Credo che scrivere di te sia, forse, l'unico modo per cercare di buttare fuori un po' di questi sentimenti e di queste emozioni che si stanno accumulando nel mio cuore e nella mia mente. Ho già detto mille cose su di te, a mille persone diverse, eppure mi sembra di non averne mai parlato, di non essermi mai sfogato abbastanza, di non aver trovato neanche un accenno della pace che tanto a fatica vado cercando. Vediamo se l'amica scrittura, che tanto volte mi ha fatto da sfogo e liberazione, riesce finalmente a compiere il miracolo...
Quando ti ho conosciuta, due anni e mezzo fa, ricordo che a prima vista mi avevi colpito. Non per la tua bellezza, ma perché fin da subito ho capito che eri una persona "particolare", o per meglio dire "speciale". Saranno stati quegli occhiali scuri che indossavi sempre, e di cui non ti separavi mai, sarà stato il tuo modo di parlare e di esprimerti, oppure non è stato nulla di tutto ciò: era semplicemente il tuo essere TU ad avermi colpito. Certo, è passato qualche tempo prima che iniziassimo a frequentarci e diventassimo amici, e ricordo ancora che fosti tu, per prima, a dirmi di farmi vivo qualche volta, ma da allora in avanti è stato un continuo avvicinarsi, un conoscersi lento ma forse inevitabile, piacevole, interessante. Ero sempre dispiaciuto quando tu non eri con noi, e al contrario la tua presenza mi rendeva felice, non so spiegarmi perché. All'inizio ho sbagliato nel valutarti, come tanti mi sono fermato troppo sulle apparenze, su quello che lasciavi intravedere a tutti noi che siamo semplici spettatori della tua vita. Ti ho guardata in modo molto, troppo superficiale, pensando che la tua malattia fosse l'unica, vera fonte dei tuoi problemi, che il tuo modo di essere e di comportarti fosse dovuto a quello, alla timidezza e alle insicurezze che il tuo problema aveva causato in te e nel tuo carattere fin dall'infanzia. Solo a distanza di tanto, tantissimo tempo, e dopo che mi hai rivelato la verità sul tuo malessere più oscuro e profondo, ho capito quanto mi fossi sbagliato sul tuo conto. E lì, non contento di quanto fatto, ho commesso un altro, stupido errore: ti ho compatita, ho avuto pietà di te, ho pensato di essere il cavaliere senza macchia e senza paura che il destino aveva scelto per salvarti dal dolore e portare serenità nella tua vita. Ancora prima che nascesse in me questo sentimento diverso, o ancor prima che capissi cosa provavo davvero per te, ero arrivato già a conclusioni che non avevano nulla di vero, mi ero costruito come sempre un castello in aria.
La verità, anche se è difficile ammetterlo a volte, è che sono io quello che deve sentirsi fortunato di averti trovata sul suo cammino, non il contrario. Sei apparsa nel momento in cui forse ero più in odio e in lite col mondo, nel periodo in cui maggiormente mi chiudevo a riccio e mi indurivo nel rancore e nella cattiveria, disprezzando gli altri e pensando solo egoisticamente a me, mosso dalla rabbia per la morte infame che il destino aveva riservato a papà e al nonno, per l'indifferenza che sentivo intorno a me. E poi invece c'eri tu, dall'altro lato del fiume, che venivi sempre messa in difficoltà dagli altri, a volte con cattiveria immotivata ed ingiusta, costantemente in minoranza e costretta, per quieto vivere e necessità, a dire di si e a seguire gli altri. Eppure, ad ogni gesto cattivo rispondevi con calma, pur soffrendo e piangendo nel silenzio della tua casa, all'egoismo degli altri contrapponevi il tuo estremo altruismo, quasi cieco nel voler mettere tutti gli altri davanti a te. Ti tiravano pietre, e tu le rimandavi indietro trasformate in petali di rosa. Ho capito in ritardo, dopo averci riflettuto a lungo, quanto ti ho invidiata per questo, quanto mi hai fatto sentire piccolo e debole. Sei stata l'esempio di cui avevo bisogno per ricominciare a pensare all'amore, a come in questa vita così difficile e tortuosa non si debba cedere alla cattiveria e ai brutti pensieri, a quanto sia più bello vivere ogni momento con gioia e felicità, quasi come facevamo quando eravamo bambini.
Ero e sono io, il debole, tra noi due. Sono io quello che ha paura del giudizio degli altri, che reagisce attaccando perché non vuole mostrare il lato più fragile e debole di sé. Sono io ad aver bisogno di te, sono io quello che, quando ti immagina lontana da me, in un futuro prossimo o distante che sia, si sente perso e non sa cosa fare. Sei stata e sei la mia forza, il mio esempio e il mio motivo per crescere e cercare ogni giorno di essere un uomo e una persona migliore. Senza di te, senza la spinta forte che mi hai dato nello sperimentare, nel conoscere, non sarei mai cambiato così tanto in questi ultimi anni. Non l'ho capito, o non l'ho voluto accettare, così come non voglio accettare il fatto che tu sia felice e possa vivere bene anche senza di me. Sono stato un verme a godere nel sapere che il mio addio e i miei comportamenti duri, lo scorso autunno ti avevano fatta soffrire. Ben magra soddisfazione, sapere che mi volevi bene e che ogni volta che mi comportavo male era una ferita che aggiungevo al tuo cuore, un dolore che ti causavo. Sono stato davvero cieco, egoista, e ancora di più ho dimostrato la mia bassezza, il mio essere piccolo e insignificante in confronto a te.
Anche adesso, che le cose tra noi sono tornate serene, continuo a sentire questo forte senso di incompletezza e dolore, piccolo e nascosto ma sempre presente nel mio petto. Ho sempre bisogno di sapere che tu ci sei per me, di illudermi e pensare che mi stai aspettando e che, un giorno, mi accetterai al tuo fianco come compagno, o marito, o padre dei tuoi figli. Forse perché continuo a vedere in te la roccia su cui aggrapparmi, la donna forte e matura su cui fare affidamento, l'unica in grado di placare il rancore che provo per il mondo, di insegnarmi cosa significhi amare e volere un mondo in cui tutti si vogliono bene e sono felici.
Sia come sia, sento che questa vita così non può continuare in eterno, che devo trovare un modo per cambiare il mio cuore, per uscire da questo stallo che non mi abbandona da oltre un anno. E' la cosa che più mi è difficile, sopprimere i miei sentimenti e pensare a te come ad una tra le tante, molto probabilmente perché so che tu, per mei, non sarai mai una come tante. Tu sarai sempre tu, anche quando il tempo sarà trascorso e magari la vita ci avrà allontanati, divisi, cambiati. Farei di tutto per renderti felice e per non perderti, ma so che continuando così rischio di perdere di nuovo me stesso, e di non trovare mai la pace che sto cercando. Per oggi, come ieri e come nei giorni passati, continuo a pensarci su e a cercare una risposta. Spero che il domani la porti, e che mi aiuti a mantenere intatto questo nostro rapporto senza rovinarlo di nuovo, anche perché questo significherebbe perderti per sempre. Intanto, ti auguro buona notte e bei sogni, e spero che almeno per un istante tu mi stia pensando, così come ora io penso a te. Ti amo, e per la prima volta dopo tanti anni non ho vergogna di dirlo. A domani, Laura.
Amo definirmi uno spirito libero, un giovane sospeso tra l'ancora fresca vita da studente e la nuova avventura alla ricerca di un lavoro e di una stabilità. Per il resto, non mi piace esprimere giudizi sulla mia persona e sul mio carattere, lascio agli amici l'arduo compito.
domenica 18 marzo 2018
domenica 9 luglio 2017
ESIGENZE
Quando qualcosa non va, quando tanti pensieri ti mangiano il cervello e ti fanno pensare, forse l'unica cosa da fare è cercare di fare un po' di ordine e metterli su carta. Spero possa essere l'esercizio giusto per trovare un attimo di pace e di serenità.
Non sono mai stato e non sarò mai perfetto, commetto errori ogni giorno e ne commetterò finché sarò su questa terra, ho deluso tante persone e tante volte non ho dato quanto meritato a chi se lo meritava. Sono mille cose diverse, permaloso, lunatico, estroverso, suscettibile, irritabile, orgoglioso, estremo nelle mie decisioni. Sono tutto questo e molto di più, nel bene e nel male, ma ho alcuni principi su cui non posso e non riesco più a transigere. La prima di queste è la sincerità. Amo chi è diretto ed è in grado di dirmi le cose in faccia, anche con cattiveria e durezza, amo chi sa quello che vuole da me e sa farmelo capire con i fatti, non solo con le parole. Tante volte mi è stato detto che c'è chi purtroppo fa fatica a mostrare determinate cose, ad essere diretto, e mi è stato chiesto di capire perché in fondo ognuno ha il suo carattere. Mi sono sforzato a lungo di fare questo, ma adesso mi sono decisamente stancato. Sono stufo di essere buono e cercare di capire, credo sia il momento di diventare un po' più esigente, sia con me stesso che con gli altri. Dirmi cose come "ti voglio bene", "non voglio perderti", "sei importante per me", ha senso solo se con i fatti mi dimostri di credere in quello che hai detto. Pretendo rispetto per quelli che sono i miei sentimenti, per quanto cerco di dare agli altri ogni giorno, pretendo quanto meno che mi si dicano le cose con raziocinio, sapendo di cosa si sta parlando. Le chiacchiere stanno sempre a zero, l'affetto e l'amicizia si dimostrano con azioni e atteggiamenti, altrimenti si tratta di menzogne dette senza cognizione di causa. Non sono un cretino che si fa trattare come un paggetto, che è amico solo quando c'è bisogno di un passaggio o quando si è soli come un cane e nessuno ti mostra un minimo di compassione. Odio chi ti cerca solo perché sei buono e gli dai ascolto e poi ti abbandona quando si rende conto che ha trovato di meglio e tu non servi più. Sono stanco di questa gente, sono stanco di arrabbiarmi e star male per queste persone, pretendo rispetto e sincerità da chi mi vuole davvero. Nel caso contrario, la porta è li e si può uscire facilmente, ben consci però che una volta fuori non si rientra più.
Spero che questo messaggio arrivi chiaro e forte a chi deve, e che questa persona faccia pace con sé stessa e dimostri, per una volta, di saper far seguire i fatti alle parole. Non ho più tempo da perdere per gelosie, capricci e bambinate, se devo assistere a queste scemenze preferisco decisamente la solitudine. Anche perché io, a differenza di qualcun altro, la solitudine la conosco e la so affrontare, non mi adatto a chi mi calpesta e mi maltratta pur di elemosinare una misera compagnia. "Meglio soli che mal accompagnati", sostiene il detto. Mai cosa fu più azzeccata, oggi.
Non sono mai stato e non sarò mai perfetto, commetto errori ogni giorno e ne commetterò finché sarò su questa terra, ho deluso tante persone e tante volte non ho dato quanto meritato a chi se lo meritava. Sono mille cose diverse, permaloso, lunatico, estroverso, suscettibile, irritabile, orgoglioso, estremo nelle mie decisioni. Sono tutto questo e molto di più, nel bene e nel male, ma ho alcuni principi su cui non posso e non riesco più a transigere. La prima di queste è la sincerità. Amo chi è diretto ed è in grado di dirmi le cose in faccia, anche con cattiveria e durezza, amo chi sa quello che vuole da me e sa farmelo capire con i fatti, non solo con le parole. Tante volte mi è stato detto che c'è chi purtroppo fa fatica a mostrare determinate cose, ad essere diretto, e mi è stato chiesto di capire perché in fondo ognuno ha il suo carattere. Mi sono sforzato a lungo di fare questo, ma adesso mi sono decisamente stancato. Sono stufo di essere buono e cercare di capire, credo sia il momento di diventare un po' più esigente, sia con me stesso che con gli altri. Dirmi cose come "ti voglio bene", "non voglio perderti", "sei importante per me", ha senso solo se con i fatti mi dimostri di credere in quello che hai detto. Pretendo rispetto per quelli che sono i miei sentimenti, per quanto cerco di dare agli altri ogni giorno, pretendo quanto meno che mi si dicano le cose con raziocinio, sapendo di cosa si sta parlando. Le chiacchiere stanno sempre a zero, l'affetto e l'amicizia si dimostrano con azioni e atteggiamenti, altrimenti si tratta di menzogne dette senza cognizione di causa. Non sono un cretino che si fa trattare come un paggetto, che è amico solo quando c'è bisogno di un passaggio o quando si è soli come un cane e nessuno ti mostra un minimo di compassione. Odio chi ti cerca solo perché sei buono e gli dai ascolto e poi ti abbandona quando si rende conto che ha trovato di meglio e tu non servi più. Sono stanco di questa gente, sono stanco di arrabbiarmi e star male per queste persone, pretendo rispetto e sincerità da chi mi vuole davvero. Nel caso contrario, la porta è li e si può uscire facilmente, ben consci però che una volta fuori non si rientra più.
Spero che questo messaggio arrivi chiaro e forte a chi deve, e che questa persona faccia pace con sé stessa e dimostri, per una volta, di saper far seguire i fatti alle parole. Non ho più tempo da perdere per gelosie, capricci e bambinate, se devo assistere a queste scemenze preferisco decisamente la solitudine. Anche perché io, a differenza di qualcun altro, la solitudine la conosco e la so affrontare, non mi adatto a chi mi calpesta e mi maltratta pur di elemosinare una misera compagnia. "Meglio soli che mal accompagnati", sostiene il detto. Mai cosa fu più azzeccata, oggi.
lunedì 29 agosto 2016
RICORDO DI TE
Due anni. Tanto è passato da quella notte, e ancor di più dal nostro primo incontro, da quello strano scherzo del destino che ci ha fatti incontrare qui a Ravenna. Curioso davvero, ho pensato diverse volte a te in tutto questo tempo, mi sei tornata in mente molto spesso, da quella sera di dicembre in cui tutto quello che c'è stato tra noi è finito, improvviso e violento, così com'era iniziato. Ti pensavo, di tanto in tanto, nella mia testa riaffioravano spesso i ricordi di ciò che abbiamo vissuto, il tuo nome rieccheggia ancora oggi in tanti dei miei discorsi. Eppure, anche adesso fatico ad esprimere a parole, pur mettendolo per iscritto, quello che hai significato per me, quello che sei stata. Il tempo, la calma che piano piano sento di aver ritrovato, le esperienze successive mi stanno aiutando a "storicizzare" il nostro rapporto, a rivedere tutto con maggiore freddezza, senza il trasporto emotivo di quei mesi turbolenti e fin troppo intensi. Col senno di poi, ammetto di aver sbagliato con te, di non essere mai stato il genere di amante che sognavo di essere, di essermi frenato tante volte per via dell'emozione, dell'inesperienza, o semplicemente per i troppi dubbi che avevo nella mente. Non volevo che tra noi le cose finissero così, speravo di poterti essere d'aiuto almeno quanto tu cercavi di esserlo con me, cercavo di essere forte in un momento delicatissimo delle nostre vite e di andare avanti, ma così facendo ho solo peggiorato le cose. Mi sono lentamente chiuso a riccio, ho imprigionato la mente in milioni di ragionamenti troppo complessi e forse inutili, e ho contribuito in modo pesante al logoramento e alla fine del nostro rapporto. Abbiamo cercato di cambiarci e di adattarci l'uno all'altra, è stato forse il primo e il più grande di tutto i nostri errori. Non ero pronto per qualcosa del genere, non ero preparato a qualcosa di talmente nuovo ed intenso, anche solo l'idea di un "noi" mi intimidiva. Abbiamo corso tanto, forse troppo, e quando la passione finisce e il sentimento non ha preso piede, ecco che tutto quello che si pensava di aver costruito crolla, come un castello di sabbia. E' stato difficile dirti addio, è stata dura andare avanti e smettere di pensare a te, ignorarti quando mi hai cercato, andar dritto per la mia strada anche se questo significava farti soffrire. Tornare indietro, però, ci avrebbe solo fatto altro male, perché in fondo non eravamo in grado di stare insieme, io e te. Troppe le differenze, troppo diversi i mondi da cui veniamo e in cui siamo cresciuti, troppo profonde le ferite che in quel momento sconvolgevano le nostre vite. Odiavo i momenti in cui si finiva per discutere, detestavo i tuoi silenzi e i tuoi bruschi cambi d'umore, quelle volte in cui mi sentivo sempre sotto esame, come se un minimo "errore" rovinasse la mia immagine ai tuoi occhi. No, erano davvero troppe le distanze tra noi, la passione ci ha presi e ci ha fatto vivere momenti davvero meravigliosi (a me di sicuro, mi piace pensare che lo siano stati anche per te), ma era troppo poco per poterla definire amore. Mi resta sempre il rimpianto, nascosto ma in fondo ancora vivo, di quello che sarebbe potuto essere se io fossi stato un po' più sereno e deciso, se avessimo davvero costruito uno straccio di rapporto di coppia, lentamente e senza fretta, se le circostanze di queste nostre vite insomma fossero state diverse. E' evidente che i "se" sono fin troppi, e in questo modo non si va da nessuna parte. Di qualcosa, però, sono davvero sicuro: sei stata importante per me, molto più di quanto tu possa immaginare. Mi hai reso diverso, mi hai fatto crescere tanto, mi sei stata vicina quando più ne avevo bisogno e hai cercato di aiutarmi, anche se a modo tuo. I momenti dolci che abbiamo trascorso, i baci, gli abbracci e le carezze, sono queste le cose che maggiormente mi mancano, più di tutto quello che il sesso ci ha potuto trasmettere. Non so dove tu sia adesso, come sia proseguita la tua vita, ma in fondo al cuore mi auguro che tu possa aver trovato finalmente la pace che tanto cercavi, un lavoro sicuro e una casa bella e accogliente. Spero che tu abbia imparato qualcosa dai tuoi sbagli passati, che tutte le tue insicurezze e le tue paure siano solo un ricordo, che tu abbia eliminato la maschera che indossavi e sia diventata più sincera, in primis con te stessa, e mi auguro che anche in amore tu abbia avuto finalmente fortuna. Io sono sempre lo stesso, quello che rimproveravi e chiamavi immaturo, avaro, egoista. Quello che ti faceva arrabbiare e tirava fuori il peggio di te, quello che a volte ti aspettava con ansia la notte, che ti abbracciava e cercava di asciugare le tue lacrime, che ti stringeva e provava a scaldarti nel freddo dell'inverno. Cerco di crescere, di andare avanti e costruirmi qualcosa con le mie forze, di imparare dai miei errori sempre e comunque. Con tutta sincerità mi auguro di non rivederti, spero che tutti questi pensieri finiscano nel ripostiglio dei ricordi del passato, e che quando un giorno mi ricorderò di te, magari anziano e con qualcuno al mio fianco, mi scapperà un sorriso, e dirò: a quella scema, in fondo, ho voluto davvero molto bene. Addio D., buona vita. Tuo, Fab.
venerdì 18 marzo 2016
RIFLESSIONI DI UN TRENTENNE CHE ASPETTA DI (RI)NASCERE
Eccomi qui, alla vigilia dei miei 30 anni. A casa, dopo una cena insolita per le mie abitudini (insalata, tonno, pomodorini e formaggio), davanti ad un PC, e con la voglia di fare qualche considerazione. I momenti importanti spingono spesso a tracciare un bilancio, a fare il punto, ed è quello che intendo fare con questo post.
Che dire, quando mi immaginavo questo momento, soprattutto da ragazzino, pensavo di essermi già "sistemato" in tanti sensi, con un lavoro solido alle spalle e, soprattutto, una famiglia insieme a me. Non è andata esattamente in questo modo, la vita d'altronde non è qualcosa che si pianifica a tavolino, anzi è un continuo ribaltarsi e sovrapporsi di eventi, decisioni, incontri che ti indirizzano e ti cambiano, impedendoti di fantasticare oltre un tot. Posso dire che sicuramente, se mi guardo indietro, sono davvero tante le cose di cui mi posso ritenere soddisfatto: ho un lavoro che mi permette di vivere bene, sono in un posto che, per quanto non senta ancora come casa, mi da comunque spunti per crescere e fare cose nuove, ho la fortuna di aver incontrato tanti amici e tante brave persone, tra Vasto e il resto dell'Italia, che mi hanno portato a maturare e diventare l'uomo di oggi. Non è stato ovviamente tutto rose e fiori, è scontato dire che nella mia vita da un anno e mezzo c'è un enorme vuoto, imprevisto e che non auguro mai a nessuno, perché sono quelle assenze che pesano sempre sulla tua vita, nella mente, nell'anima. Il tempo lenisce in parte il dolore e attenua la mancanza, ma caro Nick, pensare che domani sarebbe stata anche la tua festa non mi aiuta a restare sereno e a non ricordare continuamente te. So che ci sei, ovunque tu ti trovi adesso, e che mi dai quotidianamente la forza per andare avanti, ma mai come in questi ultimi periodi avrei voluto che mi fossi vicino anche fisicamente. Forse riderai leggendo queste mie parole, in ogni caso mi chiedo quale sia il disegnino o il messaggio a sorpresa che mi stai preparando, oggi come tutte le altre volte che c'era un evento da festeggiare. Anche tu Gino manchi tanto, la tua saggezza popolare e il tuo affetto sincero sono stati un perno della mia crescita fin da quando ero bambino, e anche se ho goduto della tua presenza per quasi trent'anni mi sarebbe piaciuto averti ancora qui con me, fresco nei tuoi ormai 96 anni, vissuti bene e con animo sereno.
Ripensando a tutti gli incontri fatti, da quelli più recenti ai più lontano, da coloro che hanno condiviso solo qualche giorno o mese con me agli amici di una vita, devo dire che ognuno ha rappresentato un gradino verso la mia crescita, nel bene e nel male. Non posso dire di aver mai conosciuto il vero amore, e questo mi manca terribilmente, ma quelle poche donne che mi sono state vicino mi hanno aiutato a togliermi la classica "scimmia" dalle spalle, mi hanno fatto maturare e sentire pronto a costruire qualcosa di stabile, a prendermi delle responsabilità da compagno, da uomo, spero da futuro padre. Attendo di incontrare colei che saprà prendermi al 100%, e intanto mantengo gli occhi aperti... Vorrei avere qui con me, oggi, tantissimi dei miei vecchi amici, dai compagni di serate della mia cara Vasto ai tantissimi compagni di università e di studi, dai colleghi del Leonardo alle persone incontrate in questa mia esperienza ravennate. Ogni volta che ripenso a tutti loro mi rendo conto della fortuna che si ha ad avere degli amici, a loro devo molta della forza che mi spinge ad andare avanti per migliorare ogni giorno, sono parte integrante di me e rimarranno per sempre nel mio cuore, dovunque mi porti e ci porti la vita. Altrettanto non posso dire di altri (per fortuna non molti), da cui mi aspettavo qualcosa in più, una maggiore attenzione, una presenza più costante e coerente, in particolare durante i miei momenti bui e nelle mie difficoltà recenti. Mi hanno fatto soffrire, arrabbiare, mi hanno amareggiato e scocciato, ma in fondo è anche questo parte della vita, e sicuro da persone così posso solo imparare: non sempre dare tanto equivale a ricevere lo stesso, comincerò a fare così anch'io nel prossimo futuro.
Già, il futuro, la cosa più incerta qui. Ravenna sembra sempre una parentesi temporanea, un momento di transito verso qualcosa che non si conosce. Il periodo è quello che é, devo tenere la valigia sempre vicino alla porta e pensare che oggi sono qui e domani chissà dove, ma piangermi addosso in fondo non mi servirebbe a nulla. La felicità arriva sempre, anche dalle cose più piccole e insignificanti a volte, e qualsiasi cosa accada non bisogna mai perdere positività e speranza nel futuro e nella vita. Stringiamo i denti e tiriamo avanti come sempre, con la forza che la mia famiglia mi ha trasmesso ed insegnato, con la grinta e la testardaggine del mio sangue abruzzese, con la voglia e l'ingenuità del sognatore che sempre dorme in me, e con la fermezza di chi ha voglia, dopo il dolore e la sofferenza, di vivere il suo momento di vera gioia.
Ho ammorbato un po' tutti e mi sono dilungato come sempre, è evidente che il dono della sintesi non mi appartiene. Mi preparo per venire al mondo per la trentesima volta, buonanotte e grazie di cuore a tutti voi.
Vostro, Frazio
Che dire, quando mi immaginavo questo momento, soprattutto da ragazzino, pensavo di essermi già "sistemato" in tanti sensi, con un lavoro solido alle spalle e, soprattutto, una famiglia insieme a me. Non è andata esattamente in questo modo, la vita d'altronde non è qualcosa che si pianifica a tavolino, anzi è un continuo ribaltarsi e sovrapporsi di eventi, decisioni, incontri che ti indirizzano e ti cambiano, impedendoti di fantasticare oltre un tot. Posso dire che sicuramente, se mi guardo indietro, sono davvero tante le cose di cui mi posso ritenere soddisfatto: ho un lavoro che mi permette di vivere bene, sono in un posto che, per quanto non senta ancora come casa, mi da comunque spunti per crescere e fare cose nuove, ho la fortuna di aver incontrato tanti amici e tante brave persone, tra Vasto e il resto dell'Italia, che mi hanno portato a maturare e diventare l'uomo di oggi. Non è stato ovviamente tutto rose e fiori, è scontato dire che nella mia vita da un anno e mezzo c'è un enorme vuoto, imprevisto e che non auguro mai a nessuno, perché sono quelle assenze che pesano sempre sulla tua vita, nella mente, nell'anima. Il tempo lenisce in parte il dolore e attenua la mancanza, ma caro Nick, pensare che domani sarebbe stata anche la tua festa non mi aiuta a restare sereno e a non ricordare continuamente te. So che ci sei, ovunque tu ti trovi adesso, e che mi dai quotidianamente la forza per andare avanti, ma mai come in questi ultimi periodi avrei voluto che mi fossi vicino anche fisicamente. Forse riderai leggendo queste mie parole, in ogni caso mi chiedo quale sia il disegnino o il messaggio a sorpresa che mi stai preparando, oggi come tutte le altre volte che c'era un evento da festeggiare. Anche tu Gino manchi tanto, la tua saggezza popolare e il tuo affetto sincero sono stati un perno della mia crescita fin da quando ero bambino, e anche se ho goduto della tua presenza per quasi trent'anni mi sarebbe piaciuto averti ancora qui con me, fresco nei tuoi ormai 96 anni, vissuti bene e con animo sereno.
Ripensando a tutti gli incontri fatti, da quelli più recenti ai più lontano, da coloro che hanno condiviso solo qualche giorno o mese con me agli amici di una vita, devo dire che ognuno ha rappresentato un gradino verso la mia crescita, nel bene e nel male. Non posso dire di aver mai conosciuto il vero amore, e questo mi manca terribilmente, ma quelle poche donne che mi sono state vicino mi hanno aiutato a togliermi la classica "scimmia" dalle spalle, mi hanno fatto maturare e sentire pronto a costruire qualcosa di stabile, a prendermi delle responsabilità da compagno, da uomo, spero da futuro padre. Attendo di incontrare colei che saprà prendermi al 100%, e intanto mantengo gli occhi aperti... Vorrei avere qui con me, oggi, tantissimi dei miei vecchi amici, dai compagni di serate della mia cara Vasto ai tantissimi compagni di università e di studi, dai colleghi del Leonardo alle persone incontrate in questa mia esperienza ravennate. Ogni volta che ripenso a tutti loro mi rendo conto della fortuna che si ha ad avere degli amici, a loro devo molta della forza che mi spinge ad andare avanti per migliorare ogni giorno, sono parte integrante di me e rimarranno per sempre nel mio cuore, dovunque mi porti e ci porti la vita. Altrettanto non posso dire di altri (per fortuna non molti), da cui mi aspettavo qualcosa in più, una maggiore attenzione, una presenza più costante e coerente, in particolare durante i miei momenti bui e nelle mie difficoltà recenti. Mi hanno fatto soffrire, arrabbiare, mi hanno amareggiato e scocciato, ma in fondo è anche questo parte della vita, e sicuro da persone così posso solo imparare: non sempre dare tanto equivale a ricevere lo stesso, comincerò a fare così anch'io nel prossimo futuro.
Già, il futuro, la cosa più incerta qui. Ravenna sembra sempre una parentesi temporanea, un momento di transito verso qualcosa che non si conosce. Il periodo è quello che é, devo tenere la valigia sempre vicino alla porta e pensare che oggi sono qui e domani chissà dove, ma piangermi addosso in fondo non mi servirebbe a nulla. La felicità arriva sempre, anche dalle cose più piccole e insignificanti a volte, e qualsiasi cosa accada non bisogna mai perdere positività e speranza nel futuro e nella vita. Stringiamo i denti e tiriamo avanti come sempre, con la forza che la mia famiglia mi ha trasmesso ed insegnato, con la grinta e la testardaggine del mio sangue abruzzese, con la voglia e l'ingenuità del sognatore che sempre dorme in me, e con la fermezza di chi ha voglia, dopo il dolore e la sofferenza, di vivere il suo momento di vera gioia.
Ho ammorbato un po' tutti e mi sono dilungato come sempre, è evidente che il dono della sintesi non mi appartiene. Mi preparo per venire al mondo per la trentesima volta, buonanotte e grazie di cuore a tutti voi.
Vostro, Frazio
giovedì 17 marzo 2016
AD UN PASSO DAL TRAGUARDO
Settanta minuti di livello alto, altissimo, quasi la partita perfetta. Due gol per un vantaggio più che meritato, un avversario che non avevo mai visto tanto in difficoltà nel trovare varchi e giocate, una sicurezza crescente che, per qualche strano sortilegio, l'impresa era possibile, i tedeschi potevano cadere. E' stata fredda, freddissima la doccia che ci ha risvegliati, e anche oggi che ci ripenso quasi non ci voglio credere. Ma il Bayern Monaco è questo, è una squadra imbottita di campioni e capace di prendere due montanti, rischiare il K.O. tecnico in più riprese, tenersi alle corde e poi ripartire all'attacco, mandandoti al tappeto con pochi, precisi diretti.
La Juventus di Allegri sembrava aver azzeccato tutto, a partire dalla formazione: 4-5-1 che diventava 5-4-1 in fase difensiva, tanta densità per evitare fraseggi stretti e tagli pericolosi in area, e un Morata tutto pepe a dare fastidio alla difesa avversaria, con due frecce come Alex Sandro e Cuadrado ai suoi fianchi e alle spalle Pogba. Khedira ha giocato una grandissima partita, la difesa sembrava solida e imperforabile persino per i fenomeni tedeschi. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato e quella che poteva essere la serata della gloria si è trasformata nel peggiore degli incubi. La stanchezza per l'enorme sforzo fatto e i cambi, per una volta non di livello (Sturaro nervoso e poco concentrato, Mandzukic in condizioni troppo precarie per essere efficace), hanno aperto le falle che si sono rivelate fatali alla Juve. Gli errori della difesa sui due gol subiti sono evidenti, in particolare è gravissima la palla non spazzata da Pogba ed Evra che ha innescato il 2-2 che di fatto ha indirizzato il match. Nei supplementari mi sono illuso per qualche minuto che il miracolo potesse realizzarsi, poi l'uno-due di Thiago e Coman ha svegliato tutti e chiuso ogni discorso.
I discorsi sui cambi azzeccati da Guardiola e sbagliati da Allegri mi sembrano fuori luogo e completamente inutili a questo punto della storia. Con tutto il rispetto, uno Sturaro e un Pereyra non possono essere avvicinati alla panchina zeppa di talento di un Bayern pur minato dalle assenze. Le scelte di Allegri erano quasi obbligate da questo punto di vista, forse con un Mandzukic così si poteva preferire Zaza, più adatto a fare il gioco che aveva fatto Morata, ma sarebbe stato un rischio vista la maggiore esperienza del croato. Si possono rimproverare ai subentranti un po' di freddezza e attenzione che sarebbero serviti come il pane, ma come detto ormai è inutile piangere sul latte versato. Inutile anche reclamare per la topica del guardalinee sul fuorigioco fischiato a Morata che sarebbe valso il temporaneo 0-2: il gol è arrivato lo stesso, in seguito. Gli errori li commettono tutti, anche arbitri e guardalinee di livello internazionale, una lezione che da italiani dovremmo imparare anziché sparare sempre a zero sui nostri fischietti. Fanno molta più rabbia, secondo me, le almeno tre palle gol sprecate tra la fine del primo tempo e inizio ripresa, perché quello sarebbe stato davvero il colpo letale per le speranze dei bavaresi. Un vero peccato non averle sfruttate.
Contro i migliori devi sempre giocare al massimo, non basta farlo per settanta minuti, ce ne vogliono novanta e più. La Juventus ha imparato anche questa lezione, speriamo sia utile nel suo viatico di crescita, sia in questa che nelle prossime stagioni.
lunedì 12 marzo 2012
Bomber per caso
Quando è arrivato a Milanello, il 31 agosto del 2011, proprio durante le ultime ore del mercato, alcuni addetti ai lavori hanno storto il naso, altri si sono chiesti l'utilità del suo acquisto, nonostante il prezzo decisamente basso (500.000 euro). Oggi, dopo l'ennesima buona prestazione contro il Lecce, condita anche da un gol, nessun tifoso rossonero dubita più delle qualità di Antonio Nocerino, e anzi più di uno si interroga sul perché questo ragazzo di quasi 27 anni abbia dovuto attendere così tanto prima di raggiungere la notorietà che merita.
Napoletano doc, Nocerino cresce calcisticamente come centrocampista nelle giovanili della rivale storica dei partenopei, la Juventus, prima di tornare in Campania nel 2003, quando a 19 anni esordisce in serie B con la maglia dell'Avellino; sotto la guida dell'esperto Zeman, sempre molto attento ai giovani, disputa un buon campionato, giocando da titolare e con continuità, tanto da meritarsi l'attenzione del Genoa per la stagione successiva. I Grifoni, però, hanno allestito una squadra importante e d'esperienza per risalire in serie A, e Antonio trova decisamente poco spazio, così decide di cambiare aria per giocarsi le sue chances; in un anno e mezzo va prima a Catanzaro (fino a giugno 2005), poi al Crotone (da giugno 2005 a gennaio 2006), e infine al Messina (da gennaio 2006 al termine della stagione), squadra con cui esordisce anche in serie A. Una prima svolta importante nella sua carriera arriva l'anno seguente, quando decide di tornare in serie B e si accasa al Piacenza; qui ritrova finalmente la continuità che cercava e dimostra anche di avere buone doti realizzative, visto che va a segno per ben 6 volte in stagione, rispondendo in parte alle critiche di chi lo riteneva solo un mediano dai piedi poco "nobili".
Così, nell'estate 2007, Nocerino ha finalmente l'occasione di fare il grande salto quando riceve la chiamata della Juventus, la squadra in cui è cresciuto, che intende puntare su di lui e su altri giovani per riprendersi definitivamente dallo scandalo di Calciopoli e tornare ad alti livelli. Antonio inizia la stagione da titolare nei bianconeri di Ranieri, ha anche l'onore di esordire in Nazionale contro il Sudafrica nello stesso anno, ma purtroppo non convince del tutto la società, e l'arrivo di Sissoko a gennaio lo relega spesso in panchina. Nonostante una stagione comunque positiva, conclusa con la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino, in cui veste anche la fascia di capitano dell'Under 21 azzurra, lo spazio per lui a Torino sembra non esserci più, e infatti nell'estate successiva la società lo usa come pedina di scambio, cedendolo al Palermo nell'ambito dell'affare Amauri. Nella prima stagione con la maglia dei rosanero, Nocerino ritrova la continuità di rendimento ed è uno dei giocatori fondamentali della squadra, anche se i suoi compiti a centrocampo sono spesso di rottura e interdizione, così ha poca possibilità di mettere in mostra tutte le sue qualità; l'anno successivo però, dopo qualche iniziale difficoltà sotto la gestione di Zenga, l'arrivo di Delio Rossi sulla panchina del Palermo costituisce un nuovo, decisivo salto di qualità per Nocerino e per il suo rendimento in campo. Con compiti più offensivi e di accompagnamento alla manovra di attacco, Antonio segna i primi gol in serie A, dimostra di essere un centrocampista molto completo, e in breve diventa uno dei perni del gioco della squadra siciliana, confermandosi anche nell'annata successiva, il 2010-11; in quest'ultima stagione è titolare inamovibile e onnipresente dei rosanero, esordisce nelle coppe europee disputando l'Europa League e arriva anche a giocarsi la finale di Coppa Italia, persa contro l'Inter di Leonardo, oltre a tornare in Nazionale dopo oltre tre anni dalla prima convocazione.
E' l'anno migliore per Nocerino, ma durante l'estate nessuna grande squadra di serie A sembra essere interessata al suo acquisto, e il centrocampista napoletano sembra destinato a rimanere ancora a Palermo. A sorpresa, proprio nelle ultimissime ore di mercato, il Milan di Allegri ne perfeziona l'acquisto, anche se molti non danno grande considerazione alla notizia, perché ritengono Aquilani un colpo decisamente più importante per i rossoneri; alcuni si interrogano sull'utilità del giocatore, visto che il centrocampo rossonero ha già molti atleti di livello mondiale, e Nocerino sembra destinato a diventare una riserva di lusso. Allegri invece dimostra da subito di credere molto in lui, lo impiega con continuità nel ruolo di interno sinistro, e Antonio ripaga subito la fiducia del tecnico e dell'ambiente con prestazioni sempre più convincenti, e soprattutto con una continuità incredibile in zona realizzativa: con la rete realizzata ieri contro il Lecce, infatti, il centrocampista napoletano è arrivato a ben 9 centri in campionato, e senza tirare rigori o punizioni, il che aumenta ancora di più i suoi meriti; tra le varie reti, spiccano la tripletta realizzata al Parma e il gol dell'ex nella sfida-scudetto contro la Juve a San Siro, in quella che è stata la partita più calda dell'anno. In poco più di mezza stagione, ha già dimostrato ai tanti scettici che le sue doti migliori non sono soltanto la corsa e la grinta, e che la sua presenza in una grande squadra è tutt'altro che immeritata. Con i suoi gol, inoltre, è il secondo miglior marcatore del Milan in campionato, dietro a Ibrahimovic, con i tanti attaccanti in rosa (Pato, Robinho, Cassano, El Shaarawy) che, messi insieme, hanno segnato come lui; una bella soddisfazione per chi, a inizio anno, era considerato solo un vice Gattuso e poco più.
Che sia l'anno d'oro dei centrocampisti, considerando che anche la Juve seconda in classifica ha trovato in Claudio Marchisio un bomber insospettabile? Può darsi, resta il fatto che nel calcio di oggi la corsa, gli inserimenti e la grinta sono una componente fondamentale, e giocatori dotati di queste caratteristiche sono sempre più importanti in una squadra, sia essa una piccola o una grande. E così, a suon di reti e ottime prestazione, Nocerino, Marchisio e i loro colleghi stanno smentendo sempre di più chi ha scarsa considerazione del centrocampista tuttofare, che corre e lotta per tutti; parafrasando una nota canzone del passato, si potrebbe davvero dire che, nel loro caso, "oltre le gambe c'è di più"...
martedì 28 febbraio 2012
Auguri San Dino!
Se oggi vedete un bimbo che fa il portiere in una partitella tra amici e gli chiedete chi sia il suo modello, con molta probabilità vi risponderà Buffon, o Abbiati, o Julio Cesar, a seconda della sua fede calcistica; ma se aveste fatto la stessa domanda a un bambino degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, lui avrebbe fatto un solo nome, senza esitazione: Dino Zoff. Per almeno due generazioni di italiani, lui ha rappresentato un'icona storica del calcio nostrano, il simbolo della Juventus e della Nazionale, l'esempio del grande sportivo e dell'atleta esemplare.
Eppure, la grande carriera del portiere friulano non è iniziata sotto le luci dei riflettori o tra grandi aspettative: cresciuto nella Marianese, squadra della sua città, Zoff a 14 anni viene scartato da alcuni grandi club durante i provini perché ritenuto troppo basso, e solo l'ulteriore crescita oltre il metro e ottanta e il duro lavoro gli consentono di guadagnarsi il primo contratto da professionista con l'Udinese. L'esordio in serie A, nel 1961, non è dei migliori, prende 5 gol dalla Fiorentina, e durante la stagione gioca solo 4 partite, mentre la squadra a fine campionato retrocede; un inizio non proprio incoraggiante, ma il ventenne Dino non si scoraggia, continua a lavorare e a migliorare la sua tecnica, e dopo un anno da titolare in serie B viene acquistato dal Mantova, squadra famosa col soprannome di Piccolo Brasile per il gioco spumeggiante che mette in mostra. La carriera del portierone inizia con i virgiliani, con cui mostra subito un ottimo livello, prosegue in seguito a Napoli, fino ad arrivare alla definitiva consacrazione con la Juventus, di cui difende la porta per 11 stagioni consecutive, senza saltare neanche un incontro fino al ritiro nel 1983, alla bellezza di 41 anni; con i bianconeri torinesi Zoff conquista 6 Scudetti, 2 Coppe Italia e 1 Coppa UEFA, ed entra di diritto negli almanacchi e nella storia del calcio italiano.
Il colore che maggiormente si lega alla sua carriera, tuttavia, è l'azzurro della Nazionale: dopo l'esordio nel 1968, Zoff fa parte stabilmente del gruppo azzurro per quindici lunghi anni, prendendo parte a ben quattro Mondiali (di cui tre da titolare) e due Europei, e vestendo dal '77 anche la fascia di capitano; in totale disputa 112 partite, è il primo italiano a superare il traguardo delle 100 presenze in Nazionale, e detiene anche il record mondiale di imbattibilità con ben 1142 consecutivi: dopo il gol dello jugoslavo Vukotic nel settembre 1972, Dino viene nuovamente battuto solo a giugno del 1974 dall'haitiano Sanon, durante lo sfortunato mondiale tedesco. Fresco esordiente, vince l'Europeo in casa nel '68, poi partecipa al Mondiale messicano come riserva di Albertosi, ottenendo un prestigioso secondo posto dietro il Brasile di Pelé; dopo la precoce eliminazione nel '74, è il capitano nella spedizione argentina del '78, in cui gli azzurri si distinguono per il bel gioco ma alla fine si accontentano del quarto posto, e in molti criticano proprio Zoff per i gol presi dalla lunga distanza e lo danno per finito. Lui resta al suo posto, ottiene un altro quarto posto, nel deludente Europeo casalingo, poi nell'82 ottiene finalmente la consacrazione che merita: il Mundial spagnolo incorona l'Italia dopo 44 anni di attesa, e Dino diventa il più anziano campione del Mondo di sempre, con i suoi 40 anni; di quel torneo storico rimangono alla mente l'incredibile parata all'ultimo secondo sul brasiliano Oscar, decisiva per la vittoria e il passaggio del turno, e il portierone che solleva la Coppa al cielo, nella magica notte di Madrid.
Una carriera perfetta insomma, con un unico grande rimpianto: la Coppa dei Campioni, sfiorata due volte con la Juve (nel '73 e nell'83) ma mai vinta. Appesi i guanti al chiodo, Zoff intraprende la carriera da allenatore, guida i bianconeri durante un periodo privo di successi, conquista Coppa Italia e Coppa UEFA nel 1990, poi si siede in tre diverse occasioni sulla panchina della Lazio, di cui è anche presidente durante la gestione Cragnotti, e infine vince l'ultima sfida ottenendo la salvezza con la neopromossa Fiorentina nel 2005. La sua esperienza più grande però è alla guida della Nazionale, sulla cui panchina viene chiamato dopo il Mondiale del '98 e in vista dell'Europeo del 2000; nonostante molte critiche, la squadra risponde sul campo raggiungendo la finale, che perde in modo rocambolesco al golden gol, dopo aver subito il pareggio nei minuti di recupero. E' il miglior risultato nella competizione dopo la vittoria del '68, ma le critiche del presidente del Milan Berlusconi su alcuni presunti errori tattici lo offendono e lo convincono a rassegnare le dimissioni., con poche ma decise parole, come ha sempre amato fare lui, non abituato a grandi dichiarazioni davanti alla stampa, ma sicuro e autoritario in campo e nello spogliatoio.
Oggi per Zoff è il giorno di un altro grande traguardo, stavolta non sportivo: l'ex portierone azzurro infatti compie 70 anni. Ne sono passati quasi 30 da quell'indimenticabile Mundial 1982, che lo ha reso definitivamente protagonista e gli ha dato l'onore che ha sempre meritato, ma il tempo non ha scalfito la sua immagine di grande portiere e personaggio, di leader carismatico e silenzioso. E' stato a lungo il primatista per presenze in campionato (570 partite, di cui 332 consecutive) e in Nazionale, prima che un altro mito del nostro calcio, Paolo Maldini, lo superasse in entrambi i casi. In molti adesso confrontano lui e il suo erede naturale Buffon, mettono a confronto gli stili e i titoli, cercano un improbabile paragone tra due atleti e due epoche sportive troppo diverse per essere avvicinate. Dino intanto rimane quello di sempre, il personaggio schivo e lontano dai riflettori e dai microfoni, l'uomo semplice che ha fatto del lavoro e dell'impegno i pilastri della sua carriera, come gli ha più volte insegnato il suo maestro e allenatore Bearzot, friulano come lui; due simboli del nostro calcio, due campioni del Mondo, due emblemi di un momento fantastico, indimenticabile nella nostra storia sportiva. Tanti auguri, San Dino!
Eppure, la grande carriera del portiere friulano non è iniziata sotto le luci dei riflettori o tra grandi aspettative: cresciuto nella Marianese, squadra della sua città, Zoff a 14 anni viene scartato da alcuni grandi club durante i provini perché ritenuto troppo basso, e solo l'ulteriore crescita oltre il metro e ottanta e il duro lavoro gli consentono di guadagnarsi il primo contratto da professionista con l'Udinese. L'esordio in serie A, nel 1961, non è dei migliori, prende 5 gol dalla Fiorentina, e durante la stagione gioca solo 4 partite, mentre la squadra a fine campionato retrocede; un inizio non proprio incoraggiante, ma il ventenne Dino non si scoraggia, continua a lavorare e a migliorare la sua tecnica, e dopo un anno da titolare in serie B viene acquistato dal Mantova, squadra famosa col soprannome di Piccolo Brasile per il gioco spumeggiante che mette in mostra. La carriera del portierone inizia con i virgiliani, con cui mostra subito un ottimo livello, prosegue in seguito a Napoli, fino ad arrivare alla definitiva consacrazione con la Juventus, di cui difende la porta per 11 stagioni consecutive, senza saltare neanche un incontro fino al ritiro nel 1983, alla bellezza di 41 anni; con i bianconeri torinesi Zoff conquista 6 Scudetti, 2 Coppe Italia e 1 Coppa UEFA, ed entra di diritto negli almanacchi e nella storia del calcio italiano.
Il colore che maggiormente si lega alla sua carriera, tuttavia, è l'azzurro della Nazionale: dopo l'esordio nel 1968, Zoff fa parte stabilmente del gruppo azzurro per quindici lunghi anni, prendendo parte a ben quattro Mondiali (di cui tre da titolare) e due Europei, e vestendo dal '77 anche la fascia di capitano; in totale disputa 112 partite, è il primo italiano a superare il traguardo delle 100 presenze in Nazionale, e detiene anche il record mondiale di imbattibilità con ben 1142 consecutivi: dopo il gol dello jugoslavo Vukotic nel settembre 1972, Dino viene nuovamente battuto solo a giugno del 1974 dall'haitiano Sanon, durante lo sfortunato mondiale tedesco. Fresco esordiente, vince l'Europeo in casa nel '68, poi partecipa al Mondiale messicano come riserva di Albertosi, ottenendo un prestigioso secondo posto dietro il Brasile di Pelé; dopo la precoce eliminazione nel '74, è il capitano nella spedizione argentina del '78, in cui gli azzurri si distinguono per il bel gioco ma alla fine si accontentano del quarto posto, e in molti criticano proprio Zoff per i gol presi dalla lunga distanza e lo danno per finito. Lui resta al suo posto, ottiene un altro quarto posto, nel deludente Europeo casalingo, poi nell'82 ottiene finalmente la consacrazione che merita: il Mundial spagnolo incorona l'Italia dopo 44 anni di attesa, e Dino diventa il più anziano campione del Mondo di sempre, con i suoi 40 anni; di quel torneo storico rimangono alla mente l'incredibile parata all'ultimo secondo sul brasiliano Oscar, decisiva per la vittoria e il passaggio del turno, e il portierone che solleva la Coppa al cielo, nella magica notte di Madrid.
Una carriera perfetta insomma, con un unico grande rimpianto: la Coppa dei Campioni, sfiorata due volte con la Juve (nel '73 e nell'83) ma mai vinta. Appesi i guanti al chiodo, Zoff intraprende la carriera da allenatore, guida i bianconeri durante un periodo privo di successi, conquista Coppa Italia e Coppa UEFA nel 1990, poi si siede in tre diverse occasioni sulla panchina della Lazio, di cui è anche presidente durante la gestione Cragnotti, e infine vince l'ultima sfida ottenendo la salvezza con la neopromossa Fiorentina nel 2005. La sua esperienza più grande però è alla guida della Nazionale, sulla cui panchina viene chiamato dopo il Mondiale del '98 e in vista dell'Europeo del 2000; nonostante molte critiche, la squadra risponde sul campo raggiungendo la finale, che perde in modo rocambolesco al golden gol, dopo aver subito il pareggio nei minuti di recupero. E' il miglior risultato nella competizione dopo la vittoria del '68, ma le critiche del presidente del Milan Berlusconi su alcuni presunti errori tattici lo offendono e lo convincono a rassegnare le dimissioni., con poche ma decise parole, come ha sempre amato fare lui, non abituato a grandi dichiarazioni davanti alla stampa, ma sicuro e autoritario in campo e nello spogliatoio.
Oggi per Zoff è il giorno di un altro grande traguardo, stavolta non sportivo: l'ex portierone azzurro infatti compie 70 anni. Ne sono passati quasi 30 da quell'indimenticabile Mundial 1982, che lo ha reso definitivamente protagonista e gli ha dato l'onore che ha sempre meritato, ma il tempo non ha scalfito la sua immagine di grande portiere e personaggio, di leader carismatico e silenzioso. E' stato a lungo il primatista per presenze in campionato (570 partite, di cui 332 consecutive) e in Nazionale, prima che un altro mito del nostro calcio, Paolo Maldini, lo superasse in entrambi i casi. In molti adesso confrontano lui e il suo erede naturale Buffon, mettono a confronto gli stili e i titoli, cercano un improbabile paragone tra due atleti e due epoche sportive troppo diverse per essere avvicinate. Dino intanto rimane quello di sempre, il personaggio schivo e lontano dai riflettori e dai microfoni, l'uomo semplice che ha fatto del lavoro e dell'impegno i pilastri della sua carriera, come gli ha più volte insegnato il suo maestro e allenatore Bearzot, friulano come lui; due simboli del nostro calcio, due campioni del Mondo, due emblemi di un momento fantastico, indimenticabile nella nostra storia sportiva. Tanti auguri, San Dino!
mercoledì 22 febbraio 2012
Il caso Bergamini
Oggi, le prime pagine dei giornali si concentrano soprattutto sulla grande impresa del Napoli, che ha battuto 3 a 1 il più quotato Chelsea nell'andata degli ottavi di Champions, ma la mia attenzione è stata attirata da una notizia, passata un po' in secondo piano, che invece è di estrema importanza: dopo oltre vent'anni, i carabinieri hanno finalmente stabilito che Donati Denis Bergamini, ex giocatore del Cosenza, non si suicidò in quel tragico 18 novembre 1989; uno spiraglio di luce in una vicenda estremamente oscura, difficile da risolvere completamente, con giudizi e referti espressi in maniera frettolosa che costringono una famiglia, quella del povero calciatore defunto, ad attendere ancora la verità su questa tragica morte.
Prima di quel triste giorno, Bergamini ha conosciuto solo da poco l'onore delle cronache sportive nazionali. Originario di Argenta, nel ferrarese, cresce calcisticamente nell'Imola e nel Russi, squadre con cui disputa complessivamente 3 campionati in Interregionale, per poi trasferirsi al Cosenza, in C1, nell'estate del 1985; centrocampista, atleta di grande impegno e dedizione, si conquista il rispetto di allenatori e compagni di squadra, ottiene il posto da titolare e l'affetto dei tifosi calabresi, che lo considerano un idolo. Con lui in campo, il Cosenza dapprima conquista una storica promozione in serie B nel 1988, poi l'anno successivo ottiene anche la salvezza; Denis, dopo 4 stagioni con la maglia rossoblù, in estate è corteggiato da molte squadre, tra cui il Parma, che sta costruendo il gruppo che negli anni successivi farà meraviglie in serie A e in Europa, ma alla fine si convince e rimane a Cosenza ancora per un anno.
Poi, il 18 novembre del 1989, la tragedia: Bergamini è trovato morto sulla statale 106 Jonica, presso Roseto Capo Spulico. Dalle ricostruzioni dell'unica persona presente sul luogo al momento dell'accaduto, l'ex fidanzata Isabella Internò, viene stabilito che il giovane si è suicidato, gettandosi tra le ruote di un camion che stava arrivando e venendo trascinato per molti metri sull'asfalto; l'indagine viene archiviata molto rapidamente, l'autista del camion è assolto dall'accusa di omicidio colposo pochi anni dopo, ma l'ipotesi del suicidio non convince mai del tutto la famiglia del calciatore, i suoi compagni di squadra e moltissimi tifosi.
Numerosi sono i dettagli sospetti: il corpo, teoricamente trascinato per molti metri da un mezzo pesante su una strada fangosa e bagnata per la pioggia, presenta solo una ferita da schiacciamento all'altezza del bacino, per il resto è perfettamente intatto e pulito, come testimonia anche la perizia del medico. Inoltre, gran parte dei vestiti di Bergamini vengono bruciati subito, prima di essere controllati e catalogati, e i pochi effetti rimasti (le scarpe, una catenina e un orologio) vengono consegnati alla famiglia solo tramite un vecchio facchino del Cosenza Calcio, che però non vuole che la cosa si sappia; lo stesso facchino, secondo la testimonianza del padre di Denis, fa sapere, insieme a un altro membro della società, di avere novità da rivelare sull'incidente, ma purtroppo entrambi periscono in un incidente stradale, sempre sulla statale Jonica. A ciò si aggiungono alcune discordanze nelle testimonianze rilasciate dalla giovane Isabella, ex fidanzata di Bergamini, e dai carabinieri accorsi sul luogo del presunto suicidio, circa l'orario dell'incidente e del decesso dell'uomo. Ma più di tutto, manca il movente di questo presunto suicidio: il giocatore ha appena 27 anni, è all'apice della carriera al momento dei fatti, è sereno e viene descritto da tutti, compagni e amici, come innamorato della vita, per cui un gesto così estremo appare sempre meno giustificabile; le ipotesi che Bergamini fosse implicato in presunti racket di scommesse clandestine o fosse legato a qualche importante gruppo malavitoso non hanno mai trovato conferma, anzi in molti casi sono state considerate accuse infamanti e assolutamente arbitrarie.
Dopo anni e anni di battaglia legale e di ricerche private, con l'acquisizione di nuove testimonianze e reperti fotografici e la dimostrazione delle tante, troppe incongruenze riscontrate nell'indagine tecnica dell'incidente, finalmente a giugno del 2011 la procura di Castrovillari ha deciso di riaprire il caso, e proprio oggi è arrivata la svolta ufficiale: non si è trattato di un suicidio, Bergamini era già morto al momento dell'impatto con il camion. La perizia dei carabinieri ha stabilito, dopo attente simulazioni, che la dinamica dell'incidente è del tutto incompatibile con lo stato delle scarpe e degli altri oggetti rinvenuti, riaprendo di fatto il caso e dando finalmente alla famiglia del defunto calciatore, anche se dopo la bellezza di 22 anni, la possibilità di avere la giustizia che da tempo invoca. Con i parenti, sono sicuramente felici della notizia anche i tantissimi cosentini e tifosi che si sono sempre battuti al loro fianco per ottenere giustizia e verità sul caso, come dimostrano i due Bergamini Day, svoltisi a Cosenza nel dicembre 2009 e nel dicembre 2010, il convegno dal titolo "Verità per Bergamini" che si è tenuto ad Aiello Calabro, sempre nel 2010, e le tantissime altre iniziative sul tema. L'affetto per il vecchio idolo non si è mai spento nei tifosi rossoblù, come testimoniano la dedica a Denis della Curva Sud dello Stadio San Vito, il suo mezzo busto conservato negli spogliatoi e i cori che gli vengono continuamente rivolti durante le partite.
Forse non si saprà mai cosa è accaduto davvero quel tragico 18 novembre del 1989, e i colpevoli di quello che appare a tutti gli effetti un omicidio non verranno mai puniti, ma la speranza è sempre l'ultima a morire, come hanno dimostrato con la loro dedizione i famigliari di Denis Bergamini e tutte quelle persone che in questi anni, nonostante le tante difficoltà incontrate, si sono sempre battute per la verità, per dare giustizia a un ragazzo di 27 anni scomparso prematuramente e in un modo tanto brutale.
Prima di quel triste giorno, Bergamini ha conosciuto solo da poco l'onore delle cronache sportive nazionali. Originario di Argenta, nel ferrarese, cresce calcisticamente nell'Imola e nel Russi, squadre con cui disputa complessivamente 3 campionati in Interregionale, per poi trasferirsi al Cosenza, in C1, nell'estate del 1985; centrocampista, atleta di grande impegno e dedizione, si conquista il rispetto di allenatori e compagni di squadra, ottiene il posto da titolare e l'affetto dei tifosi calabresi, che lo considerano un idolo. Con lui in campo, il Cosenza dapprima conquista una storica promozione in serie B nel 1988, poi l'anno successivo ottiene anche la salvezza; Denis, dopo 4 stagioni con la maglia rossoblù, in estate è corteggiato da molte squadre, tra cui il Parma, che sta costruendo il gruppo che negli anni successivi farà meraviglie in serie A e in Europa, ma alla fine si convince e rimane a Cosenza ancora per un anno.
Poi, il 18 novembre del 1989, la tragedia: Bergamini è trovato morto sulla statale 106 Jonica, presso Roseto Capo Spulico. Dalle ricostruzioni dell'unica persona presente sul luogo al momento dell'accaduto, l'ex fidanzata Isabella Internò, viene stabilito che il giovane si è suicidato, gettandosi tra le ruote di un camion che stava arrivando e venendo trascinato per molti metri sull'asfalto; l'indagine viene archiviata molto rapidamente, l'autista del camion è assolto dall'accusa di omicidio colposo pochi anni dopo, ma l'ipotesi del suicidio non convince mai del tutto la famiglia del calciatore, i suoi compagni di squadra e moltissimi tifosi.
Numerosi sono i dettagli sospetti: il corpo, teoricamente trascinato per molti metri da un mezzo pesante su una strada fangosa e bagnata per la pioggia, presenta solo una ferita da schiacciamento all'altezza del bacino, per il resto è perfettamente intatto e pulito, come testimonia anche la perizia del medico. Inoltre, gran parte dei vestiti di Bergamini vengono bruciati subito, prima di essere controllati e catalogati, e i pochi effetti rimasti (le scarpe, una catenina e un orologio) vengono consegnati alla famiglia solo tramite un vecchio facchino del Cosenza Calcio, che però non vuole che la cosa si sappia; lo stesso facchino, secondo la testimonianza del padre di Denis, fa sapere, insieme a un altro membro della società, di avere novità da rivelare sull'incidente, ma purtroppo entrambi periscono in un incidente stradale, sempre sulla statale Jonica. A ciò si aggiungono alcune discordanze nelle testimonianze rilasciate dalla giovane Isabella, ex fidanzata di Bergamini, e dai carabinieri accorsi sul luogo del presunto suicidio, circa l'orario dell'incidente e del decesso dell'uomo. Ma più di tutto, manca il movente di questo presunto suicidio: il giocatore ha appena 27 anni, è all'apice della carriera al momento dei fatti, è sereno e viene descritto da tutti, compagni e amici, come innamorato della vita, per cui un gesto così estremo appare sempre meno giustificabile; le ipotesi che Bergamini fosse implicato in presunti racket di scommesse clandestine o fosse legato a qualche importante gruppo malavitoso non hanno mai trovato conferma, anzi in molti casi sono state considerate accuse infamanti e assolutamente arbitrarie.
Dopo anni e anni di battaglia legale e di ricerche private, con l'acquisizione di nuove testimonianze e reperti fotografici e la dimostrazione delle tante, troppe incongruenze riscontrate nell'indagine tecnica dell'incidente, finalmente a giugno del 2011 la procura di Castrovillari ha deciso di riaprire il caso, e proprio oggi è arrivata la svolta ufficiale: non si è trattato di un suicidio, Bergamini era già morto al momento dell'impatto con il camion. La perizia dei carabinieri ha stabilito, dopo attente simulazioni, che la dinamica dell'incidente è del tutto incompatibile con lo stato delle scarpe e degli altri oggetti rinvenuti, riaprendo di fatto il caso e dando finalmente alla famiglia del defunto calciatore, anche se dopo la bellezza di 22 anni, la possibilità di avere la giustizia che da tempo invoca. Con i parenti, sono sicuramente felici della notizia anche i tantissimi cosentini e tifosi che si sono sempre battuti al loro fianco per ottenere giustizia e verità sul caso, come dimostrano i due Bergamini Day, svoltisi a Cosenza nel dicembre 2009 e nel dicembre 2010, il convegno dal titolo "Verità per Bergamini" che si è tenuto ad Aiello Calabro, sempre nel 2010, e le tantissime altre iniziative sul tema. L'affetto per il vecchio idolo non si è mai spento nei tifosi rossoblù, come testimoniano la dedica a Denis della Curva Sud dello Stadio San Vito, il suo mezzo busto conservato negli spogliatoi e i cori che gli vengono continuamente rivolti durante le partite.
Forse non si saprà mai cosa è accaduto davvero quel tragico 18 novembre del 1989, e i colpevoli di quello che appare a tutti gli effetti un omicidio non verranno mai puniti, ma la speranza è sempre l'ultima a morire, come hanno dimostrato con la loro dedizione i famigliari di Denis Bergamini e tutte quelle persone che in questi anni, nonostante le tante difficoltà incontrate, si sono sempre battute per la verità, per dare giustizia a un ragazzo di 27 anni scomparso prematuramente e in un modo tanto brutale.
lunedì 13 febbraio 2012
Il trionfo dei Chipolopolo
Ieri sera, nella suggestiva cornice dello Stade D'Angondjé di Libreville, capitale del Gabon, la Coppa d'Africa 2012 ha designato la sua nuova regina. Data l'assenza dell'Egitto, campione nelle tre edizioni precedenti, tutti gli esperti puntavano sull'affermazione di una tra le nuove superpotenze del calcio africano, il Ghana di Asamoah e Muntari, o la Costa D'Avorio di Drogba e dei fratelli Touré; invece, a sorpresa, il successo finale ha arriso allo Zambia, non certo una delle favorite alla vigilia. C'è da dire infatti che la nazionale zambiana non ha mai avuto una grande tradizione nel calcio internazionale, ma per noi italiani rappresenta un ricordo piuttosto spiacevole.
19 settembre 1988, Olimpiadi di Seul: la nazionale olimpica azzurra, che tra gli altri può contare su Tacconi, Carnevale, Virdis, Ferrara, Tassotti e De Agostini, affronta lo sconosciuto e, sulla carta, debole Zambia; gli africani dominano la partita dal primo all'ultimo minuto e si impongono con un sonante 4 a 0, una delle sconfitte più umilianti di sempre per il calcio italiano. Mattatore di quella giornata e di quel torneo è Kalusha Bwalya, l'uomo simbolo dei Chipolopolo (i proiettili di rame, questo il loro soprannome), autore di una tripletta contro l'Italia e di ben 6 reti totali in sole 4 partite, e nonostante lo Zambia esca ai quarti contro la fortissima Germania Ovest (ancora uno 0-4, ma stavolta a loro svantaggio), tutti parlano dell'ascesa di questa nuova realtà del calcio africano. A interrompere bruscamente il sogno sportiva dell'intera nazione, però, ci pensa una tragica fatalità: il 27 aprile del 1993 l'aereo che porta la nazionale zambiana in Senegal per una partita di qualificazione ai Mondiali del '94 precipita nell'Oceano Atlantico, proprio di fronte alle coste del Gabon; non ci sono superstiti, 30 persone tra giocatori, giornalisti, staff e membri dell'equipaggio trovano la morte, si salvano solo Bwalya e pochi altri, che non sono con la squadra per infortunio o perché impegnati in Europa con i club. E' una tragedia spaventosa per lo Zambia e per il calcio africano in genere, un disastro che si può paragonare a quello di Superga del 1949, quando a sparire fu il Grande Torino, la squadra più forte d'Italia e il perno della Nazionale.
Dopo le lacrime, tutti gli sportivi zambiani si stringono al loro simbolo, il capitano Bwalya, e gli chiedono di onorare i compagni caduti e portare in alto la bandiera dei Chipolopolo; il fuoriclasse non si scompone, si assume tutte le responsabilità del leader e tenta l'impresa, ma purtroppo fallisce la qualificazione alla Coppa del Mondo, che prima della tragedia era davvero molto vicina. L'anno dopo, tuttavia, nonostante il brusco rinnovamento lo Zambia ha la grande occasione di scrivere la storia: disputa una grande Coppa d'Africa, al di là di ogni attesa, e per la seconda volta nella sua storia arriva in finale, dove però deve arrendersi contro le Aquile della Nigeria, che avrebbero poi stupito anche nel Mondiale americano; due anni dopo, nell'edizione successiva del torneo, i Chipolopolo si confermano una delle squadre più forti del continente, ma devono accontentarsi del terzo posto finale e del titolo di capocannoniere per Bwalya. Da quel momento, tuttavia, la grande epopea dello Zambia sembra spegnersi definitivamente, la squadra cala di rendimento, fallisce sia nelle qualificazioni ai Mondiali sia nelle successive Coppe d'Africa, e il ritiro del leader e goleador Bwalya sembra la pietra tombale alle speranze del calcio zambiano.
Nel 2010 tuttavia, sotto la guida dell'allenatore francese Hervé Renard, i Chipolopolo vivono una nuova rinascita, riescono a superare un difficile girone nella Coppa d'Africa e accedono ai quarti di finale, dove vengono eliminati ancora una volta dalla Nigeria ai calci di rigore; è il miglior risultato da 14 anni a questa parte per lo Zambia, ma la mancata qualificazione ai Mondiali sudafricani convince il c.t. a non rinnovare il contratto, lasciando il posto in panchina a Dario Bonetti, che segna quindi un nuovo incrocio tra il calcio zambiano e quello italiano. Sotto la nuova guida tecnica, la squadra ottiene la qualificazione alla Coppa d'Africa 2012, ma proprio dopo l'ultima partita Bwalya, diventato nel frattempo Presidente della Federcalcio Zambiana, si dice poco soddisfatto del lavoro svolto dall'italiano e decide di esonerarlo, richiamando Renard sulla panchina; sembra una scelta azzardata, invece proprio con la guida del coach francese lo Zambia riesce ad arrivare lì dove non era mai giunto: al titolo di campione d'Africa. Dopo aver eliminato in girone il Senegal, da molti considerata una delle squadre favorite alla vittoria, e aver superato l'abbordabile Sudan nei quarti, i Chipolopolo hanno affrontato una dopo l'altra il Ghana e la Costa D'Avorio, sicuramente le due formazioni più forti del torneo; le hanno battute entrambe, la prima in semifinale, la seconda in finale ai rigori, guadagnandosi con merito la vittoria finale, il tutto a pochissima distanza dal luogo del terribile schianto del 1993.
Dispiace un po' soprattutto per gli ivoriani, battuti nell'atto conclusivo senza aver subito nemmeno un gol in tutto il torneo, e per il loro leader Didier Drogba, che ha sprecato l'occasione della vita ancora una volta, quando ha sprecato un rigore durante i tempi regolamentari; per gli Elefanti continua la maledizione della Coppa d'Africa, che hanno vinto una sola volta nel 1992 e hanno sfiorato più volte nelle edizioni recenti, senza mai riuscire tuttavia ad alzare il trofeo. Ma stavolta è giusto che sia andata così, perché ieri ad alzare la coppa non c'erano solo il capitano Katongo e tutti i suoi compagni di squadra, insieme al mister Renard e al presidente-simbolo Bwalya: c'era una Nazione intera, che cantava e ballava commossa, e c'erano soprattutto gli sfortunati giocatori periti a nemmeno un chilometro di distanza da Libreville, la città in cui si è disputata la finale; forse proprio dal loro ricordo, ancora così vivo dopo quasi vent'anni, è arrivata la spinta decisiva per lo Zambia, che da eterna incompiuta si è trasformata finalmente in una squadra vincente.
19 settembre 1988, Olimpiadi di Seul: la nazionale olimpica azzurra, che tra gli altri può contare su Tacconi, Carnevale, Virdis, Ferrara, Tassotti e De Agostini, affronta lo sconosciuto e, sulla carta, debole Zambia; gli africani dominano la partita dal primo all'ultimo minuto e si impongono con un sonante 4 a 0, una delle sconfitte più umilianti di sempre per il calcio italiano. Mattatore di quella giornata e di quel torneo è Kalusha Bwalya, l'uomo simbolo dei Chipolopolo (i proiettili di rame, questo il loro soprannome), autore di una tripletta contro l'Italia e di ben 6 reti totali in sole 4 partite, e nonostante lo Zambia esca ai quarti contro la fortissima Germania Ovest (ancora uno 0-4, ma stavolta a loro svantaggio), tutti parlano dell'ascesa di questa nuova realtà del calcio africano. A interrompere bruscamente il sogno sportiva dell'intera nazione, però, ci pensa una tragica fatalità: il 27 aprile del 1993 l'aereo che porta la nazionale zambiana in Senegal per una partita di qualificazione ai Mondiali del '94 precipita nell'Oceano Atlantico, proprio di fronte alle coste del Gabon; non ci sono superstiti, 30 persone tra giocatori, giornalisti, staff e membri dell'equipaggio trovano la morte, si salvano solo Bwalya e pochi altri, che non sono con la squadra per infortunio o perché impegnati in Europa con i club. E' una tragedia spaventosa per lo Zambia e per il calcio africano in genere, un disastro che si può paragonare a quello di Superga del 1949, quando a sparire fu il Grande Torino, la squadra più forte d'Italia e il perno della Nazionale.
Dopo le lacrime, tutti gli sportivi zambiani si stringono al loro simbolo, il capitano Bwalya, e gli chiedono di onorare i compagni caduti e portare in alto la bandiera dei Chipolopolo; il fuoriclasse non si scompone, si assume tutte le responsabilità del leader e tenta l'impresa, ma purtroppo fallisce la qualificazione alla Coppa del Mondo, che prima della tragedia era davvero molto vicina. L'anno dopo, tuttavia, nonostante il brusco rinnovamento lo Zambia ha la grande occasione di scrivere la storia: disputa una grande Coppa d'Africa, al di là di ogni attesa, e per la seconda volta nella sua storia arriva in finale, dove però deve arrendersi contro le Aquile della Nigeria, che avrebbero poi stupito anche nel Mondiale americano; due anni dopo, nell'edizione successiva del torneo, i Chipolopolo si confermano una delle squadre più forti del continente, ma devono accontentarsi del terzo posto finale e del titolo di capocannoniere per Bwalya. Da quel momento, tuttavia, la grande epopea dello Zambia sembra spegnersi definitivamente, la squadra cala di rendimento, fallisce sia nelle qualificazioni ai Mondiali sia nelle successive Coppe d'Africa, e il ritiro del leader e goleador Bwalya sembra la pietra tombale alle speranze del calcio zambiano.
Nel 2010 tuttavia, sotto la guida dell'allenatore francese Hervé Renard, i Chipolopolo vivono una nuova rinascita, riescono a superare un difficile girone nella Coppa d'Africa e accedono ai quarti di finale, dove vengono eliminati ancora una volta dalla Nigeria ai calci di rigore; è il miglior risultato da 14 anni a questa parte per lo Zambia, ma la mancata qualificazione ai Mondiali sudafricani convince il c.t. a non rinnovare il contratto, lasciando il posto in panchina a Dario Bonetti, che segna quindi un nuovo incrocio tra il calcio zambiano e quello italiano. Sotto la nuova guida tecnica, la squadra ottiene la qualificazione alla Coppa d'Africa 2012, ma proprio dopo l'ultima partita Bwalya, diventato nel frattempo Presidente della Federcalcio Zambiana, si dice poco soddisfatto del lavoro svolto dall'italiano e decide di esonerarlo, richiamando Renard sulla panchina; sembra una scelta azzardata, invece proprio con la guida del coach francese lo Zambia riesce ad arrivare lì dove non era mai giunto: al titolo di campione d'Africa. Dopo aver eliminato in girone il Senegal, da molti considerata una delle squadre favorite alla vittoria, e aver superato l'abbordabile Sudan nei quarti, i Chipolopolo hanno affrontato una dopo l'altra il Ghana e la Costa D'Avorio, sicuramente le due formazioni più forti del torneo; le hanno battute entrambe, la prima in semifinale, la seconda in finale ai rigori, guadagnandosi con merito la vittoria finale, il tutto a pochissima distanza dal luogo del terribile schianto del 1993.
Dispiace un po' soprattutto per gli ivoriani, battuti nell'atto conclusivo senza aver subito nemmeno un gol in tutto il torneo, e per il loro leader Didier Drogba, che ha sprecato l'occasione della vita ancora una volta, quando ha sprecato un rigore durante i tempi regolamentari; per gli Elefanti continua la maledizione della Coppa d'Africa, che hanno vinto una sola volta nel 1992 e hanno sfiorato più volte nelle edizioni recenti, senza mai riuscire tuttavia ad alzare il trofeo. Ma stavolta è giusto che sia andata così, perché ieri ad alzare la coppa non c'erano solo il capitano Katongo e tutti i suoi compagni di squadra, insieme al mister Renard e al presidente-simbolo Bwalya: c'era una Nazione intera, che cantava e ballava commossa, e c'erano soprattutto gli sfortunati giocatori periti a nemmeno un chilometro di distanza da Libreville, la città in cui si è disputata la finale; forse proprio dal loro ricordo, ancora così vivo dopo quasi vent'anni, è arrivata la spinta decisiva per lo Zambia, che da eterna incompiuta si è trasformata finalmente in una squadra vincente.
sabato 11 febbraio 2012
E' nata una stella?
Dopo alcuni mesi di sospensione per il lock-out, lo sciopero dei giocatori, da Natale è ricominciato il massimo campionato di basket del mondo, la NBA, che come ogni anno regala agli appassionati tante emozioni e incanta per le storie incredibili dei protagonisti che consacra di stagione in stagione. Il 2012 potrebbe essere l'anno del primo, sospirato titolo di LeBron James, o l'anno dell'affermazione di Derrick Rose, o l'anno della rivincita degli eterni perdenti, i Los Angeles Clippers. In queste ultime settimane, tuttavia, l'attenzione di tutti si è spostata su un giocatore finora sconosciuto ai più, salito all'onore delle cronache per le sue prestazioni sempre più convincenti: si tratta di Jeremy Lin, guardia dei New York Knicks.
Sulla squadra della Grande Mela c'è da sempre una pressione incredibile, perché la franchigia ha sempre fatto la storia della NBA (è l'unica, insieme ai Boston Celtics, a non aver mai cambiato sede dalla creazione della lega) e il "palcoscenico", il celebre Madison Square Garden, è divenuto uno dei luoghi di culto del basket americano; nonostante le attese, tuttavia, un titolo manca dal lontano 1973, e le sole due finali giocate e perse da allora ad oggi, nonostante la presenza di una grande stella come Patrick Ewing, non hanno ovviamente accontentato i tantissimi fan newyorchesi. Per questo motivo, dall'estate del 2010, la dirigenza ha iniziato a lavorare per rinforzarsi, e ha scelto come guida una vecchia conoscenza del basket italiano: Mike D'Antoni, giocatore e allenatore con Milano e Treviso. Sono arrivati prima Amar'e Stoudemire, poi Carmelo Anthony (con il sacrificio di un altro italiano, Danilo Gallinari), quindi in estate è stato preso Tyson Chandler, fresco campione con Dallas nel 2011, e al gruppo si è aggiunto anche Baron Davis, giocatore di indubbio estro e talento, ma i risultati non sono migliorati granché rispetto al passato; vero che i Knicks la scorsa stagione hanno rivisto i playoff dopo 7 anni (sconfitti al primo turno da Boston), ma il gioco e il rendimento sono stati al di sotto delle attese; la partenza non proprio positiva di questa stagione, con evidenti problemi di gioco e di convivenza tra le due stelle della squadra, ha messo in discussione il lavoro della dirigenza e il posto di D'Antoni.
Nel momento più difficile, del tutto inaspettato, ecco arrivare lui, il più improbabile degli eroi: Jeremy Lin, un ragazzo di 23 anni proveniente da Harvard. Di origini asiatiche (padre di Taiwan, madre cinese), dopo essere uscito dal college nel 2010 era stato messo sotto contratto dai Golden State Warriors, senza mai ottenere un posto fisso in squadra, e all'inizio di questa stagione era stato "tagliato" dagli stessi Warriors e dagli Houston Rockets, in cui era in prova; a quel punto, New York ha deciso di dargli una chance, l'ha fatto giocare nella D-League (la lega parallela in cui i giocatori con poco spazio nella NBA possono mettersi in mostra e migliorarsi), e a gennaio l'ha chiamato in prima squadra. Lin ha ripagato la fiducia del suo mister e ha infiammato l'ambiente inanellando una serie di 3 partite incredibili, tutte vinte dai Knicks anche grazie a lui: 25 punti contro New Jersey, 28 contro Utah, 23 a Washington; il tutto con una gestione del gioco quasi da veterano, e senza l'apporto delle due star della squadra, Stoudemire e Anthony, indisponibili dalla seconda partita. Molti a New York hanno iniziato a gioire per la sua improvvisa esplosione e hanno parlato di un nuovo fenomeno del basket NBA, tanti altri invece hanno cercato di calmare gli animi, ricordando che non basta un exploit del genere a far diventare un buon giocatore un fenomeno. Ma Lin non si è scomposto, e questa volta ha dato un'ulteriore dimostrazione del suo momento di grazia: contro i temibili Los Angeles Lakers di Kobe Bryant, la giovane guardia ha messo a segno ben 38 punti, con giocate di una maturità incredibile, e ha letteralmente trascinato i suoi Knicks alla quarta vittoria consecutive, tra l'entusiasmo e la gioia degli spettatori del Garden.
Mike D'Antoni, che ha scommesso molto su di lui, è ovviamente felice per la risposta che ha ottenuto, e si è detto convinto che il ragazzo si dimostrerà un giocatore vero e continuerà a migliorare in futuro; i tifosi l'hanno già fatto diventare un idolo, coniando per lui termini come Linsanity (pazzia per Lin) e ribattezzando la squadra New York Lins. Da parte sua, il ragazzo non sembra essersi montato la testa per questa celebrità improvvisa, cerca di rimanere concentrato sul gioco e di mantenere lo stesso impegno mostrato finora, e non manca di sottolineare l'importanza della squadra piuttosto che del singolo. E' innegabile però che in questo momento della stagione la vera star della NBA è proprio lui, e tutti sono ansiosi di assistere a nuove importanti performance e di capire fin dove potranno arrivare i Knicks con il rientro di tutti i giocatori e una maggiore amalgama nella squadra; il sogno di tutti, inutile dirlo, può essere solo la conquista di quel titolo che da troppi anni manca nella Grande Mela, una città talmente appassionata di basket, che anche la Statua della Libertà (secondo i newyorchesi) ha la mano alzata perché vuole ricevere palla sotto canestro.
Sulla squadra della Grande Mela c'è da sempre una pressione incredibile, perché la franchigia ha sempre fatto la storia della NBA (è l'unica, insieme ai Boston Celtics, a non aver mai cambiato sede dalla creazione della lega) e il "palcoscenico", il celebre Madison Square Garden, è divenuto uno dei luoghi di culto del basket americano; nonostante le attese, tuttavia, un titolo manca dal lontano 1973, e le sole due finali giocate e perse da allora ad oggi, nonostante la presenza di una grande stella come Patrick Ewing, non hanno ovviamente accontentato i tantissimi fan newyorchesi. Per questo motivo, dall'estate del 2010, la dirigenza ha iniziato a lavorare per rinforzarsi, e ha scelto come guida una vecchia conoscenza del basket italiano: Mike D'Antoni, giocatore e allenatore con Milano e Treviso. Sono arrivati prima Amar'e Stoudemire, poi Carmelo Anthony (con il sacrificio di un altro italiano, Danilo Gallinari), quindi in estate è stato preso Tyson Chandler, fresco campione con Dallas nel 2011, e al gruppo si è aggiunto anche Baron Davis, giocatore di indubbio estro e talento, ma i risultati non sono migliorati granché rispetto al passato; vero che i Knicks la scorsa stagione hanno rivisto i playoff dopo 7 anni (sconfitti al primo turno da Boston), ma il gioco e il rendimento sono stati al di sotto delle attese; la partenza non proprio positiva di questa stagione, con evidenti problemi di gioco e di convivenza tra le due stelle della squadra, ha messo in discussione il lavoro della dirigenza e il posto di D'Antoni.
Nel momento più difficile, del tutto inaspettato, ecco arrivare lui, il più improbabile degli eroi: Jeremy Lin, un ragazzo di 23 anni proveniente da Harvard. Di origini asiatiche (padre di Taiwan, madre cinese), dopo essere uscito dal college nel 2010 era stato messo sotto contratto dai Golden State Warriors, senza mai ottenere un posto fisso in squadra, e all'inizio di questa stagione era stato "tagliato" dagli stessi Warriors e dagli Houston Rockets, in cui era in prova; a quel punto, New York ha deciso di dargli una chance, l'ha fatto giocare nella D-League (la lega parallela in cui i giocatori con poco spazio nella NBA possono mettersi in mostra e migliorarsi), e a gennaio l'ha chiamato in prima squadra. Lin ha ripagato la fiducia del suo mister e ha infiammato l'ambiente inanellando una serie di 3 partite incredibili, tutte vinte dai Knicks anche grazie a lui: 25 punti contro New Jersey, 28 contro Utah, 23 a Washington; il tutto con una gestione del gioco quasi da veterano, e senza l'apporto delle due star della squadra, Stoudemire e Anthony, indisponibili dalla seconda partita. Molti a New York hanno iniziato a gioire per la sua improvvisa esplosione e hanno parlato di un nuovo fenomeno del basket NBA, tanti altri invece hanno cercato di calmare gli animi, ricordando che non basta un exploit del genere a far diventare un buon giocatore un fenomeno. Ma Lin non si è scomposto, e questa volta ha dato un'ulteriore dimostrazione del suo momento di grazia: contro i temibili Los Angeles Lakers di Kobe Bryant, la giovane guardia ha messo a segno ben 38 punti, con giocate di una maturità incredibile, e ha letteralmente trascinato i suoi Knicks alla quarta vittoria consecutive, tra l'entusiasmo e la gioia degli spettatori del Garden.
Mike D'Antoni, che ha scommesso molto su di lui, è ovviamente felice per la risposta che ha ottenuto, e si è detto convinto che il ragazzo si dimostrerà un giocatore vero e continuerà a migliorare in futuro; i tifosi l'hanno già fatto diventare un idolo, coniando per lui termini come Linsanity (pazzia per Lin) e ribattezzando la squadra New York Lins. Da parte sua, il ragazzo non sembra essersi montato la testa per questa celebrità improvvisa, cerca di rimanere concentrato sul gioco e di mantenere lo stesso impegno mostrato finora, e non manca di sottolineare l'importanza della squadra piuttosto che del singolo. E' innegabile però che in questo momento della stagione la vera star della NBA è proprio lui, e tutti sono ansiosi di assistere a nuove importanti performance e di capire fin dove potranno arrivare i Knicks con il rientro di tutti i giocatori e una maggiore amalgama nella squadra; il sogno di tutti, inutile dirlo, può essere solo la conquista di quel titolo che da troppi anni manca nella Grande Mela, una città talmente appassionata di basket, che anche la Statua della Libertà (secondo i newyorchesi) ha la mano alzata perché vuole ricevere palla sotto canestro.
venerdì 3 febbraio 2012
Solo un mese fa, tutti i giornali e gli "esperti" del mondo del pallone lo davano ormai per finito, spesso costretto in tribuna dagli infortuni e incapace di trovare la via del gol con la facilità degli anni migliori. Molti giudicavano folle la dirigenza dell'Inter per essersi privata di un bomber come Eto'o ed aver tenuto lui, più "anziano" di due anni e deludente nella precedente stagione. E invece, Diego Alberto Milito non si è fatto intimidire dalle critiche, è andato avanti per la sua strada, e lo splendido poker di reti realizzato due giorni fa ha sancito la sua definitiva rinascita e il ritorno ad una media-gol adeguata ai suoi anni precedenti.
Argentino ma di chiara origine italiana (i nonni erano originari di Terranova da Sibari, presso Cosenza), Milito è cresciuto calcisticamente nel Racing di Avellaneda, che con lui in squadra vince il campionato d'Apertura del 2001, ben 35 anni dopo l'ultima volta; è in questo periodo della carriera che i tifosi, come accade ad ogni calciatore, scelgono per lui un soprannome: El Principe, per via della somiglianza fisica e tecnica con un altro grande calciatore sudamericano, l'uruguaiano Enzo Francescoli, anche lui soprannominato così. Dopo alcune buone stagioni con il Racing, il destino di Milito si lega per la prima volta con il calcio italiano: a gennaio del 2004, il presidente del Genoa Enrico Preziosi punta su di lui per rinforzare la squadra e riportarla in serie A dopo quasi 10 anni di assenza; il Principe ripaga la fiducia in modo più adeguato, andando a segno ben 33 volte in un anno e mezzo sotto la Lanterna, e il 2005 si chiude con la tanto sospirata promozione nella massima serie del calcio italiano. Purtroppo per lui e per i tifosi genoani, però, in estate esplode lo scandalo della combine nell'ultima partita del campionato, Genoa-Venezia, finita 3-2 e decisiva per la promozione dei rossoblu, e la penalizzazione per i Grifoni è durissima: retrocessione immediata in serie C1; il sogno della serie A si tramuta in un incubo, e per ripartire da 0 la squadra è costretta a vendere buona parte dei suoi migliori giocatori, tra cui appunto Milito.
Acquistato dal Real Saragozza, squadra in cui già milita suo fratello Gabriel, il Principe ha l'occasione di mettersi in mostra anche nella Liga, e in tre anni mette a segno ben 53 reti, classificandosi secondo nella classifica dei marcatori del 2007, alle spalle di Van Nistelrooy, bomber olandese del Real Madrid. Proprio contro i madrileni, Milito si rende protagonista di una partita memorabile: il 9 febbraio del 2006, nella semifinale di Coppa del Re, realizza un incredibile poker di reti nel 6-1 complessivo della sua squadra contro le merengues, risultato che vale al Saragozza la finale contro l'Espanyol, poi persa. Dopo due buone stagioni, con tanto di qualificazione in UEFA, nel 2008 la squadra aragonese ha un brusco calo di rendimento, e alla fine dell'anno retrocede clamorosamente in Segunda Division; Milito fa comunque del suo meglio, segnando 17 reti e risultando il migliore dei suoi, ma al termine della stagione rischia di sprofondare nella seconda serie spagnola, perché nessuno pare interessato al suo acquisto. Proprio negli ultimi giorni di mercato, però, il suo vecchio presidente Preziosi si ricorda di lui, e decide di riportarlo al Genoa, che nel frattempo ci ha messo solo due anni per cancellare l'onta dello scandalo e ritornare finalmente in serie A.
Acquistato proprio nelle ultime ore del mercato estivo, il Principe esordisce nel massimo campionato italiano, contro il Milan, e segna il primo di 24 gol, record per un giocatore del Genoa in serie A, piazzandosi ancora secondo nella classifica marcatori dietro l'interista Ibrahimovic; i tifosi rossoblu, che non hanno mai smesso di tifare per lui, sono esaltati dalle sue prestazioni, soprattutto nei derby contro i rivali della Sampdoria, in cui realizza ben 4 reti, tutte decisive per dare la vittoria alla sua squadra, e alla fine della stagione festeggiano una meritata qualificazione in Coppa UEFA. E' a questo punto, ormai trentenne, che il Principe riceve finalmente la chiamata di una grande: l'Inter di Mourinho decide di puntare su di lui per affermarsi in Italia e in Europa. In realtà la vera stella di quel mercato è Eto'o, acquistato dal Barcellona, ma ben presto Milito dimostra di non essere da meno, e a suon di gol si conquista la fiducia di tutti e, alla fine, risulta decisivo per la realizzazione dello storico Triplete nerazzurro; segna in finale di Coppa Italia contro la Roma, nell'ultima di campionato a Siena, e infine realizza una doppietta nella magica finale di Champions contro il Bayern Monaco: in totale, sono 30 reti in stagione, suo record personale. Si guadagna anche un posto per i Mondiali 2010 in Sudafrica, ma il rapporto con la Nazionale non è lo stesso che ha con i club: Maradona gli preferisce sempre Higuain come punta, e Milito non riesce a lasciare il segno nell'Albiceleste.
Dopo la sua annata migliore, però, il Principe sembra entrare nella fase calante della sua carriera: il 2011 è una stagione molto deludente, Milito è spesso fuori per infortunio, e quando gioca non riesce più ad andare in rete con la stessa continuità; fallisce un rigore nella Supercoppa Europea, in Champions segna solo nella sfortunata partita casalinga contro lo Schalke, persa 5-2 dai nerazzurri, e in campionato si ferma a soli 5 gol dopo i 22 dell'anno prima. La squadra si aggiudica comunque Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e Coppa Italia (Milito segna in queste ultime due competizioni), ma la sensazione è che ci sia bisogno di rinnovamento, e il Principe è uno dei candidati a partire per far spazio a nuovi giocatori. Tuttavia il nuovo mister Gasperini, che lo ha allenato a Genova, gli rinnova la fiducia e lo ritiene un titolare inamovibile; Milito lo ripaga con una doppietta contro il Palermo nella prima di campionato, ma i risultati della squadra tardano ad arrivare, e dopo poche partite arriva l'inevitabile esonero. Con l'arrivo di Claudio Ranieri, le cose per il Principe sembrano peggiorare: il suo posto da titolare non è più certo, e inoltre la scarsa tranquillità lo porta a mancare gol clamorosi; molti iniziano a mugugnare, lo danno per finito, ma il mister non si scompone e gli rinnova la fiducia. Ed ecco che, come nelle favole, ad un tratto il brutto anatroccolo si trasforma di nuovo in Principe: contro il Lecce in casa, Milito inaugura una serie di 4 partite consecutive a segno, compreso l'importantissimo derby con il Milan, vinto 1-0 grazie a lui, e dopo una giornata di "riposo" si mette ancora in evidenza contro il Palermo, a cui rifila ben 4 reti; in totale, ben 9 gol in 6 partite, che lo riportano nelle posizioni alte della classifica marcatori e lo rendono nuovamente un punto di riferimento nell'attacco dell'Inter.
Ora la stagione entra nel vivo, la Champions è alle porte, e i tifosi si augurano che la rinnovata vena del Principe sia decisiva per poter coltivare ancora ambizioni di classifica e puntare a far bene anche in Europa. Da parte sua, Milito non ha nessuna intenzione di fermarsi, e vuole mantenere alta la sua media-gol, che finora parla di oltre una rete ogni due partite con le squadre italiane, un bottino davvero invidiabile. Inoltre, è sempre vivo il sogno di riconquistare un posto nella sua Nazionale, l'unica squadra in cui finora non è riuscito a lasciare il segno; i Mondiali del 2014 sono ancora lontani, e la concorrenza è tanta e agguerrita, ma questo non frenerà di certo la voglia di gol del Principe, tornato finalmente quello di un tempo.
martedì 17 gennaio 2012
Ali bomaye!
Nello sport, ci sono atleti che restano in eterno nella memoria collettiva, che diventano icone per le grandi vittorie e le numerose imprese sportive ottenute durante la loro carriera, e che quando decidono di smettere entrano direttamente nella leggenda della loro disciplina. Nell'Olimpo del mondo della boxe, un uomo sicuramente brilla tra tanti, e rappresenta forse il primo, vero personaggio di questo sport, il più forte di tutti i tempi, il più grande sportivo del Novecento secondo alcuni; si tratta di Muhammad Alì, e oggi compie 70 anni.
Nato come Cassius Clay, comincia a praticare il pugilato già a 12 anni, e si mette in luce fin da dilettante, conquistando per la prima volta il proscenio mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, in cui conquista la medaglia d'oro. Quattro anni dopo, passato al professionismo, ottiene per la prima volta la corona dei pesi massimi, battendo per K.O. il campione in carica Sonny Liston, e subito dopo decide di convertisti all'Islam; da allora si fa chiamare Muhammad Ali, nome che raccoglie in sé l'onomastica di due personaggi fondamentali della religione musulmana, il profeta Maometto e Alì, uno dei nomi di Dio nel Corano, nonché uno dei più grandi Califfi dell'impero arabo. Combatte molte volte, difendendo il titolo con successo, poi nel 1967 viene destituito dalla federazione pugilistica a seguito del suo rifiuto di prestare servizio militare durante la guerra del Vietnam, un gesto che colpisce l'opinione pubblica americana, ancora lacerata dalle lotte per l'integrazione della popolazione nera nei confronti della maggioranza bianca; la sua giustificazione è perentoria:"Non vado a combattere qualcuno che non mi ha mai chiamato negro." Il clima di intolleranza l'aveva vissuto già qualche anno prima, quando nella sua Louisville gli era stato vietato l'ingresso in un ristorante perché di colore, e lui per rabbia e protesta aveva gettato in un fiume la medaglia vinta alle olimpiadi.
Tornato all'attività nel 1971, dopo aver conosciuto anche il carcere, in difficoltà economiche a causa della mancanza di incontri disputati, ma molti credono che la sua carriera sia già agli sgoccioli; Alì smentisce tutti, dando inizio alla parte migliore e più sfavillante della sua vita pugilistica. Perde ai punti la prima sfida per la riconquista dei titoli contro un altro grandissimo della boxe, Smokin' Joe Frazier, in quello che viene ricordato come il match del secolo e inaugura la feroce rivalità tra i due pesi massimi, ma questa sconfitta gli restituisce popolarità e credibilità; dopo una serie di vittorie contro atleti minori (tra cui Joe Bugner, conosciuto dal pubblico italiano per aver recitato in alcuni film di Bud Spencer) e una seconda sconfitta ai punti contro Ken Norton, vendicata prontamente nella rivincita, Alì riparte alla conquista del campionato del mondo: nel gennaio del 1974 batte Frazier, che nel frattempo ha perduto il titolo, sempre ai punti, quindi completa il suo capolavoro nel settembre dello stesso anno, sfidando George Foreman a Kinshasa, nello Zaire; in un match dominato fin dall'inizio a livello psicologico, in cui conquista il pubblico locale che lo incita tutto l'incontro con il celeberrimo "Alì bomaye!" (Alì uccidilo!), Alì sfianca l'avversario per otto riprese, incassando colpi tremendi senza reagire, per poi colpire Foreman quando è allo stremo, con una serie di pugni che lo mandano al tappeto e decretano la sua sconfitta per K.O. Un altro match leggendario è quello disputato un anno dopo a Manila, nelle Filippine, il terzo e ultimo scontro contro il grande rivale Joe Frazier, preceduto dalle provocazioni di Alì e dalla dura risposta del suo avversario ("Non voglio fargli male, lo voglio uccidere!"); nell'incontro forse più brutale di sempre, conosciuto come "The Thrilla in Manila" i due avversari si picchiano selvaggiamente per 14 riprese, entrambi sono allo stremo, ed è decisivo l'intervento dell'angolo di Frazier che getta la spugna per primo, consegnando la vittoria ad Alì, comunque in vantaggio ai punti.
Raggiunto l'apice, Muhammad conosce il lento e inesorabile declino dovuto all'età, non riesce più a vincere gli incontri per K.O. a causa anche della minore rapidità sul ring; dopo un altro grande match contro il potente Earnie Shavers, viene sconfitto ai punti nel 1978 da Leon Spinks, ma riesce a batterlo pochi mesi dopo nella rivincita, conquistando per la terza volta, a 36 anni e mezzo, il titolo di campione, e annunciando contemporaneamente il suo ritiro. Ha un ripensamento nel 1980, ma ormai l'età, e il terribile Morbo di Parkinson che già alberga dentro di lui, non gli lasciano scampo: subisce il primo K.O. tecnico da Larry Holmes, e un anno dopo si arrende ai punti a Trevor Berbick, mostrando una lentezza e una difficoltà nel parlare che testimoniano lo stato avanzato della malattia, che gli viene definitivamente diagnosticata nel 1984. E' il ritiro definitivo dall'attività agonistica, un epilogo amaro che non oscura la strepitosa carriera e soprattutto l'immagine scintillante di Muhammad Alì, che chiude con l'invidiabile record di 56 vittorie (di cui 37 per K.O.) in 61 incontri disputati.
Contemporaneamente inizia il match più duro della sua vita, quello contro il Parkinson, che lentamente lo divora nel fisico, ma non riesce a spezzare il carattere e la resistenza di Alì, come dimostrano le sue molteplici apparizioni in pubblico, la più commovente di tutte in occasione delle olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando è l'ultimo a portare la fiaccola olimpica; quel giorno, gli viene anche riconsegnata quella medaglia d'oro che più di 30 anni prima aveva gettato via per rabbia, come plateale gesto di protesta contro le discriminazioni razziali che ancora sconvolgevano e dividevano l'America. Nel 2005, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush lo ha insignito della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile statunitense.
La frase "vola come una zanzara, pungi come un'ape" racchiude bene il suo stile di combattimento, rivoluzionario per molti aspetti, fatto di rapidi spostamenti e una notevole agilità di gambe, accompagnata da insulti e provocazioni nei confronti dell'avversario, che rimaneva disorientato e finiva per scoprirsi, cedendo poi alla grande potenza dei pugni di Alì; il suo stile deriva dal fatto che non ama incassare, lui stesso si definisce più volte "troppo bello" per essere sfigurato dai tanti colpi, e allora preferisce ricorrere a questo diverso modo di combattere, che costituisce una vera e propria rivoluzione nel mondo della boxe, insieme al ricorso al "trash talking" gli insulti volgari rivolti all'avversario durante il match. Dominatore assoluto della scena, già prima di salire sul ring, Alì è diventato un'icona della cultura americana, ha saputo unire tutto un Paese profondamente diviso dal razzismo e dal pregiudizio, e ha rappresentato, insieme ai suoi mitici avversari Norton, Foreman e Frazier, una delle epoche migliori per il pugilato; forse solo Mike Tyson, dopo di lui, è riuscito ad avere una tale presa sulle folle, anche se Iron Mike ha fatto ricorso soprattutto alla forza bruta e alla potenza, e deve la sua fama anche alle tante vicissitudini dentro e fuori dal ring.
Oggi, come detto, compie 70 anni, festeggiato da tutta l'America e da tutti gli sportivi e appassionati del Mondo. Il suo grande rivale, Smokin' Joe Frazier, è venuto a mancare pochi mesi fa per un tumore al fegato, la sua battaglia più grande, quella contro il Parkinson, va avanti da quasi 30 anni, ma lui non ha nessuna di andare al tappeto, continua ad affrontare la vita ed il mondo a testa alta. Ed è per questo che anche oggi, proprio come in quella mitica notte africana del 1974, i suoi tifosi continuano ad incitarlo con quell'unico, inequivocabile grido: Alì bomaye!
Nato come Cassius Clay, comincia a praticare il pugilato già a 12 anni, e si mette in luce fin da dilettante, conquistando per la prima volta il proscenio mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, in cui conquista la medaglia d'oro. Quattro anni dopo, passato al professionismo, ottiene per la prima volta la corona dei pesi massimi, battendo per K.O. il campione in carica Sonny Liston, e subito dopo decide di convertisti all'Islam; da allora si fa chiamare Muhammad Ali, nome che raccoglie in sé l'onomastica di due personaggi fondamentali della religione musulmana, il profeta Maometto e Alì, uno dei nomi di Dio nel Corano, nonché uno dei più grandi Califfi dell'impero arabo. Combatte molte volte, difendendo il titolo con successo, poi nel 1967 viene destituito dalla federazione pugilistica a seguito del suo rifiuto di prestare servizio militare durante la guerra del Vietnam, un gesto che colpisce l'opinione pubblica americana, ancora lacerata dalle lotte per l'integrazione della popolazione nera nei confronti della maggioranza bianca; la sua giustificazione è perentoria:"Non vado a combattere qualcuno che non mi ha mai chiamato negro." Il clima di intolleranza l'aveva vissuto già qualche anno prima, quando nella sua Louisville gli era stato vietato l'ingresso in un ristorante perché di colore, e lui per rabbia e protesta aveva gettato in un fiume la medaglia vinta alle olimpiadi.
Tornato all'attività nel 1971, dopo aver conosciuto anche il carcere, in difficoltà economiche a causa della mancanza di incontri disputati, ma molti credono che la sua carriera sia già agli sgoccioli; Alì smentisce tutti, dando inizio alla parte migliore e più sfavillante della sua vita pugilistica. Perde ai punti la prima sfida per la riconquista dei titoli contro un altro grandissimo della boxe, Smokin' Joe Frazier, in quello che viene ricordato come il match del secolo e inaugura la feroce rivalità tra i due pesi massimi, ma questa sconfitta gli restituisce popolarità e credibilità; dopo una serie di vittorie contro atleti minori (tra cui Joe Bugner, conosciuto dal pubblico italiano per aver recitato in alcuni film di Bud Spencer) e una seconda sconfitta ai punti contro Ken Norton, vendicata prontamente nella rivincita, Alì riparte alla conquista del campionato del mondo: nel gennaio del 1974 batte Frazier, che nel frattempo ha perduto il titolo, sempre ai punti, quindi completa il suo capolavoro nel settembre dello stesso anno, sfidando George Foreman a Kinshasa, nello Zaire; in un match dominato fin dall'inizio a livello psicologico, in cui conquista il pubblico locale che lo incita tutto l'incontro con il celeberrimo "Alì bomaye!" (Alì uccidilo!), Alì sfianca l'avversario per otto riprese, incassando colpi tremendi senza reagire, per poi colpire Foreman quando è allo stremo, con una serie di pugni che lo mandano al tappeto e decretano la sua sconfitta per K.O. Un altro match leggendario è quello disputato un anno dopo a Manila, nelle Filippine, il terzo e ultimo scontro contro il grande rivale Joe Frazier, preceduto dalle provocazioni di Alì e dalla dura risposta del suo avversario ("Non voglio fargli male, lo voglio uccidere!"); nell'incontro forse più brutale di sempre, conosciuto come "The Thrilla in Manila" i due avversari si picchiano selvaggiamente per 14 riprese, entrambi sono allo stremo, ed è decisivo l'intervento dell'angolo di Frazier che getta la spugna per primo, consegnando la vittoria ad Alì, comunque in vantaggio ai punti.
Raggiunto l'apice, Muhammad conosce il lento e inesorabile declino dovuto all'età, non riesce più a vincere gli incontri per K.O. a causa anche della minore rapidità sul ring; dopo un altro grande match contro il potente Earnie Shavers, viene sconfitto ai punti nel 1978 da Leon Spinks, ma riesce a batterlo pochi mesi dopo nella rivincita, conquistando per la terza volta, a 36 anni e mezzo, il titolo di campione, e annunciando contemporaneamente il suo ritiro. Ha un ripensamento nel 1980, ma ormai l'età, e il terribile Morbo di Parkinson che già alberga dentro di lui, non gli lasciano scampo: subisce il primo K.O. tecnico da Larry Holmes, e un anno dopo si arrende ai punti a Trevor Berbick, mostrando una lentezza e una difficoltà nel parlare che testimoniano lo stato avanzato della malattia, che gli viene definitivamente diagnosticata nel 1984. E' il ritiro definitivo dall'attività agonistica, un epilogo amaro che non oscura la strepitosa carriera e soprattutto l'immagine scintillante di Muhammad Alì, che chiude con l'invidiabile record di 56 vittorie (di cui 37 per K.O.) in 61 incontri disputati.
Contemporaneamente inizia il match più duro della sua vita, quello contro il Parkinson, che lentamente lo divora nel fisico, ma non riesce a spezzare il carattere e la resistenza di Alì, come dimostrano le sue molteplici apparizioni in pubblico, la più commovente di tutte in occasione delle olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando è l'ultimo a portare la fiaccola olimpica; quel giorno, gli viene anche riconsegnata quella medaglia d'oro che più di 30 anni prima aveva gettato via per rabbia, come plateale gesto di protesta contro le discriminazioni razziali che ancora sconvolgevano e dividevano l'America. Nel 2005, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush lo ha insignito della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile statunitense.
La frase "vola come una zanzara, pungi come un'ape" racchiude bene il suo stile di combattimento, rivoluzionario per molti aspetti, fatto di rapidi spostamenti e una notevole agilità di gambe, accompagnata da insulti e provocazioni nei confronti dell'avversario, che rimaneva disorientato e finiva per scoprirsi, cedendo poi alla grande potenza dei pugni di Alì; il suo stile deriva dal fatto che non ama incassare, lui stesso si definisce più volte "troppo bello" per essere sfigurato dai tanti colpi, e allora preferisce ricorrere a questo diverso modo di combattere, che costituisce una vera e propria rivoluzione nel mondo della boxe, insieme al ricorso al "trash talking" gli insulti volgari rivolti all'avversario durante il match. Dominatore assoluto della scena, già prima di salire sul ring, Alì è diventato un'icona della cultura americana, ha saputo unire tutto un Paese profondamente diviso dal razzismo e dal pregiudizio, e ha rappresentato, insieme ai suoi mitici avversari Norton, Foreman e Frazier, una delle epoche migliori per il pugilato; forse solo Mike Tyson, dopo di lui, è riuscito ad avere una tale presa sulle folle, anche se Iron Mike ha fatto ricorso soprattutto alla forza bruta e alla potenza, e deve la sua fama anche alle tante vicissitudini dentro e fuori dal ring.
Oggi, come detto, compie 70 anni, festeggiato da tutta l'America e da tutti gli sportivi e appassionati del Mondo. Il suo grande rivale, Smokin' Joe Frazier, è venuto a mancare pochi mesi fa per un tumore al fegato, la sua battaglia più grande, quella contro il Parkinson, va avanti da quasi 30 anni, ma lui non ha nessuna di andare al tappeto, continua ad affrontare la vita ed il mondo a testa alta. Ed è per questo che anche oggi, proprio come in quella mitica notte africana del 1974, i suoi tifosi continuano ad incitarlo con quell'unico, inequivocabile grido: Alì bomaye!
domenica 1 gennaio 2012
L'eterno Sir Alex
Se è vero che nel calcio le cosiddette "bandiere", ovvero quei giocatori che trascorrono lunghissimi periodi di tempo, se non l'intera carriera, con un'unica squadra, sono diventati una merce sempre più rara, figurarsi quanto può ritenersi eccezionale il caso di un allenatore che resiste sulla stessa panchina da quasi ventisei stagioni consecutive; la panchina in questione è quella, prestigiosissima, del Manchester United, e il tecnico che può vantare questo incredibile primato è Alexander Chapman Ferguson, o se preferite Sir Alex, uno dei grandi vincenti nella storia del calcio inglese e mondiale. E dire che gli anni dell'adolescenza non lasciavano minimamente presagire questi successi come manager: nato da una famiglia operaia, poco propenso agli studi, Ferguson si è fatto le ossa come apprendista in una fabbrica prima che su un campo di calcio. Attaccante discreto, ma sempre confinato nell'ambito calcistico della sua Scozia, non ha mai avuto la fortuna di alzare al cielo nessun trofeo da giocatore, se si eccettuano due promozioni dalla First Division (la serie B scozzese) e un titolo di capocannoniere.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel 1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel 1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.
lunedì 19 dicembre 2011
Si può passare da giovane scoperta e grande rivelazione dell'anno all'esonero nel giro di appena tre mesi? Sì, soprattutto se sei l'allenatore del Palermo e il tuo presidente si chiama Maurizio Zamparini, un uomo che definire "vulcanico" è un eufemismo. Se n'è accorto questa mattina Devis Mangia, l'ultimo di una lunga lista di allenatori chiamati in panchina e mandati a casa in tempi più o meno brevi e senza troppi giri di parole; e dire che, appena il giorno dopo il suo esordio in panchina, il giovane allenatore era stato paragonato a Wenger proprio dal suo presidente!
E' stata un'avventura breve ma sorprendente, quella di Devis Mangia, 37 anni, calciatore solo a livello di giovanili (faceva il portiere) e fino a pochi mesi prima allenatore della Primavera di Varese e Palermo, con poche esperienze in prima squadra (il massimo risultato proprio a Varese, portato dall'Eccellenza alla C2 qualche anno prima); un perfetto signor Nessuno, insomma, almeno fino al 31 agosto di quest'anno, quando viene promosso alla guida tecnica del Palermo in sostituzione di Stefano Pioli, esonerato dopo appena due mesi dall'ingaggio a causa dell'eliminazione in Europa League. A dirla tutta, Mangia sembra inizialmente una soluzione di ripiego, un allenatore provvisorio, visto che il campionato è alle porte e c'è poco tempo per trovare una nuova soluzione, ma è proprio la prima di Serie A a cambiare le carte in tavola: vittoria casalinga per 4 a 3 contro l'Inter di Gasperini, entusiasmo del presidente alle stelle, e allenatore confermato per la partita successiva. Un inizio davvero da sogno, che scatena subito paragoni illustri, su tutti proprio quello di Zamparini che lo definisce "il nuovo Wenger", e sembra gettare le basi per quello che può essere un progetto a lunga scadenza, anche perché i risultati continuano ad arrivare anche nei mesi successivi, e fruttano a Mangia un contratto fino al 2013. L'unico neo, su cui il presidente fa presto ricadere l'attenzione del coach, è il rendimento deficitario della squadra in trasferta: solo 2 punti conquistati, e senza segnare nemmeno un gol; di contro, i 18 punti conseguiti tra le mura amiche sembrano un'assicurazione sufficiente per mantenere in sella il giovane Mangia.
Nell'ultima settimana, però, ecco che accade l'irreparabile: sconfitta interna a sorpresa contro il Cesena, e eliminazione in Coppa Italia contro il Siena, sempre in casa. A ciò si uniscono i primi scricchiolii all'interno dello spogliatoio, con alcuni giocatori scontenti per lo scarso impiego o per la perdita del posto da titolare. Questi risultati non piacciono al presidente, che pretende una reazione nella gara successiva, il sentitissimo derby contro il Catania, in un campo storicamente ostico per il Palermo. Mangia ostenta sicurezza circa la sua posizione, cerca di distendere l'ambiente portando in conferenza stampa dei panettoni, un gesto con cui esorcizzare il temuto esonero prima di Natale, ma purtroppo sul campo la svolta non arriva: 2-0 piuttosto netto in favore degli etnei, entusiasmo sotto i tacchi, e pazienza del presidente che finisce. Arriva così l'ennesimo esonero della gestione Zamparini, il trentaduesimo in 24 anni di carriera (si arriva a 38 se si calcolano i ritorni, una media impressionante!), e al posto del giovane e promettente Mangia dovrebbe arrivare il più esperto Bortolo Mutti, di 20 anni più grande; il quale tuttavia nelle sue esperienze recenti ha collezionato 2 esoneri e 2 retrocessioni da subentranti, il che aumenta il rischio che il record del presidente del Palermo possa migliorare ancora nei prossimi mesi, anche se i tifosi rosanero si augurano certamente di no.
L'avventura di Mangia, colui che doveva essere il nuovo Wenger, si è dunque conclusa così, dopo tre mesi e mezzo di gestione del Palermo, proprio com'era successo a tantissimi suoi predecessori illustri, da Guidolin a Zenga, passando per il più recente Delio Rossi; tecnici apprezzati e stimati presto dal presidente, e altrettanto rapidamente messi da parte in assenza di risultati. Ma di certo non finirà qui la carriera di Devis: le opportunità di trovare una nuova panchina non mancheranno di certo per questo allenatore emergente, che ha ottenuto molti consensi grazie alla sua simpatia e disponibilità fuori dal campo e, soprattutto, grazie alla determinazione e alle buone basi tattiche dimostrate fin dall'esordio. Chissà che un giorno non possa davvero diventare uno dei grandi allenatori della nostra serie A, magari sulla panchina di una grande squadra e con la possibilità di lavorare seriamente su un progetto a lungo termine; magari cominciando a lavorare seriamente sulle partite in trasferta, e al tempo stesso pregando di non avere come presidente un nuovo Zamparini...
E' stata un'avventura breve ma sorprendente, quella di Devis Mangia, 37 anni, calciatore solo a livello di giovanili (faceva il portiere) e fino a pochi mesi prima allenatore della Primavera di Varese e Palermo, con poche esperienze in prima squadra (il massimo risultato proprio a Varese, portato dall'Eccellenza alla C2 qualche anno prima); un perfetto signor Nessuno, insomma, almeno fino al 31 agosto di quest'anno, quando viene promosso alla guida tecnica del Palermo in sostituzione di Stefano Pioli, esonerato dopo appena due mesi dall'ingaggio a causa dell'eliminazione in Europa League. A dirla tutta, Mangia sembra inizialmente una soluzione di ripiego, un allenatore provvisorio, visto che il campionato è alle porte e c'è poco tempo per trovare una nuova soluzione, ma è proprio la prima di Serie A a cambiare le carte in tavola: vittoria casalinga per 4 a 3 contro l'Inter di Gasperini, entusiasmo del presidente alle stelle, e allenatore confermato per la partita successiva. Un inizio davvero da sogno, che scatena subito paragoni illustri, su tutti proprio quello di Zamparini che lo definisce "il nuovo Wenger", e sembra gettare le basi per quello che può essere un progetto a lunga scadenza, anche perché i risultati continuano ad arrivare anche nei mesi successivi, e fruttano a Mangia un contratto fino al 2013. L'unico neo, su cui il presidente fa presto ricadere l'attenzione del coach, è il rendimento deficitario della squadra in trasferta: solo 2 punti conquistati, e senza segnare nemmeno un gol; di contro, i 18 punti conseguiti tra le mura amiche sembrano un'assicurazione sufficiente per mantenere in sella il giovane Mangia.
Nell'ultima settimana, però, ecco che accade l'irreparabile: sconfitta interna a sorpresa contro il Cesena, e eliminazione in Coppa Italia contro il Siena, sempre in casa. A ciò si uniscono i primi scricchiolii all'interno dello spogliatoio, con alcuni giocatori scontenti per lo scarso impiego o per la perdita del posto da titolare. Questi risultati non piacciono al presidente, che pretende una reazione nella gara successiva, il sentitissimo derby contro il Catania, in un campo storicamente ostico per il Palermo. Mangia ostenta sicurezza circa la sua posizione, cerca di distendere l'ambiente portando in conferenza stampa dei panettoni, un gesto con cui esorcizzare il temuto esonero prima di Natale, ma purtroppo sul campo la svolta non arriva: 2-0 piuttosto netto in favore degli etnei, entusiasmo sotto i tacchi, e pazienza del presidente che finisce. Arriva così l'ennesimo esonero della gestione Zamparini, il trentaduesimo in 24 anni di carriera (si arriva a 38 se si calcolano i ritorni, una media impressionante!), e al posto del giovane e promettente Mangia dovrebbe arrivare il più esperto Bortolo Mutti, di 20 anni più grande; il quale tuttavia nelle sue esperienze recenti ha collezionato 2 esoneri e 2 retrocessioni da subentranti, il che aumenta il rischio che il record del presidente del Palermo possa migliorare ancora nei prossimi mesi, anche se i tifosi rosanero si augurano certamente di no.
L'avventura di Mangia, colui che doveva essere il nuovo Wenger, si è dunque conclusa così, dopo tre mesi e mezzo di gestione del Palermo, proprio com'era successo a tantissimi suoi predecessori illustri, da Guidolin a Zenga, passando per il più recente Delio Rossi; tecnici apprezzati e stimati presto dal presidente, e altrettanto rapidamente messi da parte in assenza di risultati. Ma di certo non finirà qui la carriera di Devis: le opportunità di trovare una nuova panchina non mancheranno di certo per questo allenatore emergente, che ha ottenuto molti consensi grazie alla sua simpatia e disponibilità fuori dal campo e, soprattutto, grazie alla determinazione e alle buone basi tattiche dimostrate fin dall'esordio. Chissà che un giorno non possa davvero diventare uno dei grandi allenatori della nostra serie A, magari sulla panchina di una grande squadra e con la possibilità di lavorare seriamente su un progetto a lungo termine; magari cominciando a lavorare seriamente sulle partite in trasferta, e al tempo stesso pregando di non avere come presidente un nuovo Zamparini...
lunedì 5 dicembre 2011
L'ultimo scivolone
E' passato poco più di un anno e mezzo da quel 22 maggio 2010 che aveva consacrato una delle Inter più grandi di sempre, quella di Mourinho, del triplete (Coppa Italia, Scudetto e Champions League), eppure sembra di parlare già di preistoria se si confronta quella squadra con quella attuale, staccata di 13 punti dalla vetta e irriconoscibile per il gioco e per l'atteggiamento in campo. Sembra davvero che il grande ciclo iniziato all'indomani di calciopoli nel 2006 stia arrivando alla sua conclusione, e che il gruppo che ha portato il presidente Moratti sul tetto d'Europa abbia bisogno di un profondo rinnovamento prima di tornare grande.
Che le cose non stessero prendendo una buona piega si era capito già da tempo, fin dall'addio dell'amatissimo Mou, rimasto a Madrid dopo la finale di Champions per allenare il Real: la sua partenza ha tolto moltissimo ai nerazzurri, più della perdita di fuoriclasse come Balotelli o Eto'o, venduti a un anno di distanza per far quadrare i conti della squadra in vista del temuto Fair Play Finanziario voluto dal presidente dell'UEFA Platini. Priva della sua grande guida, l'Inter aveva bisogno di un nuovo progetto, di nuovi stimoli (cosa non semplice per chi aveva praticamente vinto tutto negli ultimi anni), e forse di qualche nuovo giocatore per dare solidità e rinnovata energia alla rosa. Ma questo nuovo progetto non si è mai visto davvero, la società ha dimostrato estrema incertezza sulla strada da percorrere, e lo dimostrano i quattro allenatori ingaggiati in meno di due stagioni, ognuno con un'idea di gioco e un modulo tattico differente. Le due prime scelte del presidente Moratti, Benitez e Gasperini, hanno dimostrato col tempo di essere in realtà dei ripieghi, poco sostenuti dall'ambiente, con campagne acquisti non adeguate e la sensazione che la squadra stessa avesse poca fiducia nei nuovi tecnici; i continui problemi fisici, dovuti anche al progressivo invecchiamento di molti fuoriclasse della vecchia guardia, hanno contribuito a rendere difficoltoso lo sviluppo di qualsiasi progetto a lungo termine. L'unico che sembrava aver convinto davvero, quel Leonardo strappato ai "cugini" rossoneri che aveva illuso tutti nella scorsa stagione con l'incredibile rimonta in classifica proprio contro il Milan, in estate ha fatto le valigie, destinazione Parigi, interrompendo ogni genere di programmazione futura. La sensazione è che il "sacro fuoco" che spingeva la squadra a giocare con il coltello fra i denti fino all'ultimo minuto si sia definitivamente spento, come se la strepitosa annata 2010 avesse tolto energie e volontà al gruppo.
L'inizio di questa stagione è stato probabilmente il peggiore negli ultimi 20 anni dei nerazzurri, con risultati che non arrivano e soprattutto un'idea di gioco che sembra inesistente e una squadra che da l'impressione di non essere adeguata per reggere il passo delle altre grandi. I continui infortuni dei suoi giocatori migliori, su tutti Maicon e Sneijder, non possono rappresentare un alibi sufficiente, visto che la rosa ampia dovrebbe garantire un'adeguata copertura; sembra mancare quasi un collante tra i giocatori, divisi tra i senatori un po' invecchiati e appannati e i giovani appena arrivati, troppo acerbi e non ancora in grado di fare la differenza senza una guida adeguata. L'ultima partita, contro l'Udinese, è stata lo specchio fedele di questa situazione: dopo un buon primo tempo, l'Inter ha pagato la freschezza e la migliore organizzazione degli avversari, rimediando una sconfitta che la precipita nuovamente all'Inferno. Resteranno di certo negli occhi di tutti due immagini di questa partita: l'espulsione di capitan Zanetti, la prima in 17 anni di serie A per un giocatore sempre corretto ed esemplare, e il rigore calciato in curva da Pazzini, scivolato sul dischetto al momento del tiro; due momenti che rappresentano la fotografia attuale della squadra, che sembra non avere più certezze e nemmeno fortuna.
Insomma, un periodo più nero che azzurro, che tutti i tifosi sperano possa interrompersi al più presto, e di certo le possibilità per dare una sterzata al campionato non mancheranno; la stagione è ancora lunga, a breve inizierà il mercato di riparazione, con la possibilità di ottenere rinforzi adeguati, e di certo il mister Ranieri farà tutto il possibile per tener fede alla sua fama di "aggiustatore" e per riportare la squadra nella parte alta della classifica. In fondo, proprio un anno fa, l'Inter arrivò a fine anno con un netto distacco dalla vetta, ma grazie ad un incredibile girone di ritorno arrivò a contendere il titolo al Milan, arrendendosi solo dopo la sconfitta nel derby, e vincendo comunque la Coppa Italia. Da una squadra che i suoi stessi supporter definiscono "pazza" e amano proprio per questo, ci si può e ci si deve ancora aspettare di tutto.
sabato 26 novembre 2011
I due minuti di follia...
Sabato 26 novembre 2011, ore 17.00, campo Incoronata
Dal nostro inviato Fabrizio Ronzitti
BATE BORISOV - FUTBOL MINSK 5-3
Arbitro sig. Nicola Ronzitti
BATE BORISOV (gialli): Loreta; Antenucci, Di Marco; Sebastiani, Di Foglio, Giacomucci; Fanucci M., Sboro, Frangione, Cicchini, Fanucci R.
FUTBOL MINSK (blu): Ronzitti L.; D'Adamo, Lemme; Vino, Ronzitti F., Puddu; Soldano, Reale, D'Angelo, Serafini A., Angiolillo.
Ancora una partita nel segno del gol e dello spettacolo allo stadio Incoronata, con i blu che compiono un autentico suicidio: in vantaggio per 3 reti a 0 a inizio secondo tempo, subiscono una clamorosa e rocambolesca rimonta. Ma andiamo con ordine nel raccontare i principali momenti della gara.
Negli spogliatoi l'immancabile (con la n, non con la r) Peppino Soldano delizia i presenti raccontando il suo pranzo modesto a base di "risott' 'nghi li funghitt'", e aggiunge un paio di rutti tanto per gradire. In campo, l'inizio è tutto per i blu, che sfoggiano al centro dell'attacco il neo acquisto Hulk D'Angelo, al quale così si rivolge il prof. Cicchini in un momento di folgorazione mistica: "Pietro, così mi tradisci?" Dopo alcuni errori sottoporta e alcune buone parate di Loreta, nonostante il dito gonfio come una salsiccia, i blu riescono a sbloccare la gara grazie ad un rigore concesso per fallo di mano di Giacomucci in mischia; sul dischetto si presentano insieme D'Angelo e Soldano, decisi entrambi a tirare, ma dopo una breve discussione è quest'ultimo ad incaricarsi della trasformazione e a realizzare con grande precisione. I gialli non riescono a reagire allo svantaggio, e dopo un contrasto spalla-spalla tra pesi massimi (Giacomucci vs Hulk), i blu riescono a trovare il raddoppio a metà primo tempo grazie ad Andrea Serafini, tornato in squadra dopo un lungo periodo di assenza, e subito bravo a trafiggere Loreta dopo una veloce ripartenza. Nel secondo tempo, pronti-via ed è subito tris per i blu grazie a Peppino Reale, che in contropiede si presenta solo davanti a Loreta e lo batte sul primo palo.
Partita finita? Nemmeno per sogno! Forse punti sull'orgoglio dalle dichiarazioni provocatorie di Mario Lemme ("Mo' faceme n'addre quattr' o cinq' gol"), i gialli si risvegliano dal torpore e cominciano ad attaccare con decisione, favoriti dall'errore tattico degli avversari, che anzichè difendere il vantaggio si sbilanciano in attacco. Il segnale della riscossa lo da Max Frangione, che entra in area dalla sinistra e spara un gran tiro che batte Ronzitti e riapre tutto. Poi ci pensa l'altro Ronzitti in campo, Fabrizio (sigh!), a cambiare definitivamente il corso della partita: in soli due minuti, prima svirgola completamente il rinvio, permettendo a Roberto Fanucci di segnare con un bel pallonetto, poi interviene malamente su un cross dalla destra, realizzando il più comico degli autogol. Colpiti da questo clamoroso black out, i blu non riescono a reagire, i gialli attaccano ancora e sulle ali dell'entusiasmo vanno addirittura in vantaggio con Sboro, che evita il fuorigioco e batte facilmente Lorenzo Ronzitti. I blu si gettano in avanti con la forza della disperazione, cercano di raggiungere almeno il pareggio, ma vengono castigati ancora una volta da Frangione, che dopo aver colpito una traversa con un gran tiro da fuori area pochi minuti prima, approfitta dell'ennesimo contropiede, si beve la difesa e supera per la quinta volta Ronzitti in uscita.
Classifica marcatori: 13 gol: Frangione; 12 gol: Angiolillo; 5 gol: D'Angelo, Reale, Sboro, Serafini A.; 4 gol: Docuta; 3 gol: Gogò Ronzitti; 2 gol: D'Adamo, Serafini S.; 1 gol: Cicchini, Fanucci M., Fanucci R., Giacomucci, Lemme, Ronzitti L., Rossi, Serafini G., Soldano, Storto, Vino.
Dal nostro inviato Fabrizio Ronzitti
BATE BORISOV - FUTBOL MINSK 5-3
Arbitro sig. Nicola Ronzitti
BATE BORISOV (gialli): Loreta; Antenucci, Di Marco; Sebastiani, Di Foglio, Giacomucci; Fanucci M., Sboro, Frangione, Cicchini, Fanucci R.
FUTBOL MINSK (blu): Ronzitti L.; D'Adamo, Lemme; Vino, Ronzitti F., Puddu; Soldano, Reale, D'Angelo, Serafini A., Angiolillo.
Ancora una partita nel segno del gol e dello spettacolo allo stadio Incoronata, con i blu che compiono un autentico suicidio: in vantaggio per 3 reti a 0 a inizio secondo tempo, subiscono una clamorosa e rocambolesca rimonta. Ma andiamo con ordine nel raccontare i principali momenti della gara.
Negli spogliatoi l'immancabile (con la n, non con la r) Peppino Soldano delizia i presenti raccontando il suo pranzo modesto a base di "risott' 'nghi li funghitt'", e aggiunge un paio di rutti tanto per gradire. In campo, l'inizio è tutto per i blu, che sfoggiano al centro dell'attacco il neo acquisto Hulk D'Angelo, al quale così si rivolge il prof. Cicchini in un momento di folgorazione mistica: "Pietro, così mi tradisci?" Dopo alcuni errori sottoporta e alcune buone parate di Loreta, nonostante il dito gonfio come una salsiccia, i blu riescono a sbloccare la gara grazie ad un rigore concesso per fallo di mano di Giacomucci in mischia; sul dischetto si presentano insieme D'Angelo e Soldano, decisi entrambi a tirare, ma dopo una breve discussione è quest'ultimo ad incaricarsi della trasformazione e a realizzare con grande precisione. I gialli non riescono a reagire allo svantaggio, e dopo un contrasto spalla-spalla tra pesi massimi (Giacomucci vs Hulk), i blu riescono a trovare il raddoppio a metà primo tempo grazie ad Andrea Serafini, tornato in squadra dopo un lungo periodo di assenza, e subito bravo a trafiggere Loreta dopo una veloce ripartenza. Nel secondo tempo, pronti-via ed è subito tris per i blu grazie a Peppino Reale, che in contropiede si presenta solo davanti a Loreta e lo batte sul primo palo.
Partita finita? Nemmeno per sogno! Forse punti sull'orgoglio dalle dichiarazioni provocatorie di Mario Lemme ("Mo' faceme n'addre quattr' o cinq' gol"), i gialli si risvegliano dal torpore e cominciano ad attaccare con decisione, favoriti dall'errore tattico degli avversari, che anzichè difendere il vantaggio si sbilanciano in attacco. Il segnale della riscossa lo da Max Frangione, che entra in area dalla sinistra e spara un gran tiro che batte Ronzitti e riapre tutto. Poi ci pensa l'altro Ronzitti in campo, Fabrizio (sigh!), a cambiare definitivamente il corso della partita: in soli due minuti, prima svirgola completamente il rinvio, permettendo a Roberto Fanucci di segnare con un bel pallonetto, poi interviene malamente su un cross dalla destra, realizzando il più comico degli autogol. Colpiti da questo clamoroso black out, i blu non riescono a reagire, i gialli attaccano ancora e sulle ali dell'entusiasmo vanno addirittura in vantaggio con Sboro, che evita il fuorigioco e batte facilmente Lorenzo Ronzitti. I blu si gettano in avanti con la forza della disperazione, cercano di raggiungere almeno il pareggio, ma vengono castigati ancora una volta da Frangione, che dopo aver colpito una traversa con un gran tiro da fuori area pochi minuti prima, approfitta dell'ennesimo contropiede, si beve la difesa e supera per la quinta volta Ronzitti in uscita.
Classifica marcatori: 13 gol: Frangione; 12 gol: Angiolillo; 5 gol: D'Angelo, Reale, Sboro, Serafini A.; 4 gol: Docuta; 3 gol: Gogò Ronzitti; 2 gol: D'Adamo, Serafini S.; 1 gol: Cicchini, Fanucci M., Fanucci R., Giacomucci, Lemme, Ronzitti L., Rossi, Serafini G., Soldano, Storto, Vino.
venerdì 4 novembre 2011
500 volte Leo Lo Bianco
Questa mattina, nel lontano Giappone, è iniziata la Coppa del Mondo di pallavolo, competizione prestigiosa che si svolge ogni 4 anni e raduna le 12 migliori squadre del panorama pallavolistico mondiale, mettendo in palio 3 posti per le Olimpiadi che si svolgeranno tra meno di un anno a Londra. L'Italia partecipa sia con la Nazionale maschile, fresca del secondo posto nei recenti Europei, che con quella femminile, campione del Mondo uscente con l'incredibile record di 2 soli set persi in tutto il torneo. Le prime a scendere in campo sono state le ragazze di mister Barbolini, che pur dovendo rinunciare ad alcune atlete importanti (per scelta personale o per infortunio) hanno battuto 3 a 1 le padrone di casa giapponesi, disputando un'ottima partita. A rendere speciale quest'esordio, però, è stata la capitana delle azzurre, Eleonora Lo Bianco, che oggi ha festeggiato la cinquecentesima gara con la Nazionale, un record prestigiosissimo e che dimostra le grandissime capacità di questa straordinaria atleta.
Classe 1979, originaria di Borgomanero, nel novarese, Eleonora "Leo" Lo Bianco ha iniziato a giocare a pallavolo molto presto, esordendo in serie C con l'Omegna a soli 15 anni, nel 1994, e conquistando due promozioni consecutive che l'hanno portata in B1 e nell'orbita della nazionale, con cui esordisce nel 1998 a nemmeno 19 anni. Dopo essere passata professionista nel 1999-2000 in A2 con Busto Arsizio, disputa diverse stagioni nella serie A femminile con Ravenna e Jesi, senza tuttavia ottenere successi, finchè non decide di trasferirsi a Bergamo, compiendo il definitivo salto di qualità; con le lombarde vince due Scudetti, due Coppe Italia e tre Champions League, ricevendo diversi premi personali come miglior palleggiatrice delle varie competizioni. I successi nel club sono quasi un trampolino per il rilancio della Nazionale, che dopo l'argento agli Europei 2001 e l'oro ai Mondiali 2002 aveva ottenuto solo piazzamenti e collezionato cocenti delusioni, su tutte il flop alle Olimpiadi del 2004; con il nuovo allenatore Barbolini, la Lo Bianco guida da capitana le azzurre ad un indimenticabile 2007, con le vittorie agli Europei e alla Coppa del Mondo, e restituisce all'Italia un ruolo da protagonista a livello internazionale, suggellato dal bis europeo del 2009.
Una carriera davvero invidiabile insomma, anche se la sua vittoria più grande è stata un'altra: alla fine del 2010 le viene diagnosticato un tumore al seno, e Leo deve fermarsi per affrontare questo nuovo nemico, invisibile e per questo ancor più pericoloso; ha vinto la sua battaglia, l'operazione a cui si è sottoposta ha eliminato il nodulo, e dopo pochi mesi lei è tornata in campo, tra gli abbracci delle compagne e di tutti i tifosi, trascinando poi la squadra alla conquista dello scudetto. Una vittoria sicuramente diversa, direi la più importante perchè vale una vita.
Oggi, come detto, ha ritoccato il record di presenze in Nazionale per un giocatore di pallavolo italiano, che peraltro già era suo da qualche anno (per quanto riguarda gli uomini, il record appartiene a Giani con 474 presenze), e spera di guidare le sue compagne al bis nella Coppa del Mondo, anche se di certo il suo obiettivo è un altro: Londra 2012. Dopo le delusioni del 2004 e del 2008, edizioni in cui le azzurre non sono riuscite ad arrivare alle medaglie, l'oro nella competizione a cinque certi è senza dubbio la massima aspirazione per lei e per le altre ragazze, che in questi anni hanno vinto praticamente tutto. Questa competizione, oltre al grande prestigio derivante da una vittoria, servirà dunque a Leo Lo Bianco per conquistare il pass per Londra, dove lei spera di poter sfilare addirittura da portabandiera, come sperano le migliaia di fan che hanno aderito alla pagina facebook creata ad hoc per incentivare la sua candidatura; da battere c'è la concorrenza di altre grandissime atlete, come la Sensini, la Idem e la Vezzali, ma di sicuro la capitana azzurra non si tirerà indietro, abituata com'è ad affrontare e vincere le sfide, in campo e nella vita.
Classe 1979, originaria di Borgomanero, nel novarese, Eleonora "Leo" Lo Bianco ha iniziato a giocare a pallavolo molto presto, esordendo in serie C con l'Omegna a soli 15 anni, nel 1994, e conquistando due promozioni consecutive che l'hanno portata in B1 e nell'orbita della nazionale, con cui esordisce nel 1998 a nemmeno 19 anni. Dopo essere passata professionista nel 1999-2000 in A2 con Busto Arsizio, disputa diverse stagioni nella serie A femminile con Ravenna e Jesi, senza tuttavia ottenere successi, finchè non decide di trasferirsi a Bergamo, compiendo il definitivo salto di qualità; con le lombarde vince due Scudetti, due Coppe Italia e tre Champions League, ricevendo diversi premi personali come miglior palleggiatrice delle varie competizioni. I successi nel club sono quasi un trampolino per il rilancio della Nazionale, che dopo l'argento agli Europei 2001 e l'oro ai Mondiali 2002 aveva ottenuto solo piazzamenti e collezionato cocenti delusioni, su tutte il flop alle Olimpiadi del 2004; con il nuovo allenatore Barbolini, la Lo Bianco guida da capitana le azzurre ad un indimenticabile 2007, con le vittorie agli Europei e alla Coppa del Mondo, e restituisce all'Italia un ruolo da protagonista a livello internazionale, suggellato dal bis europeo del 2009.
Una carriera davvero invidiabile insomma, anche se la sua vittoria più grande è stata un'altra: alla fine del 2010 le viene diagnosticato un tumore al seno, e Leo deve fermarsi per affrontare questo nuovo nemico, invisibile e per questo ancor più pericoloso; ha vinto la sua battaglia, l'operazione a cui si è sottoposta ha eliminato il nodulo, e dopo pochi mesi lei è tornata in campo, tra gli abbracci delle compagne e di tutti i tifosi, trascinando poi la squadra alla conquista dello scudetto. Una vittoria sicuramente diversa, direi la più importante perchè vale una vita.
Oggi, come detto, ha ritoccato il record di presenze in Nazionale per un giocatore di pallavolo italiano, che peraltro già era suo da qualche anno (per quanto riguarda gli uomini, il record appartiene a Giani con 474 presenze), e spera di guidare le sue compagne al bis nella Coppa del Mondo, anche se di certo il suo obiettivo è un altro: Londra 2012. Dopo le delusioni del 2004 e del 2008, edizioni in cui le azzurre non sono riuscite ad arrivare alle medaglie, l'oro nella competizione a cinque certi è senza dubbio la massima aspirazione per lei e per le altre ragazze, che in questi anni hanno vinto praticamente tutto. Questa competizione, oltre al grande prestigio derivante da una vittoria, servirà dunque a Leo Lo Bianco per conquistare il pass per Londra, dove lei spera di poter sfilare addirittura da portabandiera, come sperano le migliaia di fan che hanno aderito alla pagina facebook creata ad hoc per incentivare la sua candidatura; da battere c'è la concorrenza di altre grandissime atlete, come la Sensini, la Idem e la Vezzali, ma di sicuro la capitana azzurra non si tirerà indietro, abituata com'è ad affrontare e vincere le sfide, in campo e nella vita.
domenica 23 ottobre 2011
La vittoria degli All Blacks
Il punteggio finale, 8-7, è lo specchio di un match combattutissimo, dominato dalla tensione tipica di questi grandi eventi, che ha colpito soprattutto i padroni di casa. I neozelandesi, arrivati da favoriti a quella che per loro era la partita della vita, sono stati sorpresi dall'aggressività e dalla determinazione dei francesi, decisi a vender cara la pelle fin dall'inizio, quando hanno affrontato tutti insieme la haka, la danza di guerra degli All Blacks. Ogni pallone è stato conquistato con enorme fatica dai "tuttineri", penalizzati dall'assenza del loro calciatore migliore, Dan Carter, e dalla giornata no dei suoi sostituti, Piri Weepu, che ha sbagliato tutti i calci a disposizione, e Aaron Cruden, costretto ad uscire per infortunio; messi in difficoltà dal gioco tattico e dall'agonismo francese, si sono affidati ai giocatori di più esperienza, su tutti il capitano McCaw (monumentale, considerando che ha giocato tutto il torneo con una frattura da stress al piede), hanno sfruttato un errore avversario per mandare in meta il pilone Woodcock, e hanno trovato punti e giocate importanti da Stephen Donald, giocatore che non aveva mai convinto o inciso in passato, convocato solo a causa degli infortuni degli altri e subentrato allo sfortunato Cruden. Alla fine, dopo una durissima battaglia difensiva, il fischio dell'arbitro Joubert ha fatto esplodere la gioia di una nazione intera, che da troppi anni aspettava di tornare al successo nel mondiale per legittimare la sua nomea di numero 1 del rugby mondiale.
Onore, grandissimo onore alla Francia, mai come oggi considerata spacciata prima del match, eppure in grado di disputare la partita della vita, contro tutto e tutti. Dopo un girone deludente, in cui erano stati sconfitti dagli All Blacks e dai modesti tongani, i transalpini avevano mostrato preoccupanti spaccature all'interno dello spogliatoio, con l'allenatore Lièvrement costantemente nell'occhio del ciclone e già "licenziato" dalla federazione indipendentemente dal risultato finale; nemmeno le vittorie nei quarti contro i fortissimi inglesi e in semifinale contro i giovani e sorprendenti gallesi avevano convinto gli scettici, e tutti avevano pronosticato un massacro per i "galletti" in occasione della finale. Invece, la Francia ha disputato il suo miglior match nella competizione, mettendo alle corde i padroni di casa e sfiorando un'impresa che avrebbe avuto il sapore della leggenda; dopo aver sofferto il gioco avversario nel primo tempo, nella ripresa sono andati in meta con il capitano Dusautoir (votato Man of the Match), e solo per l'imprecisione nei calci hanno mancato il sorpasso che probabilmente si sarebbe rivelato decisivo.
Terze e quarte si sono piazzate rispettivamente l'Australia e il Galles, due squadre piuttosto giovani, che tuttavia lasciano il mondiale con stati d'animo decisamente opposti. I dragoni britannici hanno dato una grande dimostrazione di forza, mettendo in mostra un bel gioco e tanti atleti di ottimo livello, che in futuro diranno sicuramente la loro nel panorama rugbistico internazionale; rimarrà negli occhi degli appassionati la splendida semifinale disputata contro i francesi, in cui sono stati capaci di mettere sotto gli avversari nonostante l'espulsione del capitano Warburton dopo pochi minuti, sfiorando una vittoria incredibile. I canguri australiani, invece, hanno deluso nonostante il piazzamento finale, perchè venivano dalla vittoria nel Tri Nations proprio contro gli All Blacks e tutti si aspettavano un gioco e dei risultati decisamente migliori; sconfitti già in girone dall'Irlanda, hanno prevalso sui campioni uscenti del Sud Africa più per demeriti altrui che per meriti propri, ma contro i neozelandesi non sono entrati mai in partita, condizionati dal torneo deludente del loro uomo di fantasia, Quade Cooper, e dalla pochezza della loro mischia.
Piccola curiosità: anche nel precedente mondiale disputato in Nuova Zelanda, quello già ricordato del 1987, queste quattro squadre avevano ottenuto i primi posti nel torneo, con l'unica differenza che il Galles aveva strappato il terzo posto all'Australia. Un piacevole caso di corsi e ricorsi storici per i padroni di casa, felici di aver riportato a casa la coppa dopo tanti anni e di aver ridato il sorriso a un popolo intero, che vive il rugby come una religione e da oggi è tornato, almeno per altri 4 anni, sul tetto del mondo.
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