lunedì 19 dicembre 2011

Si può passare da giovane scoperta e grande rivelazione dell'anno all'esonero nel giro di appena tre mesi? Sì, soprattutto se sei l'allenatore del Palermo e il tuo presidente si chiama Maurizio Zamparini, un uomo che definire "vulcanico" è un eufemismo. Se n'è accorto questa mattina Devis Mangia, l'ultimo di una lunga lista di allenatori chiamati in panchina e mandati a casa in tempi più o meno brevi e senza troppi giri di parole; e dire che, appena il giorno dopo il suo esordio in panchina, il giovane allenatore era stato paragonato a Wenger proprio dal suo presidente!
E' stata un'avventura breve ma sorprendente, quella di Devis Mangia, 37 anni, calciatore solo a livello di giovanili (faceva il portiere) e fino a pochi mesi prima allenatore della Primavera di Varese e Palermo, con poche esperienze in prima squadra (il massimo risultato proprio a Varese, portato dall'Eccellenza alla C2 qualche anno prima); un perfetto signor Nessuno, insomma, almeno fino al 31 agosto di quest'anno, quando viene promosso alla guida tecnica del Palermo in sostituzione di Stefano Pioli, esonerato dopo appena due mesi dall'ingaggio a causa dell'eliminazione in Europa League. A dirla tutta, Mangia sembra inizialmente una soluzione di ripiego, un allenatore provvisorio, visto che il campionato è alle porte e c'è poco tempo per trovare una nuova soluzione, ma è proprio la prima di Serie A a cambiare le carte in tavola: vittoria casalinga per 4 a 3 contro l'Inter di Gasperini, entusiasmo del presidente alle stelle, e allenatore confermato per la partita successiva. Un inizio davvero da sogno, che scatena subito paragoni illustri, su tutti proprio quello di Zamparini che lo definisce "il nuovo Wenger", e sembra gettare le basi per quello che può essere un progetto a lunga scadenza, anche perché i risultati continuano ad arrivare anche nei mesi successivi, e fruttano a Mangia un contratto fino al 2013. L'unico neo, su cui il presidente fa presto ricadere l'attenzione del coach, è il rendimento deficitario della squadra in trasferta: solo 2 punti conquistati, e senza segnare nemmeno un gol; di contro, i 18 punti conseguiti tra le mura amiche sembrano un'assicurazione sufficiente per mantenere in sella il giovane Mangia.
Nell'ultima settimana, però, ecco che accade l'irreparabile: sconfitta interna a sorpresa contro il Cesena, e eliminazione in Coppa Italia contro il Siena, sempre in casa. A ciò si uniscono i primi scricchiolii all'interno dello spogliatoio, con alcuni giocatori scontenti per lo scarso impiego o per la perdita del posto da titolare. Questi risultati non piacciono al presidente, che pretende una reazione nella gara successiva, il sentitissimo derby contro il Catania, in un campo storicamente ostico per il Palermo. Mangia ostenta sicurezza circa la sua posizione, cerca di distendere l'ambiente portando in conferenza stampa dei panettoni, un gesto con cui esorcizzare il temuto esonero prima di Natale, ma purtroppo sul campo la svolta non arriva: 2-0 piuttosto netto in favore degli etnei, entusiasmo sotto i tacchi, e pazienza del presidente che finisce. Arriva così l'ennesimo esonero della gestione Zamparini, il trentaduesimo in 24 anni di carriera (si arriva a 38 se si calcolano i ritorni, una media impressionante!), e al posto del giovane e promettente Mangia dovrebbe arrivare il più esperto Bortolo Mutti, di 20 anni più grande; il quale tuttavia nelle sue esperienze recenti ha collezionato 2 esoneri e 2 retrocessioni da subentranti, il che aumenta il rischio che il record del presidente del Palermo possa migliorare ancora nei prossimi mesi, anche se i tifosi rosanero si augurano certamente di no.
L'avventura di Mangia, colui che doveva essere il nuovo Wenger, si è dunque conclusa così, dopo tre mesi e mezzo di gestione del Palermo, proprio com'era successo a tantissimi suoi predecessori illustri, da Guidolin a Zenga, passando per il più recente Delio Rossi; tecnici apprezzati e stimati presto dal presidente, e altrettanto rapidamente messi da parte in assenza di risultati. Ma di certo non finirà qui la carriera di Devis: le opportunità di trovare una nuova panchina non mancheranno di certo per questo allenatore emergente, che ha ottenuto molti consensi grazie alla sua simpatia e disponibilità fuori dal campo e, soprattutto, grazie alla determinazione e alle buone basi tattiche dimostrate fin dall'esordio. Chissà che un giorno non possa davvero diventare uno dei grandi allenatori della nostra serie A, magari sulla panchina di una grande squadra e con la possibilità di lavorare seriamente su un progetto a lungo termine; magari cominciando a lavorare seriamente sulle partite in trasferta, e al tempo stesso pregando di non avere come presidente un nuovo Zamparini...

lunedì 5 dicembre 2011

L'ultimo scivolone



E' passato poco più di un anno e mezzo da quel 22 maggio 2010 che aveva consacrato una delle Inter più grandi di sempre, quella di Mourinho, del triplete (Coppa Italia, Scudetto e Champions League), eppure sembra di parlare già di preistoria se si confronta quella squadra con quella attuale, staccata di 13 punti dalla vetta e irriconoscibile per il gioco e per l'atteggiamento in campo. Sembra davvero che il grande ciclo iniziato all'indomani di calciopoli nel 2006 stia arrivando alla sua conclusione, e che il gruppo che ha portato il presidente Moratti sul tetto d'Europa abbia bisogno di un profondo rinnovamento prima di tornare grande.
Che le cose non stessero prendendo una buona piega si era capito già da tempo, fin dall'addio dell'amatissimo Mou, rimasto a Madrid dopo la finale di Champions per allenare il Real: la sua partenza ha tolto moltissimo ai nerazzurri, più della perdita di fuoriclasse come Balotelli o Eto'o, venduti a un anno di distanza per far quadrare i conti della squadra in vista del temuto Fair Play Finanziario voluto dal presidente dell'UEFA Platini. Priva della sua grande guida, l'Inter aveva bisogno di un nuovo progetto, di nuovi stimoli (cosa non semplice per chi aveva praticamente vinto tutto negli ultimi anni), e forse di qualche nuovo giocatore per dare solidità e rinnovata energia alla rosa. Ma questo nuovo progetto non si è mai visto davvero, la società ha dimostrato estrema incertezza sulla strada da percorrere, e lo dimostrano i quattro allenatori ingaggiati in meno di due stagioni, ognuno con un'idea di gioco e un modulo tattico differente. Le due prime scelte del presidente Moratti, Benitez e Gasperini, hanno dimostrato col tempo di essere in realtà dei ripieghi, poco sostenuti dall'ambiente, con campagne acquisti non adeguate e la sensazione che la squadra stessa avesse poca fiducia nei nuovi tecnici; i continui problemi fisici, dovuti anche al progressivo invecchiamento di molti fuoriclasse della vecchia guardia, hanno contribuito a rendere difficoltoso lo sviluppo di qualsiasi progetto a lungo termine. L'unico che sembrava aver convinto davvero, quel Leonardo strappato ai "cugini" rossoneri che aveva illuso tutti nella scorsa stagione con l'incredibile rimonta in classifica proprio contro il Milan, in estate ha fatto le valigie, destinazione Parigi, interrompendo ogni genere di programmazione futura. La sensazione è che il "sacro fuoco" che spingeva la squadra a giocare con il coltello fra i denti fino all'ultimo minuto si sia definitivamente spento, come se la strepitosa annata 2010 avesse tolto energie e volontà al gruppo.
L'inizio di questa stagione è stato probabilmente il peggiore negli ultimi 20 anni dei nerazzurri, con risultati che non arrivano e soprattutto un'idea di gioco che sembra inesistente e una squadra che da l'impressione di non essere adeguata per reggere il passo delle altre grandi. I continui infortuni dei suoi giocatori migliori, su tutti Maicon e Sneijder, non possono rappresentare un alibi sufficiente, visto che la rosa ampia dovrebbe garantire un'adeguata copertura; sembra mancare quasi un collante tra i giocatori, divisi tra i senatori un po' invecchiati e appannati e i giovani appena arrivati, troppo acerbi e non ancora in grado di fare la differenza senza una guida adeguata. L'ultima partita, contro l'Udinese, è stata lo specchio fedele di questa situazione: dopo un buon primo tempo, l'Inter ha pagato la freschezza e la migliore organizzazione degli avversari, rimediando una sconfitta che la precipita nuovamente all'Inferno. Resteranno di certo negli occhi di tutti due immagini di questa partita: l'espulsione di capitan Zanetti, la prima in 17 anni di serie A per un giocatore sempre corretto ed esemplare, e il rigore calciato in curva da Pazzini, scivolato sul dischetto al momento del tiro; due momenti che rappresentano la fotografia attuale della squadra, che sembra non avere più certezze e nemmeno fortuna.
Insomma, un periodo più nero che azzurro, che tutti i tifosi sperano possa interrompersi al più presto, e di certo le possibilità per dare una sterzata al campionato non mancheranno; la stagione è ancora lunga, a breve inizierà il mercato di riparazione, con la possibilità di ottenere rinforzi adeguati, e di certo il mister Ranieri farà tutto il possibile per tener fede alla sua fama di "aggiustatore" e per riportare la squadra nella parte alta della classifica. In fondo, proprio un anno fa, l'Inter arrivò a fine anno con un netto distacco dalla vetta, ma grazie ad un incredibile girone di ritorno arrivò a contendere il titolo al Milan, arrendendosi solo dopo la sconfitta nel derby, e vincendo comunque la Coppa Italia. Da una squadra che i suoi stessi supporter definiscono "pazza" e amano proprio per questo, ci si può e ci si deve ancora aspettare di tutto.

sabato 26 novembre 2011

I due minuti di follia...

Sabato 26 novembre 2011, ore 17.00, campo Incoronata

Dal nostro inviato Fabrizio Ronzitti

BATE BORISOV - FUTBOL MINSK  5-3
Arbitro sig. Nicola Ronzitti

BATE BORISOV (gialli): Loreta; Antenucci, Di Marco; Sebastiani, Di Foglio, Giacomucci; Fanucci M., Sboro, Frangione, Cicchini, Fanucci R.

FUTBOL MINSK (blu): Ronzitti L.; D'Adamo, Lemme; Vino, Ronzitti F., Puddu; Soldano, Reale, D'Angelo, Serafini A., Angiolillo.

Ancora una partita nel segno del gol e dello spettacolo allo stadio Incoronata, con i blu che compiono un autentico suicidio: in vantaggio per 3 reti a 0 a inizio secondo tempo, subiscono una clamorosa e rocambolesca rimonta. Ma andiamo con ordine nel raccontare i principali momenti della gara.
Negli spogliatoi l'immancabile (con la n, non con la r) Peppino Soldano delizia i presenti raccontando il suo pranzo modesto a base di "risott' 'nghi li funghitt'", e aggiunge un paio di rutti tanto per gradire. In campo, l'inizio è tutto per i blu, che sfoggiano al centro dell'attacco il neo acquisto Hulk D'Angelo, al quale così si rivolge il prof. Cicchini in un momento di folgorazione mistica: "Pietro, così mi tradisci?" Dopo alcuni errori sottoporta e alcune buone parate di Loreta, nonostante il dito gonfio come una salsiccia, i blu riescono a sbloccare la gara grazie ad un rigore concesso per fallo di mano di Giacomucci in mischia; sul dischetto si presentano insieme D'Angelo e Soldano, decisi entrambi a tirare, ma dopo una breve discussione è quest'ultimo ad incaricarsi della trasformazione e a realizzare con grande precisione. I gialli non riescono a reagire allo svantaggio, e dopo un contrasto spalla-spalla tra pesi massimi (Giacomucci vs Hulk), i blu riescono a trovare il raddoppio a metà primo tempo grazie ad Andrea Serafini, tornato in squadra dopo un lungo periodo di assenza, e subito bravo a trafiggere Loreta dopo una veloce ripartenza. Nel secondo tempo, pronti-via ed è subito tris per i blu grazie a Peppino Reale, che in contropiede si presenta solo davanti a Loreta e lo batte sul primo palo.
Partita finita? Nemmeno per sogno! Forse punti sull'orgoglio dalle dichiarazioni provocatorie di Mario Lemme ("Mo' faceme n'addre quattr' o cinq' gol"), i gialli si risvegliano dal torpore e cominciano ad attaccare con decisione, favoriti dall'errore tattico degli avversari, che anzichè difendere il vantaggio si sbilanciano in attacco. Il segnale della riscossa lo da Max Frangione, che entra in area dalla sinistra e spara un gran tiro che batte Ronzitti e riapre tutto. Poi ci pensa l'altro Ronzitti in campo, Fabrizio (sigh!), a cambiare definitivamente il corso della partita: in soli due minuti, prima svirgola completamente il rinvio, permettendo a Roberto Fanucci di segnare con un bel pallonetto, poi interviene malamente su un cross dalla destra, realizzando il più comico degli autogol. Colpiti da questo clamoroso black out, i blu non riescono a reagire, i gialli attaccano ancora e sulle ali dell'entusiasmo vanno addirittura in vantaggio con Sboro, che evita il fuorigioco e batte facilmente Lorenzo Ronzitti. I blu si gettano in avanti con la forza della disperazione, cercano di raggiungere almeno il pareggio, ma vengono castigati ancora una volta da Frangione, che dopo aver colpito una traversa con un gran tiro da fuori area pochi minuti prima, approfitta dell'ennesimo contropiede, si beve la difesa e supera per la quinta volta Ronzitti in uscita.

Classifica marcatori: 13 gol: Frangione; 12 gol: Angiolillo; 5 gol: D'Angelo, Reale, Sboro, Serafini A.; 4 gol: Docuta; 3 gol: Gogò Ronzitti; 2 gol: D'Adamo, Serafini S.; 1 gol: Cicchini, Fanucci M., Fanucci R., Giacomucci, Lemme, Ronzitti L., Rossi, Serafini G., Soldano, Storto, Vino.

venerdì 4 novembre 2011

500 volte Leo Lo Bianco

Questa mattina, nel lontano Giappone, è iniziata la Coppa del Mondo di pallavolo, competizione prestigiosa che si svolge ogni 4 anni e raduna le 12 migliori squadre del panorama pallavolistico mondiale, mettendo in palio 3 posti per le Olimpiadi che si svolgeranno tra meno di un anno a Londra. L'Italia partecipa sia con la Nazionale maschile, fresca del secondo posto nei recenti Europei, che con quella femminile, campione del Mondo uscente con l'incredibile record di 2 soli set persi in tutto il torneo. Le prime a scendere in campo sono state le ragazze di mister Barbolini, che pur dovendo rinunciare ad alcune atlete importanti (per scelta personale o per infortunio) hanno battuto 3 a 1 le padrone di casa giapponesi, disputando un'ottima partita. A rendere speciale quest'esordio, però, è stata la capitana delle azzurre, Eleonora Lo Bianco, che oggi ha festeggiato la cinquecentesima gara con la Nazionale, un record prestigiosissimo e che dimostra le grandissime capacità di questa straordinaria atleta.
Classe 1979, originaria di Borgomanero, nel novarese, Eleonora "Leo" Lo Bianco ha iniziato a giocare a pallavolo molto presto, esordendo in serie C con l'Omegna a soli 15 anni, nel 1994, e conquistando due promozioni consecutive che l'hanno portata in B1 e nell'orbita della nazionale, con cui esordisce nel 1998 a nemmeno 19 anni. Dopo essere passata professionista nel 1999-2000 in A2 con Busto Arsizio, disputa diverse stagioni nella serie A femminile con Ravenna e Jesi, senza tuttavia ottenere successi, finchè non decide di trasferirsi a Bergamo, compiendo il definitivo salto di qualità; con le lombarde vince due Scudetti, due Coppe Italia e tre Champions League, ricevendo diversi premi personali come miglior palleggiatrice delle varie competizioni. I successi nel club sono quasi un trampolino per il rilancio della Nazionale, che dopo l'argento agli Europei 2001 e l'oro ai Mondiali 2002 aveva ottenuto solo piazzamenti e collezionato cocenti delusioni, su tutte il flop alle Olimpiadi del 2004; con il nuovo allenatore Barbolini, la Lo Bianco guida da capitana le azzurre ad un indimenticabile 2007, con le vittorie agli Europei e alla Coppa del Mondo, e restituisce all'Italia un ruolo da protagonista a livello internazionale, suggellato dal bis europeo del 2009.
Una carriera davvero invidiabile insomma, anche se la sua vittoria più grande è stata un'altra: alla fine del 2010 le viene diagnosticato un tumore al seno, e Leo deve fermarsi per affrontare questo nuovo nemico, invisibile e per questo ancor più pericoloso; ha vinto la sua battaglia, l'operazione a cui si è sottoposta ha eliminato il nodulo, e dopo pochi mesi lei è tornata in campo, tra gli abbracci delle compagne e di tutti i tifosi, trascinando poi la squadra alla conquista dello scudetto. Una vittoria sicuramente diversa, direi la più importante perchè vale una vita.
Oggi, come detto, ha ritoccato il record di presenze in Nazionale per un giocatore di pallavolo italiano, che peraltro già era suo da qualche anno (per quanto riguarda gli uomini, il record appartiene a Giani con 474 presenze), e spera di guidare le sue compagne al bis nella Coppa del Mondo, anche se di certo il suo obiettivo è un altro: Londra 2012. Dopo le delusioni del 2004 e del 2008, edizioni in cui le azzurre non sono riuscite ad arrivare alle medaglie, l'oro nella competizione a cinque certi è senza dubbio la massima aspirazione per lei e per le altre ragazze, che in questi anni hanno vinto praticamente tutto. Questa competizione, oltre al grande prestigio derivante da una vittoria, servirà dunque a Leo Lo Bianco per conquistare il pass per Londra, dove lei spera di poter sfilare addirittura da portabandiera, come sperano le migliaia di fan che hanno aderito alla pagina facebook creata ad hoc per incentivare la sua candidatura; da battere c'è la concorrenza di altre grandissime atlete, come la Sensini, la Idem e la Vezzali, ma di sicuro la capitana azzurra non si tirerà indietro, abituata com'è ad affrontare e vincere le sfide, in campo e nella vita.

domenica 23 ottobre 2011

La vittoria degli All Blacks


La coppa del mondo di rugby si è conclusa esattamente come 24 anni fa: i padroni di casa della Nuova Zelanda battono la Francia e si laureano campioni davanti al loro popolo festante. Ma i paragoni con quel lontano 1987 si fermano qui, perchè se allora gli All Blacks avevano disputato una partita perfetta, legittimando la loro supremazia e il successo finale, stavolta hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per avere la meglio sui transalpini, rivali gagliardi, che per ben due volte li avevano battuti ed eliminati nei mondiali precedenti, tra cui l'ultimo del 2007. Non è stata una finale bella per chi ama il gioco aperto, la velocità e le mete, mentre ha indubbiamente deliziato gli amanti del rugby di mischia, in cui ogni singolo pallone viene conteso come fosse l'ultimo, e la mischia domina su tutti gli altri fondamentali del gioco.
Il punteggio finale, 8-7, è lo specchio di un match combattutissimo, dominato dalla tensione tipica di questi grandi eventi, che ha colpito soprattutto i padroni di casa. I neozelandesi, arrivati da favoriti a quella che per loro era la partita della vita, sono stati sorpresi dall'aggressività e dalla determinazione dei francesi, decisi a vender cara la pelle fin dall'inizio, quando hanno affrontato tutti insieme la haka, la danza di guerra degli All Blacks. Ogni pallone è stato conquistato con enorme fatica dai "tuttineri", penalizzati dall'assenza del loro calciatore migliore, Dan Carter, e dalla giornata no dei suoi sostituti, Piri Weepu, che ha sbagliato tutti i calci a disposizione, e Aaron Cruden, costretto ad uscire per infortunio; messi in difficoltà dal gioco tattico e dall'agonismo francese, si sono affidati ai giocatori di più esperienza, su tutti il capitano McCaw (monumentale, considerando che ha giocato tutto il torneo con una frattura da stress al piede), hanno sfruttato un errore avversario per mandare in meta il pilone Woodcock, e hanno trovato punti e giocate importanti da Stephen Donald, giocatore che non aveva mai convinto o inciso in passato, convocato solo a causa degli infortuni degli altri e subentrato allo sfortunato Cruden. Alla fine, dopo una durissima battaglia difensiva, il fischio dell'arbitro Joubert ha fatto esplodere la gioia di una nazione intera, che da troppi anni aspettava di tornare al successo nel mondiale per legittimare la sua nomea di numero 1 del rugby mondiale.
Onore, grandissimo onore alla Francia, mai come oggi considerata spacciata prima del match, eppure in grado di disputare la partita della vita, contro tutto e tutti. Dopo un girone deludente, in cui erano stati sconfitti dagli All Blacks e dai modesti tongani, i transalpini avevano mostrato preoccupanti spaccature all'interno dello spogliatoio, con l'allenatore Lièvrement costantemente nell'occhio del ciclone e già "licenziato" dalla federazione indipendentemente dal risultato finale; nemmeno le vittorie nei quarti contro i fortissimi inglesi e in semifinale contro i giovani e sorprendenti gallesi avevano convinto gli scettici, e tutti avevano pronosticato un massacro per i "galletti" in occasione della finale. Invece, la Francia ha disputato il suo miglior match nella competizione, mettendo alle corde i padroni di casa e sfiorando un'impresa che avrebbe avuto il sapore della leggenda; dopo aver sofferto il gioco avversario nel primo tempo, nella ripresa sono andati in meta con il capitano Dusautoir (votato Man of the Match), e solo per l'imprecisione nei calci hanno mancato il sorpasso che probabilmente si sarebbe rivelato decisivo.
Terze e quarte si sono piazzate rispettivamente l'Australia e il Galles, due squadre piuttosto giovani, che tuttavia lasciano il mondiale con stati d'animo decisamente opposti. I dragoni britannici hanno dato una grande dimostrazione di forza, mettendo in mostra un bel gioco e tanti atleti di ottimo livello, che in futuro diranno sicuramente la loro nel panorama rugbistico internazionale; rimarrà negli occhi degli appassionati la splendida semifinale disputata contro i francesi, in cui sono stati capaci di mettere sotto gli avversari nonostante l'espulsione del capitano Warburton dopo pochi minuti, sfiorando una vittoria incredibile. I canguri australiani, invece, hanno deluso nonostante il piazzamento finale, perchè venivano dalla vittoria nel Tri Nations proprio contro gli All Blacks e tutti si aspettavano un gioco e dei risultati decisamente migliori; sconfitti già in girone dall'Irlanda, hanno prevalso sui campioni uscenti del Sud Africa più per demeriti altrui che per meriti propri, ma contro i neozelandesi non sono entrati mai in partita, condizionati dal torneo deludente del loro uomo di fantasia, Quade Cooper, e dalla pochezza della loro mischia.
Piccola curiosità: anche nel precedente mondiale disputato in Nuova Zelanda, quello già ricordato del 1987, queste quattro squadre avevano ottenuto i primi posti nel torneo, con l'unica differenza che il Galles aveva strappato il terzo posto all'Australia. Un piacevole caso di corsi e ricorsi storici per i padroni di casa, felici di aver riportato a casa la coppa dopo tanti anni e di aver ridato il sorriso a un popolo intero, che vive il rugby come una religione e da oggi è tornato, almeno per altri 4 anni, sul tetto del mondo.

mercoledì 19 ottobre 2011

Chi l'ha visto?

Solo un anno fa, appena sbarcato nel campionato italiano, era considerato da tutti il grande colpo di mercato della Juventus, l'uomo che poteva fare la differenza, il fuoriclasse tanto cercato e finalmente trovato da Marotta e Paratici tra molti altri giocatori, buoni o meno; adesso, per tanti esperti è diventato un atleta sopravvalutato, inadatto al modulo e agli schemi del nuovo allenatore Conte, e si comincia a parlare di una sua cessione a gennaio. Davvero strano il destino di Milos Krasic, centrocampista serbo di 27 anni, che si è presentato ai tifosi come il "nuovo Nedved", anche per via dei capelli biondi, e rischia di lasciare Torino con la nomea, molto meno gratificante, di "nuovo Diego".
Dopo gli esordi con il Vojvodina nel campionato serbo, Krasic si trasferisce giovanissimo in Russia, al CSKA di Mosca, e riesce lentamente a ritagliarsi uno spazio da titolare, partecipando alla lunga serie di successi dei moscoviti: in sei anni, vince due campionati, quattro coppe e quattro supercoppe nazionali. E' protagonista anche con la maglia della sua nazione, con cui partecipa a ben tre Campionati Europei Under 21, in cui ottiene due secondi posti (perdendo anche una finale contro l'Italia di Claudio Gentile, ma in quel caso resta in panchina) e un terzo posto, e fa parte anche della sfortunata spedizione olimpica, che si rivela decisamente amara. La vera vetrina, in cui il giovane centrocampista comincia lentamente a mettersi in luce, è la partecipazione alle Coppe Europee: durante l'esperienza russa, Milos conquista la Coppa UEFA nel 2005 (gioca la finale da subentrante), perde la Supercoppa Europea contro il Liverpool (stavolta è titolare), ma soprattutto gioca con costanza queste partite internazionali, che gli permettono di guadagnarsi un posto anche nella nazionale maggiore. Il 2009-10 è l'anno di grazia per lui: ottiene il suo record di reti nel campionato russo e segna 4 gol anche nella Champions League (di cui uno all'Old Trafford di Manchester nello spettacolare 3-3 contro lo United), permettendo al CSKA di superare il primo turno e giungere fino ai quarti di finale, in cui si arrende all'Inter di Mourinho, che poi vincerà la coppa. A sancire il suo grande momento, arrivano anche il riconoscimento di Miglior giocatore serbo del 2009 e la partecipazioni ai Mondiali in Sud Africa, durante i quali tuttavia non riesce a impressionare come aveva fatto durante la stagione.
Alla luce di queste ottime prestazioni, tuttavia, viene scelto dalla Juventus di Gigi Del Neri, reduce da una stagione estremamente deludente, come uno degli elementi che dovranno riportare i bianconeri nell'elite del calcio italiano ed europeo; dopo una lunga trattativa, Krasic arriva infine a Torino tra grandi aspettative, con la convinzione che la sua velocità e il suo atletismo faranno la differenza nella serie A. La prima parte di stagione sembra dar ragione alla dirigenza juventina: Milos diventa subito un elemento fondamentale della squadra bianconera, comincia a distribuire assist e a dispensare grandi giocate, oltre a trovare il gol con una certa continuità, come dimostrano la tripletta rifilata al Cagliari o la rete realizzata in pieno recupero contro la Lazio, decisiva per la vittoria; unico neo, l'accusa di accentuare troppo i contatti, che gli costa anche 2 giornate di squalifica dopo una netta simulazione contro il Bologna. Poi, da gennaio, il serbo comincia a calare nettamente di rendimento, forse condizionato dalla stanchezza, perchè non ha avuto tempo di riposare nemmeno d'estate per via dei Mondiali e del campionato russo; comunque, del giocatore che aveva fatto sperare i tifosi a inizio stagione non c'è più traccia, gli acuti sono decisamente pochi, le prestazioni anonime si moltiplicano, e qualcuno inizia a pensare di aver sopravvalutato Krasic. La stagione del debutto si conclude comunque con 9 reti all'attivo tra campionato, Coppa Italia ed Europa League, un bottino di tutto rispetto, e tanti pensano che la seconda parte di stagione deludente sia dovuta anche al rendimento della squadra, letteralmente crollata nel girone di ritorno.
La stagione successiva inizia con un nuovo allenatore, Antonio Conte, che come il suo predecessore da agli esterni di centrocampo un ruolo decisamente importante nel suo schema di gioco; sembra l'occasione giusta per Krasic per dimostrare che è il top player che molti tifosi sperano, ma l'estate non inizia nel migliore dei modi. Il giocatore non ottiene la fiducia del mister perchè sembra poco adatto a svolgere la fase difensiva, e in attacco non riesce ad incidere come in passato, così all'esordio viene messo in panchina, riserva di Pepe e del neo arrivato Giaccherini. Nelle partite successive, Milos ritrova il posto da titolare in campo, ma continua a lasciare molto perplessi e le sue prestazioni restano insufficienti: contro il Catania realizza fortunosamente il gol del pareggio juventino, grazie soprattutto all'errore del portiere avversario, ma non fa altro; contro il Milan, nella miglior partita disputata dalla squadra di Conte, è l'unico giocatore a non convincere, tanto da essere sostituito dopo nemmeno un'ora di gioco. Neanche in nazionale riesce a rilanciarsi, anche nella partita contro l'Italia denota una preoccupante involuzione, e i dubbi sulle sue reali capacità, sul suo essere davvero un campione di livello mondiale, cominciano a diventare sempre maggiori, tanto che qualcuno comincia a ipotizzare una sua cessione già a gennaio; l'infortunio recente di Giaccherini sembra offrirgli un'altra possibilità per giocare titolare, ma dietro di lui scalpitano già Elia ed Estigarribia, anche loro in cerca di un posto nella formazione iniziale di Conte.
A detta dei giornalisti, i problemi di Krasic sono causati anche dalla sua scarsa conoscenza dell'italiano: in un anno a Torino, non è ancora riuscito ad imparare bene la lingua, e questo gli crea difficoltà a capire le indicazioni dell'allenatore e i consigli dei compagni. Non può essere questo, tuttavia, il motivo a cui attaccarsi nel caso in cui le sue prestazioni non migliorassero, anzi: è proprio nelle difficoltà che un campione riesce ad esaltarsi e a tirare fuori il meglio di sè, dimostrando a tutti le sue reali capacità. I tifosi bianconeri si augurano che le cose vadano così anche per Krasic, e sperano di rivedere presto l'ala inarrestabile che li aveva fatti sognare al suo arrivo a Torino, tanto da meritarsi il soprannome di "nuovo Nedved", perchè gli anni senza trionfi sono decisamente troppi, come troppi sono i presunti campioni arrivati e presto ripartiti tra i mugugni e la delusione; da appassionati di calcio, ci si augura che il serbo non sia uno di loro.

domenica 2 ottobre 2011

A un passo dalla meta


Mancava un solo passo, l'ultimo, per realizzare il grande sogno di tanti tra appassionati e neofiti del rugby; l'ostacolo era duro, più di quanto si pensasse, ma le premesse e l'ottimismo hanno lasciato sperare che la vittoria fosse possibile. Invece, purtroppo, ancora una volta l'Italrugby deve incassare un'amara sconfitta, riconoscere di essere cresciuta ma non quanto era necessario per battere quest'Irlanda, che da sempre fa parte del gotha di questo sport ed era già reduce da una grande impresa, avendo battuto anche i fortissimi australiani; per la terza volta consecutiva, dunque, l'ultima partita del girone è fatale agli azzurri, che si ritrovano fuori dal Mondiale e dovranno aspettare altri quattro, lunghi anni prima di avere una nuova chance.
Doveva essere la partita della vita, l'ultima occasione per molti protagonisti del rugby azzurro di questi anni per fare la storia e guadagnarsi la storica qualificazione ai quarti di finale; si è trasformata tristemente in una Caporetto, con l'Irlanda che ha preso nettamente in mano la partita fin dal primo tempo, riuscendo nel secondo a concretizzare il suo dominio con tre mete e un grande gioco offensivo, che ha fugato ogni dubbio sulla distanza che ancora separa le due nazionali.
Sono mancati i punti forti della nostra squadra, quelli a cui ci si era ancorati da sempre, e che avevano portato moltissimi a sperare e ad essere ottimisti prima del fischio d'inizio. In primis, la mischia italiana, più volte esaltata come una delle migliori del Mondo, ha trovato un avversario durissimo, che ha saputo ridimensionarla, anche a causa dell'uscita per infortunio del pilone Castrogiovanni; la mancanza di questo fondamentale a cui affidarsi ha creato ulteriori difficoltà e insicurezze nella squadra. Inoltre, per l'ennesima volta la difesa si è dimostrata poco efficace, gli azzurri hanno aspettato troppo gli irlandesi prima di placcarli, e non avanzando si sono esposti al loro gioco offensivo, che è stato letale. Infine, il problema più grande è stato nella testa dei giocatori, che si sono fatti condizionare dalle provocazioni e dall'esperienza della squadra avversaria, con qualche colpo proibito di troppo e reazioni che si sono rivelate controproducenti, e non sono riusciti ad esprimersi al massimo, pagando duramente queste mancanze. A tutto questo, vanno aggiunti alcuni difetti cronici dell'Italrugby, come la mancanza di un gioco d'attacco convincente e la preoccupante assenza di un calciatore di alto livello, in grado di dare imprevedibilità e trasformare in punti tutte le punizioni concesse.
Il rammarico è ovviamente tanto, ma la Federazione e la squadra saranno sicuramente in grado di voltare pagina e ricominciare presto. Il c.t. sudafricano Nick Mallett, terminato il suo contratto quadriennale, è pronto a lasciare il posto al francese Jacques Brunel, che ha allenato in maniera brillante il Perpignan e potrà portare nuove idee ed entusiasmo; considerando che gli azzurri hanno un'ottima tradizione con i tecnici transalpini (su tutti Georges Coste e Pierre Berbizier) e che la presenza di due squadre in Celtic League sarà fondamentale per la maturazione di una nuova generazione di rugbisti, ci sono le premesse per sperare in un'ulteriore crescita del movimento e della Nazionale. Certo, per molti dei protagonisti di questi ultimi anni, come i vari Perugini, Lo Cicero, Castrogiovanni, Bortolami, Mauro Bergamasco e Masi, questa sarà probabilmente l'ultima apparizione in una Coppa del Mondo, ma i giovani interessanti non mancano, e con la giusta pazienza e applicazione si potranno ottenere nuovi successi e nuove soddisfazioni. Per adesso, l'appuntamento con l'Italrugby è rimandato al prossimo Sei Nazioni, la prima occasione per il nuovo tecnico e per la squadra di dimostrare che la sconfitta di oggi è ancora un punto di partenza, non certo di arrivo.

mercoledì 21 settembre 2011

Altro che partenza "ad handicap"!


Generalmente, quando una squadra neopromossa in serie A, che ha un organico da molti reputato appena sufficiente a lottare per la salvezza, parte anche con una penalizzazione di punti, si tende a pensare che per quella squadra sarà un campionato quasi difficile, e che la permanenza nella massima serie equivarrebbe a una specie di miracolo sportivo. Ma provatelo a spiegare all'Atalanta e ai suoi giocatori, e loro vi diranno che nello sport nulla è impossibile, soprattutto se si gioca con la grinta e la voglia di dare tutto, anche nei momenti più duri e nelle sfide teoricamente impossibili.
Che la stagione dell'ennesimo ritorno in serie A dei bergamaschi fosse piuttosto tribolata si era capito già in estate, con l'esplosione del nuovo scandalo sul calcioscommesse, che ha visto coinvolta la società nerazzurra e il suo giocatore più rappresentativo, il capitano Cristiano Doni. In agosto, la procura federale ha condannato il calciatore a 3 anni e 6 mesi di squalifica, e ha inflitto all'Atalanta una penalizzazione di 6 punti per responsabilità oggettiva; una bella mazzata, di sicuro, anche se poteva andare molto peggio, perchè la richiesta iniziale era la retrocessione diretta del club in serie B e la squalifica di un altro giocatore teoricamente coinvolto, il difensore Thomas Manfredini, per 3 anni (accusa da cui il calciatore è stato prosciolto). Inutile dire che questa penalizzazione ha subito messo una grande pressione sulla società orobica, sul tecnico Colantuono e sui suoi atleti, anche in considerazione di un mercato che non aveva portato grandi nomi, uomini in grado di fare la differenza.
Come sempre, tuttavia, le parole trovano il tempo che trovano, e alla fine è il campo a rispondere a tutte le domande e ai dubbi. In questo caso, la risposta è stata decisamente convincente: i bergamaschi hanno ottenuto ben 7 punti in 3 partite, con un pareggio in trasferta col Genoa e le vittorie contro il Palermo e in casa del Lecce, firmate da due nuovi arrivi poco considerati ma rivelatisi finora decisivi: gli argentini Maxi Moralez e German Denis, il primo fantasista di grande qualità, il secondo attaccante di peso che ha già una buona esperienza con il campionato italiano. Grazie alle loro reti e al buon gioco finora espresso da tutta la squadra, che tra l'altro si basa pressochè interamente su un nucleo titolare di giocatori italiani, ulteriore nota di merito considerando il gran numero di stranieri che vengono schierati in media nel nostro campionato, l'Atalanta è passata così in sole 3 giornate dal -6 iniziale ad un più confortante +1 in classifica, rimettendosi pienamente in gioco per la permanenza nella massima serie; paradossalmente, senza questa penalizzazione i bergamaschi adesso sarebbero in testa al campionato, alla pari con la Juve e con molti punti di vantaggio su Milan, Inter e Roma, un risultato davvero sorprendente.
Nella storia della serie A, fino a questo momento, sono state poche le occasioni in cui squadre di medio-bassa classifica, partite con una penalizzazione iniziale di una certa consistenza, sono riuscite a risalire la china e ad ottenere la salvezza. L'impresa più grande è stata sicuramente quella della Reggina di Walter Mazzarri, coinvolta nello scandalo di Calciopoli e costretta a partire da un pesante -11 in classifica; nonostante questo, i calabresi hanno disputato una stagione incredibile, conquistando ben 51 punti e ottenendo una meritatissima salvezza all'ultima giornata. Altrettanto degne di nota sono state le rimonte di Avellino e Bologna, colpite da 5 punti di penalizzazione nel 1980-81 a seguito del primo, grande scandalo del calcioscommesse; entrambe le squadre, nonostante la partenza ad handicap (e con la vittoria che assegnava solo 2 punti), sono riuscite ugualmente a conquistarsi la permanenza nella massima serie grazie ad un buon campionato. Vale la pena ricordare che, in altre occasioni, le società penalizzate non sono riuscite a recuperare e sono mestamente scese in serie B al termine del campionato; mi riferisco all'Empoli nel 1988, all'Udinese nel 1987, e al Perugia nel 1981 (unica delle tre penalizzate).
Fino ad ora, l'Atalanta ha dimostrato di fare decisamente parte di quelle squadre che sono riuscite ad annullare in poche partite la penalizzazione e a lottare fino alla fine per guadagnarsi un'altra stagione in serie A. Il campionato è ancora molto lungo, le difficoltà sicuramente non mancheranno per gli orobici, anche perchè finora le squadre affrontate erano piuttosto abbordabili, ma di certo con questo passo e questa grinta i tifosi bergamaschi possono sperare in una bella stagione, e sanno che i loro beniamini sono pronti ad onorare l'impegno fino alla fine, continuando a puntare sul nucleo giovane e italiano che ha da sempre contraddistinto la loro formazione.

lunedì 5 settembre 2011

Il triste declino dell'Italbasket



E' finita in modo indecoroso, peggio di quanto ci si aspettasse: quattro sconfitte in cinque partite, l'ultima contro Israele, non certo una squadra di fenomeni, che per lunghi tratti ci ha ridicolizzati. L'Italia esce con le ossa rotte e il morale sotto i tacchi da questo infausto Europeo, e certifica definitivamente la crisi del suo movimento, da troppo tempo lontano dai palcoscenici più importanti, come i Mondiali e soprattutto le Olimpiadi, soprattutto se si pensa alle grandi soddisfazioni ottenute nemmeno dieci anni fa (bronzo europeo nel 2003, argento olimpico nel 2004).
Del gruppo di allora non è rimasto nessuno, tutti hanno dovuto cedere il passo a causa dell'anagrafe, ma soprattutto sembra scomparso lo spirito combattivo e indomabile che spingeva questi atleti ad imprese strepitose, indimenticabili, come la vittoria in amichevole sul Dream Team USA o la grande rimonta contro la fortissima Lituania ad Atene, in semifinale olimpica. I nomi di Basile, Galanda, Pozzecco, Marconato, Soragna, Chiacig, e prima di loro Fucka, Myers, Abbio, Andrea Meneghin, Frosini (per fermarci agli anni più recenti, senza scomodare i vari Dino Meneghin, Sacchetti, Marzoratti e Riva) sono sempre scolpiti nelle menti degli appassionati, che con loro avevano cominciato a sognare e ad esultare, anche quando i titoli mancavano, perchè in compenso la grinta e l'energia c'erano sempre.
Quella di oggi, invece, sembra proprio l'opposto di quella squadra: manca un vero leader, manca il gioco di squadra, manca la difesa arcigna che innesca l'attacco, e soprattutto manca lo spirito dei lottatori, con troppi giocatori che sono apparsi spaesati e poco incisivi nei momenti importanti delle partite. Bargnani, Belinelli e Gallinari, quelle che dovrebbero essere le tre punte di diamante, visto che giocano ormai da tempo in NBA, hanno offerto prestazioni troppo alterne, prendendo troppo spesso iniziative personali con isolamenti e tiri affrettati e improbabili, e non lasciando a sufficienza il segno in difesa. Intorno a loro, inoltre, i compagni non sono sembrati assolutamente all'altezza, condizionati sicuramente dallo scarso impegno nel campionato italiano, che privilegia eccessivamente gli stranieri e non permette ai nostri ragazzi di maturare e formarsi, anche in competizioni di alto livello come l'Eurolega. Tutti questi fattori, sommati insieme, danno forse la giusta chiave d'interpretazione del nostro fallimento, non certo il primo di questi ultimi anni.
Occorrerà rialzare la testa e ripartire con umiltà, ricominciare dalle basi, in primis da quella difesa che tanto ci è mancata e che è sempre stata un punto di forza nel modo di giocare tipico del basket europeo, molto diverso in questo dall'NBA, che con il suo gioco prevelantemente offensivo e basato sul talento individuale ha condizionato troppo le nostre presunte stelle. Ci vorrà molto lavoro, e il supporto adeguato di squadre e federazione, per rimettere in carreggiata questa squadra, che ha un'età media piuttosto bassa e deve crescere ancora molto prima di diventare davvero competitiva. Tutti i tifosi, che da sempre sostengono e amano la Nazionale, sperano che la ripresa arrivi presto, o almeno che tornino quella grinta e quell'energia che hanno fatto sognare l'Italia intera.

domenica 28 agosto 2011

Il più veloce di tutti...anche troppo!


Era di gran lunga il più forte, lo sapeva lui e lo sapevano tutti, dagli spettatori agli avversari. I suoi rivali più accreditati erano fuori per infortunio, gli altri non mostravano la minima possibilità di batterlo, il Mondo intero era pronto ad una nuova, strepitosa performance, e ai suoi pittoreschi festeggiamenti. Ma per una volta è accaduto qualcosa di diverso, di imponderabile, persino per un grande campione come lui, e la storia ha preso una piega diversa, del tutto inaspettata.
La sfida sui 100 metri ai Mondiali di Daegu di ieri rimarrà sicuramente nella memoria non tanto per la vittoria di Yohan Blake, quanto per la clamorosa squalifica di Usain Bolt, l'uomo più veloce di sempre, arrivato con il favore dei pronostici a questa sfida e sconfitto, per una volta, non da un avversario, ma solo da sé stesso. I due avversari più temibili, Tyson Gay e Asafa Powell, erano fuori gioco a causa di alcuni problemi fisici, e nonostante i molti problemi avuti in stagione tutto lasciava supporre una nuova grande vittoria per il recordman sui 100 e 200 metri, medaglia d'oro in entrambe le specialità sia alle Olimpiadi del 2008 che ai Mondiali del 2009 (con record del Mondo annessi in tutte e due le occasioni). Le qualificazioni e le semifinali avevano confermato questo dominio, con il giamaicano che otteneva il pass per la finale senza forzare minimamente, limitandosi quasi a un riscaldamento.
Ma alla fine, forse, è stata proprio questa eccessiva sicurezza, unita all'apparente facilità della sfida, a far commettere a Bolt questo piccolo, fatale errore. Allo sparo, il campione è scattato con una frazione di secondo di anticipo, commettendo una falsa partenza e ricevendo, secondo il regolamento, la squalifica immediata, tra la disperazione di tutto lo stadio. In molti hanno stigmatizzato questa sua leggerezza, soffermandosi soprattutto sul suo fare un po' "buffonesco" prima delle partenze e sulle sue esultanze, da qualcuno ritenute eccessive e poco rispettose, accusandolo di mancanza di serietà e scarsa concentrazione; può essere un'opinione condivisibile, anche se va ricordato che in tanti avevano precedentemente preso in simpatia gli stessi comportamenti di Bolt, definendoli solo come segnali evidenti della sua indiscussa superiorità e sicurezza.
In quei pochi decimi di secondo è svanita dunque la possibilità di vedere un bis del campione uscente nei 100 e 200 metri, impresa finora mai riuscita a nessuno. Si può anche protestare sulle recenti modifiche al regolamento da parte della IAAF, che dal 2010 hanno deciso di imporre la squalifica immediata nei casi di partenza anticipata (in precedenza l'atleta "colpevole" riceveva solo un avvertimento, e solo in caso di recidività scattava la punizione), ma indignarsi solo perchè in questo caso è stato penalizzato un campione sarebbe sbagliato e tardivo, oltre che inutile. La storia, infatti, ha stabilito che, per una volta, l'uomo più veloce del Mondo è stato fin troppo veloce, e ha dovuto cedere il trono di campione ad un altro atleta. Adesso Bolt attende con impazienza i 200 metri, per tornare in pista e dimenticare questo curioso e doloroso incidente. Vedremo se in questo caso dimostrerà di aver imparato la lezione, magari concentrandosi più sulla gara e meno sui festeggiamenti, e tornando a volare e a fare quei record a cui ci aveva abituati.

domenica 24 luglio 2011

Le ultime dal Sud America


Tanto, forse troppo catenaccio, poco spettacolo, e l'ennesima dimostrazione che nel calcio l'equilibrio conta più del talento offensivo e della fantasia. Può essere questo, in poche parole, il riassunto di questa Copa America 2011 appena conclusa, attesa da molti talent scout e agenti FIFA per rivelare nuovi talenti del calcio sudamericano da portare in Europa.
Il verdetto finale ha premiato l'Uruguay del vecchio maestro Tabarez, che ha saputo confermarsi dopo il prestigioso quarto posto nello scorso Mondiale, ottenendo il quindicesimo successo nella manifestazione pur senza l'apporto di Cavani, infortunatosi all'inizio, e di Forlan, a segno solo nella finale dopo tantissimi errori. Trascinata dal talento e dai gol di Suarez, ma soprattutto dall'esperienza del capitano Lugano e dalla sua solidità tattica, la Celeste ha saputo crescere poco alla volta, e con la sofferta vittoria contro i rivali argentini padroni di casa, si è aperta la strada verso il meritato successo. Sua avversaria nell'atto conclusivo, a sorpresa, il Paraguay, che ha puntato tutto sul suo portiere Villar, davvero in stato di grazia, e su un gioco di rimessa, tutto fondato sul catenaccio, anche a causa dei molti guai fisici che hanno colpito i suoi attaccanti; la squadra di Martino ha cercato in primis di non prenderle, è riuscita ad arrivare in finale pareggiando tutte le partite (tre nel girone e quelle di quarti e semifinali, vinte ai rigori), ma alla fine ha pagato la stanchezza e la cronica incapacità di segnare e si è arresa ai colpi degli uruguaiani.
Grandi, grandissime delusioni sono state proprio le due formazioni più attese, l'Argentina padrona di casa e il Brasile campione uscente. Entrambe le squadre, nonostante i tanti giovani talenti in rosa e i favori del pronostico, hanno profondamente deluso, più per la pochezza del gioco espresso che per le sconfitte subite ai rigori dalle due future finaliste. Gli argentini sono stati traditi ancora una volta dal loro uomo simbolo, Leo Messi, che non ha segnato e non è riuscito mai ad incidere nel torneo, come tutti i suoi compagni; il grande colpevole di questa disfatta è stato però il tecnico Batista, incapace di trovare il modulo giusto per far esprimere al meglio i suoi giocatori e troppo concentrato sulla fase offensiva per curare quella difensiva, decisamente insufficiente. Anche per i brasiliani il principale imputato di questo fallimento è l'allenatore, Mano Menezes, reo di aver sbagliato in alcune scelte di formazione (ad esempio la fiducia in uno spaesato Daniel Alves rispetto a un Maicon in forma smagliante) e tradito dai giovani astri nascenti su cui aveva puntato; Pato, Neymar e Ganso hanno deluso le attese, il centrocampo dei verdeoro ha dimostrato una certa carenza in fase di regia, e i troppi errori sottoporta contro il Paraguay sono stati pagati a carissimo prezzo.
Le vere sorprese della coppa, alla fine, sono state il Perù del "personaggio" Markarian, che in Sud America paragonano a Mourinho, e il Venezuela dei tanti giovani, da tutti ritenute poco più che comparse alla vigilia del torneo. Le due squadre sono invece riuscite a superare indenni i rispettivi gironi e a battere rivali decisamente più quotate, come la Colombia di Yepes e il Cile di Sanchez, che fino a quel momento avevano espresso forse il gioco migliore; pur dovendosi accontentare della finalina per il terzo posto (vinta da Vargas e compagni), queste due formazioni hanno comunque conseguito un risultato prestigiosissimo, che resterà negli annali e costituirà di certo un ottimo punto di partenza in vista delle qualificazioni per i prossimi Mondiali.
Per quanto riguarda i talenti che si sono messi davvero in mostra, oltre al già citato Suarez, fenomeno dell'Uruguay e del Liverpool, merita una citazione il capocannoniere della manifestazione, il peruviano José Guerrero, 27 anni, ex Bayern Monaco e attualmente in forza all'Amburgo; era una giovane promessa, si è un po' perso nel tempo, ora è tornato prepotentemente alla ribalta e potrebbe far gola a qualche squadra importante. Vanno segnalati anche due giovani calciatori venezuelani, il centrocampista Orozco e l'attaccante Rondon, rispettivamente 20 e 21 anni, giocatori di buon talento offensivo che potrebbero interessare a molti osservatori. Hanno disputato un bel torneo anche i colombiani Guarin e Falcao, già protagonisti con il Porto di Villas Boas e cercati da molti top team europei, e il paraguaiano Estigarribia, uno dei pochi giocatori di qualità offensiva nell'Albirroja. Una menzione importante, infine, la merita il diciannovenne Joel Campbell, attaccante della Costa Rica, che ha fatto intravedere grandi potenzialità in questo torneo, nel quale ha anche realizzato un gol. Molti club europei gli hanno messo gli occhi addosso, ma lui ha già fatto capire che la personalità non gli manca, visto il modo in cui ha rifiutato le offerte dell'Arsenal, facendo sapere di preferire la Spagna e l'Italia all'Inghilterra. Non male, per uno che finora può vantarsi solo del titolo di "stellina" di questa imprevedibile, a tratti noiosa, ma pur sempre affascinante Copa America.

domenica 10 luglio 2011

La Rossa, finalmente!!!


L'abbiamo aspettata per otto, lunghi Gran Premi, restando delusi ogni volta, ma sempre speranzosi e convinti che sarebbe tornata a brillare molto presto. Ieri, finalmente, la Ferrari di Fernando Alonso è riuscita a lasciare per la prima volta il segno in questa stagione di Formula 1, spezzando il dominio delle Red Bull e di Sebastian Vettel e restituendo un po' di speranza ai tantissimi tifosi, italiani e non. Per chi ama i corsi e ricorsi storici, il successo è stato ottenuto a Silverstone, proprio il luogo in cui il Cavallino ottenne la sua prima, storica vittoria in Formula 1: era il 14 luglio del 1951, e il pilota della Rossa era l'argentino Froilan Gonzalez.
Per quanto riguarda la gara, bisogna dire che almeno all'inizio sembrava di essere di fronte al solito monologo di Vettel, partito benissimo e sempre in testa con discreta tranquillità. Alonso è riuscito a tenere alle sue spalle, aspettando con grande pazienza l'occasione giusta per passare in testa, e al secondo pit-stop ha approfittato dell'incertezza dei meccanici Red Bull per piazzare la zampata e fuggire verso il trionfo, senza più voltarsi indietro. E' un successo che ridà morale agli uomini di Maranello, che premia il duro lavoro fatto per ridurre il gap dagli avversari, e che riporta un po' di speranza in vista di un Campionato che altrimenti sarebbe sembrato già chiuso.
I tifosi sperano che questa vittoria possa essere una sorta di spartiacque tra la prima e la seconda parte della stagione, l'occasione per invertire la tendenza e rimettere tutto in discussione. Tutti si aggrappano al precedente confortante della scorsa stagione, quando Alonso si trovò a metà Campionato con 47 punti di distanza dal leader e si rese protagonista di un'incredibile rimonta, vanificata solo da quell'ultimo, sventurato Gran Premio di Abu Dhabi, con l'ormai noto errore di valutazione della Scuderia che ha finito per consegnare il titolo a Vettel. Al di là delle migliori speranze, tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare troppo da queste possibili analogie, e rendersi conto che la situazione quest'anno è molto diversa. Nella stagione scorsa, infatti, a questo punto della stagione il massimo di vittorie conseguite da un solo pilota era di 2, e il leader della classifica Hamilton aveva 127 punti; in questo 2011, invece, Vettel ha già ottenuto 6 successi, più di quanti ne aveva conseguiti in tutto lo scorso Campionato, e ha già incamerato la bellezza di 204 punti, lasciandone per strada solamente 21, visto che nei tre Gran Premi in cui non ha vinto si è comunque piazzato secondo.
E' proprio la mancanza di un "terzo incomodo" in grado di togliere punti al tedesco a rendere difficile una nuova rimonta di Alonso: 92 lunghezze di distanza sono davvero tante, e nemmeno una serie di vittorie può cambiare le cose se il campione in carica continua a piazzarsi sul podio con questa regolarità. Nella scorsa stagione, Vettel e Webber si sono complicati molto la vita con errori banali e con una rivalità che stava per costar molto cara ad entrambi, e la stessa Red Bull ha mostrato una minore affidabilità.
Quest'anno, il tedesco è sembrato sempre molto freddo e in controllo della situazione, la sua vettura ha dettato legge senza problemi per tutta la prima parte del Campionato, e gli altri rivali al titolo, Webber e le McLaren, si sono mostrati troppo discontinui per rappresentare una valida minaccia. Insomma, il compito di Fernando e della Rossa è decisamente arduo, e senza una serie di circostanze favorevoli, senza l'aiuto del compagno di scuderia Massa, finora poco incisivo, e senza la collaborazione degli altri piloti, sarà difficile impedire a Vettel il secondo titolo consecutivo. Ma la speranza, si sa, è sempre l'ultima a morire, e questa vittoria potrebbe avere un importante peso a livello psicologico sui due contendenti, minare un po' le sicurezze del tedesco e, viceversa, dare nuova grinta ad Alonso. Inoltre, ci saranno altri due gran premi a distanza molto ravvicinata, e la Red Bull avrà poco tempo per cercare di trovare una soluzione immediata alla rinnovata competitività della Ferrari. Per cui, da tifosi, incrociamo ancora una volta le dita, e aspettiamo con fiducia il Nurburgring per capire se si è trattato solo di un'illusione, o se davvero possiamo ancora sperare in un Mondiale aperto e, magari, tinto di rosso.

venerdì 8 luglio 2011

Ancora un'illusione


Esisteva una volta, nemmeno 10 anni fa, una squadra che sapeva insegnare pallavolo a tutto il mondo, che collezionava trionfi su trionfi, e apriva un ciclo di successi dopo l'altro. Adesso, di quella che veniva chiamata "la generazione dei fenomeni" rimane solo un pallido ricordo, ravvivato qualche volta dai documentari che ogni tanto vengono trasmessi in seconda serata e da quegli ex-giocatori, ora allenatori o commentatori televisivi. I tempi di Velasco e dei suoi ragazzi d'oro, Bernardi, Zorzi, Giani, Lucchetta, Gardini, Vullo, Cantagalli, Tofoli, De Giorgi, sono finiti da un bel pezzo, e non lo scopriamo certamente oggi, alla luce dell'ennesima delusione in World League. I risultati in questa competizione sono uno dei tanti specchi della crisi che sta vivendo il movimento pallavolistico italiano, almeno a livello maschile: dalla prima edizione, nel 1990, l'Italia si è sempre piazzata tra le prime quattro squadre del torneo per ben quindici anni, con 8 vittorie e 13 presenze complessive sul podio; nelle successive sette edizioni della manifestazioni, invece, gli azzurri hanno sempre deluso, non superando mai il girone, e venendo eliminati nella maggior parte delle occasioni già nel turno preliminare.
Dopo l'ultimo sussulto nel 2005, con la vittoria dei Campionati Europei disputati in casa, la Nazionale Italiana non ha più ottenuto risultati di rilievo, denotando un'enorme difficoltà nel mantenersi a un buon livello, soffrendo contro squadre più forti e attrezzate, come il Brasile, la Russia, la Serbia o Cuba, e soprattutto mostrando un preoccupante calo per quanto riguarda il cosiddetto "ricambio generazionale", con un'assoluta mancanza di giovani prospetti in grado di riportare in alto la nostra nazionale. Un problema che purtroppo si sta ripetendo nella maggior parte degli sport di squadra italiani, incluso il calcio. I nostri settori giovanili sono in crisi da molti anni, nessuno sembra più investire sui ragazzi italiani, le società più importanti sono piene di stranieri, alcuni di qualità tutt'altro che eccelsa, e soprattutto i continui tagli all'attività sportiva colpiscono sempre più duramente ogni tipo di disciplina, bloccando sul nascere ogni tentativo di ripresa.
Basta scorrere il roster dei convocati azzurri per questa World League per rendersi conto di quanto appena detto: pochissimi giocatori con una certa esperienza a livello internazionale, come Lasko e il capitano Savani, e un discreto numero di giovani che ha da poco esordito in azzurro o gioca in club minori, per cui non è abituato a queste manifestazioni così importanti. Il risultato è stato evidente nel girone, con due sconfitte senza appello contro Argentina e Bulgaria e l'unica soddisfazione ai danni della Polonia, padrona di casa e allenata dall'ex Anastasi, con conseguente eliminazione; troppo poco per ritenere positiva questa esperienza, nonostante un girone eliminatorio che aveva riacceso un po' di entusiasmo.
Di sicuro, questo deve essere un punto di partenza in vista della prossima stagione, con l'importante Europeo e soprattutto le Olimpiadi di Londra. La strada da percorrere è ancora tanta, e la pazienza e il lavoro non dovranno mancare a mister Berruto, ma più di ogni altra cosa sarà necessario il sostegno della federazione e dei club, con maggiori possibilità per i giocatori italiani di "assaggiare il campo" e acquisire la giusta esperienza. Con idee lungimiranti e una maggiore programmazione, forse, sentiremo un nuovo telecronista, come Jacopo Volpi ai tempi della generazione dei fenomeni, gridare esultante : "Campioni del Mondo! Sul tetto del Mondo!"

sabato 2 luglio 2011

Cercasi nuova regina


Il tennis femminile ci sta abituando negli ultimi anni a diverse vittorie, se non proprio sorprendenti, quanto meno inattese. Ieri, nella finale di Wimbledon, c'è stato l'ennesimo risultato a sorpresa: la bellissima russa Maria Sharapova, ex numero 1 del mondo e già vincitrice del torneo nel 2004, si è arresa in finale alla sorprendente Petra Kvitova, ventunenne ceca, alla prima affermazione in uno slam. Difficilmente qualcuno avrebbe scommesso un penny (visto che il torneo si disputa in Inghilterra, usiamo la moneta locale) sulla vittoria di questa giovane ragazza, che pure aveva mostrato enormi miglioramenti in quest'ultima annata tennistica, raggiungendo anche i quarti di finale agli Australian Open ed entrando tra le migliori 10 giocatrici del mondo nel ranking WTA. Tra i nomi delle possibili vincitrici del prestigioso torneo sull'erba, spiccavano quelli delle due sorelle Williams, Venus e Serena, che negli ultimi dieci anni avevano quasi monopolizzato le finali, portando a casa la vittoria complessivamente 9 volte (5-4 in favore della prima, con ben 4 derby in famiglia); tradite da una condizione fisica non ottimale, reduci entrambe da lunghi stop per infortunio, oltre che da un'età non più giovanissima, si sono arrese già al quarto turno del torneo, lasciando campo libero alle loro giovani avversarie. Il quarto turno è stato fatale anche alla numero 1 del ranking, la danese Wozniacki, che ancora una volta ha dimostrato la sua "allergia" ai grandi tornei dello slam, mentre la recente vincitrice di Parigi, la cinese Na Li, aveva perso già alla seconda partita contro la sorprendente Lisicki. Le due giocatrici più quotate tra quelle rimaste erano la Azarenka e la Sharapova, rispettivamente numero 4 e 5 del tabellone, ma entrambe sono cadute sotto i colpi della Kvitova, per nulla intimorita dai loro gemiti acuti e fastidiosissimi.
Questo risultato mette ulteriormente in luce l'estremo livellamento del valore tecnico che ha colpito il tennis femminile negli ultimi anni: se in anni recenti le sorelle Williams, e insieme a loro le belga Henin e Clijsters, avevano un po' monopolizzato le finali dei grandi slam e i primi posti nel ranking, ora manca una vera e propria stella tra le donne. Ci sono molte buone giocatrici, in grado di fare la differenza su una superficie più che su altre (come la nostra Schiavone, campionessa e finalista a Parigi negli ultimi due anni), ma nessuna tra quelle emergenti sembra in grado di issarsi sulle altre a livello globale; mancano, per intenderci, quelle giocatrici come la Navratilova, la Evert, la Graf, la Seles. A dimostrazione di questo livellamento basta consultare l'elenco delle ultime numero 1 del ranking WTA: a parte le già citate Williams, la Clijsters e la Sharapova, negli ultimi tre anni solo un'altra tennista (la Ivanovic)ha occupato la prima posizione della classifica con almeno un titolo dello Slam in bacheca. Chissà che una svolta non arrivi proprio grazie da Petra Kvitova, questa giovane promessa ceca, da poche ore nuova regina del torneo di tennis più antico e prestigioso del mondo.

lunedì 13 giugno 2011

Uno sguardo sulla B


L'ultima volta che aveva ottenuto la promozione in serie A, era guidato in campo da Silvio Piola, il miglior marcatore di sempre nella storia del campionato italiano, e quando era retrocesso in B giocavano ancora campioni come Boniperti, Ghiggia, Nordahl, Liedholm, Schiaffino e Cesare Maldini. Erano rispettivamente il 1948 e il 1956, da allora sono passati 55 anni, trascorsi soprattutto nella serie cadetta, in C1 e in C2, senza mai avvicinarsi davvero ai fasti di un tempo. Adesso, il Novara Calcio può festeggiare la seconda promozione consecutiva, e torna ad assaporare finalmente l'aria della serie A e delle grandi sfide contro le maggiori squadre d'Italia. E' questo il verdetto espresso dai playoff della serie B, la degna conclusione di un torneo scoppiettante, dominato da Atalanta e Siena, ma incerto fino alla fine nelle zone alte e basse della classifica e vetrina invidiabile per nuovi talenti (giovani o esplosi tardi) del nostro campionato.
Alla fine, l'ha spuntata il team di Attilio Tesser, e bisogna dire che ha vinto con merito visto che si è piazzata terza al termine della stagione regolare e per molte partite ha espresso un ottimo calcio. La scelta di confermare quasi al completo la rosa della scorsa stagione, aggiungendo solo alcuni giocatori d'esperienza a centrocampo (Marianini a giugno, Parola e Pinardi a gennaio) e fidandosi del suo gioco e dei suoi schemi collaudati, alla fine ha pagato, come dimostra anche l'ottima stagione del Varese di Sannino, quarto in campionato ma eliminato dal sorprendente Padova nei playoff. Proprio i veneti sono stati la grande rivelazione: partiti bene, calati con l'infortunio del bomber Succi e coinvolti nella lotta per la retrocessione, hanno cambiato allenatore, promuovendo il trentasettenne Dal Canto dalla Primavera, e inanellato una serie di successi incredibili, gli ultimi contro Livorno e Torino, qualificandosi per i playoff e arrivando a 90 minuti dalla serie A. Ultima delle partecipanti ai playoff, un'altra squadra che puntava a un torneo tranquillo e presentava un organico molto giovane, la Reggina, trascinata dal bomber Bonazzoli e dal tecnico Atzori, ora chiamato a riportare la Sampdoria nel massimo campionato dopo l'inopinata retrocessione.
Per quanto riguarda le delusioni, sul banco degli imputati salgono ovviamente il Torino e il Livorno, squadre con organici di buon livello ma quasi mai in grado di competere seriamente con le rivali per la promozione. Per le due formazioni si annuncia un'estate molto calda, con cambi in panchina e l'ennesima rivoluzione nella rosa, nella speranza di tornare finalmente in Paradiso. Da sottolineare la stagione di Pescara ed Empoli, protagoniste con un buon gioco e capaci di far emergere molti giocatori giovani, come Verratti e Fabbrini. Deludenti invece il Sassuolo e il Grosseto, reduci da una serie di buone stagioni condite anche dai playoff, l'Ascoli, colpito da vari punti di penalizzazione per inadempienze societarie, e soprattutto il Piacenza, retrocesso in Lega Pro dopo oltre 20 anni; a far compagnia agli emiliani, la matricola Portogruaro, il Frosinone e la Triestina.
Ora tutti vanno in vacanza, prima di programmare una nuova, intensa e lunga stagione, anche se l'improvvisa esplosione di quello che sembra un nuovo scandalo-scommesse potrebbe togliere il sonno a molti tra presidenti, allenatori e giocatori. Per ora, chi festeggia in assoluta tranquillità è il Novara, che potrà finalmente riportare il suo glorioso nome in serie A, oltre a quello del suo giocatore-simbolo, il già citato Piola. A lui infatti è dedicato lo stadio dei piemontesi, il primo con terreno interamente in erba sintetica, una novità assoluta nella storia del massimo campionato italiano di calcio.

La prima volta dei Mavs


In America li chiamano "party crasher", vale a dire coloro che si presentano ad una festa non invitati e la rovinano. In questo caso, la festa doveva essere quella dei Miami Heat e dei nuovi Big Three, Lebron James, Dwayne Wade e Chris Bosh; per il primo, in particolare, sembrava finalmente arrivata la completa maturazione, con il supporto di altre due stelle stava riuscendo ad ottenere quel tanto sospirato primo anello e a scrollarsi di dosso tutte le critiche che gli erano arrivate dopo la sua Decision di lasciare i Cavaliers in estate. La serie dei playoff NBA era cominciata nel modo migliore, con tre vittorie consecutive per 4 a 1, e se la prima contro Philadelphia era data per scontata, ben più importanti erano state quelle contro i Boston Celtics, acerrimi rivali durante di Miami tutta la stagione e di James in passato, e soprattutto contro i Chicago Bulls del miglior giocatore dell'anno, Derrick Rose. Anche le clamorose sconfitte a ovest di San Antonio contro Memphis al primo turno e il cappotto di Dallas contro i campioni uscenti dei Lakers in semifinale sembravano avvicinare la squadra della Florida al suo secondo titolo NBA. Rivali nelle finali, proprio quei Dallas Mavericks che erano stati loro avversari nel 2006, anno in cui Miami aveva ottenuto il suo primo successo, battendo 4 a 2 i texani.
La prima partita delle finali, nettamente vinta in casa dagli Heat, sembrava l'inizio di una cavalcata trionfale, e nella seconda partita Wade e compagni erano a +15 a 6 minuti dalla fine e sembravano sul punto di dare già un colpo decisivo alla serie. Proprio lì, però, qualcosa si è rotto, Dallas ha rimontato ed è riuscita a vincere, mettendo seri interrogativi nei rivali e cambiando infine l'equilibrio dell'intera serie. Pur perdendo gara 3 in casa, infatti, i Mavs hanno trovato la freddezza per portarsi a casa la partita successiva e, sul 2-2 nella serie, si sono aggiudicati le due partite seguenti, portando a casa il primo titolo nella storia e ottenendo una dolce vendetta sportiva contro Miami. Analizzando bene queste finali NBA, si potrebbe semplicemente dire che ha vinto la squadra più completa e più forte, quella che si è basata sul gioco collettivo piuttosto che sul talento dei singoli, che ha sempre fatto dell'attacco la sua arma principale. Tra i tanti campioni, merito speciale va al leader di Dallas, il secondo europeo di sempre a vincere il titolo di MVP delle finali: Dirk Nowitzki. Accusato molto spesso di scomparire nei momenti decisivi delle partite, il tedesco ha saputo zittire tutti, mantenendo medie superiori ai 26 punti per tutta la serie, con percentuali superiori al 90% ai tiri liberi (una vera sentenza!) e una presenza incredibile nei minuti finali di ogni sfida; si ricorderà soprattutto la sua gara 4, quando ha giocato con oltre 38 di febbre e, dopo aver sbagliato tanti tiri, ha comunque trovato la forza di fare le giocate decisive negli ultimi minuti, quelle che sono valse la vittoria per Dallas. E' il trionfo di tanti giocatori dal grande talento ma che non erano mai riusciti a fare il passo decisivo, e che vista l'età anagrafica sembravano davvero all'ultima chance della carriera: basta pensare a Jason Kidd (38 anni), Jason Terry (34), Shawn Marion (33), Peja Stojakovic (34) e allo stesso Nowitzki (33). Oltre a loro, anche i vari Chandler, Barea e Stevenson, oltre ai panchinari Haywood, Mahinmi e Cardinal, hanno dato il loro apporto alla causa, segnando magari pochi punti ma risultando a volte decisivi.
Dall'altra parte, nella delusione generale degli Heat, King James è stato forse il principale imputato di questa sconfitta. Lui, che da anni viene considerato il più forte giocatore di basket in attività, ha perso l'ennesima occasione di vincere il trofeo e zittire i suoi numerosi critici, e stavolta con l'aggravante di esser partito come favorito in queste finali. Ma proprio nel momento in cui la squadra aveva bisogno di lui, il brutto anatroccolo non ha mantenuto le promesse e non si è trasformato nel bel cigno che tutti aspettavano: Lebron ha steccato non tanto dal punto di vista dei numeri, quanto per le scarse percentuali e, soprattutto, per la preoccupante mancanza di personalità nei quarti finali delle partite, proprio all'opposto di Nowitzki; nelle altre tre serie di playoff era stato lui a prendere in mano la squadra in quei momenti e a portare a casa la vittoria, stavolta è sparito in maniera sistematica, e proprio questo è stato decisivo per indirizzare la serie verso il Texas. Altro imputato Chris Bosh, che non ha confermato il suo tenore di grande stella con prestazioni altalenanti e poco incisive. Il solo Wade è stato forse ai suoi abituali livelli, prendendosi le giuste responsabilità anche quando si è infortunato all'anca in gara 5, ma il suo talento non è bastato a sopperire all'assenza degli altri due fenomeni. Il resto l'hanno fatto il supporting cast (gli altri membri della squadra), non in grado di competere con quello di Dallas, e soprattutto la gestione offensiva degli ultimi possessi, consistenti troppe volte in isolamenti 1 contro 1 e tiri presi all'ultimo secondo con difficili forzature.
Ora tutti aspettano l'estate per ricaricare le pile, valutare i nuovi assetti delle squadre con il draft e le scelte di mercato, e scoprire soprattutto se ci sarà il tanto temuto sciopero oppure no. Nell'attesa, noi tifosi continuiamo a rivedere le fresche immagini dei nuovi campioni NBA e di queste bellissime finali, che ancora una volta non hanno tradito le attese di tutti gli amanti del basket nel Mondo.

giovedì 2 giugno 2011

Shaq O'Neal, like no other


La notizia l'ha data personalmente, con un video su Twitter rivolto ai suoi numerosissimi tifosi, ai quali per primi ha voluto far conoscere la sua scelta: Shaquille Rashaun O'Neal, a 39 anni, ha deciso di dire basta con il basket. Dopo venti stagioni nella NBA vissute da protagonista, il centro originario del New Jersey, uno dei più forti giocatori di tutti i tempi, nel ruolo di centro e non solo, si ritira ufficialmente dallo sport giocato. Con lui, lo sport americano non saluta soltanto un atleta straordinario, uno dei più dominanti nella storia della NBA per fisico e muscolatura (216 cm per 146 chili!), ma soprattutto un protagonista incredibile fuori dal campo, con le sue trovate, le sue stravaganze, i suoi sketch e la sua grande simpatia.
Arrivato ventenne nella lega, come prima scelta al Draft del 1992, Shaq si impose subito per le sue doti atletiche e per la sua potenza devastante (per ben due volte fece collassare il canestro con una delle sue schiacciate...), divenendo subito un beniamino delle folle e ottenendo una buona celebrità. Selezionato dagli Orlando Magic, squadra nata soltanto tre anni prima del suo arrivo e fino ad allora autentica "cenerentola" della NBA, diventa immediatamente un punto di riferimento per i compagni e un pericolo per gli avversari, viaggiando a oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media per tutta la stagione e ottenendo il premio di Rookie of the Year (Matricola dell'anno). Anche a livello internazionale la sua fama cresce: con la nazionale statunitense vince l'oro sia ai Mondiali del '94 (in cui viene nominato miglior giocatore), sia alle Olimpiadi di Atlanta '96. Con l'arrivo in squadra del fortissimo playmaker Penny Hardaway, i Magic diventano una squadra di primo livello, e nel '95 riescono ad arrivare fino alle finali NBA, eliminando persino i fortissimi Bulls del rientrante Michael Jordan. Nel momento decisivo, Shaq e compagni perdono contro i più esperti Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, un altro grande centro, molto apprezzato dallo stesso O'Neal. L'anno successivo è il migliore per la squadra, ma stavolta lo scontro contro Chicago nei playoff si risolve a favore di Jordan, tornato su livelli strepitosi.
Nell'estate del 1996, insoddisfatto del contratto che gli viene offerto dai Magic e attirato da Los Angeles, Shaq si trasferisce ai Lakers, deciso a vincere il titolo NBA e intraprendere nello stesso tempo anche una carriera nel mondo dello spettacolo. Le prime stagioni sono deludenti, la squadra non arriva nemmeno alle finali a Ovest, ma tutto cambia con l'arrivo di Phil Jackson, l'uomo che aveva trasformato i Bulls di Jordan in una squadra di vincenti. Sotto la sua guida, e con l'esplosione di un altro talento come Kobe Bryant (con cui avrà sempre un rapporto difficile, d'amore e d'odio), O'Neal esprime forse il suo miglior basket: vince tre titoli NBA consecutivi, dal 2000 al 2002, è nominato MVP (miglior giocatore) delle finali in tutte le occasioni, e nel 2000 è anche miglior giocatore della stagione NBA. Esaurito questo fantastico triennio, i Lakers vivono due stagioni deludenti, e nel 2004 perdono da favoriti le finali NBA contro Detroit. Questo porta a una rivoluzione, con la partenza (solo momentanea) dell'allenatore Jackson e di O'Neal, ritenuto troppo costoso e ormai ai ferri corti con l'altra stella Bryant.
In estate, Shaq passa ai Miami Heat, una squadra che non ha mai ottenuto grandi risultati nella NBA, e promette di portare il titolo di campione in Florida. Grazie a lui, e con la contemporanea esplosione di un altro fenomeno come Dwayne Wade, gli Heat arrivano subito a un passo dalla finale nel 2005, quando si arrendono ai campioni uscenti di Detroit. L'anno dopo, però, nessuno riesce a fermare la loro marcia verso il trionfo, ottenuto con una grande rimonta su Dallas, che aveva vinto le prime due partite delle finali. E' forse la vittoria più grande per O'Neal, che mantiene la sua promessa in meno di due anni e dimostra di essere determinante anche senza il "gemello" Bryant.
Da quel momento, però, la carriera del centrone conosce un inevitabile calo, dovuto all'avanzare degli anni e ai tanti acciacchi che lo tormentano e limitano la sua presenza in campo. Nel giro di poche stagioni, O'Neal cambia più volte squadra, passando da Miami a Phoenix nel febbraio del 2008, quindi accordandosi con Cleveland nell'estate del 2009 e, infine, accasandosi con i Boston Celtics nel 2010. Sono gli ultimi anni della sua luminosa carriera, e si rivelano avari di soddisfazioni per O'Neal, che non raggiunge più le finali NBA. Così, terminata la sua ventesima stagione nel basket professionistico, Shaq decide che è arrivato anche per lui il momento di dire basta, e annuncia il ritiro.
I numeri rendono onore alla sua carriera: oltre 28500 punti nella NBA, quinto marcatore di sempre, quattro titoli, un premio di MVP della stagione, ben 15 partecipazioni all'All Star Game, in cui è stato riconosciuto per tre volte il miglior giocatore (l'ultima nel 2009, curiosamente a pari merito con il grande rivale Kobe Bryant), oro mondiale e olimpico con la nazionale americana. Fuori dal campo, si è distinto come rapper e ballerino di break dance (ha dimostrato un'agilità e una coordinazione incredibili, nonostante la mole...) e ha recitato in alcuni film come attore protagonista, mostrando una grande passione per il mondo dello spettacolo e deliziando i suoi fan con trovate sempre divertenti (si è travestito da donna, si è improvvisato direttore d'orchestra...). Adesso, a 39 anni, si è dovuto arrendere all'età e alla fatica di una vita sportiva condotta sempre al massimo, ma state tranquilli perchè non sarà di certo un "pensionato": ha già rivelato di voler fare il poliziotto, anche perchè il suo grande sogno da bambino era fare lo sceriffo! Non sappiamo se diventerà davvero un agente, ma siamo sicuri che con quel fisico non farebbe fatica a spaventare i malintenzionati...

domenica 29 maggio 2011

Campioni in tutto



Doveva essere la rivincita della finale di Roma di due anni fa, l'ultima occasione per alcuni campioni come Van der Sar, Scholes e (forse) Giggs, il momento della vendetta per l'esperto sir Alex Ferguson contro il giovane rampante Guardiola, che aveva osato detronizzarlo nel 2009. Niente di tutto questo: la partita di ieri sera a Wembley ha sancito ancora una volta la superiorità europea del Barcellona, la grandezza del suo gioco totale e lo splendore del suo astro più luminoso, Leo Messi, tre Champions a meno di 24 anni, di cui due da assoluto protagonista.
E' soprattutto il trionfo di una filosofia di calcio che da tempo si è affermata in Catalogna: il calcio va imposto all'avversario grazie alla tecnica, privilegiata rispetto all'atletismo esagerato degli ultimi anni, e puntando soprattutto su giocatori del posto, cresciuti con la maglia blaugrana fin dai tempi della Masia, il settore giovanile che ha forgiato tanti campioni in campo e in panchina. L'esempio lampante è stato il primo marcatore di ieri sera, vale a dire Pedro Rodriguez Ledesma, per tutti Pedrito, anno di nascita 1987. Esploso un po' tardi rispetto ad altri compagni di squadra (a Roma giocò solo nel recupero, da assoluto sconosciuto), si è imposto in pochissimo tempo sulla scena internazionale, divenendo titolare inamovibile del Barça e della nazionale spagnola e anticipando la "pensione dorata" di un certo Thierry Henry. Con lui, ieri sera erano in campo altri 6 giocatori provenienti dalla "cantera", (Valdes, Piquè, Xavi, Busquets, Iniesta e Messi), oltre al capitano Puyol, a Bojan e a Thiago Alcantara in panchina.
E proprio lì, in panca, c'è un altro prodotto del Barcellona, un uomo cresciuto con quella maglia fin da bambino, e che ha quarant'anni può già dire di aver vinto tutto sia da giocatore che da allenatore: Pep Guardiola. A Wembley, nel '92, aveva già trionfato sul campo, sotto la guida del mentore Cruyff, togliendo il trofeo alla Sampdoria dei gemelli del gol Vialli e Mancini. Quest'anno ha bissato il trionfo di Roma, si è ripreso il palcoscenico dopo averlo dovuto cedere lo scorso anno a Mourinho, forse l'unico allenatore che ha dimostrato di poterlo affrontare ad armi pari. Il merito di questa vittoria è anche e soprattutto sua, per il suo modo di gestire lo spogliatoio, provvedendo alla sostituzione di campioni vecchi o non più desiderati (Ronaldinho, Deco, Eto'o, Henry, Ibrahimovic, Marquez) con giovani provenienti dal vivaio, lanciati senza paura nella ribalta del calcio internazionale. E' così che ha costruito questa squadra che adesso tutti giudicano la più forte di sempre, maestra nel trattare la palla e nel nasconderla all'avversario per farla riapparire solo in fondo alla rete, grazie a fenomeni del palleggio come Xavi e Iniesta e a un finalizzatore straordinario come Messi, divenuto un bomber di razza, non più solo un fenomeno di dribbling e fantasia. Ora si apre il dilemma sul futuro di Pep, che sembra soddisfatto dei trofei ottenuti in casa e avrebbe espresso il desiderio di intraprendere una nuova avventura da allenatore all'estero (magari in Italia, chissà...). I tifosi blaugrana non sembrano fare un dramma di questa situazione, perchè sono sicuri che la Masia continuerà a sfornare campioni e allenatori di grande livello, se è vero che Luis Enrique, altra vecchia gloria e tecnico della squadra B (la nostra primavera) è già richiesto da tanti club pur non avendo esperienza ad alti livelli.
L'ultima nota però, la più bella di tutte, è per un giocatore che ha vinto la sua partita non ieri sera, ma due mesi fa: Eric Abidal. A marzo, il francese aveva ricevuto la tremenda notizia di essere malato di cancro al fegato, e si era fermato per curarsi da questo male terribile. Vinta la sua battaglia, era tornato in campo per qualche minuto già nella semifinale di ritorno contro il Real, ricevendo un'ovazione da brividi e l'abbraccio di tutto il Camp Nou. Ieri ha giocato da titolare tutta la partita, e al momento della premiazione ha ricevuto la fascia di capitano da Puyol e ha avuto il privilegio di alzare per primo la coppa. E' il gesto più bello, più umano di tutta la serata, la dimostrazione dell'unità e dell'amicizia di un gruppo vincente, che ha dato una grande lezione non solo di calcio, ma soprattutto di vita.

lunedì 23 maggio 2011

Una vetrina per il futuro



Le ultime giornate di serie A, si sa, vanno sempre prese con le molle, perché risultati e prestazioni dei giocatori risentono sempre dei verdetti che la classifica ha già in gran parte espresso. Al di là delle partite che vengono inevitabilmente condizionate da questa differenza di motivazioni, l'aspetto più positivo è senz'altro lo spazio lasciato dalle rispettive società ai giovani, che spesso "assaggiano" il campo per la prima volta e mettono in mostra le loro qualità. Ieri pomeriggio, ad esempio, a Bologna abbiamo assistito alla splendida partita di Francesco Grandolfo, classe 1992, ragazzo di Castellana che fino ad ora aveva racimolato pochissimi minuti in serie A. Alla sua prima partita da titolare, dopo due spezzoni contro Palermo e Lecce, questo giovane attaccante della primavera biancorossa ha decisamente lasciato il segno, realizzando una tripletta e incassando gli applausi di tutto il Dall'Ara alla sua uscita dal campo. E' vero che il Bologna è sceso in campo assolutamente privo di motivazioni, appagato da una salvezza già raggiunta, tuttavia non si possono sminuire l'abilità sotto porta e la freddezza con cui questo ragazzo ha realizzato le sue prime reti nella massima serie; a meno di 19 anni, Grandolfo ha già attirato su di sè le attenzioni di molti club italiani e stranieri, tra cui Chelsea e Manchester United, ma lui ha di recente prolungato l'accordo con il Bari fino al 2014 e sembra intenzionato a rimanere lì per confermarsi.
Una bella storia, la sua, che si può paragonare a quelle di due portieri altrettanto giovani: Nicola Leali e Mattia Perin. Il primo è nato nel 1993, ieri non ha giocato ma domenica scorsa ha esordito in serie A con la maglia del Brescia, facendo subito vedere buone doti e destando l'attenzione di Juventus e Napoli; il secondo è più giovane di un anno, proviene dalla primavera del Genoa ed è già titolare nell'under 18 azzurra, e non ha mostrato la minima emozione quando i giocatori del Cesena l'hanno chiamato in causa. Per entrambi, molti degli addetti ai lavori auspicano una carriera ricca di soddisfazioni, con le maglie di grandi club e, magari, anche con quella della Nazionale. Parlando di giovani promesse, non si può di certo trascurare la Fiorentina, che da sempre cerca nuovi talenti da formare e mettere in mostra: ieri a Brescia ha giocato da titolare in attacco Babacar, 18 anni compiuti da poco, e nel secondo tempo è stato affiancato da Ljajic, non ancora ventenne, e Seferovic, classe '92, per un'età media di circa 19 anni; tutto questo senza dimenticare Camporese, difensore che già ha mostrato una notevole personalità in questa stagione, e Jovetic, che con i suoi quasi 22 anni potrebbe essere considerato un "veterano", e dopo un anno di stop forzato per infortunio è pronto a tornare in campo.
Ultimo ma non ultimo, va segnalato un altro ragazzino della Primavera del Brescia, anche lui esordiente ieri con la maglia delle Rondinelle; si chiama Lorenzo Tassi, è nato nel febbraio del 1995, e ieri è diventato il secondo giocatore più giovane a scendere in campo in serie A con i bresciani (il primo è stato un certo Andrea Pirlo, pochi mesi dopo la nascita dello stesso Tassi). Corioni parla di lui come di un nuovo Roberto Baggio, un paragone forse azzardato ed eccessivo per un ragazzo di appena 16 anni, anche se ieri sul campo ha mostrato subito una buona personalità e nessun timore reverenziale; da lui, dal già citato Leali, e da altri giovani interessanti come loro il Brescia intende ripartire per tornare subito nella massima serie.
La grande speranza per il nostro calcio è che a questi giovani non vengano riservate solo le briciole di un campionato, o piccole apparizioni nei minuti finali di una partita, bensì uno spazio molto maggiore nell'arco di un'intera stagione; in tutta Europa ci sono vari esempi di formazioni d'alto livello che puntano sui talenti del vivaio per costruire cicli vincenti, ultimo tra tutti il Borussia Dortmund, campione di Germania con una squadra dall'età media di 23 anni e poco più. Con questi auguri salutiamo l'esordio di tanti giovani nella nostra Serie A, sperando che per loro sia solo l'inizio di una lunga e fortunata carriera.

lunedì 16 maggio 2011

Giovani e vincenti



Se qualcuno a Trento, nei primi mesi del 2000, avesse immaginato una squadra di pallavolo invincibile, capace di trionfare in Italia e di imporre ripetutamente la sua legge anche in Europa, e in grado di fare tutto questo in soli 11 anni, probabilmente sarebbe stato preso per pazzo o, al massimo, per inguaribile ottimista. Da oggi, i tifosi trentini possono definitivamente smettere di sognare, e lustrarsi gli occhi ammirando i loro incredibili ragazzi, che hanno appena coronato la stagione praticamente perfetta, imponendosi in ordine come Campioni del Mondo, d'Europa e d'Italia. Nata quasi dal nulla, l'Itas Diatec Trentino ha impiegato solo tre stagioni per guadagnare l'accesso ai playoff scudetto (risultato sempre raggiunto da allora), e ha subito cominciato a sognare in grande, investendo molto in giocatori di prestigio internazionale, come Lorenzo Bernardi e Andrea Sartoretti; nonostante questo, tuttavia, il titolo tanto atteso continuava a non arrivare, e tutti gli sforzi del presidente Mosna non sembravano sufficienti per far fare il definitivo salto di qualità alla squadra. La svolta, decisiva, è avvenuta nell'estate del 2007, con l'ingaggio dell'allenatore bulgaro Radostin Stoytchev e di due suoi connazionali, le stelle Matej Kaziyski e Vladimir Nikolov, giocatori reduci dal brillante terzo posto conseguito in Coppa del Mondo con la propria nazionale, e dell'esperto Nikola Grbic, palleggiatore e campione olimpico ed europeo con la Jugoslavia. Grazie soprattutto al loro innesto e alla nuova direzione tattica dalla panchina, Trento ha dominato la stagione regolare 2007-08, e nei playoff si è ripetuta, ottenendo finalmente il primo titolo di Campione d'Italia della sua giovane storia. Dalla stagione successiva, le attenzioni di società e giocatori si sono rivolte soprattutto all'Europa, con l'obiettivo di portare a casa la Champions League, e anche in questo caso i risultati sono stati ottimi: nelle sue tre partecipazioni consecutive, infatti, l'Itas è sempre uscita vincitrice, divenendo la terza squadra italiana in grado di realizzare questo fantastico tris dopo Ravenna e Modena negli anni '90; ciliegina sulla torta, il successo nelle due nuove edizioni del Mondiale per Club, giovane torneo a cui partecipano le squadre campioni nei rispettivi continenti.
L'unica "pecca" in questo filotto di successi è stata la mancata conferma a livello italiano: a parte il successo del 2010 in Coppa Italia, infatti, Trento ha perso la finale per lo scudetto per due stagioni consecutive, rispettivamente contro Piacenza e Cuneo; i piemontesi si sono rivelati degli avversari durissimi anche nella Supercoppa Italiana e nella coppa nazionale di quest'anno, riuscendo a prevalere sui campioni trentini in entrambe le occasioni. Ma nella finale scudetto di ieri, alla fine, l'Itas è riuscita a sconfiggere i quotati rivali, dominando la partita dall'inizio alla fine e centrando la prima, meritata accoppiata Scudetto-Champions League della sua storia. Un trionfo davvero incredibile, per una squadra che fra una settimana compierà appena il suo undicesimo anno di vita, e tutti a Trento sono sicuri che questa non sarà certo l'ultima soddisfazione della loro giovane, ma già vincente avventura nel mondo della pallavolo.