Questo risultato mette ulteriormente in luce l'estremo livellamento del valore tecnico che ha colpito il tennis femminile negli ultimi anni: se in anni recenti le sorelle Williams, e insieme a loro le belga Henin e Clijsters, avevano un po' monopolizzato le finali dei grandi slam e i primi posti nel ranking, ora manca una vera e propria stella tra le donne. Ci sono molte buone giocatrici, in grado di fare la differenza su una superficie più che su altre (come la nostra Schiavone, campionessa e finalista a Parigi negli ultimi due anni), ma nessuna tra quelle emergenti sembra in grado di issarsi sulle altre a livello globale; mancano, per intenderci, quelle giocatrici come la Navratilova, la Evert, la Graf, la Seles. A dimostrazione di questo livellamento basta consultare l'elenco delle ultime numero 1 del ranking WTA: a parte le già citate Williams, la Clijsters e la Sharapova, negli ultimi tre anni solo un'altra tennista (la Ivanovic)ha occupato la prima posizione della classifica con almeno un titolo dello Slam in bacheca. Chissà che una svolta non arrivi proprio grazie da Petra Kvitova, questa giovane promessa ceca, da poche ore nuova regina del torneo di tennis più antico e prestigioso del mondo.
Amo definirmi uno spirito libero, un giovane sospeso tra l'ancora fresca vita da studente e la nuova avventura alla ricerca di un lavoro e di una stabilità. Per il resto, non mi piace esprimere giudizi sulla mia persona e sul mio carattere, lascio agli amici l'arduo compito.
sabato 2 luglio 2011
Cercasi nuova regina
Questo risultato mette ulteriormente in luce l'estremo livellamento del valore tecnico che ha colpito il tennis femminile negli ultimi anni: se in anni recenti le sorelle Williams, e insieme a loro le belga Henin e Clijsters, avevano un po' monopolizzato le finali dei grandi slam e i primi posti nel ranking, ora manca una vera e propria stella tra le donne. Ci sono molte buone giocatrici, in grado di fare la differenza su una superficie più che su altre (come la nostra Schiavone, campionessa e finalista a Parigi negli ultimi due anni), ma nessuna tra quelle emergenti sembra in grado di issarsi sulle altre a livello globale; mancano, per intenderci, quelle giocatrici come la Navratilova, la Evert, la Graf, la Seles. A dimostrazione di questo livellamento basta consultare l'elenco delle ultime numero 1 del ranking WTA: a parte le già citate Williams, la Clijsters e la Sharapova, negli ultimi tre anni solo un'altra tennista (la Ivanovic)ha occupato la prima posizione della classifica con almeno un titolo dello Slam in bacheca. Chissà che una svolta non arrivi proprio grazie da Petra Kvitova, questa giovane promessa ceca, da poche ore nuova regina del torneo di tennis più antico e prestigioso del mondo.
lunedì 13 giugno 2011
Uno sguardo sulla B
Alla fine, l'ha spuntata il team di Attilio Tesser, e bisogna dire che ha vinto con merito visto che si è piazzata terza al termine della stagione regolare e per molte partite ha espresso un ottimo calcio. La scelta di confermare quasi al completo la rosa della scorsa stagione, aggiungendo solo alcuni giocatori d'esperienza a centrocampo (Marianini a giugno, Parola e Pinardi a gennaio) e fidandosi del suo gioco e dei suoi schemi collaudati, alla fine ha pagato, come dimostra anche l'ottima stagione del Varese di Sannino, quarto in campionato ma eliminato dal sorprendente Padova nei playoff. Proprio i veneti sono stati la grande rivelazione: partiti bene, calati con l'infortunio del bomber Succi e coinvolti nella lotta per la retrocessione, hanno cambiato allenatore, promuovendo il trentasettenne Dal Canto dalla Primavera, e inanellato una serie di successi incredibili, gli ultimi contro Livorno e Torino, qualificandosi per i playoff e arrivando a 90 minuti dalla serie A. Ultima delle partecipanti ai playoff, un'altra squadra che puntava a un torneo tranquillo e presentava un organico molto giovane, la Reggina, trascinata dal bomber Bonazzoli e dal tecnico Atzori, ora chiamato a riportare la Sampdoria nel massimo campionato dopo l'inopinata retrocessione.
Per quanto riguarda le delusioni, sul banco degli imputati salgono ovviamente il Torino e il Livorno, squadre con organici di buon livello ma quasi mai in grado di competere seriamente con le rivali per la promozione. Per le due formazioni si annuncia un'estate molto calda, con cambi in panchina e l'ennesima rivoluzione nella rosa, nella speranza di tornare finalmente in Paradiso. Da sottolineare la stagione di Pescara ed Empoli, protagoniste con un buon gioco e capaci di far emergere molti giocatori giovani, come Verratti e Fabbrini. Deludenti invece il Sassuolo e il Grosseto, reduci da una serie di buone stagioni condite anche dai playoff, l'Ascoli, colpito da vari punti di penalizzazione per inadempienze societarie, e soprattutto il Piacenza, retrocesso in Lega Pro dopo oltre 20 anni; a far compagnia agli emiliani, la matricola Portogruaro, il Frosinone e la Triestina.
Ora tutti vanno in vacanza, prima di programmare una nuova, intensa e lunga stagione, anche se l'improvvisa esplosione di quello che sembra un nuovo scandalo-scommesse potrebbe togliere il sonno a molti tra presidenti, allenatori e giocatori. Per ora, chi festeggia in assoluta tranquillità è il Novara, che potrà finalmente riportare il suo glorioso nome in serie A, oltre a quello del suo giocatore-simbolo, il già citato Piola. A lui infatti è dedicato lo stadio dei piemontesi, il primo con terreno interamente in erba sintetica, una novità assoluta nella storia del massimo campionato italiano di calcio.
La prima volta dei Mavs
La prima partita delle finali, nettamente vinta in casa dagli Heat, sembrava l'inizio di una cavalcata trionfale, e nella seconda partita Wade e compagni erano a +15 a 6 minuti dalla fine e sembravano sul punto di dare già un colpo decisivo alla serie. Proprio lì, però, qualcosa si è rotto, Dallas ha rimontato ed è riuscita a vincere, mettendo seri interrogativi nei rivali e cambiando infine l'equilibrio dell'intera serie. Pur perdendo gara 3 in casa, infatti, i Mavs hanno trovato la freddezza per portarsi a casa la partita successiva e, sul 2-2 nella serie, si sono aggiudicati le due partite seguenti, portando a casa il primo titolo nella storia e ottenendo una dolce vendetta sportiva contro Miami. Analizzando bene queste finali NBA, si potrebbe semplicemente dire che ha vinto la squadra più completa e più forte, quella che si è basata sul gioco collettivo piuttosto che sul talento dei singoli, che ha sempre fatto dell'attacco la sua arma principale. Tra i tanti campioni, merito speciale va al leader di Dallas, il secondo europeo di sempre a vincere il titolo di MVP delle finali: Dirk Nowitzki. Accusato molto spesso di scomparire nei momenti decisivi delle partite, il tedesco ha saputo zittire tutti, mantenendo medie superiori ai 26 punti per tutta la serie, con percentuali superiori al 90% ai tiri liberi (una vera sentenza!) e una presenza incredibile nei minuti finali di ogni sfida; si ricorderà soprattutto la sua gara 4, quando ha giocato con oltre 38 di febbre e, dopo aver sbagliato tanti tiri, ha comunque trovato la forza di fare le giocate decisive negli ultimi minuti, quelle che sono valse la vittoria per Dallas. E' il trionfo di tanti giocatori dal grande talento ma che non erano mai riusciti a fare il passo decisivo, e che vista l'età anagrafica sembravano davvero all'ultima chance della carriera: basta pensare a Jason Kidd (38 anni), Jason Terry (34), Shawn Marion (33), Peja Stojakovic (34) e allo stesso Nowitzki (33). Oltre a loro, anche i vari Chandler, Barea e Stevenson, oltre ai panchinari Haywood, Mahinmi e Cardinal, hanno dato il loro apporto alla causa, segnando magari pochi punti ma risultando a volte decisivi.
Dall'altra parte, nella delusione generale degli Heat, King James è stato forse il principale imputato di questa sconfitta. Lui, che da anni viene considerato il più forte giocatore di basket in attività, ha perso l'ennesima occasione di vincere il trofeo e zittire i suoi numerosi critici, e stavolta con l'aggravante di esser partito come favorito in queste finali. Ma proprio nel momento in cui la squadra aveva bisogno di lui, il brutto anatroccolo non ha mantenuto le promesse e non si è trasformato nel bel cigno che tutti aspettavano: Lebron ha steccato non tanto dal punto di vista dei numeri, quanto per le scarse percentuali e, soprattutto, per la preoccupante mancanza di personalità nei quarti finali delle partite, proprio all'opposto di Nowitzki; nelle altre tre serie di playoff era stato lui a prendere in mano la squadra in quei momenti e a portare a casa la vittoria, stavolta è sparito in maniera sistematica, e proprio questo è stato decisivo per indirizzare la serie verso il Texas. Altro imputato Chris Bosh, che non ha confermato il suo tenore di grande stella con prestazioni altalenanti e poco incisive. Il solo Wade è stato forse ai suoi abituali livelli, prendendosi le giuste responsabilità anche quando si è infortunato all'anca in gara 5, ma il suo talento non è bastato a sopperire all'assenza degli altri due fenomeni. Il resto l'hanno fatto il supporting cast (gli altri membri della squadra), non in grado di competere con quello di Dallas, e soprattutto la gestione offensiva degli ultimi possessi, consistenti troppe volte in isolamenti 1 contro 1 e tiri presi all'ultimo secondo con difficili forzature.
Ora tutti aspettano l'estate per ricaricare le pile, valutare i nuovi assetti delle squadre con il draft e le scelte di mercato, e scoprire soprattutto se ci sarà il tanto temuto sciopero oppure no. Nell'attesa, noi tifosi continuiamo a rivedere le fresche immagini dei nuovi campioni NBA e di queste bellissime finali, che ancora una volta non hanno tradito le attese di tutti gli amanti del basket nel Mondo.
giovedì 2 giugno 2011
Shaq O'Neal, like no other
La notizia l'ha data personalmente, con un video su Twitter rivolto ai suoi numerosissimi tifosi, ai quali per primi ha voluto far conoscere la sua scelta: Shaquille Rashaun O'Neal, a 39 anni, ha deciso di dire basta con il basket. Dopo venti stagioni nella NBA vissute da protagonista, il centro originario del New Jersey, uno dei più forti giocatori di tutti i tempi, nel ruolo di centro e non solo, si ritira ufficialmente dallo sport giocato. Con lui, lo sport americano non saluta soltanto un atleta straordinario, uno dei più dominanti nella storia della NBA per fisico e muscolatura (216 cm per 146 chili!), ma soprattutto un protagonista incredibile fuori dal campo, con le sue trovate, le sue stravaganze, i suoi sketch e la sua grande simpatia.
Arrivato ventenne nella lega, come prima scelta al Draft del 1992, Shaq si impose subito per le sue doti atletiche e per la sua potenza devastante (per ben due volte fece collassare il canestro con una delle sue schiacciate...), divenendo subito un beniamino delle folle e ottenendo una buona celebrità. Selezionato dagli Orlando Magic, squadra nata soltanto tre anni prima del suo arrivo e fino ad allora autentica "cenerentola" della NBA, diventa immediatamente un punto di riferimento per i compagni e un pericolo per gli avversari, viaggiando a oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media per tutta la stagione e ottenendo il premio di Rookie of the Year (Matricola dell'anno). Anche a livello internazionale la sua fama cresce: con la nazionale statunitense vince l'oro sia ai Mondiali del '94 (in cui viene nominato miglior giocatore), sia alle Olimpiadi di Atlanta '96. Con l'arrivo in squadra del fortissimo playmaker Penny Hardaway, i Magic diventano una squadra di primo livello, e nel '95 riescono ad arrivare fino alle finali NBA, eliminando persino i fortissimi Bulls del rientrante Michael Jordan. Nel momento decisivo, Shaq e compagni perdono contro i più esperti Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, un altro grande centro, molto apprezzato dallo stesso O'Neal. L'anno successivo è il migliore per la squadra, ma stavolta lo scontro contro Chicago nei playoff si risolve a favore di Jordan, tornato su livelli strepitosi.
Nell'estate del 1996, insoddisfatto del contratto che gli viene offerto dai Magic e attirato da Los Angeles, Shaq si trasferisce ai Lakers, deciso a vincere il titolo NBA e intraprendere nello stesso tempo anche una carriera nel mondo dello spettacolo. Le prime stagioni sono deludenti, la squadra non arriva nemmeno alle finali a Ovest, ma tutto cambia con l'arrivo di Phil Jackson, l'uomo che aveva trasformato i Bulls di Jordan in una squadra di vincenti. Sotto la sua guida, e con l'esplosione di un altro talento come Kobe Bryant (con cui avrà sempre un rapporto difficile, d'amore e d'odio), O'Neal esprime forse il suo miglior basket: vince tre titoli NBA consecutivi, dal 2000 al 2002, è nominato MVP (miglior giocatore) delle finali in tutte le occasioni, e nel 2000 è anche miglior giocatore della stagione NBA. Esaurito questo fantastico triennio, i Lakers vivono due stagioni deludenti, e nel 2004 perdono da favoriti le finali NBA contro Detroit. Questo porta a una rivoluzione, con la partenza (solo momentanea) dell'allenatore Jackson e di O'Neal, ritenuto troppo costoso e ormai ai ferri corti con l'altra stella Bryant.
In estate, Shaq passa ai Miami Heat, una squadra che non ha mai ottenuto grandi risultati nella NBA, e promette di portare il titolo di campione in Florida. Grazie a lui, e con la contemporanea esplosione di un altro fenomeno come Dwayne Wade, gli Heat arrivano subito a un passo dalla finale nel 2005, quando si arrendono ai campioni uscenti di Detroit. L'anno dopo, però, nessuno riesce a fermare la loro marcia verso il trionfo, ottenuto con una grande rimonta su Dallas, che aveva vinto le prime due partite delle finali. E' forse la vittoria più grande per O'Neal, che mantiene la sua promessa in meno di due anni e dimostra di essere determinante anche senza il "gemello" Bryant.
Da quel momento, però, la carriera del centrone conosce un inevitabile calo, dovuto all'avanzare degli anni e ai tanti acciacchi che lo tormentano e limitano la sua presenza in campo. Nel giro di poche stagioni, O'Neal cambia più volte squadra, passando da Miami a Phoenix nel febbraio del 2008, quindi accordandosi con Cleveland nell'estate del 2009 e, infine, accasandosi con i Boston Celtics nel 2010. Sono gli ultimi anni della sua luminosa carriera, e si rivelano avari di soddisfazioni per O'Neal, che non raggiunge più le finali NBA. Così, terminata la sua ventesima stagione nel basket professionistico, Shaq decide che è arrivato anche per lui il momento di dire basta, e annuncia il ritiro.
I numeri rendono onore alla sua carriera: oltre 28500 punti nella NBA, quinto marcatore di sempre, quattro titoli, un premio di MVP della stagione, ben 15 partecipazioni all'All Star Game, in cui è stato riconosciuto per tre volte il miglior giocatore (l'ultima nel 2009, curiosamente a pari merito con il grande rivale Kobe Bryant), oro mondiale e olimpico con la nazionale americana. Fuori dal campo, si è distinto come rapper e ballerino di break dance (ha dimostrato un'agilità e una coordinazione incredibili, nonostante la mole...) e ha recitato in alcuni film come attore protagonista, mostrando una grande passione per il mondo dello spettacolo e deliziando i suoi fan con trovate sempre divertenti (si è travestito da donna, si è improvvisato direttore d'orchestra...). Adesso, a 39 anni, si è dovuto arrendere all'età e alla fatica di una vita sportiva condotta sempre al massimo, ma state tranquilli perchè non sarà di certo un "pensionato": ha già rivelato di voler fare il poliziotto, anche perchè il suo grande sogno da bambino era fare lo sceriffo! Non sappiamo se diventerà davvero un agente, ma siamo sicuri che con quel fisico non farebbe fatica a spaventare i malintenzionati...
domenica 29 maggio 2011
Campioni in tutto
Doveva essere la rivincita della finale di Roma di due anni fa, l'ultima occasione per alcuni campioni come Van der Sar, Scholes e (forse) Giggs, il momento della vendetta per l'esperto sir Alex Ferguson contro il giovane rampante Guardiola, che aveva osato detronizzarlo nel 2009. Niente di tutto questo: la partita di ieri sera a Wembley ha sancito ancora una volta la superiorità europea del Barcellona, la grandezza del suo gioco totale e lo splendore del suo astro più luminoso, Leo Messi, tre Champions a meno di 24 anni, di cui due da assoluto protagonista.
E' soprattutto il trionfo di una filosofia di calcio che da tempo si è affermata in Catalogna: il calcio va imposto all'avversario grazie alla tecnica, privilegiata rispetto all'atletismo esagerato degli ultimi anni, e puntando soprattutto su giocatori del posto, cresciuti con la maglia blaugrana fin dai tempi della Masia, il settore giovanile che ha forgiato tanti campioni in campo e in panchina. L'esempio lampante è stato il primo marcatore di ieri sera, vale a dire Pedro Rodriguez Ledesma, per tutti Pedrito, anno di nascita 1987. Esploso un po' tardi rispetto ad altri compagni di squadra (a Roma giocò solo nel recupero, da assoluto sconosciuto), si è imposto in pochissimo tempo sulla scena internazionale, divenendo titolare inamovibile del Barça e della nazionale spagnola e anticipando la "pensione dorata" di un certo Thierry Henry. Con lui, ieri sera erano in campo altri 6 giocatori provenienti dalla "cantera", (Valdes, Piquè, Xavi, Busquets, Iniesta e Messi), oltre al capitano Puyol, a Bojan e a Thiago Alcantara in panchina.
E proprio lì, in panca, c'è un altro prodotto del Barcellona, un uomo cresciuto con quella maglia fin da bambino, e che ha quarant'anni può già dire di aver vinto tutto sia da giocatore che da allenatore: Pep Guardiola. A Wembley, nel '92, aveva già trionfato sul campo, sotto la guida del mentore Cruyff, togliendo il trofeo alla Sampdoria dei gemelli del gol Vialli e Mancini. Quest'anno ha bissato il trionfo di Roma, si è ripreso il palcoscenico dopo averlo dovuto cedere lo scorso anno a Mourinho, forse l'unico allenatore che ha dimostrato di poterlo affrontare ad armi pari. Il merito di questa vittoria è anche e soprattutto sua, per il suo modo di gestire lo spogliatoio, provvedendo alla sostituzione di campioni vecchi o non più desiderati (Ronaldinho, Deco, Eto'o, Henry, Ibrahimovic, Marquez) con giovani provenienti dal vivaio, lanciati senza paura nella ribalta del calcio internazionale. E' così che ha costruito questa squadra che adesso tutti giudicano la più forte di sempre, maestra nel trattare la palla e nel nasconderla all'avversario per farla riapparire solo in fondo alla rete, grazie a fenomeni del palleggio come Xavi e Iniesta e a un finalizzatore straordinario come Messi, divenuto un bomber di razza, non più solo un fenomeno di dribbling e fantasia. Ora si apre il dilemma sul futuro di Pep, che sembra soddisfatto dei trofei ottenuti in casa e avrebbe espresso il desiderio di intraprendere una nuova avventura da allenatore all'estero (magari in Italia, chissà...). I tifosi blaugrana non sembrano fare un dramma di questa situazione, perchè sono sicuri che la Masia continuerà a sfornare campioni e allenatori di grande livello, se è vero che Luis Enrique, altra vecchia gloria e tecnico della squadra B (la nostra primavera) è già richiesto da tanti club pur non avendo esperienza ad alti livelli.
L'ultima nota però, la più bella di tutte, è per un giocatore che ha vinto la sua partita non ieri sera, ma due mesi fa: Eric Abidal. A marzo, il francese aveva ricevuto la tremenda notizia di essere malato di cancro al fegato, e si era fermato per curarsi da questo male terribile. Vinta la sua battaglia, era tornato in campo per qualche minuto già nella semifinale di ritorno contro il Real, ricevendo un'ovazione da brividi e l'abbraccio di tutto il Camp Nou. Ieri ha giocato da titolare tutta la partita, e al momento della premiazione ha ricevuto la fascia di capitano da Puyol e ha avuto il privilegio di alzare per primo la coppa. E' il gesto più bello, più umano di tutta la serata, la dimostrazione dell'unità e dell'amicizia di un gruppo vincente, che ha dato una grande lezione non solo di calcio, ma soprattutto di vita.
lunedì 23 maggio 2011
Una vetrina per il futuro
Le ultime giornate di serie A, si sa, vanno sempre prese con le molle, perché risultati e prestazioni dei giocatori risentono sempre dei verdetti che la classifica ha già in gran parte espresso. Al di là delle partite che vengono inevitabilmente condizionate da questa differenza di motivazioni, l'aspetto più positivo è senz'altro lo spazio lasciato dalle rispettive società ai giovani, che spesso "assaggiano" il campo per la prima volta e mettono in mostra le loro qualità. Ieri pomeriggio, ad esempio, a Bologna abbiamo assistito alla splendida partita di Francesco Grandolfo, classe 1992, ragazzo di Castellana che fino ad ora aveva racimolato pochissimi minuti in serie A. Alla sua prima partita da titolare, dopo due spezzoni contro Palermo e Lecce, questo giovane attaccante della primavera biancorossa ha decisamente lasciato il segno, realizzando una tripletta e incassando gli applausi di tutto il Dall'Ara alla sua uscita dal campo. E' vero che il Bologna è sceso in campo assolutamente privo di motivazioni, appagato da una salvezza già raggiunta, tuttavia non si possono sminuire l'abilità sotto porta e la freddezza con cui questo ragazzo ha realizzato le sue prime reti nella massima serie; a meno di 19 anni, Grandolfo ha già attirato su di sè le attenzioni di molti club italiani e stranieri, tra cui Chelsea e Manchester United, ma lui ha di recente prolungato l'accordo con il Bari fino al 2014 e sembra intenzionato a rimanere lì per confermarsi.
Una bella storia, la sua, che si può paragonare a quelle di due portieri altrettanto giovani: Nicola Leali e Mattia Perin. Il primo è nato nel 1993, ieri non ha giocato ma domenica scorsa ha esordito in serie A con la maglia del Brescia, facendo subito vedere buone doti e destando l'attenzione di Juventus e Napoli; il secondo è più giovane di un anno, proviene dalla primavera del Genoa ed è già titolare nell'under 18 azzurra, e non ha mostrato la minima emozione quando i giocatori del Cesena l'hanno chiamato in causa. Per entrambi, molti degli addetti ai lavori auspicano una carriera ricca di soddisfazioni, con le maglie di grandi club e, magari, anche con quella della Nazionale. Parlando di giovani promesse, non si può di certo trascurare la Fiorentina, che da sempre cerca nuovi talenti da formare e mettere in mostra: ieri a Brescia ha giocato da titolare in attacco Babacar, 18 anni compiuti da poco, e nel secondo tempo è stato affiancato da Ljajic, non ancora ventenne, e Seferovic, classe '92, per un'età media di circa 19 anni; tutto questo senza dimenticare Camporese, difensore che già ha mostrato una notevole personalità in questa stagione, e Jovetic, che con i suoi quasi 22 anni potrebbe essere considerato un "veterano", e dopo un anno di stop forzato per infortunio è pronto a tornare in campo.
Ultimo ma non ultimo, va segnalato un altro ragazzino della Primavera del Brescia, anche lui esordiente ieri con la maglia delle Rondinelle; si chiama Lorenzo Tassi, è nato nel febbraio del 1995, e ieri è diventato il secondo giocatore più giovane a scendere in campo in serie A con i bresciani (il primo è stato un certo Andrea Pirlo, pochi mesi dopo la nascita dello stesso Tassi). Corioni parla di lui come di un nuovo Roberto Baggio, un paragone forse azzardato ed eccessivo per un ragazzo di appena 16 anni, anche se ieri sul campo ha mostrato subito una buona personalità e nessun timore reverenziale; da lui, dal già citato Leali, e da altri giovani interessanti come loro il Brescia intende ripartire per tornare subito nella massima serie.
La grande speranza per il nostro calcio è che a questi giovani non vengano riservate solo le briciole di un campionato, o piccole apparizioni nei minuti finali di una partita, bensì uno spazio molto maggiore nell'arco di un'intera stagione; in tutta Europa ci sono vari esempi di formazioni d'alto livello che puntano sui talenti del vivaio per costruire cicli vincenti, ultimo tra tutti il Borussia Dortmund, campione di Germania con una squadra dall'età media di 23 anni e poco più. Con questi auguri salutiamo l'esordio di tanti giovani nella nostra Serie A, sperando che per loro sia solo l'inizio di una lunga e fortunata carriera.
lunedì 16 maggio 2011
Giovani e vincenti
Se qualcuno a Trento, nei primi mesi del 2000, avesse immaginato una squadra di pallavolo invincibile, capace di trionfare in Italia e di imporre ripetutamente la sua legge anche in Europa, e in grado di fare tutto questo in soli 11 anni, probabilmente sarebbe stato preso per pazzo o, al massimo, per inguaribile ottimista. Da oggi, i tifosi trentini possono definitivamente smettere di sognare, e lustrarsi gli occhi ammirando i loro incredibili ragazzi, che hanno appena coronato la stagione praticamente perfetta, imponendosi in ordine come Campioni del Mondo, d'Europa e d'Italia. Nata quasi dal nulla, l'Itas Diatec Trentino ha impiegato solo tre stagioni per guadagnare l'accesso ai playoff scudetto (risultato sempre raggiunto da allora), e ha subito cominciato a sognare in grande, investendo molto in giocatori di prestigio internazionale, come Lorenzo Bernardi e Andrea Sartoretti; nonostante questo, tuttavia, il titolo tanto atteso continuava a non arrivare, e tutti gli sforzi del presidente Mosna non sembravano sufficienti per far fare il definitivo salto di qualità alla squadra. La svolta, decisiva, è avvenuta nell'estate del 2007, con l'ingaggio dell'allenatore bulgaro Radostin Stoytchev e di due suoi connazionali, le stelle Matej Kaziyski e Vladimir Nikolov, giocatori reduci dal brillante terzo posto conseguito in Coppa del Mondo con la propria nazionale, e dell'esperto Nikola Grbic, palleggiatore e campione olimpico ed europeo con la Jugoslavia. Grazie soprattutto al loro innesto e alla nuova direzione tattica dalla panchina, Trento ha dominato la stagione regolare 2007-08, e nei playoff si è ripetuta, ottenendo finalmente il primo titolo di Campione d'Italia della sua giovane storia. Dalla stagione successiva, le attenzioni di società e giocatori si sono rivolte soprattutto all'Europa, con l'obiettivo di portare a casa la Champions League, e anche in questo caso i risultati sono stati ottimi: nelle sue tre partecipazioni consecutive, infatti, l'Itas è sempre uscita vincitrice, divenendo la terza squadra italiana in grado di realizzare questo fantastico tris dopo Ravenna e Modena negli anni '90; ciliegina sulla torta, il successo nelle due nuove edizioni del Mondiale per Club, giovane torneo a cui partecipano le squadre campioni nei rispettivi continenti.
L'unica "pecca" in questo filotto di successi è stata la mancata conferma a livello italiano: a parte il successo del 2010 in Coppa Italia, infatti, Trento ha perso la finale per lo scudetto per due stagioni consecutive, rispettivamente contro Piacenza e Cuneo; i piemontesi si sono rivelati degli avversari durissimi anche nella Supercoppa Italiana e nella coppa nazionale di quest'anno, riuscendo a prevalere sui campioni trentini in entrambe le occasioni. Ma nella finale scudetto di ieri, alla fine, l'Itas è riuscita a sconfiggere i quotati rivali, dominando la partita dall'inizio alla fine e centrando la prima, meritata accoppiata Scudetto-Champions League della sua storia. Un trionfo davvero incredibile, per una squadra che fra una settimana compierà appena il suo undicesimo anno di vita, e tutti a Trento sono sicuri che questa non sarà certo l'ultima soddisfazione della loro giovane, ma già vincente avventura nel mondo della pallavolo.
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