paragoni illustri, su tutti proprio quello di Zamparini che lo definisce "il nuovo Wenger", e sembra gettare le basi per quello che può essere un progetto a lunga scadenza, anche perché i risultati continuano ad arrivare anche nei mesi successivi, e fruttano a Mangia un contratto fino al 2013. L'unico neo, su cui il presidente fa presto ricadere l'attenzione del coach, è il rendimento deficitario della squadra in trasferta: solo 2 punti conquistati, e senza segnare nemmeno un gol; di contro, i 18 punti conseguiti tra le mura amiche sembrano un'assicurazione sufficiente per mantenere in sella il giovane Mangia.
Nell'ultima settimana, però, ecco che accade l'irreparabile: sconfitta interna a sorpresa contro il Cesena, e eliminazione in Coppa Italia contro il Siena, sempre in casa. A ciò si uniscono i primi scricchiolii all'interno dello spogliatoio, con alcuni giocatori scontenti per lo scarso impiego o per la perdita del posto da titolare. Questi risultati non piacciono al presidente, che pretende una reazione nella gara successiva, il sentitissimo derby contro il Catania, in un campo storicamente ostico per il Palermo. Mangia ostenta sicurezza circa la sua posizione, cerca di distendere l'ambiente portando in conferenza stampa dei panettoni, un gesto con cui esorcizzare il temuto esonero prima di Natale, ma purtroppo sul campo la svolta non arriva: 2-0 piuttosto netto in favore degli etnei, entusiasmo sotto i tacchi, e pazienza del presidente che finisce. Arriva così l'ennesimo esonero della gestione Zamparini, il trentaduesimo in 24 anni di carriera (si arriva a 38 se si calcolano i ritorni, una media impressionante!), e al posto del giovane e promettente Mangia dovrebbe arrivare il più esperto Bortolo Mutti, di 20 anni più grande; il quale tuttavia nelle sue esperienze recenti ha collezionato 2 esoneri e 2 retrocessioni da subentranti, il che aumenta il rischio che il record del presidente del Palermo possa migliorare ancora nei prossimi mesi, anche se i tifosi rosanero si augurano certamente di no.
L'avventura di Mangia, colui che doveva essere il nuovo Wenger, si è dunque conclusa così, dopo tre mesi e mezzo di gestione del Palermo, proprio com'era successo a tantissimi suoi predecessori illustri, da Guidolin a Zenga, passando per il più recente Delio Rossi; tecnici apprezzati e stimati presto dal presidente, e altrettanto rapidamente messi da parte in assenza di risultati. Ma di certo non finirà qui la carriera di Devis: le opportunità di trovare una nuova panchina non mancheranno di certo per questo allenatore emergente, che ha ottenuto molti consensi grazie alla sua simpatia e disponibilità fuori dal campo e, soprattutto, grazie alla determinazione e alle buone basi tattiche dimostrate fin dall'esordio. Chissà che un giorno non possa davvero diventare uno dei grandi allenatori della nostra serie A, magari sulla panchina di una grande squadra e con la possibilità di lavorare seriamente su un progetto a lungo termine; magari cominciando a lavorare seriamente sulle partite in trasferta, e al tempo stesso pregando di non avere come presidente un nuovo Zamparini...

lunedì 5 dicembre 2011

L'ultimo scivolone



E' passato poco più di un anno e mezzo da quel 22 maggio 2010 che aveva consacrato una delle Inter più grandi di sempre, quella di Mourinho, del triplete (Coppa Italia, Scudetto e Champions League), eppure sembra di parlare già di preistoria se si confronta quella squadra con quella attuale, staccata di 13 punti dalla vetta e irriconoscibile per il gioco e per l'atteggiamento in campo. Sembra davvero che il grande ciclo iniziato all'indomani di calciopoli nel 2006 stia arrivando alla sua conclusione, e che il gruppo che ha portato il presidente Moratti sul tetto d'Europa abbia bisogno di un profondo rinnovamento prima di tornare grande.
Che le cose non stessero prendendo una buona piega si era capito già da tempo, fin dall'addio dell'amatissimo Mou, rimasto a Madrid dopo la finale di Champions per allenare il Real: la sua partenza ha tolto moltissimo ai nerazzurri, più della perdita di fuoriclasse come Balotelli o Eto'o, venduti a un anno di distanza per far quadrare i conti della squadra in vista del temuto Fair Play Finanziario voluto dal presidente dell'UEFA Platini. Priva della sua grande guida, l'Inter aveva bisogno di un nuovo progetto, di nuovi stimoli (cosa non semplice per chi aveva praticamente vinto tutto negli ultimi anni), e forse di qualche nuovo giocatore per dare solidità e rinnovata energia alla rosa. Ma questo nuovo progetto non si è mai visto davvero, la società ha dimostrato estrema incertezza sulla strada da percorrere, e lo dimostrano i quattro allenatori ingaggiati in meno di due stagioni, ognuno con un'idea di gioco e un modulo tattico differente. Le due prime scelte del presidente Moratti, Benitez e Gasperini, hanno dimostrato col tempo di essere in realtà dei ripieghi, poco sostenuti dall'ambiente, con campagne acquisti non adeguate e la sensazione che la squadra stessa avesse poca fiducia nei nuovi tecnici; i continui problemi fisici, dovuti anche al progressivo invecchiamento di molti fuoriclasse della vecchia guardia, hanno contribuito a rendere difficoltoso lo sviluppo di qualsiasi progetto a lungo termine. L'unico che sembrava aver convinto davvero, quel Leonardo strappato ai "cugini" rossoneri che aveva illuso tutti nella scorsa stagione con l'incredibile rimonta in classifica proprio contro il Milan, in estate ha fatto le valigie, destinazione Parigi, interrompendo ogni genere di programmazione futura. La sensazione è che il "sacro fuoco" che spingeva la squadra a giocare con il coltello fra i denti fino all'ultimo minuto si sia definitivamente spento, come se la strepitosa annata 2010 avesse tolto energie e volontà al gruppo.
L'inizio di questa stagione è stato probabilmente il peggiore negli ultimi 20 anni dei nerazzurri, con risultati che non arrivano e soprattutto un'idea di gioco che sembra inesistente e una squadra che da l'impressione di non essere adeguata per reggere il passo delle altre grandi. I continui infortuni dei suoi giocatori migliori, su tutti Maicon e Sneijder, non possono rappresentare un alibi sufficiente, visto che la rosa ampia dovrebbe garantire un'adeguata copertura; sembra mancare quasi un collante tra i giocatori, divisi tra i senatori un po' invecchiati e appannati e i giovani appena arrivati, troppo acerbi e non ancora in grado di fare la differenza senza una guida adeguata. L'ultima partita, contro l'Udinese, è stata lo specchio fedele di questa situazione: dopo un buon primo tempo, l'Inter ha pagato la freschezza e la migliore organizzazione degli avversari, rimediando una sconfitta che la precipita nuovamente all'Inferno. Resteranno di certo negli occhi di tutti due immagini di questa partita: l'espulsione di capitan Zanetti, la prima in 17 anni di serie A per un giocatore sempre corretto ed esemplare, e il rigore calciato in curva da Pazzini, scivolato sul dischetto al momento del tiro; due momenti che rappresentano la fotografia attuale della squadra, che sembra non avere più certezze e nemmeno fortuna.
Insomma, un periodo più nero che azzurro, che tutti i tifosi sperano possa interrompersi al più presto, e di certo le possibilità per dare una sterzata al campionato non mancheranno; la stagione è ancora lunga, a breve inizierà il mercato di riparazione, con la possibilità di ottenere rinforzi adeguati, e di certo il mister Ranieri farà tutto il possibile per tener fede alla sua fama di "aggiustatore" e per riportare la squadra nella parte alta della classifica. In fondo, proprio un anno fa, l'Inter arrivò a fine anno con un netto distacco dalla vetta, ma grazie ad un incredibile girone di ritorno arrivò a contendere il titolo al Milan, arrendendosi solo dopo la sconfitta nel derby, e vincendo comunque la Coppa Italia. Da una squadra che i suoi stessi supporter definiscono "pazza" e amano proprio per questo, ci si può e ci si deve ancora aspettare di tutto.

sabato 26 novembre 2011

I due minuti di follia...

Sabato 26 novembre 2011, ore 17.00, campo Incoronata

Dal nostro inviato Fabrizio Ronzitti

BATE BORISOV - FUTBOL MINSK  5-3
Arbitro sig. Nicola Ronzitti

BATE BORISOV (gialli): Loreta; Antenucci, Di Marco; Sebastiani, Di Foglio, Giacomucci; Fanucci M., Sboro, Frangione, Cicchini, Fanucci R.

FUTBOL MINSK (blu): Ronzitti L.; D'Adamo, Lemme; Vino, Ronzitti F., Puddu; Soldano, Reale, D'Angelo, Serafini A., Angiolillo.

Ancora una partita nel segno del gol e dello spettacolo allo stadio Incoronata, con i blu che compiono un autentico suicidio: in vantaggio per 3 reti a 0 a inizio secondo tempo, subiscono una clamorosa e rocambolesca rimonta. Ma andiamo con ordine nel raccontare i principali momenti della gara.
Negli spogliatoi l'immancabile (con la n, non con la r) Peppino Soldano delizia i presenti raccontando il suo pranzo modesto a base di "risott' 'nghi li funghitt'", e aggiunge un paio di rutti tanto per gradire. In campo, l'inizio è tutto per i blu, che sfoggiano al centro dell'attacco il neo acquisto Hulk D'Angelo, al quale così si rivolge il prof. Cicchini in un momento di folgorazione mistica: "Pietro, così mi tradisci?" Dopo alcuni errori sottoporta e alcune buone parate di Loreta, nonostante il dito gonfio come una salsiccia, i blu riescono a sbloccare la gara grazie ad un rigore concesso per fallo di mano di Giacomucci in mischia; sul dischetto si presentano insieme D'Angelo e Soldano, decisi entrambi a tirare, ma dopo una breve discussione è quest'ultimo ad incaricarsi della trasformazione e a realizzare con grande precisione. I gialli non riescono a reagire allo svantaggio, e dopo un contrasto spalla-spalla tra pesi massimi (Giacomucci vs Hulk), i blu riescono a trovare il raddoppio a metà primo tempo grazie ad Andrea Serafini, tornato in squadra dopo un lungo periodo di assenza, e subito bravo a trafiggere Loreta dopo una veloce ripartenza. Nel secondo tempo, pronti-via ed è subito tris per i blu grazie a Peppino Reale, che in contropiede si presenta solo davanti a Loreta e lo batte sul primo palo.
Partita finita? Nemmeno per sogno! Forse punti sull'orgoglio dalle dichiarazioni provocatorie di Mario Lemme ("Mo' faceme n'addre quattr' o cinq' gol"), i gialli si risvegliano dal torpore e cominciano ad attaccare con decisione, favoriti dall'errore tattico degli avversari, che anzichè difendere il vantaggio si sbilanciano in attacco. Il segnale della riscossa lo da Max Frangione, che entra in area dalla sinistra e spara un gran tiro che batte Ronzitti e riapre tutto. Poi ci pensa l'altro Ronzitti in campo, Fabrizio (sigh!), a cambiare definitivamente il corso della partita: in soli due minuti, prima svirgola completamente il rinvio, permettendo a Roberto Fanucci di segnare con un bel pallonetto, poi interviene malamente su un cross dalla destra, realizzando il più comico degli autogol. Colpiti da questo clamoroso black out, i blu non riescono a reagire, i gialli attaccano ancora e sulle ali dell'entusiasmo vanno addirittura in vantaggio con Sboro, che evita il fuorigioco e batte facilmente Lorenzo Ronzitti. I blu si gettano in avanti con la forza della disperazione, cercano di raggiungere almeno il pareggio, ma vengono castigati ancora una volta da Frangione, che dopo aver colpito una traversa con un gran tiro da fuori area pochi minuti prima, approfitta dell'ennesimo contropiede, si beve la difesa e supera per la quinta volta Ronzitti in uscita.

Classifica marcatori: 13 gol: Frangione; 12 gol: Angiolillo; 5 gol: D'Angelo, Reale, Sboro, Serafini A.; 4 gol: Docuta; 3 gol: Gogò Ronzitti; 2 gol: D'Adamo, Serafini S.; 1 gol: Cicchini, Fanucci M., Fanucci R., Giacomucci, Lemme, Ronzitti L., Rossi, Serafini G., Soldano, Storto, Vino.

mercoledì 19 ottobre 2011

Chi l'ha visto?

Solo un anno fa, appena sbarcato nel campionato italiano, era considerato da tutti il grande colpo di mercato della Juventus, l'uomo che poteva fare la differenza, il fuoriclasse tanto cercato e finalmente trovato da Marotta e Paratici tra molti altri giocatori, buoni o meno; adesso, per tanti esperti è diventato un atleta sopravvalutato, inadatto al modulo e agli schemi del nuovo allenatore Conte, e si comincia a parlare di una sua cessione a gennaio. Davvero strano il destino di Milos Krasic, centrocampista serbo di 27 anni, che si è presentato ai tifosi come il "nuovo Nedved", anche per via dei capelli biondi, e rischia di lasciare Torino con la nomea, molto meno gratificante, di "nuovo Diego".
Dopo gli esordi con il Vojvodina nel campionato serbo, Krasic si trasferisce giovanissimo in Russia, al CSKA di Mosca, e riesce lentamente a ritagliarsi uno spazio da titolare, partecipando alla lunga serie di successi dei moscoviti: in sei anni, vince due campionati, quattro coppe e quattro supercoppe nazionali. E' protagonista anche con la maglia della sua nazione, con cui partecipa a ben tre Campionati Europei Under 21, in cui ottiene due secondi posti (perdendo anche una finale contro l'Italia di Claudio Gentile, ma in quel caso resta in panchina) e un terzo posto, e fa parte anche della sfortunata spedizione olimpica, che si rivela decisamente amara. La vera vetrina, in cui il giovane centrocampista comincia lentamente a mettersi in luce, è la partecipazione alle Coppe Europee: durante l'esperienza russa, Milos conquista la Coppa UEFA nel 2005 (gioca la finale da subentrante), perde la Supercoppa Europea contro il Liverpool (stavolta è titolare), ma soprattutto gioca con costanza queste partite internazionali, che gli permettono di guadagnarsi un posto anche nella nazionale maggiore. Il 2009-10 è l'anno di grazia per lui: ottiene il suo record di reti nel campionato russo e segna 4 gol anche nella Champions League (di cui uno all'Old Trafford di Manchester nello spettacolare 3-3 contro lo United), permettendo al CSKA di superare il primo turno e giungere fino ai quarti di finale, in cui si arrende all'Inter di Mourinho, che poi vincerà la coppa. A sancire il suo grande momento, arrivano anche il riconoscimento di Miglior giocatore serbo del 2009 e la partecipazioni ai Mondiali in Sud Africa, durante i quali tuttavia non riesce a impressionare come aveva fatto durante la stagione.
Alla luce di queste ottime prestazioni, tuttavia, viene scelto dalla Juventus di Gigi Del Neri, reduce da una stagione estremamente deludente, come uno degli elementi che dovranno riportare i bianconeri nell'elite del calcio italiano ed europeo; dopo una lunga trattativa, Krasic arriva infine a Torino tra grandi aspettative, con la convinzione che la sua velocità e il suo atletismo faranno la differenza nella serie A. La prima parte di stagione sembra dar ragione alla dirigenza juventina: Milos diventa subito un elemento fondamentale della squadra bianconera, comincia a distribuire assist e a dispensare grandi giocate, oltre a trovare il gol con una certa continuità, come dimostrano la tripletta rifilata al Cagliari o la rete realizzata in pieno recupero contro la Lazio, decisiva per la vittoria; unico neo, l'accusa di accentuare troppo i contatti, che gli costa anche 2 giornate di squalifica dopo una netta simulazione contro il Bologna. Poi, da gennaio, il serbo comincia a calare nettamente di rendimento, forse condizionato dalla stanchezza, perchè non ha avuto tempo di riposare nemmeno d'estate per via dei Mondiali e del campionato russo; comunque, del giocatore che aveva fatto sperare i tifosi a inizio stagione non c'è più traccia, gli acuti sono decisamente pochi, le prestazioni anonime si moltiplicano, e qualcuno inizia a pensare di aver sopravvalutato Krasic. La stagione del debutto si conclude comunque con 9 reti all'attivo tra campionato, Coppa Italia ed Europa League, un bottino di tutto rispetto, e tanti pensano che la seconda parte di stagione deludente sia dovuta anche al rendimento della squadra, letteralmente crollata nel girone di ritorno.
La stagione successiva inizia con un nuovo allenatore, Antonio Conte, che come il suo predecessore da agli esterni di centrocampo un ruolo decisamente importante nel suo schema di gioco; sembra l'occasione giusta per Krasic per dimostrare che è il top player che molti tifosi sperano, ma l'estate non inizia nel migliore dei modi. Il giocatore non ottiene la fiducia del mister perchè sembra poco adatto a svolgere la fase difensiva, e in attacco non riesce ad incidere come in passato, così all'esordio viene messo in panchina, riserva di Pepe e del neo arrivato Giaccherini. Nelle partite successive, Milos ritrova il posto da titolare in campo, ma continua a lasciare molto perplessi e le sue prestazioni restano insufficienti: contro il Catania realizza fortunosamente il gol del pareggio juventino, grazie soprattutto all'errore del portiere avversario, ma non fa altro; contro il Milan, nella miglior partita disputata dalla squadra di Conte, è l'unico giocatore a non convincere, tanto da essere sostituito dopo nemmeno un'ora di gioco. Neanche in nazionale riesce a rilanciarsi, anche nella partita contro l'Italia denota una preoccupante involuzione, e i dubbi sulle sue reali capacità, sul suo essere davvero un campione di livello mondiale, cominciano a diventare sempre maggiori, tanto che qualcuno comincia a ipotizzare una sua cessione già a gennaio; l'infortunio recente di Giaccherini sembra offrirgli un'altra possibilità per giocare titolare, ma dietro di lui scalpitano già Elia ed Estigarribia, anche loro in cerca di un posto nella formazione iniziale di Conte.
A detta dei giornalisti, i problemi di Krasic sono causati anche dalla sua scarsa conoscenza dell'italiano: in un anno a Torino, non è ancora riuscito ad imparare bene la lingua, e questo gli crea difficoltà a capire le indicazioni dell'allenatore e i consigli dei compagni. Non può essere questo, tuttavia, il motivo a cui attaccarsi nel caso in cui le sue prestazioni non migliorassero, anzi: è proprio nelle difficoltà che un campione riesce ad esaltarsi e a tirare fuori il meglio di sè, dimostrando a tutti le sue reali capacità. I tifosi bianconeri si augurano che le cose vadano così anche per Krasic, e sperano di rivedere presto l'ala inarrestabile che li aveva fatti sognare al suo arrivo a Torino, tanto da meritarsi il soprannome di "nuovo Nedved", perchè gli anni senza trionfi sono decisamente troppi, come troppi sono i presunti campioni arrivati e presto ripartiti tra i mugugni e la delusione; da appassionati di calcio, ci si augura che il serbo non sia uno di loro.

mercoledì 21 settembre 2011

Altro che partenza "ad handicap"!


Generalmente, quando una squadra neopromossa in serie A, che ha un organico da molti reputato appena sufficiente a lottare per la salvezza, parte anche con una penalizzazione di punti, si tende a pensare che per quella squadra sarà un campionato quasi difficile, e che la permanenza nella massima serie equivarrebbe a una specie di miracolo sportivo. Ma provatelo a spiegare all'Atalanta e ai suoi giocatori, e loro vi diranno che nello sport nulla è impossibile, soprattutto se si gioca con la grinta e la voglia di dare tutto, anche nei momenti più duri e nelle sfide teoricamente impossibili.
Che la stagione dell'ennesimo ritorno in serie A dei bergamaschi fosse piuttosto tribolata si era capito già in estate, con l'esplosione del nuovo scandalo sul calcioscommesse, che ha visto coinvolta la società nerazzurra e il suo giocatore più rappresentativo, il capitano Cristiano Doni. In agosto, la procura federale ha condannato il calciatore a 3 anni e 6 mesi di squalifica, e ha inflitto all'Atalanta una penalizzazione di 6 punti per responsabilità oggettiva; una bella mazzata, di sicuro, anche se poteva andare molto peggio, perchè la richiesta iniziale era la retrocessione diretta del club in serie B e la squalifica di un altro giocatore teoricamente coinvolto, il difensore Thomas Manfredini, per 3 anni (accusa da cui il calciatore è stato prosciolto). Inutile dire che questa penalizzazione ha subito messo una grande pressione sulla società orobica, sul tecnico Colantuono e sui suoi atleti, anche in considerazione di un mercato che non aveva portato grandi nomi, uomini in grado di fare la differenza.
Come sempre, tuttavia, le parole trovano il tempo che trovano, e alla fine è il campo a rispondere a tutte le domande e ai dubbi. In questo caso, la risposta è stata decisamente convincente: i bergamaschi hanno ottenuto ben 7 punti in 3 partite, con un pareggio in trasferta col Genoa e le vittorie contro il Palermo e in casa del Lecce, firmate da due nuovi arrivi poco considerati ma rivelatisi finora decisivi: gli argentini Maxi Moralez e German Denis, il primo fantasista di grande qualità, il secondo attaccante di peso che ha già una buona esperienza con il campionato italiano. Grazie alle loro reti e al buon gioco finora espresso da tutta la squadra, che tra l'altro si basa pressochè interamente su un nucleo titolare di giocatori italiani, ulteriore nota di merito considerando il gran numero di stranieri che vengono schierati in media nel nostro campionato, l'Atalanta è passata così in sole 3 giornate dal -6 iniziale ad un più confortante +1 in classifica, rimettendosi pienamente in gioco per la permanenza nella massima serie; paradossalmente, senza questa penalizzazione i bergamaschi adesso sarebbero in testa al campionato, alla pari con la Juve e con molti punti di vantaggio su Milan, Inter e Roma, un risultato davvero sorprendente.
Nella storia della serie A, fino a questo momento, sono state poche le occasioni in cui squadre di medio-bassa classifica, partite con una penalizzazione iniziale di una certa consistenza, sono riuscite a risalire la china e ad ottenere la salvezza. L'impresa più grande è stata sicuramente quella della Reggina di Walter Mazzarri, coinvolta nello scandalo di Calciopoli e costretta a partire da un pesante -11 in classifica; nonostante questo, i calabresi hanno disputato una stagione incredibile, conquistando ben 51 punti e ottenendo una meritatissima salvezza all'ultima giornata. Altrettanto degne di nota sono state le rimonte di Avellino e Bologna, colpite da 5 punti di penalizzazione nel 1980-81 a seguito del primo, grande scandalo del calcioscommesse; entrambe le squadre, nonostante la partenza ad handicap (e con la vittoria che assegnava solo 2 punti), sono riuscite ugualmente a conquistarsi la permanenza nella massima serie grazie ad un buon campionato. Vale la pena ricordare che, in altre occasioni, le società penalizzate non sono riuscite a recuperare e sono mestamente scese in serie B al termine del campionato; mi riferisco all'Empoli nel 1988, all'Udinese nel 1987, e al Perugia nel 1981 (unica delle tre penalizzate).
Fino ad ora, l'Atalanta ha dimostrato di fare decisamente parte di quelle squadre che sono riuscite ad annullare in poche partite la penalizzazione e a lottare fino alla fine per guadagnarsi un'altra stagione in serie A. Il campionato è ancora molto lungo, le difficoltà sicuramente non mancheranno per gli orobici, anche perchè finora le squadre affrontate erano piuttosto abbordabili, ma di certo con questo passo e questa grinta i tifosi bergamaschi possono sperare in una bella stagione, e sanno che i loro beniamini sono pronti ad onorare l'impegno fino alla fine, continuando a puntare sul nucleo giovane e italiano che ha da sempre contraddistinto la loro formazione.

domenica 24 luglio 2011

Le ultime dal Sud America


Tanto, forse troppo catenaccio, poco spettacolo, e l'ennesima dimostrazione che nel calcio l'equilibrio conta più del talento offensivo e della fantasia. Può essere questo, in poche parole, il riassunto di questa Copa America 2011 appena conclusa, attesa da molti talent scout e agenti FIFA per rivelare nuovi talenti del calcio sudamericano da portare in Europa.
Il verdetto finale ha premiato l'Uruguay del vecchio maestro Tabarez, che ha saputo confermarsi dopo il prestigioso quarto posto nello scorso Mondiale, ottenendo il quindicesimo successo nella manifestazione pur senza l'apporto di Cavani, infortunatosi all'inizio, e di Forlan, a segno solo nella finale dopo tantissimi errori. Trascinata dal talento e dai gol di Suarez, ma soprattutto dall'esperienza del capitano Lugano e dalla sua solidità tattica, la Celeste ha saputo crescere poco alla volta, e con la sofferta vittoria contro i rivali argentini padroni di casa, si è aperta la strada verso il meritato successo. Sua avversaria nell'atto conclusivo, a sorpresa, il Paraguay, che ha puntato tutto sul suo portiere Villar, davvero in stato di grazia, e su un gioco di rimessa, tutto fondato sul catenaccio, anche a causa dei molti guai fisici che hanno colpito i suoi attaccanti; la squadra di Martino ha cercato in primis di non prenderle, è riuscita ad arrivare in finale pareggiando tutte le partite (tre nel girone e quelle di quarti e semifinali, vinte ai rigori), ma alla fine ha pagato la stanchezza e la cronica incapacità di segnare e si è arresa ai colpi degli uruguaiani.
Grandi, grandissime delusioni sono state proprio le due formazioni più attese, l'Argentina padrona di casa e il Brasile campione uscente. Entrambe le squadre, nonostante i tanti giovani talenti in rosa e i favori del pronostico, hanno profondamente deluso, più per la pochezza del gioco espresso che per le sconfitte subite ai rigori dalle due future finaliste. Gli argentini sono stati traditi ancora una volta dal loro uomo simbolo, Leo Messi, che non ha segnato e non è riuscito mai ad incidere nel torneo, come tutti i suoi compagni; il grande colpevole di questa disfatta è stato però il tecnico Batista, incapace di trovare il modulo giusto per far esprimere al meglio i suoi giocatori e troppo concentrato sulla fase offensiva per curare quella difensiva, decisamente insufficiente. Anche per i brasiliani il principale imputato di questo fallimento è l'allenatore, Mano Menezes, reo di aver sbagliato in alcune scelte di formazione (ad esempio la fiducia in uno spaesato Daniel Alves rispetto a un Maicon in forma smagliante) e tradito dai giovani astri nascenti su cui aveva puntato; Pato, Neymar e Ganso hanno deluso le attese, il centrocampo dei verdeoro ha dimostrato una certa carenza in fase di regia, e i troppi errori sottoporta contro il Paraguay sono stati pagati a carissimo prezzo.
Le vere sorprese della coppa, alla fine, sono state il Perù del "personaggio" Markarian, che in Sud America paragonano a Mourinho, e il Venezuela dei tanti giovani, da tutti ritenute poco più che comparse alla vigilia del torneo. Le due squadre sono invece riuscite a superare indenni i rispettivi gironi e a battere rivali decisamente più quotate, come la Colombia di Yepes e il Cile di Sanchez, che fino a quel momento avevano espresso forse il gioco migliore; pur dovendosi accontentare della finalina per il terzo posto (vinta da Vargas e compagni), queste due formazioni hanno comunque conseguito un risultato prestigiosissimo, che resterà negli annali e costituirà di certo un ottimo punto di partenza in vista delle qualificazioni per i prossimi Mondiali.
Per quanto riguarda i talenti che si sono messi davvero in mostra, oltre al già citato Suarez, fenomeno dell'Uruguay e del Liverpool, merita una citazione il capocannoniere della manifestazione, il peruviano José Guerrero, 27 anni, ex Bayern Monaco e attualmente in forza all'Amburgo; era una giovane promessa, si è un po' perso nel tempo, ora è tornato prepotentemente alla ribalta e potrebbe far gola a qualche squadra importante. Vanno segnalati anche due giovani calciatori venezuelani, il centrocampista Orozco e l'attaccante Rondon, rispettivamente 20 e 21 anni, giocatori di buon talento offensivo che potrebbero interessare a molti osservatori. Hanno disputato un bel torneo anche i colombiani Guarin e Falcao, già protagonisti con il Porto di Villas Boas e cercati da molti top team europei, e il paraguaiano Estigarribia, uno dei pochi giocatori di qualità offensiva nell'Albirroja. Una menzione importante, infine, la merita il diciannovenne Joel Campbell, attaccante della Costa Rica, che ha fatto intravedere grandi potenzialità in questo torneo, nel quale ha anche realizzato un gol. Molti club europei gli hanno messo gli occhi addosso, ma lui ha già fatto capire che la personalità non gli manca, visto il modo in cui ha rifiutato le offerte dell'Arsenal, facendo sapere di preferire la Spagna e l'Italia all'Inghilterra. Non male, per uno che finora può vantarsi solo del titolo di "stellina" di questa imprevedibile, a tratti noiosa, ma pur sempre affascinante Copa America.

lunedì 13 giugno 2011

Uno sguardo sulla B


L'ultima volta che aveva ottenuto la promozione in serie A, era guidato in campo da Silvio Piola, il miglior marcatore di sempre nella storia del campionato italiano, e quando era retrocesso in B giocavano ancora campioni come Boniperti, Ghiggia, Nordahl, Liedholm, Schiaffino e Cesare Maldini. Erano rispettivamente il 1948 e il 1956, da allora sono passati 55 anni, trascorsi soprattutto nella serie cadetta, in C1 e in C2, senza mai avvicinarsi davvero ai fasti di un tempo. Adesso, il Novara Calcio può festeggiare la seconda promozione consecutiva, e torna ad assaporare finalmente l'aria della serie A e delle grandi sfide contro le maggiori squadre d'Italia. E' questo il verdetto espresso dai playoff della serie B, la degna conclusione di un torneo scoppiettante, dominato da Atalanta e Siena, ma incerto fino alla fine nelle zone alte e basse della classifica e vetrina invidiabile per nuovi talenti (giovani o esplosi tardi) del nostro campionato.
Alla fine, l'ha spuntata il team di Attilio Tesser, e bisogna dire che ha vinto con merito visto che si è piazzata terza al termine della stagione regolare e per molte partite ha espresso un ottimo calcio. La scelta di confermare quasi al completo la rosa della scorsa stagione, aggiungendo solo alcuni giocatori d'esperienza a centrocampo (Marianini a giugno, Parola e Pinardi a gennaio) e fidandosi del suo gioco e dei suoi schemi collaudati, alla fine ha pagato, come dimostra anche l'ottima stagione del Varese di Sannino, quarto in campionato ma eliminato dal sorprendente Padova nei playoff. Proprio i veneti sono stati la grande rivelazione: partiti bene, calati con l'infortunio del bomber Succi e coinvolti nella lotta per la retrocessione, hanno cambiato allenatore, promuovendo il trentasettenne Dal Canto dalla Primavera, e inanellato una serie di successi incredibili, gli ultimi contro Livorno e Torino, qualificandosi per i playoff e arrivando a 90 minuti dalla serie A. Ultima delle partecipanti ai playoff, un'altra squadra che puntava a un torneo tranquillo e presentava un organico molto giovane, la Reggina, trascinata dal bomber Bonazzoli e dal tecnico Atzori, ora chiamato a riportare la Sampdoria nel massimo campionato dopo l'inopinata retrocessione.
Per quanto riguarda le delusioni, sul banco degli imputati salgono ovviamente il Torino e il Livorno, squadre con organici di buon livello ma quasi mai in grado di competere seriamente con le rivali per la promozione. Per le due formazioni si annuncia un'estate molto calda, con cambi in panchina e l'ennesima rivoluzione nella rosa, nella speranza di tornare finalmente in Paradiso. Da sottolineare la stagione di Pescara ed Empoli, protagoniste con un buon gioco e capaci di far emergere molti giocatori giovani, come Verratti e Fabbrini. Deludenti invece il Sassuolo e il Grosseto, reduci da una serie di buone stagioni condite anche dai playoff, l'Ascoli, colpito da vari punti di penalizzazione per inadempienze societarie, e soprattutto il Piacenza, retrocesso in Lega Pro dopo oltre 20 anni; a far compagnia agli emiliani, la matricola Portogruaro, il Frosinone e la Triestina.
Ora tutti vanno in vacanza, prima di programmare una nuova, intensa e lunga stagione, anche se l'improvvisa esplosione di quello che sembra un nuovo scandalo-scommesse potrebbe togliere il sonno a molti tra presidenti, allenatori e giocatori. Per ora, chi festeggia in assoluta tranquillità è il Novara, che potrà finalmente riportare il suo glorioso nome in serie A, oltre a quello del suo giocatore-simbolo, il già citato Piola. A lui infatti è dedicato lo stadio dei piemontesi, il primo con terreno interamente in erba sintetica, una novità assoluta nella storia del massimo campionato italiano di calcio.

domenica 29 maggio 2011

Campioni in tutto



Doveva essere la rivincita della finale di Roma di due anni fa, l'ultima occasione per alcuni campioni come Van der Sar, Scholes e (forse) Giggs, il momento della vendetta per l'esperto sir Alex Ferguson contro il giovane rampante Guardiola, che aveva osato detronizzarlo nel 2009. Niente di tutto questo: la partita di ieri sera a Wembley ha sancito ancora una volta la superiorità europea del Barcellona, la grandezza del suo gioco totale e lo splendore del suo astro più luminoso, Leo Messi, tre Champions a meno di 24 anni, di cui due da assoluto protagonista.
E' soprattutto il trionfo di una filosofia di calcio che da tempo si è affermata in Catalogna: il calcio va imposto all'avversario grazie alla tecnica, privilegiata rispetto all'atletismo esagerato degli ultimi anni, e puntando soprattutto su giocatori del posto, cresciuti con la maglia blaugrana fin dai tempi della Masia, il settore giovanile che ha forgiato tanti campioni in campo e in panchina. L'esempio lampante è stato il primo marcatore di ieri sera, vale a dire Pedro Rodriguez Ledesma, per tutti Pedrito, anno di nascita 1987. Esploso un po' tardi rispetto ad altri compagni di squadra (a Roma giocò solo nel recupero, da assoluto sconosciuto), si è imposto in pochissimo tempo sulla scena internazionale, divenendo titolare inamovibile del Barça e della nazionale spagnola e anticipando la "pensione dorata" di un certo Thierry Henry. Con lui, ieri sera erano in campo altri 6 giocatori provenienti dalla "cantera", (Valdes, Piquè, Xavi, Busquets, Iniesta e Messi), oltre al capitano Puyol, a Bojan e a Thiago Alcantara in panchina.
E proprio lì, in panca, c'è un altro prodotto del Barcellona, un uomo cresciuto con quella maglia fin da bambino, e che ha quarant'anni può già dire di aver vinto tutto sia da giocatore che da allenatore: Pep Guardiola. A Wembley, nel '92, aveva già trionfato sul campo, sotto la guida del mentore Cruyff, togliendo il trofeo alla Sampdoria dei gemelli del gol Vialli e Mancini. Quest'anno ha bissato il trionfo di Roma, si è ripreso il palcoscenico dopo averlo dovuto cedere lo scorso anno a Mourinho, forse l'unico allenatore che ha dimostrato di poterlo affrontare ad armi pari. Il merito di questa vittoria è anche e soprattutto sua, per il suo modo di gestire lo spogliatoio, provvedendo alla sostituzione di campioni vecchi o non più desiderati (Ronaldinho, Deco, Eto'o, Henry, Ibrahimovic, Marquez) con giovani provenienti dal vivaio, lanciati senza paura nella ribalta del calcio internazionale. E' così che ha costruito questa squadra che adesso tutti giudicano la più forte di sempre, maestra nel trattare la palla e nel nasconderla all'avversario per farla riapparire solo in fondo alla rete, grazie a fenomeni del palleggio come Xavi e Iniesta e a un finalizzatore straordinario come Messi, divenuto un bomber di razza, non più solo un fenomeno di dribbling e fantasia. Ora si apre il dilemma sul futuro di Pep, che sembra soddisfatto dei trofei ottenuti in casa e avrebbe espresso il desiderio di intraprendere una nuova avventura da allenatore all'estero (magari in Italia, chissà...). I tifosi blaugrana non sembrano fare un dramma di questa situazione, perchè sono sicuri che la Masia continuerà a sfornare campioni e allenatori di grande livello, se è vero che Luis Enrique, altra vecchia gloria e tecnico della squadra B (la nostra primavera) è già richiesto da tanti club pur non avendo esperienza ad alti livelli.
L'ultima nota però, la più bella di tutte, è per un giocatore che ha vinto la sua partita non ieri sera, ma due mesi fa: Eric Abidal. A marzo, il francese aveva ricevuto la tremenda notizia di essere malato di cancro al fegato, e si era fermato per curarsi da questo male terribile. Vinta la sua battaglia, era tornato in campo per qualche minuto già nella semifinale di ritorno contro il Real, ricevendo un'ovazione da brividi e l'abbraccio di tutto il Camp Nou. Ieri ha giocato da titolare tutta la partita, e al momento della premiazione ha ricevuto la fascia di capitano da Puyol e ha avuto il privilegio di alzare per primo la coppa. E' il gesto più bello, più umano di tutta la serata, la dimostrazione dell'unità e dell'amicizia di un gruppo vincente, che ha dato una grande lezione non solo di calcio, ma soprattutto di vita.

lunedì 23 maggio 2011

Una vetrina per il futuro



Le ultime giornate di serie A, si sa, vanno sempre prese con le molle, perché risultati e prestazioni dei giocatori risentono sempre dei verdetti che la classifica ha già in gran parte espresso. Al di là delle partite che vengono inevitabilmente condizionate da questa differenza di motivazioni, l'aspetto più positivo è senz'altro lo spazio lasciato dalle rispettive società ai giovani, che spesso "assaggiano" il campo per la prima volta e mettono in mostra le loro qualità. Ieri pomeriggio, ad esempio, a Bologna abbiamo assistito alla splendida partita di Francesco Grandolfo, classe 1992, ragazzo di Castellana che fino ad ora aveva racimolato pochissimi minuti in serie A. Alla sua prima partita da titolare, dopo due spezzoni contro Palermo e Lecce, questo giovane attaccante della primavera biancorossa ha decisamente lasciato il segno, realizzando una tripletta e incassando gli applausi di tutto il Dall'Ara alla sua uscita dal campo. E' vero che il Bologna è sceso in campo assolutamente privo di motivazioni, appagato da una salvezza già raggiunta, tuttavia non si possono sminuire l'abilità sotto porta e la freddezza con cui questo ragazzo ha realizzato le sue prime reti nella massima serie; a meno di 19 anni, Grandolfo ha già attirato su di sè le attenzioni di molti club italiani e stranieri, tra cui Chelsea e Manchester United, ma lui ha di recente prolungato l'accordo con il Bari fino al 2014 e sembra intenzionato a rimanere lì per confermarsi.
Una bella storia, la sua, che si può paragonare a quelle di due portieri altrettanto giovani: Nicola Leali e Mattia Perin. Il primo è nato nel 1993, ieri non ha giocato ma domenica scorsa ha esordito in serie A con la maglia del Brescia, facendo subito vedere buone doti e destando l'attenzione di Juventus e Napoli; il secondo è più giovane di un anno, proviene dalla primavera del Genoa ed è già titolare nell'under 18 azzurra, e non ha mostrato la minima emozione quando i giocatori del Cesena l'hanno chiamato in causa. Per entrambi, molti degli addetti ai lavori auspicano una carriera ricca di soddisfazioni, con le maglie di grandi club e, magari, anche con quella della Nazionale. Parlando di giovani promesse, non si può di certo trascurare la Fiorentina, che da sempre cerca nuovi talenti da formare e mettere in mostra: ieri a Brescia ha giocato da titolare in attacco Babacar, 18 anni compiuti da poco, e nel secondo tempo è stato affiancato da Ljajic, non ancora ventenne, e Seferovic, classe '92, per un'età media di circa 19 anni; tutto questo senza dimenticare Camporese, difensore che già ha mostrato una notevole personalità in questa stagione, e Jovetic, che con i suoi quasi 22 anni potrebbe essere considerato un "veterano", e dopo un anno di stop forzato per infortunio è pronto a tornare in campo.
Ultimo ma non ultimo, va segnalato un altro ragazzino della Primavera del Brescia, anche lui esordiente ieri con la maglia delle Rondinelle; si chiama Lorenzo Tassi, è nato nel febbraio del 1995, e ieri è diventato il secondo giocatore più giovane a scendere in campo in serie A con i bresciani (il primo è stato un certo Andrea Pirlo, pochi mesi dopo la nascita dello stesso Tassi). Corioni parla di lui come di un nuovo Roberto Baggio, un paragone forse azzardato ed eccessivo per un ragazzo di appena 16 anni, anche se ieri sul campo ha mostrato subito una buona personalità e nessun timore reverenziale; da lui, dal già citato Leali, e da altri giovani interessanti come loro il Brescia intende ripartire per tornare subito nella massima serie.
La grande speranza per il nostro calcio è che a questi giovani non vengano riservate solo le briciole di un campionato, o piccole apparizioni nei minuti finali di una partita, bensì uno spazio molto maggiore nell'arco di un'intera stagione; in tutta Europa ci sono vari esempi di formazioni d'alto livello che puntano sui talenti del vivaio per costruire cicli vincenti, ultimo tra tutti il Borussia Dortmund, campione di Germania con una squadra dall'età media di 23 anni e poco più. Con questi auguri salutiamo l'esordio di tanti giovani nella nostra Serie A, sperando che per loro sia solo l'inizio di una lunga e fortunata carriera.

domenica 15 maggio 2011

Il re di coppa

L'anno scorso, era stato Carletto Ancelotti a far grande il nome dell'Italia in Premier League, centrando alla sua prima stagione inglese l'accoppiata titolo-coppa nazionale con il suo Chelsea. Quest'anno, un altro allenatore italiano è riuscito a portare a casa un trofeo nello stesso campionato: Roberto Mancini, che ieri ha alzato al cielo la F.A. Cup da allenatore del Manchester City nel mitico stadio di Wembley.
Arrivato l'anno scorso alla corte dello sceicco Mansur, e dopo una prima stagione in cui aveva mancato gli obiettivi principali, stavolta il tecnico di Jesi ha dimostrato la bontà degli investimenti estivi della dirigenza, che hanno portato nella sua rosa campioni come Silva, Yaya Touré, Kolarov, Milner e il nostro Balotelli, riuscendo ad ottenere la prima, storica qualificazione in Champions League e riportando a casa la coppa più antica del mondo, ponendo fine a un digiuno di titoli durato 42 anni.
Proprio l'affermazione di sabato pomeriggio in F.A. Cup è stata, inoltre, l'ennesima prova del rapporto particolare che lega il Mancio alle coppe nazionali: questa è infatti l'undicesima volta che riesce a portare a casa questo trofeo, sommando i suoi successi da giocatore e da allenatore. Fin dai tempi in cui era la bandiera della Sampdoria, infatti, Mancini ha ottenuto il suo primo successo importante vincendo la Coppa Italia nel 1985, trofeo portato a casa anche nel 1988, 1989 e 1994; in quel caso, fu solo l'inizio della grande cavalcata dei doriani, che riuscirono a vincere uno storico Scudetto e una Coppa delle Coppe e persero ai supplementari una finale di Coppa dei Campioni contro il fortissimo Barcellona. Anche quando si è trasferito a Roma, sponda laziale, nella parte conclusiva della sua carriera, il Mancio ha mostrato un feeling particolare con la Coppa Italia, che ha vinto altre due volte, nel '98 e nel 2000, anno dello storico secondo Scudetto laziale.
Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, il tecnico di Jesi è diventato quasi subito allenatore, e anche in questa nuova veste ha subito ottenuto successi e riconoscimenti; inutile dire che i primi trofei sono stati rappresentati ancora una volta dalla Coppa Italia, vinta prima con la Fiorentina nel 2001, poi con la Lazio nel 2004, e infine con l'Inter nel 2005 e nel 2006, diventando l'unico allenatore ad aver portato a casa la coppa per 3 anni di fila. Un'ulteriore statistica testimonia il rapporto particolare che ha legato da sempre il Mancio a questo trofeo: è infatti il giocatore che ha collezionato più presenze nella storia della Coppa Italia, ben 120, una in più di Beppe Bergomi.
Da tifosi italiani, possiamo solo augurargli che quella di sabato sia la prima di tante vittorie alla guida del Manchester City, e in questo caso i precedenti fanno ben sperare: la coppa nazionale è sempre stato il trofeo che ha inaugurato le serie vincenti del Mancio; è accaduto sia con la Sampdoria e con la Lazio da giocatore, che con l'Inter da allenatore. Precedenti ben auguranti per i supporter dei Citizens, da tanti anni surclassati dai rivali cittadini dello United e dall'instancabile Sir Alex Ferguson, che sabato si è portato a casa l'ennesima Premier della sua carriera. Un avversario decisamente ostico, ma che di certo non spaventa il tecnico italiano, che oggi intanto sorride per la F.A. Cup, l'ennesima coppa nella sua incredibile bacheca.

venerdì 6 maggio 2011

Una coppa "inutile"?

Le partite di ieri sera hanno sancito il dominio del Portogallo in questa edizione dell'Europa League (quella che da nostalgici continuiamo a chiamare Coppa UEFA). Nella finale di Dublino, infatti, saranno di fronte il Porto di Villas Boas, già considerato da molti come l'erede di Mourinho, e il Braga, squadra meno nobile ma che si è portata a casa "scalpi" illustri come quelli di Liverpool, Dinamo Kiev e Benfica. Per l'ottava volta nella storia della competizione ci sarà un derby in finale, e viene quasi da sorridere al pensiero che nella metà delle occasioni le protagoniste di questi derby erano squadre italiane.
Fin dalla sua creazione, nel lontano 1958 (all'epoca e fino al '71 si chiamava Coppa delle Fiere), la Coppa UEFA è sempre stata considerata la meno importante delle tre competizioni europee per club, sovrastata dalle ben più ambite Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe. Nonostante questo, ha sempre riservato un buon numero di soddisfazioni per le compagini italiane (ha rappresentato, ad esempio, il primo trofeo continentale della Juventus, nel 1977), che ad un certo punto avevano praticamente monopolizzato questa coppa. Si può infatti notare che, dal 1988-89 al 1998-99, ben 14 squadre italiane hanno disputato la finale, portando a casa il trofeo per 8 volte; in pratica, uno dei nostri team ha partecipato all'atto conclusivo di questa manifestazione in ognuna delle edizioni citate (unica eccezione la stagione 1995-96), con ben 4 derby. E' andata ad arricchire le bacheche di Napoli (1989), Juventus (1990 e 1993), Inter (1991, 1994 e 1998) e Parma (1995 e 1999), ha visto le grandi imprese di Fiorentina, Roma, Torino, Lazio (finaliste in 4 occasioni), oltre al Genoa di Bagnoli e al Cagliari di Bruno Giorgi, splendide protagoniste in altre due edizioni del torneo.
Un vero e proprio monopolio, che purtroppo si è interrotto dopo le grandi riforme che hanno coinvolto le competizioni europee per club nel 1999: da quell'anno, infatti, è aumentato il numero di partecipanti alla Champions League, mentre l'eliminazione della Coppa delle Coppe doveva servire a dare ulteriore risalto alla Coppa UEFA e renderla ancor più appetibile alle squadre che vi partecipavano. Nonostante questo, le squadre italiane hanno iniziato a considerare questa competizione sempre più come un peso, un torneo di scarsa importanza, una perdita di tempo ed energie, e l'hanno snobbata schierando spesso formazioni rimaneggiate; il risultato è stato che da allora nessuna compagine italiana è più arrivata in finale, con sconfitte anche pesanti e prestazioni modeste durante la manifestazione. All'inizio nessuno ha mai dato troppo peso a questo, ma con il passare delle stagioni l'importanza dei risultati in questa presunta "coppetta" è apparsa evidente nel ranking UEFA, il sistema a punti che stabilisce quante squadre per ogni nazione potranno prendere parte alla Champions e all'Europa League. In questa classifica, dopo essere stata a lungo in posizioni di vertice, l'Italia ha perso sempre più punti, tanto che la prossima sarà l'ultima edizione con 4 squadre in Coppa dei Campioni; nel 2012-13 cederemo questo vantaggio alla Germania, per la prima volta dopo le riforme del 1999.
Questa è di certo una grande sconfitta per il nostro calcio, e tutti si attendono una risposta dalla Federazione e dai club, i maggiori indiziati per questa figuraccia a livello europeo. Non sarà facile tornare ad avere posizioni di vertice, ma bisogna cominciare a lavorare seriamente in questa direzione, innanzitutto convincendo presidenti, allenatori e giocatori che questa "coppa di serie B" ha un suo valore e va ugualmente onorata. Speriamo che l'aumento dei guadagni economici stabilito dall'ennesima riforma (quella che ha portato alla creazione di questa Europa League) sia un buon incentivo per affrontare seriamente questo torneo e, magari, riuscire a riportarlo finalmente in Italia. Perchè è bello vedere una squadra che vince, ma lo è ancora di più se quella squadra porta i colori della tua nazione...

giovedì 28 aprile 2011

Due lampi nel buio


Il day-after del primo confronto di Champions tra Real e Barcellona porta con sé una domanda: cosa sarebbe successo senza quel rosso severo a Pepe? Ovviamente non esiste una risposta, ma di sicuro avremmo visto una partita diversa, probabilmente sulla falsariga di quella che era stata per 60 minuti: un match di calci e tensione, piuttosto che di calcio.
Sì, perchè fino a quell'episodio la gestione di Mourinho sembrava quella giusta, forse l'unica possibile contro una formazione che gioca in modo magnifico: tanto pressing, squadra cortissima, tutti dietro la linea del pallone ad attendere l'errore dell'avversario e a ripartire con i contropiede; l'ormai celebre "manita" del resto aveva insegnato a tutti che provare a giocarsela contro il Barça poteva essere un suicidio. Il pareggio della Liga e la vittoria in Copa del Rey gli avevano dato ragione, e in molti avevano cominciato a pensare a Mou come al favorito anche in questa doppia sfida di Champions. La partita in sé non aveva dato indicazioni in merito, ma dopo l'espulsione ha inesorabilmente sorriso ai blaugrana, condannando il Madrid a una nuova, cocente delusione, e spegnendo forse i suoi sogni di gloria europea.
Già, l'espulsione: si potrebbe stare per ore davanti alla moviola per capire l'entità del fallo di Pepe e si può criticare l'operato di Stark e del suo assistente per aver preso una decisione severa che ha indubbiamente indirizzato la gara. Ma è anche evidente che quando giochi una partita mettendola sul contatto e sull'intimidazione, con entrate dure e spesso al limite, il rischio di andare oltre e venire penalizzato dall'arbitro c'è. Il Real si è lamentato di giocare sempre in 10 contro gli odiati rivali, ma in quelle occasioni i rossi erano stati molto più netti, sia per gioco duro (Ramos) che per fallo da ultimo uomo (Albiol). Certo, il comportamento di alcuni giocatori del Barça, che accentuavano e esasperavano ogni contatto (su tutti Busquets, non nuovo a questi comportamenti...), non è stato bello da vedere, e il clima generale di tensione e astio che si è creato tra queste due squadre e i rispettivi allenatori non è stato un buon biglietto da visita per il calcio; uno spettacolo indegno delle grandi premesse che accompagnavano questa partita, una prassi che troppo spesso si ripete nelle occasioni importanti, quando la paura di perdere soffoca la bellezza del gioco del pallone.
E allora, da amante di questo sport, mi consolo alla vista di colui che è riconosciuto, ormai unanimemente, come l'unico e vero erede di Maradona: Leo Messi. Due reti, due lampi di classe nel buio di questa partita tattica e noiosa, il secondo dopo una splendida azione in velocità a saltare tutta la difesa avversaria. A 23 anni ha già vinto tutto con il suo club ed è entrato di diritto nella ristretta lista dei fenomeni del calcio, tanto che qualcuno ha iniziato a dire che la Pulce è persino superiore a Diego; paragoni come sempre impossibili da fare, come quelli tra il Pibe e il rivale di sempre, Pelè, per mille motivazioni, ma di sicuro Leo è il giocatore più forte in questo momento e può scrivere pagine importanti nella storia di questo sport. Molto probabilmente non avremmo visto questa nuova prodezza senza l'espulsione; può essere questa la vera consolazione per chi da sempre preferisce il Calcio ai calci...

lunedì 18 aprile 2011

Il graffio del Panterone

L'ultima giornata di Campionato è stata probabilmente decisiva per quanto riguarda la lotta al titolo: con la vittoria del Milan contro la Samp, i rossoneri si sono portati a +6 sul Napoli e +8 sull'Inter, entrambe sconfitte. Un allungo importante, a 5 gare dalla conclusione del torneo, e che ha messo in luce ancora una volta la qualità e l'importanza della rosa dei rossoneri, e in particolare di un giocatore che è stato spesso criticato e sottovalutato, ma ancora una volta ha impresso il suo marchio nella corsa allo Scudetto: sto parlando di Clarence Seedorf.



Fin dal suo arrivo in Italia, il Panterone (come lo chiama affettuosamente l'amico ed ex compagno di squadra Costacurta) non ha mai riscosso il pieno consenso del suo pubblico, eppure ha più volte messo in mostra il suo talento e la sua freddezza nelle partite che contano. Del resto, i numeri parlano per lui: esordisce a meno di 17 anni in Eredivisie con la maglia dell'Ajax, a 19 è già Campione d'Europa con i lancieri (nel 1995, nella finale proprio contro il Milan) e ha già debuttato nella Nazionale olandese, l'anno dopo esordisce nel nostro campionato con la maglia della Sampdoria e, dopo aver disputato una buona stagione, viene acquistato dal Real Madrid; credo che difficilmente un calciatore appena ventenne possa sognare un simile inizio di carriera (a meno che non si chiami Messi o Balotelli...).
Il resto della sua carriera non è stata certo da meno: se si fa eccezione per l'Inter, Seedorf ha vinto titoli in ognuna delle squadre con cui ha giocato; oltre alle quattro Coppe dei Campioni conquistate con tre club diversi (2 con il Milan e 1 con Real Madrid e, come detto, Ajax), primo giocatore a riuscire a compiere questa particolare "impresa", bisogna ricordare 4 Campionati e 6 Coppe e Supercoppe tra Olanda, Spagna e Italia, 2 Supercoppe d'Europa, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Mondiale per Club. Un palmares eccezionale, che fa invidia a tantissimi calciatori, ma non è mai stato sufficiente per metterlo al riparo da critiche, discussioni o addirittura contestazioni da parte dei suoi stessi tifosi.
Clarence vive questa situazione paradossale fin dal suo ritorno in Italia, quando a gennaio del 2000 arrivò a Milano ma sulla sponda nerazzurra; in tre stagioni con l'Inter lascia poche tracce del suo passaggio, gli allenatori non riescono a trovare la posizione giusta per lui, e le sue prestazioni troppo alterne lo portano alla cessione ai "cugini" milanisti nell'estate del 2002. Con Ancelotti, però, l'olandese ritrova la verve e la convinzione dei giorni migliori e diventa una colonna inamovibile della squadra che in pochi anni vince tutto, in Italia e in Europa, e in molte di queste vittorie riveste il ruolo del protagonista; i suoi gol non sono mai banali, arrivano spesso nelle partite che contano, quelle in cui un vero campione si eleva oltre la media dei compagni e fa la differenza. A Monaco di Baviera ricordano benissimo la sua grande partita del 2007, quando il Milan aveva l'obbligo di vincere, e ci riuscì grazie ad un suo gol e ad un suo splendido assist di tacco per Inzaghi.
Ma anche nel Milan, nonostante tutto, Seedorf si è ritrovato più volte al centro delle critiche dei tifosi, che gli contestano la poca corsa e lo scarso impegno in alcune partite, tanto che in più occasioni sono arrivati a fischiarlo pesantemente; nella prima parte dell'ultima stagione, inoltre, anche la società sembrava aver perso un po' di fiducia in lui, tanto che con il nuovo allenatore Allegri ha iniziato molte partite dalla panchina.
Con molta professionalità, Clarence ha aspettato il suo momento, ha accettato le panchine e quando è stato chiamato in causa si è fatto trovare pronto, riguadagnando la fiducia dell'allenatore e un ruolo da protagonista. Le ultime 3 partite sono state l'emblema di questa ritrovata importanza: una prestazione eccellente nel derby e altre due splendide gare contro Fiorentina e Sampdoria, entrambe condite da gol.
Forse è vero che corre meno di altri giocatori, anche per via degli ormai 35 anni raggiunti, e che in alcune occasioni sembra assolutamente avulso dalla partita, ma credo che ad un campione si possano perdonare alcune gare sottotono, soprattutto se questi risulta decisivo quando più conta; e in queste ultime partite, che potrebbero aver lanciato il Milan verso il titolo, c'è l'indelebile firma del Panterone.