Dopo alcuni mesi di sospensione per il lock-out, lo sciopero dei giocatori, da Natale è ricominciato il massimo campionato di basket del mondo, la NBA, che come ogni anno regala agli appassionati tante emozioni e incanta per le storie incredibili dei protagonisti che consacra di stagione in stagione. Il 2012 potrebbe essere l'anno del primo, sospirato titolo di LeBron James, o l'anno dell'affermazione di Derrick Rose, o l'anno della rivincita degli eterni perdenti, i Los Angeles Clippers. In queste ultime settimane, tuttavia, l'attenzione di tutti si è spostata su un giocatore finora sconosciuto ai più, salito all'onore delle cronache per le sue prestazioni sempre più convincenti: si tratta di Jeremy Lin, guardia dei New York Knicks.
Sulla squadra della Grande Mela c'è da sempre una pressione incredibile, perché la franchigia ha sempre fatto la storia della NBA (è l'unica, insieme ai Boston Celtics, a non aver mai cambiato sede dalla creazione della lega) e il "palcoscenico", il celebre Madison Square Garden, è divenuto uno dei luoghi di culto del basket americano; nonostante le attese, tuttavia, un titolo manca dal lontano 1973, e le sole due finali giocate e perse da allora ad oggi, nonostante la presenza di una grande stella come Patrick Ewing, non hanno ovviamente accontentato i tantissimi fan newyorchesi. Per questo motivo, dall'estate del 2010, la dirigenza ha iniziato a lavorare per rinforzarsi, e ha scelto come guida una vecchia conoscenza del basket italiano: Mike D'Antoni, giocatore e allenatore con Milano e Treviso. Sono arrivati prima Amar'e Stoudemire, poi Carmelo Anthony (con il sacrificio di un altro italiano, Danilo Gallinari), quindi in estate è stato preso Tyson Chandler, fresco campione con Dallas nel 2011, e al gruppo si è aggiunto anche Baron Davis, giocatore di indubbio estro e talento, ma i risultati non sono migliorati granché rispetto al passato; vero che i Knicks la scorsa stagione hanno rivisto i playoff dopo 7 anni (sconfitti al primo turno da Boston), ma il gioco e il rendimento sono stati al di sotto delle attese; la partenza non proprio positiva di questa stagione, con evidenti problemi di gioco e di convivenza tra le due stelle della squadra, ha messo in discussione il lavoro della dirigenza e il posto di D'Antoni.
Nel momento più difficile, del tutto inaspettato, ecco arrivare lui, il più improbabile degli eroi: Jeremy Lin, un ragazzo di 23 anni proveniente da Harvard. Di origini asiatiche (padre di Taiwan, madre cinese), dopo essere uscito dal college nel 2010 era stato messo sotto contratto dai Golden State Warriors, senza mai ottenere un posto fisso in squadra, e all'inizio di questa stagione era stato "tagliato" dagli stessi Warriors e dagli Houston Rockets, in cui era in prova; a quel punto, New York ha deciso di dargli una chance, l'ha fatto giocare nella D-League (la lega parallela in cui i giocatori con poco spazio nella NBA possono mettersi in mostra e migliorarsi), e a gennaio l'ha chiamato in prima squadra. Lin ha ripagato la fiducia del suo mister e ha infiammato l'ambiente inanellando una serie di 3 partite incredibili, tutte vinte dai Knicks anche grazie a lui: 25 punti contro New Jersey, 28 contro Utah, 23 a Washington; il tutto con una gestione del gioco quasi da veterano, e senza l'apporto delle due star della squadra, Stoudemire e Anthony, indisponibili dalla seconda partita. Molti a New York hanno iniziato a gioire per la sua improvvisa esplosione e hanno parlato di un nuovo fenomeno del basket NBA, tanti altri invece hanno cercato di calmare gli animi, ricordando che non basta un exploit del genere a far diventare un buon giocatore un fenomeno. Ma Lin non si è scomposto, e questa volta ha dato un'ulteriore dimostrazione del suo momento di grazia: contro i temibili Los Angeles Lakers di Kobe Bryant, la giovane guardia ha messo a segno ben 38 punti, con giocate di una maturità incredibile, e ha letteralmente trascinato i suoi Knicks alla quarta vittoria consecutive, tra l'entusiasmo e la gioia degli spettatori del Garden.
Mike D'Antoni, che ha scommesso molto su di lui, è ovviamente felice per la risposta che ha ottenuto, e si è detto convinto che il ragazzo si dimostrerà un giocatore vero e continuerà a migliorare in futuro; i tifosi l'hanno già fatto diventare un idolo, coniando per lui termini come Linsanity (pazzia per Lin) e ribattezzando la squadra New York Lins. Da parte sua, il ragazzo non sembra essersi montato la testa per questa celebrità improvvisa, cerca di rimanere concentrato sul gioco e di mantenere lo stesso impegno mostrato finora, e non manca di sottolineare l'importanza della squadra piuttosto che del singolo. E' innegabile però che in questo momento della stagione la vera star della NBA è proprio lui, e tutti sono ansiosi di assistere a nuove importanti performance e di capire fin dove potranno arrivare i Knicks con il rientro di tutti i giocatori e una maggiore amalgama nella squadra; il sogno di tutti, inutile dirlo, può essere solo la conquista di quel titolo che da troppi anni manca nella Grande Mela, una città talmente appassionata di basket, che anche la Statua della Libertà (secondo i newyorchesi) ha la mano alzata perché vuole ricevere palla sotto canestro.
Amo definirmi uno spirito libero, un giovane sospeso tra l'ancora fresca vita da studente e la nuova avventura alla ricerca di un lavoro e di una stabilità. Per il resto, non mi piace esprimere giudizi sulla mia persona e sul mio carattere, lascio agli amici l'arduo compito.
sabato 11 febbraio 2012
venerdì 3 febbraio 2012
Solo un mese fa, tutti i giornali e gli "esperti" del mondo del pallone lo davano ormai per finito, spesso costretto in tribuna dagli infortuni e incapace di trovare la via del gol con la facilità degli anni migliori. Molti giudicavano folle la dirigenza dell'Inter per essersi privata di un bomber come Eto'o ed aver tenuto lui, più "anziano" di due anni e deludente nella precedente stagione. E invece, Diego Alberto Milito non si è fatto intimidire dalle critiche, è andato avanti per la sua strada, e lo splendido poker di reti realizzato due giorni fa ha sancito la sua definitiva rinascita e il ritorno ad una media-gol adeguata ai suoi anni precedenti.
Argentino ma di chiara origine italiana (i nonni erano originari di Terranova da Sibari, presso Cosenza), Milito è cresciuto calcisticamente nel Racing di Avellaneda, che con lui in squadra vince il campionato d'Apertura del 2001, ben 35 anni dopo l'ultima volta; è in questo periodo della carriera che i tifosi, come accade ad ogni calciatore, scelgono per lui un soprannome: El Principe, per via della somiglianza fisica e tecnica con un altro grande calciatore sudamericano, l'uruguaiano Enzo Francescoli, anche lui soprannominato così. Dopo alcune buone stagioni con il Racing, il destino di Milito si lega per la prima volta con il calcio italiano: a gennaio del 2004, il presidente del Genoa Enrico Preziosi punta su di lui per rinforzare la squadra e riportarla in serie A dopo quasi 10 anni di assenza; il Principe ripaga la fiducia in modo più adeguato, andando a segno ben 33 volte in un anno e mezzo sotto la Lanterna, e il 2005 si chiude con la tanto sospirata promozione nella massima serie del calcio italiano. Purtroppo per lui e per i tifosi genoani, però, in estate esplode lo scandalo della combine nell'ultima partita del campionato, Genoa-Venezia, finita 3-2 e decisiva per la promozione dei rossoblu, e la penalizzazione per i Grifoni è durissima: retrocessione immediata in serie C1; il sogno della serie A si tramuta in un incubo, e per ripartire da 0 la squadra è costretta a vendere buona parte dei suoi migliori giocatori, tra cui appunto Milito.
Acquistato dal Real Saragozza, squadra in cui già milita suo fratello Gabriel, il Principe ha l'occasione di mettersi in mostra anche nella Liga, e in tre anni mette a segno ben 53 reti, classificandosi secondo nella classifica dei marcatori del 2007, alle spalle di Van Nistelrooy, bomber olandese del Real Madrid. Proprio contro i madrileni, Milito si rende protagonista di una partita memorabile: il 9 febbraio del 2006, nella semifinale di Coppa del Re, realizza un incredibile poker di reti nel 6-1 complessivo della sua squadra contro le merengues, risultato che vale al Saragozza la finale contro l'Espanyol, poi persa. Dopo due buone stagioni, con tanto di qualificazione in UEFA, nel 2008 la squadra aragonese ha un brusco calo di rendimento, e alla fine dell'anno retrocede clamorosamente in Segunda Division; Milito fa comunque del suo meglio, segnando 17 reti e risultando il migliore dei suoi, ma al termine della stagione rischia di sprofondare nella seconda serie spagnola, perché nessuno pare interessato al suo acquisto. Proprio negli ultimi giorni di mercato, però, il suo vecchio presidente Preziosi si ricorda di lui, e decide di riportarlo al Genoa, che nel frattempo ci ha messo solo due anni per cancellare l'onta dello scandalo e ritornare finalmente in serie A.
Acquistato proprio nelle ultime ore del mercato estivo, il Principe esordisce nel massimo campionato italiano, contro il Milan, e segna il primo di 24 gol, record per un giocatore del Genoa in serie A, piazzandosi ancora secondo nella classifica marcatori dietro l'interista Ibrahimovic; i tifosi rossoblu, che non hanno mai smesso di tifare per lui, sono esaltati dalle sue prestazioni, soprattutto nei derby contro i rivali della Sampdoria, in cui realizza ben 4 reti, tutte decisive per dare la vittoria alla sua squadra, e alla fine della stagione festeggiano una meritata qualificazione in Coppa UEFA. E' a questo punto, ormai trentenne, che il Principe riceve finalmente la chiamata di una grande: l'Inter di Mourinho decide di puntare su di lui per affermarsi in Italia e in Europa. In realtà la vera stella di quel mercato è Eto'o, acquistato dal Barcellona, ma ben presto Milito dimostra di non essere da meno, e a suon di gol si conquista la fiducia di tutti e, alla fine, risulta decisivo per la realizzazione dello storico Triplete nerazzurro; segna in finale di Coppa Italia contro la Roma, nell'ultima di campionato a Siena, e infine realizza una doppietta nella magica finale di Champions contro il Bayern Monaco: in totale, sono 30 reti in stagione, suo record personale. Si guadagna anche un posto per i Mondiali 2010 in Sudafrica, ma il rapporto con la Nazionale non è lo stesso che ha con i club: Maradona gli preferisce sempre Higuain come punta, e Milito non riesce a lasciare il segno nell'Albiceleste.
Dopo la sua annata migliore, però, il Principe sembra entrare nella fase calante della sua carriera: il 2011 è una stagione molto deludente, Milito è spesso fuori per infortunio, e quando gioca non riesce più ad andare in rete con la stessa continuità; fallisce un rigore nella Supercoppa Europea, in Champions segna solo nella sfortunata partita casalinga contro lo Schalke, persa 5-2 dai nerazzurri, e in campionato si ferma a soli 5 gol dopo i 22 dell'anno prima. La squadra si aggiudica comunque Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e Coppa Italia (Milito segna in queste ultime due competizioni), ma la sensazione è che ci sia bisogno di rinnovamento, e il Principe è uno dei candidati a partire per far spazio a nuovi giocatori. Tuttavia il nuovo mister Gasperini, che lo ha allenato a Genova, gli rinnova la fiducia e lo ritiene un titolare inamovibile; Milito lo ripaga con una doppietta contro il Palermo nella prima di campionato, ma i risultati della squadra tardano ad arrivare, e dopo poche partite arriva l'inevitabile esonero. Con l'arrivo di Claudio Ranieri, le cose per il Principe sembrano peggiorare: il suo posto da titolare non è più certo, e inoltre la scarsa tranquillità lo porta a mancare gol clamorosi; molti iniziano a mugugnare, lo danno per finito, ma il mister non si scompone e gli rinnova la fiducia. Ed ecco che, come nelle favole, ad un tratto il brutto anatroccolo si trasforma di nuovo in Principe: contro il Lecce in casa, Milito inaugura una serie di 4 partite consecutive a segno, compreso l'importantissimo derby con il Milan, vinto 1-0 grazie a lui, e dopo una giornata di "riposo" si mette ancora in evidenza contro il Palermo, a cui rifila ben 4 reti; in totale, ben 9 gol in 6 partite, che lo riportano nelle posizioni alte della classifica marcatori e lo rendono nuovamente un punto di riferimento nell'attacco dell'Inter.
Ora la stagione entra nel vivo, la Champions è alle porte, e i tifosi si augurano che la rinnovata vena del Principe sia decisiva per poter coltivare ancora ambizioni di classifica e puntare a far bene anche in Europa. Da parte sua, Milito non ha nessuna intenzione di fermarsi, e vuole mantenere alta la sua media-gol, che finora parla di oltre una rete ogni due partite con le squadre italiane, un bottino davvero invidiabile. Inoltre, è sempre vivo il sogno di riconquistare un posto nella sua Nazionale, l'unica squadra in cui finora non è riuscito a lasciare il segno; i Mondiali del 2014 sono ancora lontani, e la concorrenza è tanta e agguerrita, ma questo non frenerà di certo la voglia di gol del Principe, tornato finalmente quello di un tempo.
martedì 17 gennaio 2012
Ali bomaye!
Nello sport, ci sono atleti che restano in eterno nella memoria collettiva, che diventano icone per le grandi vittorie e le numerose imprese sportive ottenute durante la loro carriera, e che quando decidono di smettere entrano direttamente nella leggenda della loro disciplina. Nell'Olimpo del mondo della boxe, un uomo sicuramente brilla tra tanti, e rappresenta forse il primo, vero personaggio di questo sport, il più forte di tutti i tempi, il più grande sportivo del Novecento secondo alcuni; si tratta di Muhammad Alì, e oggi compie 70 anni.
Nato come Cassius Clay, comincia a praticare il pugilato già a 12 anni, e si mette in luce fin da dilettante, conquistando per la prima volta il proscenio mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, in cui conquista la medaglia d'oro. Quattro anni dopo, passato al professionismo, ottiene per la prima volta la corona dei pesi massimi, battendo per K.O. il campione in carica Sonny Liston, e subito dopo decide di convertisti all'Islam; da allora si fa chiamare Muhammad Ali, nome che raccoglie in sé l'onomastica di due personaggi fondamentali della religione musulmana, il profeta Maometto e Alì, uno dei nomi di Dio nel Corano, nonché uno dei più grandi Califfi dell'impero arabo. Combatte molte volte, difendendo il titolo con successo, poi nel 1967 viene destituito dalla federazione pugilistica a seguito del suo rifiuto di prestare servizio militare durante la guerra del Vietnam, un gesto che colpisce l'opinione pubblica americana, ancora lacerata dalle lotte per l'integrazione della popolazione nera nei confronti della maggioranza bianca; la sua giustificazione è perentoria:"Non vado a combattere qualcuno che non mi ha mai chiamato negro." Il clima di intolleranza l'aveva vissuto già qualche anno prima, quando nella sua Louisville gli era stato vietato l'ingresso in un ristorante perché di colore, e lui per rabbia e protesta aveva gettato in un fiume la medaglia vinta alle olimpiadi.
Tornato all'attività nel 1971, dopo aver conosciuto anche il carcere, in difficoltà economiche a causa della mancanza di incontri disputati, ma molti credono che la sua carriera sia già agli sgoccioli; Alì smentisce tutti, dando inizio alla parte migliore e più sfavillante della sua vita pugilistica. Perde ai punti la prima sfida per la riconquista dei titoli contro un altro grandissimo della boxe, Smokin' Joe Frazier, in quello che viene ricordato come il match del secolo e inaugura la feroce rivalità tra i due pesi massimi, ma questa sconfitta gli restituisce popolarità e credibilità; dopo una serie di vittorie contro atleti minori (tra cui Joe Bugner, conosciuto dal pubblico italiano per aver recitato in alcuni film di Bud Spencer) e una seconda sconfitta ai punti contro Ken Norton, vendicata prontamente nella rivincita, Alì riparte alla conquista del campionato del mondo: nel gennaio del 1974 batte Frazier, che nel frattempo ha perduto il titolo, sempre ai punti, quindi completa il suo capolavoro nel settembre dello stesso anno, sfidando George Foreman a Kinshasa, nello Zaire; in un match dominato fin dall'inizio a livello psicologico, in cui conquista il pubblico locale che lo incita tutto l'incontro con il celeberrimo "Alì bomaye!" (Alì uccidilo!), Alì sfianca l'avversario per otto riprese, incassando colpi tremendi senza reagire, per poi colpire Foreman quando è allo stremo, con una serie di pugni che lo mandano al tappeto e decretano la sua sconfitta per K.O. Un altro match leggendario è quello disputato un anno dopo a Manila, nelle Filippine, il terzo e ultimo scontro contro il grande rivale Joe Frazier, preceduto dalle provocazioni di Alì e dalla dura risposta del suo avversario ("Non voglio fargli male, lo voglio uccidere!"); nell'incontro forse più brutale di sempre, conosciuto come "The Thrilla in Manila" i due avversari si picchiano selvaggiamente per 14 riprese, entrambi sono allo stremo, ed è decisivo l'intervento dell'angolo di Frazier che getta la spugna per primo, consegnando la vittoria ad Alì, comunque in vantaggio ai punti.
Raggiunto l'apice, Muhammad conosce il lento e inesorabile declino dovuto all'età, non riesce più a vincere gli incontri per K.O. a causa anche della minore rapidità sul ring; dopo un altro grande match contro il potente Earnie Shavers, viene sconfitto ai punti nel 1978 da Leon Spinks, ma riesce a batterlo pochi mesi dopo nella rivincita, conquistando per la terza volta, a 36 anni e mezzo, il titolo di campione, e annunciando contemporaneamente il suo ritiro. Ha un ripensamento nel 1980, ma ormai l'età, e il terribile Morbo di Parkinson che già alberga dentro di lui, non gli lasciano scampo: subisce il primo K.O. tecnico da Larry Holmes, e un anno dopo si arrende ai punti a Trevor Berbick, mostrando una lentezza e una difficoltà nel parlare che testimoniano lo stato avanzato della malattia, che gli viene definitivamente diagnosticata nel 1984. E' il ritiro definitivo dall'attività agonistica, un epilogo amaro che non oscura la strepitosa carriera e soprattutto l'immagine scintillante di Muhammad Alì, che chiude con l'invidiabile record di 56 vittorie (di cui 37 per K.O.) in 61 incontri disputati.
Contemporaneamente inizia il match più duro della sua vita, quello contro il Parkinson, che lentamente lo divora nel fisico, ma non riesce a spezzare il carattere e la resistenza di Alì, come dimostrano le sue molteplici apparizioni in pubblico, la più commovente di tutte in occasione delle olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando è l'ultimo a portare la fiaccola olimpica; quel giorno, gli viene anche riconsegnata quella medaglia d'oro che più di 30 anni prima aveva gettato via per rabbia, come plateale gesto di protesta contro le discriminazioni razziali che ancora sconvolgevano e dividevano l'America. Nel 2005, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush lo ha insignito della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile statunitense.
La frase "vola come una zanzara, pungi come un'ape" racchiude bene il suo stile di combattimento, rivoluzionario per molti aspetti, fatto di rapidi spostamenti e una notevole agilità di gambe, accompagnata da insulti e provocazioni nei confronti dell'avversario, che rimaneva disorientato e finiva per scoprirsi, cedendo poi alla grande potenza dei pugni di Alì; il suo stile deriva dal fatto che non ama incassare, lui stesso si definisce più volte "troppo bello" per essere sfigurato dai tanti colpi, e allora preferisce ricorrere a questo diverso modo di combattere, che costituisce una vera e propria rivoluzione nel mondo della boxe, insieme al ricorso al "trash talking" gli insulti volgari rivolti all'avversario durante il match. Dominatore assoluto della scena, già prima di salire sul ring, Alì è diventato un'icona della cultura americana, ha saputo unire tutto un Paese profondamente diviso dal razzismo e dal pregiudizio, e ha rappresentato, insieme ai suoi mitici avversari Norton, Foreman e Frazier, una delle epoche migliori per il pugilato; forse solo Mike Tyson, dopo di lui, è riuscito ad avere una tale presa sulle folle, anche se Iron Mike ha fatto ricorso soprattutto alla forza bruta e alla potenza, e deve la sua fama anche alle tante vicissitudini dentro e fuori dal ring.
Oggi, come detto, compie 70 anni, festeggiato da tutta l'America e da tutti gli sportivi e appassionati del Mondo. Il suo grande rivale, Smokin' Joe Frazier, è venuto a mancare pochi mesi fa per un tumore al fegato, la sua battaglia più grande, quella contro il Parkinson, va avanti da quasi 30 anni, ma lui non ha nessuna di andare al tappeto, continua ad affrontare la vita ed il mondo a testa alta. Ed è per questo che anche oggi, proprio come in quella mitica notte africana del 1974, i suoi tifosi continuano ad incitarlo con quell'unico, inequivocabile grido: Alì bomaye!
Nato come Cassius Clay, comincia a praticare il pugilato già a 12 anni, e si mette in luce fin da dilettante, conquistando per la prima volta il proscenio mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, in cui conquista la medaglia d'oro. Quattro anni dopo, passato al professionismo, ottiene per la prima volta la corona dei pesi massimi, battendo per K.O. il campione in carica Sonny Liston, e subito dopo decide di convertisti all'Islam; da allora si fa chiamare Muhammad Ali, nome che raccoglie in sé l'onomastica di due personaggi fondamentali della religione musulmana, il profeta Maometto e Alì, uno dei nomi di Dio nel Corano, nonché uno dei più grandi Califfi dell'impero arabo. Combatte molte volte, difendendo il titolo con successo, poi nel 1967 viene destituito dalla federazione pugilistica a seguito del suo rifiuto di prestare servizio militare durante la guerra del Vietnam, un gesto che colpisce l'opinione pubblica americana, ancora lacerata dalle lotte per l'integrazione della popolazione nera nei confronti della maggioranza bianca; la sua giustificazione è perentoria:"Non vado a combattere qualcuno che non mi ha mai chiamato negro." Il clima di intolleranza l'aveva vissuto già qualche anno prima, quando nella sua Louisville gli era stato vietato l'ingresso in un ristorante perché di colore, e lui per rabbia e protesta aveva gettato in un fiume la medaglia vinta alle olimpiadi.
Tornato all'attività nel 1971, dopo aver conosciuto anche il carcere, in difficoltà economiche a causa della mancanza di incontri disputati, ma molti credono che la sua carriera sia già agli sgoccioli; Alì smentisce tutti, dando inizio alla parte migliore e più sfavillante della sua vita pugilistica. Perde ai punti la prima sfida per la riconquista dei titoli contro un altro grandissimo della boxe, Smokin' Joe Frazier, in quello che viene ricordato come il match del secolo e inaugura la feroce rivalità tra i due pesi massimi, ma questa sconfitta gli restituisce popolarità e credibilità; dopo una serie di vittorie contro atleti minori (tra cui Joe Bugner, conosciuto dal pubblico italiano per aver recitato in alcuni film di Bud Spencer) e una seconda sconfitta ai punti contro Ken Norton, vendicata prontamente nella rivincita, Alì riparte alla conquista del campionato del mondo: nel gennaio del 1974 batte Frazier, che nel frattempo ha perduto il titolo, sempre ai punti, quindi completa il suo capolavoro nel settembre dello stesso anno, sfidando George Foreman a Kinshasa, nello Zaire; in un match dominato fin dall'inizio a livello psicologico, in cui conquista il pubblico locale che lo incita tutto l'incontro con il celeberrimo "Alì bomaye!" (Alì uccidilo!), Alì sfianca l'avversario per otto riprese, incassando colpi tremendi senza reagire, per poi colpire Foreman quando è allo stremo, con una serie di pugni che lo mandano al tappeto e decretano la sua sconfitta per K.O. Un altro match leggendario è quello disputato un anno dopo a Manila, nelle Filippine, il terzo e ultimo scontro contro il grande rivale Joe Frazier, preceduto dalle provocazioni di Alì e dalla dura risposta del suo avversario ("Non voglio fargli male, lo voglio uccidere!"); nell'incontro forse più brutale di sempre, conosciuto come "The Thrilla in Manila" i due avversari si picchiano selvaggiamente per 14 riprese, entrambi sono allo stremo, ed è decisivo l'intervento dell'angolo di Frazier che getta la spugna per primo, consegnando la vittoria ad Alì, comunque in vantaggio ai punti.
Raggiunto l'apice, Muhammad conosce il lento e inesorabile declino dovuto all'età, non riesce più a vincere gli incontri per K.O. a causa anche della minore rapidità sul ring; dopo un altro grande match contro il potente Earnie Shavers, viene sconfitto ai punti nel 1978 da Leon Spinks, ma riesce a batterlo pochi mesi dopo nella rivincita, conquistando per la terza volta, a 36 anni e mezzo, il titolo di campione, e annunciando contemporaneamente il suo ritiro. Ha un ripensamento nel 1980, ma ormai l'età, e il terribile Morbo di Parkinson che già alberga dentro di lui, non gli lasciano scampo: subisce il primo K.O. tecnico da Larry Holmes, e un anno dopo si arrende ai punti a Trevor Berbick, mostrando una lentezza e una difficoltà nel parlare che testimoniano lo stato avanzato della malattia, che gli viene definitivamente diagnosticata nel 1984. E' il ritiro definitivo dall'attività agonistica, un epilogo amaro che non oscura la strepitosa carriera e soprattutto l'immagine scintillante di Muhammad Alì, che chiude con l'invidiabile record di 56 vittorie (di cui 37 per K.O.) in 61 incontri disputati.
Contemporaneamente inizia il match più duro della sua vita, quello contro il Parkinson, che lentamente lo divora nel fisico, ma non riesce a spezzare il carattere e la resistenza di Alì, come dimostrano le sue molteplici apparizioni in pubblico, la più commovente di tutte in occasione delle olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando è l'ultimo a portare la fiaccola olimpica; quel giorno, gli viene anche riconsegnata quella medaglia d'oro che più di 30 anni prima aveva gettato via per rabbia, come plateale gesto di protesta contro le discriminazioni razziali che ancora sconvolgevano e dividevano l'America. Nel 2005, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush lo ha insignito della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile statunitense.
La frase "vola come una zanzara, pungi come un'ape" racchiude bene il suo stile di combattimento, rivoluzionario per molti aspetti, fatto di rapidi spostamenti e una notevole agilità di gambe, accompagnata da insulti e provocazioni nei confronti dell'avversario, che rimaneva disorientato e finiva per scoprirsi, cedendo poi alla grande potenza dei pugni di Alì; il suo stile deriva dal fatto che non ama incassare, lui stesso si definisce più volte "troppo bello" per essere sfigurato dai tanti colpi, e allora preferisce ricorrere a questo diverso modo di combattere, che costituisce una vera e propria rivoluzione nel mondo della boxe, insieme al ricorso al "trash talking" gli insulti volgari rivolti all'avversario durante il match. Dominatore assoluto della scena, già prima di salire sul ring, Alì è diventato un'icona della cultura americana, ha saputo unire tutto un Paese profondamente diviso dal razzismo e dal pregiudizio, e ha rappresentato, insieme ai suoi mitici avversari Norton, Foreman e Frazier, una delle epoche migliori per il pugilato; forse solo Mike Tyson, dopo di lui, è riuscito ad avere una tale presa sulle folle, anche se Iron Mike ha fatto ricorso soprattutto alla forza bruta e alla potenza, e deve la sua fama anche alle tante vicissitudini dentro e fuori dal ring.
Oggi, come detto, compie 70 anni, festeggiato da tutta l'America e da tutti gli sportivi e appassionati del Mondo. Il suo grande rivale, Smokin' Joe Frazier, è venuto a mancare pochi mesi fa per un tumore al fegato, la sua battaglia più grande, quella contro il Parkinson, va avanti da quasi 30 anni, ma lui non ha nessuna di andare al tappeto, continua ad affrontare la vita ed il mondo a testa alta. Ed è per questo che anche oggi, proprio come in quella mitica notte africana del 1974, i suoi tifosi continuano ad incitarlo con quell'unico, inequivocabile grido: Alì bomaye!
domenica 1 gennaio 2012
L'eterno Sir Alex
Se è vero che nel calcio le cosiddette "bandiere", ovvero quei giocatori che trascorrono lunghissimi periodi di tempo, se non l'intera carriera, con un'unica squadra, sono diventati una merce sempre più rara, figurarsi quanto può ritenersi eccezionale il caso di un allenatore che resiste sulla stessa panchina da quasi ventisei stagioni consecutive; la panchina in questione è quella, prestigiosissima, del Manchester United, e il tecnico che può vantare questo incredibile primato è Alexander Chapman Ferguson, o se preferite Sir Alex, uno dei grandi vincenti nella storia del calcio inglese e mondiale. E dire che gli anni dell'adolescenza non lasciavano minimamente presagire questi successi come manager: nato da una famiglia operaia, poco propenso agli studi, Ferguson si è fatto le ossa come apprendista in una fabbrica prima che su un campo di calcio. Attaccante discreto, ma sempre confinato nell'ambito calcistico della sua Scozia, non ha mai avuto la fortuna di alzare al cielo nessun trofeo da giocatore, se si eccettuano due promozioni dalla First Division (la serie B scozzese) e un titolo di capocannoniere.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel 1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel 1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.
lunedì 19 dicembre 2011
Si può passare da giovane scoperta e grande rivelazione dell'anno all'esonero nel giro di appena tre mesi? Sì, soprattutto se sei l'allenatore del Palermo e il tuo presidente si chiama Maurizio Zamparini, un uomo che definire "vulcanico" è un eufemismo. Se n'è accorto questa mattina Devis Mangia, l'ultimo di una lunga lista di allenatori chiamati in panchina e mandati a casa in tempi più o meno brevi e senza troppi giri di parole; e dire che, appena il giorno dopo il suo esordio in panchina, il giovane allenatore era stato paragonato a Wenger proprio dal suo presidente!
E' stata un'avventura breve ma sorprendente, quella di Devis Mangia, 37 anni, calciatore solo a livello di giovanili (faceva il portiere) e fino a pochi mesi prima allenatore della Primavera di Varese e Palermo, con poche esperienze in prima squadra (il massimo risultato proprio a Varese, portato dall'Eccellenza alla C2 qualche anno prima); un perfetto signor Nessuno, insomma, almeno fino al 31 agosto di quest'anno, quando viene promosso alla guida tecnica del Palermo in sostituzione di Stefano Pioli, esonerato dopo appena due mesi dall'ingaggio a causa dell'eliminazione in Europa League. A dirla tutta, Mangia sembra inizialmente una soluzione di ripiego, un allenatore provvisorio, visto che il campionato è alle porte e c'è poco tempo per trovare una nuova soluzione, ma è proprio la prima di Serie A a cambiare le carte in tavola: vittoria casalinga per 4 a 3 contro l'Inter di Gasperini, entusiasmo del presidente alle stelle, e allenatore confermato per la partita successiva. Un inizio davvero da sogno, che scatena subito paragoni illustri, su tutti proprio quello di Zamparini che lo definisce "il nuovo Wenger", e sembra gettare le basi per quello che può essere un progetto a lunga scadenza, anche perché i risultati continuano ad arrivare anche nei mesi successivi, e fruttano a Mangia un contratto fino al 2013. L'unico neo, su cui il presidente fa presto ricadere l'attenzione del coach, è il rendimento deficitario della squadra in trasferta: solo 2 punti conquistati, e senza segnare nemmeno un gol; di contro, i 18 punti conseguiti tra le mura amiche sembrano un'assicurazione sufficiente per mantenere in sella il giovane Mangia.
Nell'ultima settimana, però, ecco che accade l'irreparabile: sconfitta interna a sorpresa contro il Cesena, e eliminazione in Coppa Italia contro il Siena, sempre in casa. A ciò si uniscono i primi scricchiolii all'interno dello spogliatoio, con alcuni giocatori scontenti per lo scarso impiego o per la perdita del posto da titolare. Questi risultati non piacciono al presidente, che pretende una reazione nella gara successiva, il sentitissimo derby contro il Catania, in un campo storicamente ostico per il Palermo. Mangia ostenta sicurezza circa la sua posizione, cerca di distendere l'ambiente portando in conferenza stampa dei panettoni, un gesto con cui esorcizzare il temuto esonero prima di Natale, ma purtroppo sul campo la svolta non arriva: 2-0 piuttosto netto in favore degli etnei, entusiasmo sotto i tacchi, e pazienza del presidente che finisce. Arriva così l'ennesimo esonero della gestione Zamparini, il trentaduesimo in 24 anni di carriera (si arriva a 38 se si calcolano i ritorni, una media impressionante!), e al posto del giovane e promettente Mangia dovrebbe arrivare il più esperto Bortolo Mutti, di 20 anni più grande; il quale tuttavia nelle sue esperienze recenti ha collezionato 2 esoneri e 2 retrocessioni da subentranti, il che aumenta il rischio che il record del presidente del Palermo possa migliorare ancora nei prossimi mesi, anche se i tifosi rosanero si augurano certamente di no.
L'avventura di Mangia, colui che doveva essere il nuovo Wenger, si è dunque conclusa così, dopo tre mesi e mezzo di gestione del Palermo, proprio com'era successo a tantissimi suoi predecessori illustri, da Guidolin a Zenga, passando per il più recente Delio Rossi; tecnici apprezzati e stimati presto dal presidente, e altrettanto rapidamente messi da parte in assenza di risultati. Ma di certo non finirà qui la carriera di Devis: le opportunità di trovare una nuova panchina non mancheranno di certo per questo allenatore emergente, che ha ottenuto molti consensi grazie alla sua simpatia e disponibilità fuori dal campo e, soprattutto, grazie alla determinazione e alle buone basi tattiche dimostrate fin dall'esordio. Chissà che un giorno non possa davvero diventare uno dei grandi allenatori della nostra serie A, magari sulla panchina di una grande squadra e con la possibilità di lavorare seriamente su un progetto a lungo termine; magari cominciando a lavorare seriamente sulle partite in trasferta, e al tempo stesso pregando di non avere come presidente un nuovo Zamparini...
E' stata un'avventura breve ma sorprendente, quella di Devis Mangia, 37 anni, calciatore solo a livello di giovanili (faceva il portiere) e fino a pochi mesi prima allenatore della Primavera di Varese e Palermo, con poche esperienze in prima squadra (il massimo risultato proprio a Varese, portato dall'Eccellenza alla C2 qualche anno prima); un perfetto signor Nessuno, insomma, almeno fino al 31 agosto di quest'anno, quando viene promosso alla guida tecnica del Palermo in sostituzione di Stefano Pioli, esonerato dopo appena due mesi dall'ingaggio a causa dell'eliminazione in Europa League. A dirla tutta, Mangia sembra inizialmente una soluzione di ripiego, un allenatore provvisorio, visto che il campionato è alle porte e c'è poco tempo per trovare una nuova soluzione, ma è proprio la prima di Serie A a cambiare le carte in tavola: vittoria casalinga per 4 a 3 contro l'Inter di Gasperini, entusiasmo del presidente alle stelle, e allenatore confermato per la partita successiva. Un inizio davvero da sogno, che scatena subito paragoni illustri, su tutti proprio quello di Zamparini che lo definisce "il nuovo Wenger", e sembra gettare le basi per quello che può essere un progetto a lunga scadenza, anche perché i risultati continuano ad arrivare anche nei mesi successivi, e fruttano a Mangia un contratto fino al 2013. L'unico neo, su cui il presidente fa presto ricadere l'attenzione del coach, è il rendimento deficitario della squadra in trasferta: solo 2 punti conquistati, e senza segnare nemmeno un gol; di contro, i 18 punti conseguiti tra le mura amiche sembrano un'assicurazione sufficiente per mantenere in sella il giovane Mangia.
Nell'ultima settimana, però, ecco che accade l'irreparabile: sconfitta interna a sorpresa contro il Cesena, e eliminazione in Coppa Italia contro il Siena, sempre in casa. A ciò si uniscono i primi scricchiolii all'interno dello spogliatoio, con alcuni giocatori scontenti per lo scarso impiego o per la perdita del posto da titolare. Questi risultati non piacciono al presidente, che pretende una reazione nella gara successiva, il sentitissimo derby contro il Catania, in un campo storicamente ostico per il Palermo. Mangia ostenta sicurezza circa la sua posizione, cerca di distendere l'ambiente portando in conferenza stampa dei panettoni, un gesto con cui esorcizzare il temuto esonero prima di Natale, ma purtroppo sul campo la svolta non arriva: 2-0 piuttosto netto in favore degli etnei, entusiasmo sotto i tacchi, e pazienza del presidente che finisce. Arriva così l'ennesimo esonero della gestione Zamparini, il trentaduesimo in 24 anni di carriera (si arriva a 38 se si calcolano i ritorni, una media impressionante!), e al posto del giovane e promettente Mangia dovrebbe arrivare il più esperto Bortolo Mutti, di 20 anni più grande; il quale tuttavia nelle sue esperienze recenti ha collezionato 2 esoneri e 2 retrocessioni da subentranti, il che aumenta il rischio che il record del presidente del Palermo possa migliorare ancora nei prossimi mesi, anche se i tifosi rosanero si augurano certamente di no.
L'avventura di Mangia, colui che doveva essere il nuovo Wenger, si è dunque conclusa così, dopo tre mesi e mezzo di gestione del Palermo, proprio com'era successo a tantissimi suoi predecessori illustri, da Guidolin a Zenga, passando per il più recente Delio Rossi; tecnici apprezzati e stimati presto dal presidente, e altrettanto rapidamente messi da parte in assenza di risultati. Ma di certo non finirà qui la carriera di Devis: le opportunità di trovare una nuova panchina non mancheranno di certo per questo allenatore emergente, che ha ottenuto molti consensi grazie alla sua simpatia e disponibilità fuori dal campo e, soprattutto, grazie alla determinazione e alle buone basi tattiche dimostrate fin dall'esordio. Chissà che un giorno non possa davvero diventare uno dei grandi allenatori della nostra serie A, magari sulla panchina di una grande squadra e con la possibilità di lavorare seriamente su un progetto a lungo termine; magari cominciando a lavorare seriamente sulle partite in trasferta, e al tempo stesso pregando di non avere come presidente un nuovo Zamparini...
lunedì 5 dicembre 2011
L'ultimo scivolone
E' passato poco più di un anno e mezzo da quel 22 maggio 2010 che aveva consacrato una delle Inter più grandi di sempre, quella di Mourinho, del triplete (Coppa Italia, Scudetto e Champions League), eppure sembra di parlare già di preistoria se si confronta quella squadra con quella attuale, staccata di 13 punti dalla vetta e irriconoscibile per il gioco e per l'atteggiamento in campo. Sembra davvero che il grande ciclo iniziato all'indomani di calciopoli nel 2006 stia arrivando alla sua conclusione, e che il gruppo che ha portato il presidente Moratti sul tetto d'Europa abbia bisogno di un profondo rinnovamento prima di tornare grande.
Che le cose non stessero prendendo una buona piega si era capito già da tempo, fin dall'addio dell'amatissimo Mou, rimasto a Madrid dopo la finale di Champions per allenare il Real: la sua partenza ha tolto moltissimo ai nerazzurri, più della perdita di fuoriclasse come Balotelli o Eto'o, venduti a un anno di distanza per far quadrare i conti della squadra in vista del temuto Fair Play Finanziario voluto dal presidente dell'UEFA Platini. Priva della sua grande guida, l'Inter aveva bisogno di un nuovo progetto, di nuovi stimoli (cosa non semplice per chi aveva praticamente vinto tutto negli ultimi anni), e forse di qualche nuovo giocatore per dare solidità e rinnovata energia alla rosa. Ma questo nuovo progetto non si è mai visto davvero, la società ha dimostrato estrema incertezza sulla strada da percorrere, e lo dimostrano i quattro allenatori ingaggiati in meno di due stagioni, ognuno con un'idea di gioco e un modulo tattico differente. Le due prime scelte del presidente Moratti, Benitez e Gasperini, hanno dimostrato col tempo di essere in realtà dei ripieghi, poco sostenuti dall'ambiente, con campagne acquisti non adeguate e la sensazione che la squadra stessa avesse poca fiducia nei nuovi tecnici; i continui problemi fisici, dovuti anche al progressivo invecchiamento di molti fuoriclasse della vecchia guardia, hanno contribuito a rendere difficoltoso lo sviluppo di qualsiasi progetto a lungo termine. L'unico che sembrava aver convinto davvero, quel Leonardo strappato ai "cugini" rossoneri che aveva illuso tutti nella scorsa stagione con l'incredibile rimonta in classifica proprio contro il Milan, in estate ha fatto le valigie, destinazione Parigi, interrompendo ogni genere di programmazione futura. La sensazione è che il "sacro fuoco" che spingeva la squadra a giocare con il coltello fra i denti fino all'ultimo minuto si sia definitivamente spento, come se la strepitosa annata 2010 avesse tolto energie e volontà al gruppo.
L'inizio di questa stagione è stato probabilmente il peggiore negli ultimi 20 anni dei nerazzurri, con risultati che non arrivano e soprattutto un'idea di gioco che sembra inesistente e una squadra che da l'impressione di non essere adeguata per reggere il passo delle altre grandi. I continui infortuni dei suoi giocatori migliori, su tutti Maicon e Sneijder, non possono rappresentare un alibi sufficiente, visto che la rosa ampia dovrebbe garantire un'adeguata copertura; sembra mancare quasi un collante tra i giocatori, divisi tra i senatori un po' invecchiati e appannati e i giovani appena arrivati, troppo acerbi e non ancora in grado di fare la differenza senza una guida adeguata. L'ultima partita, contro l'Udinese, è stata lo specchio fedele di questa situazione: dopo un buon primo tempo, l'Inter ha pagato la freschezza e la migliore organizzazione degli avversari, rimediando una sconfitta che la precipita nuovamente all'Inferno. Resteranno di certo negli occhi di tutti due immagini di questa partita: l'espulsione di capitan Zanetti, la prima in 17 anni di serie A per un giocatore sempre corretto ed esemplare, e il rigore calciato in curva da Pazzini, scivolato sul dischetto al momento del tiro; due momenti che rappresentano la fotografia attuale della squadra, che sembra non avere più certezze e nemmeno fortuna.
Insomma, un periodo più nero che azzurro, che tutti i tifosi sperano possa interrompersi al più presto, e di certo le possibilità per dare una sterzata al campionato non mancheranno; la stagione è ancora lunga, a breve inizierà il mercato di riparazione, con la possibilità di ottenere rinforzi adeguati, e di certo il mister Ranieri farà tutto il possibile per tener fede alla sua fama di "aggiustatore" e per riportare la squadra nella parte alta della classifica. In fondo, proprio un anno fa, l'Inter arrivò a fine anno con un netto distacco dalla vetta, ma grazie ad un incredibile girone di ritorno arrivò a contendere il titolo al Milan, arrendendosi solo dopo la sconfitta nel derby, e vincendo comunque la Coppa Italia. Da una squadra che i suoi stessi supporter definiscono "pazza" e amano proprio per questo, ci si può e ci si deve ancora aspettare di tutto.
sabato 26 novembre 2011
I due minuti di follia...
Sabato 26 novembre 2011, ore 17.00, campo Incoronata
Dal nostro inviato Fabrizio Ronzitti
BATE BORISOV - FUTBOL MINSK 5-3
Arbitro sig. Nicola Ronzitti
BATE BORISOV (gialli): Loreta; Antenucci, Di Marco; Sebastiani, Di Foglio, Giacomucci; Fanucci M., Sboro, Frangione, Cicchini, Fanucci R.
FUTBOL MINSK (blu): Ronzitti L.; D'Adamo, Lemme; Vino, Ronzitti F., Puddu; Soldano, Reale, D'Angelo, Serafini A., Angiolillo.
Ancora una partita nel segno del gol e dello spettacolo allo stadio Incoronata, con i blu che compiono un autentico suicidio: in vantaggio per 3 reti a 0 a inizio secondo tempo, subiscono una clamorosa e rocambolesca rimonta. Ma andiamo con ordine nel raccontare i principali momenti della gara.
Negli spogliatoi l'immancabile (con la n, non con la r) Peppino Soldano delizia i presenti raccontando il suo pranzo modesto a base di "risott' 'nghi li funghitt'", e aggiunge un paio di rutti tanto per gradire. In campo, l'inizio è tutto per i blu, che sfoggiano al centro dell'attacco il neo acquisto Hulk D'Angelo, al quale così si rivolge il prof. Cicchini in un momento di folgorazione mistica: "Pietro, così mi tradisci?" Dopo alcuni errori sottoporta e alcune buone parate di Loreta, nonostante il dito gonfio come una salsiccia, i blu riescono a sbloccare la gara grazie ad un rigore concesso per fallo di mano di Giacomucci in mischia; sul dischetto si presentano insieme D'Angelo e Soldano, decisi entrambi a tirare, ma dopo una breve discussione è quest'ultimo ad incaricarsi della trasformazione e a realizzare con grande precisione. I gialli non riescono a reagire allo svantaggio, e dopo un contrasto spalla-spalla tra pesi massimi (Giacomucci vs Hulk), i blu riescono a trovare il raddoppio a metà primo tempo grazie ad Andrea Serafini, tornato in squadra dopo un lungo periodo di assenza, e subito bravo a trafiggere Loreta dopo una veloce ripartenza. Nel secondo tempo, pronti-via ed è subito tris per i blu grazie a Peppino Reale, che in contropiede si presenta solo davanti a Loreta e lo batte sul primo palo.
Partita finita? Nemmeno per sogno! Forse punti sull'orgoglio dalle dichiarazioni provocatorie di Mario Lemme ("Mo' faceme n'addre quattr' o cinq' gol"), i gialli si risvegliano dal torpore e cominciano ad attaccare con decisione, favoriti dall'errore tattico degli avversari, che anzichè difendere il vantaggio si sbilanciano in attacco. Il segnale della riscossa lo da Max Frangione, che entra in area dalla sinistra e spara un gran tiro che batte Ronzitti e riapre tutto. Poi ci pensa l'altro Ronzitti in campo, Fabrizio (sigh!), a cambiare definitivamente il corso della partita: in soli due minuti, prima svirgola completamente il rinvio, permettendo a Roberto Fanucci di segnare con un bel pallonetto, poi interviene malamente su un cross dalla destra, realizzando il più comico degli autogol. Colpiti da questo clamoroso black out, i blu non riescono a reagire, i gialli attaccano ancora e sulle ali dell'entusiasmo vanno addirittura in vantaggio con Sboro, che evita il fuorigioco e batte facilmente Lorenzo Ronzitti. I blu si gettano in avanti con la forza della disperazione, cercano di raggiungere almeno il pareggio, ma vengono castigati ancora una volta da Frangione, che dopo aver colpito una traversa con un gran tiro da fuori area pochi minuti prima, approfitta dell'ennesimo contropiede, si beve la difesa e supera per la quinta volta Ronzitti in uscita.
Classifica marcatori: 13 gol: Frangione; 12 gol: Angiolillo; 5 gol: D'Angelo, Reale, Sboro, Serafini A.; 4 gol: Docuta; 3 gol: Gogò Ronzitti; 2 gol: D'Adamo, Serafini S.; 1 gol: Cicchini, Fanucci M., Fanucci R., Giacomucci, Lemme, Ronzitti L., Rossi, Serafini G., Soldano, Storto, Vino.
Dal nostro inviato Fabrizio Ronzitti
BATE BORISOV - FUTBOL MINSK 5-3
Arbitro sig. Nicola Ronzitti
BATE BORISOV (gialli): Loreta; Antenucci, Di Marco; Sebastiani, Di Foglio, Giacomucci; Fanucci M., Sboro, Frangione, Cicchini, Fanucci R.
FUTBOL MINSK (blu): Ronzitti L.; D'Adamo, Lemme; Vino, Ronzitti F., Puddu; Soldano, Reale, D'Angelo, Serafini A., Angiolillo.
Ancora una partita nel segno del gol e dello spettacolo allo stadio Incoronata, con i blu che compiono un autentico suicidio: in vantaggio per 3 reti a 0 a inizio secondo tempo, subiscono una clamorosa e rocambolesca rimonta. Ma andiamo con ordine nel raccontare i principali momenti della gara.
Negli spogliatoi l'immancabile (con la n, non con la r) Peppino Soldano delizia i presenti raccontando il suo pranzo modesto a base di "risott' 'nghi li funghitt'", e aggiunge un paio di rutti tanto per gradire. In campo, l'inizio è tutto per i blu, che sfoggiano al centro dell'attacco il neo acquisto Hulk D'Angelo, al quale così si rivolge il prof. Cicchini in un momento di folgorazione mistica: "Pietro, così mi tradisci?" Dopo alcuni errori sottoporta e alcune buone parate di Loreta, nonostante il dito gonfio come una salsiccia, i blu riescono a sbloccare la gara grazie ad un rigore concesso per fallo di mano di Giacomucci in mischia; sul dischetto si presentano insieme D'Angelo e Soldano, decisi entrambi a tirare, ma dopo una breve discussione è quest'ultimo ad incaricarsi della trasformazione e a realizzare con grande precisione. I gialli non riescono a reagire allo svantaggio, e dopo un contrasto spalla-spalla tra pesi massimi (Giacomucci vs Hulk), i blu riescono a trovare il raddoppio a metà primo tempo grazie ad Andrea Serafini, tornato in squadra dopo un lungo periodo di assenza, e subito bravo a trafiggere Loreta dopo una veloce ripartenza. Nel secondo tempo, pronti-via ed è subito tris per i blu grazie a Peppino Reale, che in contropiede si presenta solo davanti a Loreta e lo batte sul primo palo.
Partita finita? Nemmeno per sogno! Forse punti sull'orgoglio dalle dichiarazioni provocatorie di Mario Lemme ("Mo' faceme n'addre quattr' o cinq' gol"), i gialli si risvegliano dal torpore e cominciano ad attaccare con decisione, favoriti dall'errore tattico degli avversari, che anzichè difendere il vantaggio si sbilanciano in attacco. Il segnale della riscossa lo da Max Frangione, che entra in area dalla sinistra e spara un gran tiro che batte Ronzitti e riapre tutto. Poi ci pensa l'altro Ronzitti in campo, Fabrizio (sigh!), a cambiare definitivamente il corso della partita: in soli due minuti, prima svirgola completamente il rinvio, permettendo a Roberto Fanucci di segnare con un bel pallonetto, poi interviene malamente su un cross dalla destra, realizzando il più comico degli autogol. Colpiti da questo clamoroso black out, i blu non riescono a reagire, i gialli attaccano ancora e sulle ali dell'entusiasmo vanno addirittura in vantaggio con Sboro, che evita il fuorigioco e batte facilmente Lorenzo Ronzitti. I blu si gettano in avanti con la forza della disperazione, cercano di raggiungere almeno il pareggio, ma vengono castigati ancora una volta da Frangione, che dopo aver colpito una traversa con un gran tiro da fuori area pochi minuti prima, approfitta dell'ennesimo contropiede, si beve la difesa e supera per la quinta volta Ronzitti in uscita.
Classifica marcatori: 13 gol: Frangione; 12 gol: Angiolillo; 5 gol: D'Angelo, Reale, Sboro, Serafini A.; 4 gol: Docuta; 3 gol: Gogò Ronzitti; 2 gol: D'Adamo, Serafini S.; 1 gol: Cicchini, Fanucci M., Fanucci R., Giacomucci, Lemme, Ronzitti L., Rossi, Serafini G., Soldano, Storto, Vino.
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