domenica 10 luglio 2011

La Rossa, finalmente!!!


L'abbiamo aspettata per otto, lunghi Gran Premi, restando delusi ogni volta, ma sempre speranzosi e convinti che sarebbe tornata a brillare molto presto. Ieri, finalmente, la Ferrari di Fernando Alonso è riuscita a lasciare per la prima volta il segno in questa stagione di Formula 1, spezzando il dominio delle Red Bull e di Sebastian Vettel e restituendo un po' di speranza ai tantissimi tifosi, italiani e non. Per chi ama i corsi e ricorsi storici, il successo è stato ottenuto a Silverstone, proprio il luogo in cui il Cavallino ottenne la sua prima, storica vittoria in Formula 1: era il 14 luglio del 1951, e il pilota della Rossa era l'argentino Froilan Gonzalez.
Per quanto riguarda la gara, bisogna dire che almeno all'inizio sembrava di essere di fronte al solito monologo di Vettel, partito benissimo e sempre in testa con discreta tranquillità. Alonso è riuscito a tenere alle sue spalle, aspettando con grande pazienza l'occasione giusta per passare in testa, e al secondo pit-stop ha approfittato dell'incertezza dei meccanici Red Bull per piazzare la zampata e fuggire verso il trionfo, senza più voltarsi indietro. E' un successo che ridà morale agli uomini di Maranello, che premia il duro lavoro fatto per ridurre il gap dagli avversari, e che riporta un po' di speranza in vista di un Campionato che altrimenti sarebbe sembrato già chiuso.
I tifosi sperano che questa vittoria possa essere una sorta di spartiacque tra la prima e la seconda parte della stagione, l'occasione per invertire la tendenza e rimettere tutto in discussione. Tutti si aggrappano al precedente confortante della scorsa stagione, quando Alonso si trovò a metà Campionato con 47 punti di distanza dal leader e si rese protagonista di un'incredibile rimonta, vanificata solo da quell'ultimo, sventurato Gran Premio di Abu Dhabi, con l'ormai noto errore di valutazione della Scuderia che ha finito per consegnare il titolo a Vettel. Al di là delle migliori speranze, tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare troppo da queste possibili analogie, e rendersi conto che la situazione quest'anno è molto diversa. Nella stagione scorsa, infatti, a questo punto della stagione il massimo di vittorie conseguite da un solo pilota era di 2, e il leader della classifica Hamilton aveva 127 punti; in questo 2011, invece, Vettel ha già ottenuto 6 successi, più di quanti ne aveva conseguiti in tutto lo scorso Campionato, e ha già incamerato la bellezza di 204 punti, lasciandone per strada solamente 21, visto che nei tre Gran Premi in cui non ha vinto si è comunque piazzato secondo.
E' proprio la mancanza di un "terzo incomodo" in grado di togliere punti al tedesco a rendere difficile una nuova rimonta di Alonso: 92 lunghezze di distanza sono davvero tante, e nemmeno una serie di vittorie può cambiare le cose se il campione in carica continua a piazzarsi sul podio con questa regolarità. Nella scorsa stagione, Vettel e Webber si sono complicati molto la vita con errori banali e con una rivalità che stava per costar molto cara ad entrambi, e la stessa Red Bull ha mostrato una minore affidabilità.
Quest'anno, il tedesco è sembrato sempre molto freddo e in controllo della situazione, la sua vettura ha dettato legge senza problemi per tutta la prima parte del Campionato, e gli altri rivali al titolo, Webber e le McLaren, si sono mostrati troppo discontinui per rappresentare una valida minaccia. Insomma, il compito di Fernando e della Rossa è decisamente arduo, e senza una serie di circostanze favorevoli, senza l'aiuto del compagno di scuderia Massa, finora poco incisivo, e senza la collaborazione degli altri piloti, sarà difficile impedire a Vettel il secondo titolo consecutivo. Ma la speranza, si sa, è sempre l'ultima a morire, e questa vittoria potrebbe avere un importante peso a livello psicologico sui due contendenti, minare un po' le sicurezze del tedesco e, viceversa, dare nuova grinta ad Alonso. Inoltre, ci saranno altri due gran premi a distanza molto ravvicinata, e la Red Bull avrà poco tempo per cercare di trovare una soluzione immediata alla rinnovata competitività della Ferrari. Per cui, da tifosi, incrociamo ancora una volta le dita, e aspettiamo con fiducia il Nurburgring per capire se si è trattato solo di un'illusione, o se davvero possiamo ancora sperare in un Mondiale aperto e, magari, tinto di rosso.

venerdì 8 luglio 2011

Ancora un'illusione


Esisteva una volta, nemmeno 10 anni fa, una squadra che sapeva insegnare pallavolo a tutto il mondo, che collezionava trionfi su trionfi, e apriva un ciclo di successi dopo l'altro. Adesso, di quella che veniva chiamata "la generazione dei fenomeni" rimane solo un pallido ricordo, ravvivato qualche volta dai documentari che ogni tanto vengono trasmessi in seconda serata e da quegli ex-giocatori, ora allenatori o commentatori televisivi. I tempi di Velasco e dei suoi ragazzi d'oro, Bernardi, Zorzi, Giani, Lucchetta, Gardini, Vullo, Cantagalli, Tofoli, De Giorgi, sono finiti da un bel pezzo, e non lo scopriamo certamente oggi, alla luce dell'ennesima delusione in World League. I risultati in questa competizione sono uno dei tanti specchi della crisi che sta vivendo il movimento pallavolistico italiano, almeno a livello maschile: dalla prima edizione, nel 1990, l'Italia si è sempre piazzata tra le prime quattro squadre del torneo per ben quindici anni, con 8 vittorie e 13 presenze complessive sul podio; nelle successive sette edizioni della manifestazioni, invece, gli azzurri hanno sempre deluso, non superando mai il girone, e venendo eliminati nella maggior parte delle occasioni già nel turno preliminare.
Dopo l'ultimo sussulto nel 2005, con la vittoria dei Campionati Europei disputati in casa, la Nazionale Italiana non ha più ottenuto risultati di rilievo, denotando un'enorme difficoltà nel mantenersi a un buon livello, soffrendo contro squadre più forti e attrezzate, come il Brasile, la Russia, la Serbia o Cuba, e soprattutto mostrando un preoccupante calo per quanto riguarda il cosiddetto "ricambio generazionale", con un'assoluta mancanza di giovani prospetti in grado di riportare in alto la nostra nazionale. Un problema che purtroppo si sta ripetendo nella maggior parte degli sport di squadra italiani, incluso il calcio. I nostri settori giovanili sono in crisi da molti anni, nessuno sembra più investire sui ragazzi italiani, le società più importanti sono piene di stranieri, alcuni di qualità tutt'altro che eccelsa, e soprattutto i continui tagli all'attività sportiva colpiscono sempre più duramente ogni tipo di disciplina, bloccando sul nascere ogni tentativo di ripresa.
Basta scorrere il roster dei convocati azzurri per questa World League per rendersi conto di quanto appena detto: pochissimi giocatori con una certa esperienza a livello internazionale, come Lasko e il capitano Savani, e un discreto numero di giovani che ha da poco esordito in azzurro o gioca in club minori, per cui non è abituato a queste manifestazioni così importanti. Il risultato è stato evidente nel girone, con due sconfitte senza appello contro Argentina e Bulgaria e l'unica soddisfazione ai danni della Polonia, padrona di casa e allenata dall'ex Anastasi, con conseguente eliminazione; troppo poco per ritenere positiva questa esperienza, nonostante un girone eliminatorio che aveva riacceso un po' di entusiasmo.
Di sicuro, questo deve essere un punto di partenza in vista della prossima stagione, con l'importante Europeo e soprattutto le Olimpiadi di Londra. La strada da percorrere è ancora tanta, e la pazienza e il lavoro non dovranno mancare a mister Berruto, ma più di ogni altra cosa sarà necessario il sostegno della federazione e dei club, con maggiori possibilità per i giocatori italiani di "assaggiare il campo" e acquisire la giusta esperienza. Con idee lungimiranti e una maggiore programmazione, forse, sentiremo un nuovo telecronista, come Jacopo Volpi ai tempi della generazione dei fenomeni, gridare esultante : "Campioni del Mondo! Sul tetto del Mondo!"

sabato 2 luglio 2011

Cercasi nuova regina


Il tennis femminile ci sta abituando negli ultimi anni a diverse vittorie, se non proprio sorprendenti, quanto meno inattese. Ieri, nella finale di Wimbledon, c'è stato l'ennesimo risultato a sorpresa: la bellissima russa Maria Sharapova, ex numero 1 del mondo e già vincitrice del torneo nel 2004, si è arresa in finale alla sorprendente Petra Kvitova, ventunenne ceca, alla prima affermazione in uno slam. Difficilmente qualcuno avrebbe scommesso un penny (visto che il torneo si disputa in Inghilterra, usiamo la moneta locale) sulla vittoria di questa giovane ragazza, che pure aveva mostrato enormi miglioramenti in quest'ultima annata tennistica, raggiungendo anche i quarti di finale agli Australian Open ed entrando tra le migliori 10 giocatrici del mondo nel ranking WTA. Tra i nomi delle possibili vincitrici del prestigioso torneo sull'erba, spiccavano quelli delle due sorelle Williams, Venus e Serena, che negli ultimi dieci anni avevano quasi monopolizzato le finali, portando a casa la vittoria complessivamente 9 volte (5-4 in favore della prima, con ben 4 derby in famiglia); tradite da una condizione fisica non ottimale, reduci entrambe da lunghi stop per infortunio, oltre che da un'età non più giovanissima, si sono arrese già al quarto turno del torneo, lasciando campo libero alle loro giovani avversarie. Il quarto turno è stato fatale anche alla numero 1 del ranking, la danese Wozniacki, che ancora una volta ha dimostrato la sua "allergia" ai grandi tornei dello slam, mentre la recente vincitrice di Parigi, la cinese Na Li, aveva perso già alla seconda partita contro la sorprendente Lisicki. Le due giocatrici più quotate tra quelle rimaste erano la Azarenka e la Sharapova, rispettivamente numero 4 e 5 del tabellone, ma entrambe sono cadute sotto i colpi della Kvitova, per nulla intimorita dai loro gemiti acuti e fastidiosissimi.
Questo risultato mette ulteriormente in luce l'estremo livellamento del valore tecnico che ha colpito il tennis femminile negli ultimi anni: se in anni recenti le sorelle Williams, e insieme a loro le belga Henin e Clijsters, avevano un po' monopolizzato le finali dei grandi slam e i primi posti nel ranking, ora manca una vera e propria stella tra le donne. Ci sono molte buone giocatrici, in grado di fare la differenza su una superficie più che su altre (come la nostra Schiavone, campionessa e finalista a Parigi negli ultimi due anni), ma nessuna tra quelle emergenti sembra in grado di issarsi sulle altre a livello globale; mancano, per intenderci, quelle giocatrici come la Navratilova, la Evert, la Graf, la Seles. A dimostrazione di questo livellamento basta consultare l'elenco delle ultime numero 1 del ranking WTA: a parte le già citate Williams, la Clijsters e la Sharapova, negli ultimi tre anni solo un'altra tennista (la Ivanovic)ha occupato la prima posizione della classifica con almeno un titolo dello Slam in bacheca. Chissà che una svolta non arrivi proprio grazie da Petra Kvitova, questa giovane promessa ceca, da poche ore nuova regina del torneo di tennis più antico e prestigioso del mondo.

lunedì 13 giugno 2011

Uno sguardo sulla B


L'ultima volta che aveva ottenuto la promozione in serie A, era guidato in campo da Silvio Piola, il miglior marcatore di sempre nella storia del campionato italiano, e quando era retrocesso in B giocavano ancora campioni come Boniperti, Ghiggia, Nordahl, Liedholm, Schiaffino e Cesare Maldini. Erano rispettivamente il 1948 e il 1956, da allora sono passati 55 anni, trascorsi soprattutto nella serie cadetta, in C1 e in C2, senza mai avvicinarsi davvero ai fasti di un tempo. Adesso, il Novara Calcio può festeggiare la seconda promozione consecutiva, e torna ad assaporare finalmente l'aria della serie A e delle grandi sfide contro le maggiori squadre d'Italia. E' questo il verdetto espresso dai playoff della serie B, la degna conclusione di un torneo scoppiettante, dominato da Atalanta e Siena, ma incerto fino alla fine nelle zone alte e basse della classifica e vetrina invidiabile per nuovi talenti (giovani o esplosi tardi) del nostro campionato.
Alla fine, l'ha spuntata il team di Attilio Tesser, e bisogna dire che ha vinto con merito visto che si è piazzata terza al termine della stagione regolare e per molte partite ha espresso un ottimo calcio. La scelta di confermare quasi al completo la rosa della scorsa stagione, aggiungendo solo alcuni giocatori d'esperienza a centrocampo (Marianini a giugno, Parola e Pinardi a gennaio) e fidandosi del suo gioco e dei suoi schemi collaudati, alla fine ha pagato, come dimostra anche l'ottima stagione del Varese di Sannino, quarto in campionato ma eliminato dal sorprendente Padova nei playoff. Proprio i veneti sono stati la grande rivelazione: partiti bene, calati con l'infortunio del bomber Succi e coinvolti nella lotta per la retrocessione, hanno cambiato allenatore, promuovendo il trentasettenne Dal Canto dalla Primavera, e inanellato una serie di successi incredibili, gli ultimi contro Livorno e Torino, qualificandosi per i playoff e arrivando a 90 minuti dalla serie A. Ultima delle partecipanti ai playoff, un'altra squadra che puntava a un torneo tranquillo e presentava un organico molto giovane, la Reggina, trascinata dal bomber Bonazzoli e dal tecnico Atzori, ora chiamato a riportare la Sampdoria nel massimo campionato dopo l'inopinata retrocessione.
Per quanto riguarda le delusioni, sul banco degli imputati salgono ovviamente il Torino e il Livorno, squadre con organici di buon livello ma quasi mai in grado di competere seriamente con le rivali per la promozione. Per le due formazioni si annuncia un'estate molto calda, con cambi in panchina e l'ennesima rivoluzione nella rosa, nella speranza di tornare finalmente in Paradiso. Da sottolineare la stagione di Pescara ed Empoli, protagoniste con un buon gioco e capaci di far emergere molti giocatori giovani, come Verratti e Fabbrini. Deludenti invece il Sassuolo e il Grosseto, reduci da una serie di buone stagioni condite anche dai playoff, l'Ascoli, colpito da vari punti di penalizzazione per inadempienze societarie, e soprattutto il Piacenza, retrocesso in Lega Pro dopo oltre 20 anni; a far compagnia agli emiliani, la matricola Portogruaro, il Frosinone e la Triestina.
Ora tutti vanno in vacanza, prima di programmare una nuova, intensa e lunga stagione, anche se l'improvvisa esplosione di quello che sembra un nuovo scandalo-scommesse potrebbe togliere il sonno a molti tra presidenti, allenatori e giocatori. Per ora, chi festeggia in assoluta tranquillità è il Novara, che potrà finalmente riportare il suo glorioso nome in serie A, oltre a quello del suo giocatore-simbolo, il già citato Piola. A lui infatti è dedicato lo stadio dei piemontesi, il primo con terreno interamente in erba sintetica, una novità assoluta nella storia del massimo campionato italiano di calcio.

La prima volta dei Mavs


In America li chiamano "party crasher", vale a dire coloro che si presentano ad una festa non invitati e la rovinano. In questo caso, la festa doveva essere quella dei Miami Heat e dei nuovi Big Three, Lebron James, Dwayne Wade e Chris Bosh; per il primo, in particolare, sembrava finalmente arrivata la completa maturazione, con il supporto di altre due stelle stava riuscendo ad ottenere quel tanto sospirato primo anello e a scrollarsi di dosso tutte le critiche che gli erano arrivate dopo la sua Decision di lasciare i Cavaliers in estate. La serie dei playoff NBA era cominciata nel modo migliore, con tre vittorie consecutive per 4 a 1, e se la prima contro Philadelphia era data per scontata, ben più importanti erano state quelle contro i Boston Celtics, acerrimi rivali durante di Miami tutta la stagione e di James in passato, e soprattutto contro i Chicago Bulls del miglior giocatore dell'anno, Derrick Rose. Anche le clamorose sconfitte a ovest di San Antonio contro Memphis al primo turno e il cappotto di Dallas contro i campioni uscenti dei Lakers in semifinale sembravano avvicinare la squadra della Florida al suo secondo titolo NBA. Rivali nelle finali, proprio quei Dallas Mavericks che erano stati loro avversari nel 2006, anno in cui Miami aveva ottenuto il suo primo successo, battendo 4 a 2 i texani.
La prima partita delle finali, nettamente vinta in casa dagli Heat, sembrava l'inizio di una cavalcata trionfale, e nella seconda partita Wade e compagni erano a +15 a 6 minuti dalla fine e sembravano sul punto di dare già un colpo decisivo alla serie. Proprio lì, però, qualcosa si è rotto, Dallas ha rimontato ed è riuscita a vincere, mettendo seri interrogativi nei rivali e cambiando infine l'equilibrio dell'intera serie. Pur perdendo gara 3 in casa, infatti, i Mavs hanno trovato la freddezza per portarsi a casa la partita successiva e, sul 2-2 nella serie, si sono aggiudicati le due partite seguenti, portando a casa il primo titolo nella storia e ottenendo una dolce vendetta sportiva contro Miami. Analizzando bene queste finali NBA, si potrebbe semplicemente dire che ha vinto la squadra più completa e più forte, quella che si è basata sul gioco collettivo piuttosto che sul talento dei singoli, che ha sempre fatto dell'attacco la sua arma principale. Tra i tanti campioni, merito speciale va al leader di Dallas, il secondo europeo di sempre a vincere il titolo di MVP delle finali: Dirk Nowitzki. Accusato molto spesso di scomparire nei momenti decisivi delle partite, il tedesco ha saputo zittire tutti, mantenendo medie superiori ai 26 punti per tutta la serie, con percentuali superiori al 90% ai tiri liberi (una vera sentenza!) e una presenza incredibile nei minuti finali di ogni sfida; si ricorderà soprattutto la sua gara 4, quando ha giocato con oltre 38 di febbre e, dopo aver sbagliato tanti tiri, ha comunque trovato la forza di fare le giocate decisive negli ultimi minuti, quelle che sono valse la vittoria per Dallas. E' il trionfo di tanti giocatori dal grande talento ma che non erano mai riusciti a fare il passo decisivo, e che vista l'età anagrafica sembravano davvero all'ultima chance della carriera: basta pensare a Jason Kidd (38 anni), Jason Terry (34), Shawn Marion (33), Peja Stojakovic (34) e allo stesso Nowitzki (33). Oltre a loro, anche i vari Chandler, Barea e Stevenson, oltre ai panchinari Haywood, Mahinmi e Cardinal, hanno dato il loro apporto alla causa, segnando magari pochi punti ma risultando a volte decisivi.
Dall'altra parte, nella delusione generale degli Heat, King James è stato forse il principale imputato di questa sconfitta. Lui, che da anni viene considerato il più forte giocatore di basket in attività, ha perso l'ennesima occasione di vincere il trofeo e zittire i suoi numerosi critici, e stavolta con l'aggravante di esser partito come favorito in queste finali. Ma proprio nel momento in cui la squadra aveva bisogno di lui, il brutto anatroccolo non ha mantenuto le promesse e non si è trasformato nel bel cigno che tutti aspettavano: Lebron ha steccato non tanto dal punto di vista dei numeri, quanto per le scarse percentuali e, soprattutto, per la preoccupante mancanza di personalità nei quarti finali delle partite, proprio all'opposto di Nowitzki; nelle altre tre serie di playoff era stato lui a prendere in mano la squadra in quei momenti e a portare a casa la vittoria, stavolta è sparito in maniera sistematica, e proprio questo è stato decisivo per indirizzare la serie verso il Texas. Altro imputato Chris Bosh, che non ha confermato il suo tenore di grande stella con prestazioni altalenanti e poco incisive. Il solo Wade è stato forse ai suoi abituali livelli, prendendosi le giuste responsabilità anche quando si è infortunato all'anca in gara 5, ma il suo talento non è bastato a sopperire all'assenza degli altri due fenomeni. Il resto l'hanno fatto il supporting cast (gli altri membri della squadra), non in grado di competere con quello di Dallas, e soprattutto la gestione offensiva degli ultimi possessi, consistenti troppe volte in isolamenti 1 contro 1 e tiri presi all'ultimo secondo con difficili forzature.
Ora tutti aspettano l'estate per ricaricare le pile, valutare i nuovi assetti delle squadre con il draft e le scelte di mercato, e scoprire soprattutto se ci sarà il tanto temuto sciopero oppure no. Nell'attesa, noi tifosi continuiamo a rivedere le fresche immagini dei nuovi campioni NBA e di queste bellissime finali, che ancora una volta non hanno tradito le attese di tutti gli amanti del basket nel Mondo.

giovedì 2 giugno 2011

Shaq O'Neal, like no other


La notizia l'ha data personalmente, con un video su Twitter rivolto ai suoi numerosissimi tifosi, ai quali per primi ha voluto far conoscere la sua scelta: Shaquille Rashaun O'Neal, a 39 anni, ha deciso di dire basta con il basket. Dopo venti stagioni nella NBA vissute da protagonista, il centro originario del New Jersey, uno dei più forti giocatori di tutti i tempi, nel ruolo di centro e non solo, si ritira ufficialmente dallo sport giocato. Con lui, lo sport americano non saluta soltanto un atleta straordinario, uno dei più dominanti nella storia della NBA per fisico e muscolatura (216 cm per 146 chili!), ma soprattutto un protagonista incredibile fuori dal campo, con le sue trovate, le sue stravaganze, i suoi sketch e la sua grande simpatia.
Arrivato ventenne nella lega, come prima scelta al Draft del 1992, Shaq si impose subito per le sue doti atletiche e per la sua potenza devastante (per ben due volte fece collassare il canestro con una delle sue schiacciate...), divenendo subito un beniamino delle folle e ottenendo una buona celebrità. Selezionato dagli Orlando Magic, squadra nata soltanto tre anni prima del suo arrivo e fino ad allora autentica "cenerentola" della NBA, diventa immediatamente un punto di riferimento per i compagni e un pericolo per gli avversari, viaggiando a oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media per tutta la stagione e ottenendo il premio di Rookie of the Year (Matricola dell'anno). Anche a livello internazionale la sua fama cresce: con la nazionale statunitense vince l'oro sia ai Mondiali del '94 (in cui viene nominato miglior giocatore), sia alle Olimpiadi di Atlanta '96. Con l'arrivo in squadra del fortissimo playmaker Penny Hardaway, i Magic diventano una squadra di primo livello, e nel '95 riescono ad arrivare fino alle finali NBA, eliminando persino i fortissimi Bulls del rientrante Michael Jordan. Nel momento decisivo, Shaq e compagni perdono contro i più esperti Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, un altro grande centro, molto apprezzato dallo stesso O'Neal. L'anno successivo è il migliore per la squadra, ma stavolta lo scontro contro Chicago nei playoff si risolve a favore di Jordan, tornato su livelli strepitosi.
Nell'estate del 1996, insoddisfatto del contratto che gli viene offerto dai Magic e attirato da Los Angeles, Shaq si trasferisce ai Lakers, deciso a vincere il titolo NBA e intraprendere nello stesso tempo anche una carriera nel mondo dello spettacolo. Le prime stagioni sono deludenti, la squadra non arriva nemmeno alle finali a Ovest, ma tutto cambia con l'arrivo di Phil Jackson, l'uomo che aveva trasformato i Bulls di Jordan in una squadra di vincenti. Sotto la sua guida, e con l'esplosione di un altro talento come Kobe Bryant (con cui avrà sempre un rapporto difficile, d'amore e d'odio), O'Neal esprime forse il suo miglior basket: vince tre titoli NBA consecutivi, dal 2000 al 2002, è nominato MVP (miglior giocatore) delle finali in tutte le occasioni, e nel 2000 è anche miglior giocatore della stagione NBA. Esaurito questo fantastico triennio, i Lakers vivono due stagioni deludenti, e nel 2004 perdono da favoriti le finali NBA contro Detroit. Questo porta a una rivoluzione, con la partenza (solo momentanea) dell'allenatore Jackson e di O'Neal, ritenuto troppo costoso e ormai ai ferri corti con l'altra stella Bryant.
In estate, Shaq passa ai Miami Heat, una squadra che non ha mai ottenuto grandi risultati nella NBA, e promette di portare il titolo di campione in Florida. Grazie a lui, e con la contemporanea esplosione di un altro fenomeno come Dwayne Wade, gli Heat arrivano subito a un passo dalla finale nel 2005, quando si arrendono ai campioni uscenti di Detroit. L'anno dopo, però, nessuno riesce a fermare la loro marcia verso il trionfo, ottenuto con una grande rimonta su Dallas, che aveva vinto le prime due partite delle finali. E' forse la vittoria più grande per O'Neal, che mantiene la sua promessa in meno di due anni e dimostra di essere determinante anche senza il "gemello" Bryant.
Da quel momento, però, la carriera del centrone conosce un inevitabile calo, dovuto all'avanzare degli anni e ai tanti acciacchi che lo tormentano e limitano la sua presenza in campo. Nel giro di poche stagioni, O'Neal cambia più volte squadra, passando da Miami a Phoenix nel febbraio del 2008, quindi accordandosi con Cleveland nell'estate del 2009 e, infine, accasandosi con i Boston Celtics nel 2010. Sono gli ultimi anni della sua luminosa carriera, e si rivelano avari di soddisfazioni per O'Neal, che non raggiunge più le finali NBA. Così, terminata la sua ventesima stagione nel basket professionistico, Shaq decide che è arrivato anche per lui il momento di dire basta, e annuncia il ritiro.
I numeri rendono onore alla sua carriera: oltre 28500 punti nella NBA, quinto marcatore di sempre, quattro titoli, un premio di MVP della stagione, ben 15 partecipazioni all'All Star Game, in cui è stato riconosciuto per tre volte il miglior giocatore (l'ultima nel 2009, curiosamente a pari merito con il grande rivale Kobe Bryant), oro mondiale e olimpico con la nazionale americana. Fuori dal campo, si è distinto come rapper e ballerino di break dance (ha dimostrato un'agilità e una coordinazione incredibili, nonostante la mole...) e ha recitato in alcuni film come attore protagonista, mostrando una grande passione per il mondo dello spettacolo e deliziando i suoi fan con trovate sempre divertenti (si è travestito da donna, si è improvvisato direttore d'orchestra...). Adesso, a 39 anni, si è dovuto arrendere all'età e alla fatica di una vita sportiva condotta sempre al massimo, ma state tranquilli perchè non sarà di certo un "pensionato": ha già rivelato di voler fare il poliziotto, anche perchè il suo grande sogno da bambino era fare lo sceriffo! Non sappiamo se diventerà davvero un agente, ma siamo sicuri che con quel fisico non farebbe fatica a spaventare i malintenzionati...

domenica 29 maggio 2011

Campioni in tutto



Doveva essere la rivincita della finale di Roma di due anni fa, l'ultima occasione per alcuni campioni come Van der Sar, Scholes e (forse) Giggs, il momento della vendetta per l'esperto sir Alex Ferguson contro il giovane rampante Guardiola, che aveva osato detronizzarlo nel 2009. Niente di tutto questo: la partita di ieri sera a Wembley ha sancito ancora una volta la superiorità europea del Barcellona, la grandezza del suo gioco totale e lo splendore del suo astro più luminoso, Leo Messi, tre Champions a meno di 24 anni, di cui due da assoluto protagonista.
E' soprattutto il trionfo di una filosofia di calcio che da tempo si è affermata in Catalogna: il calcio va imposto all'avversario grazie alla tecnica, privilegiata rispetto all'atletismo esagerato degli ultimi anni, e puntando soprattutto su giocatori del posto, cresciuti con la maglia blaugrana fin dai tempi della Masia, il settore giovanile che ha forgiato tanti campioni in campo e in panchina. L'esempio lampante è stato il primo marcatore di ieri sera, vale a dire Pedro Rodriguez Ledesma, per tutti Pedrito, anno di nascita 1987. Esploso un po' tardi rispetto ad altri compagni di squadra (a Roma giocò solo nel recupero, da assoluto sconosciuto), si è imposto in pochissimo tempo sulla scena internazionale, divenendo titolare inamovibile del Barça e della nazionale spagnola e anticipando la "pensione dorata" di un certo Thierry Henry. Con lui, ieri sera erano in campo altri 6 giocatori provenienti dalla "cantera", (Valdes, Piquè, Xavi, Busquets, Iniesta e Messi), oltre al capitano Puyol, a Bojan e a Thiago Alcantara in panchina.
E proprio lì, in panca, c'è un altro prodotto del Barcellona, un uomo cresciuto con quella maglia fin da bambino, e che ha quarant'anni può già dire di aver vinto tutto sia da giocatore che da allenatore: Pep Guardiola. A Wembley, nel '92, aveva già trionfato sul campo, sotto la guida del mentore Cruyff, togliendo il trofeo alla Sampdoria dei gemelli del gol Vialli e Mancini. Quest'anno ha bissato il trionfo di Roma, si è ripreso il palcoscenico dopo averlo dovuto cedere lo scorso anno a Mourinho, forse l'unico allenatore che ha dimostrato di poterlo affrontare ad armi pari. Il merito di questa vittoria è anche e soprattutto sua, per il suo modo di gestire lo spogliatoio, provvedendo alla sostituzione di campioni vecchi o non più desiderati (Ronaldinho, Deco, Eto'o, Henry, Ibrahimovic, Marquez) con giovani provenienti dal vivaio, lanciati senza paura nella ribalta del calcio internazionale. E' così che ha costruito questa squadra che adesso tutti giudicano la più forte di sempre, maestra nel trattare la palla e nel nasconderla all'avversario per farla riapparire solo in fondo alla rete, grazie a fenomeni del palleggio come Xavi e Iniesta e a un finalizzatore straordinario come Messi, divenuto un bomber di razza, non più solo un fenomeno di dribbling e fantasia. Ora si apre il dilemma sul futuro di Pep, che sembra soddisfatto dei trofei ottenuti in casa e avrebbe espresso il desiderio di intraprendere una nuova avventura da allenatore all'estero (magari in Italia, chissà...). I tifosi blaugrana non sembrano fare un dramma di questa situazione, perchè sono sicuri che la Masia continuerà a sfornare campioni e allenatori di grande livello, se è vero che Luis Enrique, altra vecchia gloria e tecnico della squadra B (la nostra primavera) è già richiesto da tanti club pur non avendo esperienza ad alti livelli.
L'ultima nota però, la più bella di tutte, è per un giocatore che ha vinto la sua partita non ieri sera, ma due mesi fa: Eric Abidal. A marzo, il francese aveva ricevuto la tremenda notizia di essere malato di cancro al fegato, e si era fermato per curarsi da questo male terribile. Vinta la sua battaglia, era tornato in campo per qualche minuto già nella semifinale di ritorno contro il Real, ricevendo un'ovazione da brividi e l'abbraccio di tutto il Camp Nou. Ieri ha giocato da titolare tutta la partita, e al momento della premiazione ha ricevuto la fascia di capitano da Puyol e ha avuto il privilegio di alzare per primo la coppa. E' il gesto più bello, più umano di tutta la serata, la dimostrazione dell'unità e dell'amicizia di un gruppo vincente, che ha dato una grande lezione non solo di calcio, ma soprattutto di vita.