sabato 26 novembre 2011

I due minuti di follia...

Sabato 26 novembre 2011, ore 17.00, campo Incoronata

Dal nostro inviato Fabrizio Ronzitti

BATE BORISOV - FUTBOL MINSK  5-3
Arbitro sig. Nicola Ronzitti

BATE BORISOV (gialli): Loreta; Antenucci, Di Marco; Sebastiani, Di Foglio, Giacomucci; Fanucci M., Sboro, Frangione, Cicchini, Fanucci R.

FUTBOL MINSK (blu): Ronzitti L.; D'Adamo, Lemme; Vino, Ronzitti F., Puddu; Soldano, Reale, D'Angelo, Serafini A., Angiolillo.

Ancora una partita nel segno del gol e dello spettacolo allo stadio Incoronata, con i blu che compiono un autentico suicidio: in vantaggio per 3 reti a 0 a inizio secondo tempo, subiscono una clamorosa e rocambolesca rimonta. Ma andiamo con ordine nel raccontare i principali momenti della gara.
Negli spogliatoi l'immancabile (con la n, non con la r) Peppino Soldano delizia i presenti raccontando il suo pranzo modesto a base di "risott' 'nghi li funghitt'", e aggiunge un paio di rutti tanto per gradire. In campo, l'inizio è tutto per i blu, che sfoggiano al centro dell'attacco il neo acquisto Hulk D'Angelo, al quale così si rivolge il prof. Cicchini in un momento di folgorazione mistica: "Pietro, così mi tradisci?" Dopo alcuni errori sottoporta e alcune buone parate di Loreta, nonostante il dito gonfio come una salsiccia, i blu riescono a sbloccare la gara grazie ad un rigore concesso per fallo di mano di Giacomucci in mischia; sul dischetto si presentano insieme D'Angelo e Soldano, decisi entrambi a tirare, ma dopo una breve discussione è quest'ultimo ad incaricarsi della trasformazione e a realizzare con grande precisione. I gialli non riescono a reagire allo svantaggio, e dopo un contrasto spalla-spalla tra pesi massimi (Giacomucci vs Hulk), i blu riescono a trovare il raddoppio a metà primo tempo grazie ad Andrea Serafini, tornato in squadra dopo un lungo periodo di assenza, e subito bravo a trafiggere Loreta dopo una veloce ripartenza. Nel secondo tempo, pronti-via ed è subito tris per i blu grazie a Peppino Reale, che in contropiede si presenta solo davanti a Loreta e lo batte sul primo palo.
Partita finita? Nemmeno per sogno! Forse punti sull'orgoglio dalle dichiarazioni provocatorie di Mario Lemme ("Mo' faceme n'addre quattr' o cinq' gol"), i gialli si risvegliano dal torpore e cominciano ad attaccare con decisione, favoriti dall'errore tattico degli avversari, che anzichè difendere il vantaggio si sbilanciano in attacco. Il segnale della riscossa lo da Max Frangione, che entra in area dalla sinistra e spara un gran tiro che batte Ronzitti e riapre tutto. Poi ci pensa l'altro Ronzitti in campo, Fabrizio (sigh!), a cambiare definitivamente il corso della partita: in soli due minuti, prima svirgola completamente il rinvio, permettendo a Roberto Fanucci di segnare con un bel pallonetto, poi interviene malamente su un cross dalla destra, realizzando il più comico degli autogol. Colpiti da questo clamoroso black out, i blu non riescono a reagire, i gialli attaccano ancora e sulle ali dell'entusiasmo vanno addirittura in vantaggio con Sboro, che evita il fuorigioco e batte facilmente Lorenzo Ronzitti. I blu si gettano in avanti con la forza della disperazione, cercano di raggiungere almeno il pareggio, ma vengono castigati ancora una volta da Frangione, che dopo aver colpito una traversa con un gran tiro da fuori area pochi minuti prima, approfitta dell'ennesimo contropiede, si beve la difesa e supera per la quinta volta Ronzitti in uscita.

Classifica marcatori: 13 gol: Frangione; 12 gol: Angiolillo; 5 gol: D'Angelo, Reale, Sboro, Serafini A.; 4 gol: Docuta; 3 gol: Gogò Ronzitti; 2 gol: D'Adamo, Serafini S.; 1 gol: Cicchini, Fanucci M., Fanucci R., Giacomucci, Lemme, Ronzitti L., Rossi, Serafini G., Soldano, Storto, Vino.

venerdì 4 novembre 2011

500 volte Leo Lo Bianco

Questa mattina, nel lontano Giappone, è iniziata la Coppa del Mondo di pallavolo, competizione prestigiosa che si svolge ogni 4 anni e raduna le 12 migliori squadre del panorama pallavolistico mondiale, mettendo in palio 3 posti per le Olimpiadi che si svolgeranno tra meno di un anno a Londra. L'Italia partecipa sia con la Nazionale maschile, fresca del secondo posto nei recenti Europei, che con quella femminile, campione del Mondo uscente con l'incredibile record di 2 soli set persi in tutto il torneo. Le prime a scendere in campo sono state le ragazze di mister Barbolini, che pur dovendo rinunciare ad alcune atlete importanti (per scelta personale o per infortunio) hanno battuto 3 a 1 le padrone di casa giapponesi, disputando un'ottima partita. A rendere speciale quest'esordio, però, è stata la capitana delle azzurre, Eleonora Lo Bianco, che oggi ha festeggiato la cinquecentesima gara con la Nazionale, un record prestigiosissimo e che dimostra le grandissime capacità di questa straordinaria atleta.
Classe 1979, originaria di Borgomanero, nel novarese, Eleonora "Leo" Lo Bianco ha iniziato a giocare a pallavolo molto presto, esordendo in serie C con l'Omegna a soli 15 anni, nel 1994, e conquistando due promozioni consecutive che l'hanno portata in B1 e nell'orbita della nazionale, con cui esordisce nel 1998 a nemmeno 19 anni. Dopo essere passata professionista nel 1999-2000 in A2 con Busto Arsizio, disputa diverse stagioni nella serie A femminile con Ravenna e Jesi, senza tuttavia ottenere successi, finchè non decide di trasferirsi a Bergamo, compiendo il definitivo salto di qualità; con le lombarde vince due Scudetti, due Coppe Italia e tre Champions League, ricevendo diversi premi personali come miglior palleggiatrice delle varie competizioni. I successi nel club sono quasi un trampolino per il rilancio della Nazionale, che dopo l'argento agli Europei 2001 e l'oro ai Mondiali 2002 aveva ottenuto solo piazzamenti e collezionato cocenti delusioni, su tutte il flop alle Olimpiadi del 2004; con il nuovo allenatore Barbolini, la Lo Bianco guida da capitana le azzurre ad un indimenticabile 2007, con le vittorie agli Europei e alla Coppa del Mondo, e restituisce all'Italia un ruolo da protagonista a livello internazionale, suggellato dal bis europeo del 2009.
Una carriera davvero invidiabile insomma, anche se la sua vittoria più grande è stata un'altra: alla fine del 2010 le viene diagnosticato un tumore al seno, e Leo deve fermarsi per affrontare questo nuovo nemico, invisibile e per questo ancor più pericoloso; ha vinto la sua battaglia, l'operazione a cui si è sottoposta ha eliminato il nodulo, e dopo pochi mesi lei è tornata in campo, tra gli abbracci delle compagne e di tutti i tifosi, trascinando poi la squadra alla conquista dello scudetto. Una vittoria sicuramente diversa, direi la più importante perchè vale una vita.
Oggi, come detto, ha ritoccato il record di presenze in Nazionale per un giocatore di pallavolo italiano, che peraltro già era suo da qualche anno (per quanto riguarda gli uomini, il record appartiene a Giani con 474 presenze), e spera di guidare le sue compagne al bis nella Coppa del Mondo, anche se di certo il suo obiettivo è un altro: Londra 2012. Dopo le delusioni del 2004 e del 2008, edizioni in cui le azzurre non sono riuscite ad arrivare alle medaglie, l'oro nella competizione a cinque certi è senza dubbio la massima aspirazione per lei e per le altre ragazze, che in questi anni hanno vinto praticamente tutto. Questa competizione, oltre al grande prestigio derivante da una vittoria, servirà dunque a Leo Lo Bianco per conquistare il pass per Londra, dove lei spera di poter sfilare addirittura da portabandiera, come sperano le migliaia di fan che hanno aderito alla pagina facebook creata ad hoc per incentivare la sua candidatura; da battere c'è la concorrenza di altre grandissime atlete, come la Sensini, la Idem e la Vezzali, ma di sicuro la capitana azzurra non si tirerà indietro, abituata com'è ad affrontare e vincere le sfide, in campo e nella vita.

domenica 23 ottobre 2011

La vittoria degli All Blacks


La coppa del mondo di rugby si è conclusa esattamente come 24 anni fa: i padroni di casa della Nuova Zelanda battono la Francia e si laureano campioni davanti al loro popolo festante. Ma i paragoni con quel lontano 1987 si fermano qui, perchè se allora gli All Blacks avevano disputato una partita perfetta, legittimando la loro supremazia e il successo finale, stavolta hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per avere la meglio sui transalpini, rivali gagliardi, che per ben due volte li avevano battuti ed eliminati nei mondiali precedenti, tra cui l'ultimo del 2007. Non è stata una finale bella per chi ama il gioco aperto, la velocità e le mete, mentre ha indubbiamente deliziato gli amanti del rugby di mischia, in cui ogni singolo pallone viene conteso come fosse l'ultimo, e la mischia domina su tutti gli altri fondamentali del gioco.
Il punteggio finale, 8-7, è lo specchio di un match combattutissimo, dominato dalla tensione tipica di questi grandi eventi, che ha colpito soprattutto i padroni di casa. I neozelandesi, arrivati da favoriti a quella che per loro era la partita della vita, sono stati sorpresi dall'aggressività e dalla determinazione dei francesi, decisi a vender cara la pelle fin dall'inizio, quando hanno affrontato tutti insieme la haka, la danza di guerra degli All Blacks. Ogni pallone è stato conquistato con enorme fatica dai "tuttineri", penalizzati dall'assenza del loro calciatore migliore, Dan Carter, e dalla giornata no dei suoi sostituti, Piri Weepu, che ha sbagliato tutti i calci a disposizione, e Aaron Cruden, costretto ad uscire per infortunio; messi in difficoltà dal gioco tattico e dall'agonismo francese, si sono affidati ai giocatori di più esperienza, su tutti il capitano McCaw (monumentale, considerando che ha giocato tutto il torneo con una frattura da stress al piede), hanno sfruttato un errore avversario per mandare in meta il pilone Woodcock, e hanno trovato punti e giocate importanti da Stephen Donald, giocatore che non aveva mai convinto o inciso in passato, convocato solo a causa degli infortuni degli altri e subentrato allo sfortunato Cruden. Alla fine, dopo una durissima battaglia difensiva, il fischio dell'arbitro Joubert ha fatto esplodere la gioia di una nazione intera, che da troppi anni aspettava di tornare al successo nel mondiale per legittimare la sua nomea di numero 1 del rugby mondiale.
Onore, grandissimo onore alla Francia, mai come oggi considerata spacciata prima del match, eppure in grado di disputare la partita della vita, contro tutto e tutti. Dopo un girone deludente, in cui erano stati sconfitti dagli All Blacks e dai modesti tongani, i transalpini avevano mostrato preoccupanti spaccature all'interno dello spogliatoio, con l'allenatore Lièvrement costantemente nell'occhio del ciclone e già "licenziato" dalla federazione indipendentemente dal risultato finale; nemmeno le vittorie nei quarti contro i fortissimi inglesi e in semifinale contro i giovani e sorprendenti gallesi avevano convinto gli scettici, e tutti avevano pronosticato un massacro per i "galletti" in occasione della finale. Invece, la Francia ha disputato il suo miglior match nella competizione, mettendo alle corde i padroni di casa e sfiorando un'impresa che avrebbe avuto il sapore della leggenda; dopo aver sofferto il gioco avversario nel primo tempo, nella ripresa sono andati in meta con il capitano Dusautoir (votato Man of the Match), e solo per l'imprecisione nei calci hanno mancato il sorpasso che probabilmente si sarebbe rivelato decisivo.
Terze e quarte si sono piazzate rispettivamente l'Australia e il Galles, due squadre piuttosto giovani, che tuttavia lasciano il mondiale con stati d'animo decisamente opposti. I dragoni britannici hanno dato una grande dimostrazione di forza, mettendo in mostra un bel gioco e tanti atleti di ottimo livello, che in futuro diranno sicuramente la loro nel panorama rugbistico internazionale; rimarrà negli occhi degli appassionati la splendida semifinale disputata contro i francesi, in cui sono stati capaci di mettere sotto gli avversari nonostante l'espulsione del capitano Warburton dopo pochi minuti, sfiorando una vittoria incredibile. I canguri australiani, invece, hanno deluso nonostante il piazzamento finale, perchè venivano dalla vittoria nel Tri Nations proprio contro gli All Blacks e tutti si aspettavano un gioco e dei risultati decisamente migliori; sconfitti già in girone dall'Irlanda, hanno prevalso sui campioni uscenti del Sud Africa più per demeriti altrui che per meriti propri, ma contro i neozelandesi non sono entrati mai in partita, condizionati dal torneo deludente del loro uomo di fantasia, Quade Cooper, e dalla pochezza della loro mischia.
Piccola curiosità: anche nel precedente mondiale disputato in Nuova Zelanda, quello già ricordato del 1987, queste quattro squadre avevano ottenuto i primi posti nel torneo, con l'unica differenza che il Galles aveva strappato il terzo posto all'Australia. Un piacevole caso di corsi e ricorsi storici per i padroni di casa, felici di aver riportato a casa la coppa dopo tanti anni e di aver ridato il sorriso a un popolo intero, che vive il rugby come una religione e da oggi è tornato, almeno per altri 4 anni, sul tetto del mondo.

mercoledì 19 ottobre 2011

Chi l'ha visto?

Solo un anno fa, appena sbarcato nel campionato italiano, era considerato da tutti il grande colpo di mercato della Juventus, l'uomo che poteva fare la differenza, il fuoriclasse tanto cercato e finalmente trovato da Marotta e Paratici tra molti altri giocatori, buoni o meno; adesso, per tanti esperti è diventato un atleta sopravvalutato, inadatto al modulo e agli schemi del nuovo allenatore Conte, e si comincia a parlare di una sua cessione a gennaio. Davvero strano il destino di Milos Krasic, centrocampista serbo di 27 anni, che si è presentato ai tifosi come il "nuovo Nedved", anche per via dei capelli biondi, e rischia di lasciare Torino con la nomea, molto meno gratificante, di "nuovo Diego".
Dopo gli esordi con il Vojvodina nel campionato serbo, Krasic si trasferisce giovanissimo in Russia, al CSKA di Mosca, e riesce lentamente a ritagliarsi uno spazio da titolare, partecipando alla lunga serie di successi dei moscoviti: in sei anni, vince due campionati, quattro coppe e quattro supercoppe nazionali. E' protagonista anche con la maglia della sua nazione, con cui partecipa a ben tre Campionati Europei Under 21, in cui ottiene due secondi posti (perdendo anche una finale contro l'Italia di Claudio Gentile, ma in quel caso resta in panchina) e un terzo posto, e fa parte anche della sfortunata spedizione olimpica, che si rivela decisamente amara. La vera vetrina, in cui il giovane centrocampista comincia lentamente a mettersi in luce, è la partecipazione alle Coppe Europee: durante l'esperienza russa, Milos conquista la Coppa UEFA nel 2005 (gioca la finale da subentrante), perde la Supercoppa Europea contro il Liverpool (stavolta è titolare), ma soprattutto gioca con costanza queste partite internazionali, che gli permettono di guadagnarsi un posto anche nella nazionale maggiore. Il 2009-10 è l'anno di grazia per lui: ottiene il suo record di reti nel campionato russo e segna 4 gol anche nella Champions League (di cui uno all'Old Trafford di Manchester nello spettacolare 3-3 contro lo United), permettendo al CSKA di superare il primo turno e giungere fino ai quarti di finale, in cui si arrende all'Inter di Mourinho, che poi vincerà la coppa. A sancire il suo grande momento, arrivano anche il riconoscimento di Miglior giocatore serbo del 2009 e la partecipazioni ai Mondiali in Sud Africa, durante i quali tuttavia non riesce a impressionare come aveva fatto durante la stagione.
Alla luce di queste ottime prestazioni, tuttavia, viene scelto dalla Juventus di Gigi Del Neri, reduce da una stagione estremamente deludente, come uno degli elementi che dovranno riportare i bianconeri nell'elite del calcio italiano ed europeo; dopo una lunga trattativa, Krasic arriva infine a Torino tra grandi aspettative, con la convinzione che la sua velocità e il suo atletismo faranno la differenza nella serie A. La prima parte di stagione sembra dar ragione alla dirigenza juventina: Milos diventa subito un elemento fondamentale della squadra bianconera, comincia a distribuire assist e a dispensare grandi giocate, oltre a trovare il gol con una certa continuità, come dimostrano la tripletta rifilata al Cagliari o la rete realizzata in pieno recupero contro la Lazio, decisiva per la vittoria; unico neo, l'accusa di accentuare troppo i contatti, che gli costa anche 2 giornate di squalifica dopo una netta simulazione contro il Bologna. Poi, da gennaio, il serbo comincia a calare nettamente di rendimento, forse condizionato dalla stanchezza, perchè non ha avuto tempo di riposare nemmeno d'estate per via dei Mondiali e del campionato russo; comunque, del giocatore che aveva fatto sperare i tifosi a inizio stagione non c'è più traccia, gli acuti sono decisamente pochi, le prestazioni anonime si moltiplicano, e qualcuno inizia a pensare di aver sopravvalutato Krasic. La stagione del debutto si conclude comunque con 9 reti all'attivo tra campionato, Coppa Italia ed Europa League, un bottino di tutto rispetto, e tanti pensano che la seconda parte di stagione deludente sia dovuta anche al rendimento della squadra, letteralmente crollata nel girone di ritorno.
La stagione successiva inizia con un nuovo allenatore, Antonio Conte, che come il suo predecessore da agli esterni di centrocampo un ruolo decisamente importante nel suo schema di gioco; sembra l'occasione giusta per Krasic per dimostrare che è il top player che molti tifosi sperano, ma l'estate non inizia nel migliore dei modi. Il giocatore non ottiene la fiducia del mister perchè sembra poco adatto a svolgere la fase difensiva, e in attacco non riesce ad incidere come in passato, così all'esordio viene messo in panchina, riserva di Pepe e del neo arrivato Giaccherini. Nelle partite successive, Milos ritrova il posto da titolare in campo, ma continua a lasciare molto perplessi e le sue prestazioni restano insufficienti: contro il Catania realizza fortunosamente il gol del pareggio juventino, grazie soprattutto all'errore del portiere avversario, ma non fa altro; contro il Milan, nella miglior partita disputata dalla squadra di Conte, è l'unico giocatore a non convincere, tanto da essere sostituito dopo nemmeno un'ora di gioco. Neanche in nazionale riesce a rilanciarsi, anche nella partita contro l'Italia denota una preoccupante involuzione, e i dubbi sulle sue reali capacità, sul suo essere davvero un campione di livello mondiale, cominciano a diventare sempre maggiori, tanto che qualcuno comincia a ipotizzare una sua cessione già a gennaio; l'infortunio recente di Giaccherini sembra offrirgli un'altra possibilità per giocare titolare, ma dietro di lui scalpitano già Elia ed Estigarribia, anche loro in cerca di un posto nella formazione iniziale di Conte.
A detta dei giornalisti, i problemi di Krasic sono causati anche dalla sua scarsa conoscenza dell'italiano: in un anno a Torino, non è ancora riuscito ad imparare bene la lingua, e questo gli crea difficoltà a capire le indicazioni dell'allenatore e i consigli dei compagni. Non può essere questo, tuttavia, il motivo a cui attaccarsi nel caso in cui le sue prestazioni non migliorassero, anzi: è proprio nelle difficoltà che un campione riesce ad esaltarsi e a tirare fuori il meglio di sè, dimostrando a tutti le sue reali capacità. I tifosi bianconeri si augurano che le cose vadano così anche per Krasic, e sperano di rivedere presto l'ala inarrestabile che li aveva fatti sognare al suo arrivo a Torino, tanto da meritarsi il soprannome di "nuovo Nedved", perchè gli anni senza trionfi sono decisamente troppi, come troppi sono i presunti campioni arrivati e presto ripartiti tra i mugugni e la delusione; da appassionati di calcio, ci si augura che il serbo non sia uno di loro.

domenica 2 ottobre 2011

A un passo dalla meta


Mancava un solo passo, l'ultimo, per realizzare il grande sogno di tanti tra appassionati e neofiti del rugby; l'ostacolo era duro, più di quanto si pensasse, ma le premesse e l'ottimismo hanno lasciato sperare che la vittoria fosse possibile. Invece, purtroppo, ancora una volta l'Italrugby deve incassare un'amara sconfitta, riconoscere di essere cresciuta ma non quanto era necessario per battere quest'Irlanda, che da sempre fa parte del gotha di questo sport ed era già reduce da una grande impresa, avendo battuto anche i fortissimi australiani; per la terza volta consecutiva, dunque, l'ultima partita del girone è fatale agli azzurri, che si ritrovano fuori dal Mondiale e dovranno aspettare altri quattro, lunghi anni prima di avere una nuova chance.
Doveva essere la partita della vita, l'ultima occasione per molti protagonisti del rugby azzurro di questi anni per fare la storia e guadagnarsi la storica qualificazione ai quarti di finale; si è trasformata tristemente in una Caporetto, con l'Irlanda che ha preso nettamente in mano la partita fin dal primo tempo, riuscendo nel secondo a concretizzare il suo dominio con tre mete e un grande gioco offensivo, che ha fugato ogni dubbio sulla distanza che ancora separa le due nazionali.
Sono mancati i punti forti della nostra squadra, quelli a cui ci si era ancorati da sempre, e che avevano portato moltissimi a sperare e ad essere ottimisti prima del fischio d'inizio. In primis, la mischia italiana, più volte esaltata come una delle migliori del Mondo, ha trovato un avversario durissimo, che ha saputo ridimensionarla, anche a causa dell'uscita per infortunio del pilone Castrogiovanni; la mancanza di questo fondamentale a cui affidarsi ha creato ulteriori difficoltà e insicurezze nella squadra. Inoltre, per l'ennesima volta la difesa si è dimostrata poco efficace, gli azzurri hanno aspettato troppo gli irlandesi prima di placcarli, e non avanzando si sono esposti al loro gioco offensivo, che è stato letale. Infine, il problema più grande è stato nella testa dei giocatori, che si sono fatti condizionare dalle provocazioni e dall'esperienza della squadra avversaria, con qualche colpo proibito di troppo e reazioni che si sono rivelate controproducenti, e non sono riusciti ad esprimersi al massimo, pagando duramente queste mancanze. A tutto questo, vanno aggiunti alcuni difetti cronici dell'Italrugby, come la mancanza di un gioco d'attacco convincente e la preoccupante assenza di un calciatore di alto livello, in grado di dare imprevedibilità e trasformare in punti tutte le punizioni concesse.
Il rammarico è ovviamente tanto, ma la Federazione e la squadra saranno sicuramente in grado di voltare pagina e ricominciare presto. Il c.t. sudafricano Nick Mallett, terminato il suo contratto quadriennale, è pronto a lasciare il posto al francese Jacques Brunel, che ha allenato in maniera brillante il Perpignan e potrà portare nuove idee ed entusiasmo; considerando che gli azzurri hanno un'ottima tradizione con i tecnici transalpini (su tutti Georges Coste e Pierre Berbizier) e che la presenza di due squadre in Celtic League sarà fondamentale per la maturazione di una nuova generazione di rugbisti, ci sono le premesse per sperare in un'ulteriore crescita del movimento e della Nazionale. Certo, per molti dei protagonisti di questi ultimi anni, come i vari Perugini, Lo Cicero, Castrogiovanni, Bortolami, Mauro Bergamasco e Masi, questa sarà probabilmente l'ultima apparizione in una Coppa del Mondo, ma i giovani interessanti non mancano, e con la giusta pazienza e applicazione si potranno ottenere nuovi successi e nuove soddisfazioni. Per adesso, l'appuntamento con l'Italrugby è rimandato al prossimo Sei Nazioni, la prima occasione per il nuovo tecnico e per la squadra di dimostrare che la sconfitta di oggi è ancora un punto di partenza, non certo di arrivo.

mercoledì 21 settembre 2011

Altro che partenza "ad handicap"!


Generalmente, quando una squadra neopromossa in serie A, che ha un organico da molti reputato appena sufficiente a lottare per la salvezza, parte anche con una penalizzazione di punti, si tende a pensare che per quella squadra sarà un campionato quasi difficile, e che la permanenza nella massima serie equivarrebbe a una specie di miracolo sportivo. Ma provatelo a spiegare all'Atalanta e ai suoi giocatori, e loro vi diranno che nello sport nulla è impossibile, soprattutto se si gioca con la grinta e la voglia di dare tutto, anche nei momenti più duri e nelle sfide teoricamente impossibili.
Che la stagione dell'ennesimo ritorno in serie A dei bergamaschi fosse piuttosto tribolata si era capito già in estate, con l'esplosione del nuovo scandalo sul calcioscommesse, che ha visto coinvolta la società nerazzurra e il suo giocatore più rappresentativo, il capitano Cristiano Doni. In agosto, la procura federale ha condannato il calciatore a 3 anni e 6 mesi di squalifica, e ha inflitto all'Atalanta una penalizzazione di 6 punti per responsabilità oggettiva; una bella mazzata, di sicuro, anche se poteva andare molto peggio, perchè la richiesta iniziale era la retrocessione diretta del club in serie B e la squalifica di un altro giocatore teoricamente coinvolto, il difensore Thomas Manfredini, per 3 anni (accusa da cui il calciatore è stato prosciolto). Inutile dire che questa penalizzazione ha subito messo una grande pressione sulla società orobica, sul tecnico Colantuono e sui suoi atleti, anche in considerazione di un mercato che non aveva portato grandi nomi, uomini in grado di fare la differenza.
Come sempre, tuttavia, le parole trovano il tempo che trovano, e alla fine è il campo a rispondere a tutte le domande e ai dubbi. In questo caso, la risposta è stata decisamente convincente: i bergamaschi hanno ottenuto ben 7 punti in 3 partite, con un pareggio in trasferta col Genoa e le vittorie contro il Palermo e in casa del Lecce, firmate da due nuovi arrivi poco considerati ma rivelatisi finora decisivi: gli argentini Maxi Moralez e German Denis, il primo fantasista di grande qualità, il secondo attaccante di peso che ha già una buona esperienza con il campionato italiano. Grazie alle loro reti e al buon gioco finora espresso da tutta la squadra, che tra l'altro si basa pressochè interamente su un nucleo titolare di giocatori italiani, ulteriore nota di merito considerando il gran numero di stranieri che vengono schierati in media nel nostro campionato, l'Atalanta è passata così in sole 3 giornate dal -6 iniziale ad un più confortante +1 in classifica, rimettendosi pienamente in gioco per la permanenza nella massima serie; paradossalmente, senza questa penalizzazione i bergamaschi adesso sarebbero in testa al campionato, alla pari con la Juve e con molti punti di vantaggio su Milan, Inter e Roma, un risultato davvero sorprendente.
Nella storia della serie A, fino a questo momento, sono state poche le occasioni in cui squadre di medio-bassa classifica, partite con una penalizzazione iniziale di una certa consistenza, sono riuscite a risalire la china e ad ottenere la salvezza. L'impresa più grande è stata sicuramente quella della Reggina di Walter Mazzarri, coinvolta nello scandalo di Calciopoli e costretta a partire da un pesante -11 in classifica; nonostante questo, i calabresi hanno disputato una stagione incredibile, conquistando ben 51 punti e ottenendo una meritatissima salvezza all'ultima giornata. Altrettanto degne di nota sono state le rimonte di Avellino e Bologna, colpite da 5 punti di penalizzazione nel 1980-81 a seguito del primo, grande scandalo del calcioscommesse; entrambe le squadre, nonostante la partenza ad handicap (e con la vittoria che assegnava solo 2 punti), sono riuscite ugualmente a conquistarsi la permanenza nella massima serie grazie ad un buon campionato. Vale la pena ricordare che, in altre occasioni, le società penalizzate non sono riuscite a recuperare e sono mestamente scese in serie B al termine del campionato; mi riferisco all'Empoli nel 1988, all'Udinese nel 1987, e al Perugia nel 1981 (unica delle tre penalizzate).
Fino ad ora, l'Atalanta ha dimostrato di fare decisamente parte di quelle squadre che sono riuscite ad annullare in poche partite la penalizzazione e a lottare fino alla fine per guadagnarsi un'altra stagione in serie A. Il campionato è ancora molto lungo, le difficoltà sicuramente non mancheranno per gli orobici, anche perchè finora le squadre affrontate erano piuttosto abbordabili, ma di certo con questo passo e questa grinta i tifosi bergamaschi possono sperare in una bella stagione, e sanno che i loro beniamini sono pronti ad onorare l'impegno fino alla fine, continuando a puntare sul nucleo giovane e italiano che ha da sempre contraddistinto la loro formazione.

lunedì 5 settembre 2011

Il triste declino dell'Italbasket



E' finita in modo indecoroso, peggio di quanto ci si aspettasse: quattro sconfitte in cinque partite, l'ultima contro Israele, non certo una squadra di fenomeni, che per lunghi tratti ci ha ridicolizzati. L'Italia esce con le ossa rotte e il morale sotto i tacchi da questo infausto Europeo, e certifica definitivamente la crisi del suo movimento, da troppo tempo lontano dai palcoscenici più importanti, come i Mondiali e soprattutto le Olimpiadi, soprattutto se si pensa alle grandi soddisfazioni ottenute nemmeno dieci anni fa (bronzo europeo nel 2003, argento olimpico nel 2004).
Del gruppo di allora non è rimasto nessuno, tutti hanno dovuto cedere il passo a causa dell'anagrafe, ma soprattutto sembra scomparso lo spirito combattivo e indomabile che spingeva questi atleti ad imprese strepitose, indimenticabili, come la vittoria in amichevole sul Dream Team USA o la grande rimonta contro la fortissima Lituania ad Atene, in semifinale olimpica. I nomi di Basile, Galanda, Pozzecco, Marconato, Soragna, Chiacig, e prima di loro Fucka, Myers, Abbio, Andrea Meneghin, Frosini (per fermarci agli anni più recenti, senza scomodare i vari Dino Meneghin, Sacchetti, Marzoratti e Riva) sono sempre scolpiti nelle menti degli appassionati, che con loro avevano cominciato a sognare e ad esultare, anche quando i titoli mancavano, perchè in compenso la grinta e l'energia c'erano sempre.
Quella di oggi, invece, sembra proprio l'opposto di quella squadra: manca un vero leader, manca il gioco di squadra, manca la difesa arcigna che innesca l'attacco, e soprattutto manca lo spirito dei lottatori, con troppi giocatori che sono apparsi spaesati e poco incisivi nei momenti importanti delle partite. Bargnani, Belinelli e Gallinari, quelle che dovrebbero essere le tre punte di diamante, visto che giocano ormai da tempo in NBA, hanno offerto prestazioni troppo alterne, prendendo troppo spesso iniziative personali con isolamenti e tiri affrettati e improbabili, e non lasciando a sufficienza il segno in difesa. Intorno a loro, inoltre, i compagni non sono sembrati assolutamente all'altezza, condizionati sicuramente dallo scarso impegno nel campionato italiano, che privilegia eccessivamente gli stranieri e non permette ai nostri ragazzi di maturare e formarsi, anche in competizioni di alto livello come l'Eurolega. Tutti questi fattori, sommati insieme, danno forse la giusta chiave d'interpretazione del nostro fallimento, non certo il primo di questi ultimi anni.
Occorrerà rialzare la testa e ripartire con umiltà, ricominciare dalle basi, in primis da quella difesa che tanto ci è mancata e che è sempre stata un punto di forza nel modo di giocare tipico del basket europeo, molto diverso in questo dall'NBA, che con il suo gioco prevelantemente offensivo e basato sul talento individuale ha condizionato troppo le nostre presunte stelle. Ci vorrà molto lavoro, e il supporto adeguato di squadre e federazione, per rimettere in carreggiata questa squadra, che ha un'età media piuttosto bassa e deve crescere ancora molto prima di diventare davvero competitiva. Tutti i tifosi, che da sempre sostengono e amano la Nazionale, sperano che la ripresa arrivi presto, o almeno che tornino quella grinta e quell'energia che hanno fatto sognare l'Italia intera.