giovedì 28 aprile 2011

Due lampi nel buio


Il day-after del primo confronto di Champions tra Real e Barcellona porta con sé una domanda: cosa sarebbe successo senza quel rosso severo a Pepe? Ovviamente non esiste una risposta, ma di sicuro avremmo visto una partita diversa, probabilmente sulla falsariga di quella che era stata per 60 minuti: un match di calci e tensione, piuttosto che di calcio.
Sì, perchè fino a quell'episodio la gestione di Mourinho sembrava quella giusta, forse l'unica possibile contro una formazione che gioca in modo magnifico: tanto pressing, squadra cortissima, tutti dietro la linea del pallone ad attendere l'errore dell'avversario e a ripartire con i contropiede; l'ormai celebre "manita" del resto aveva insegnato a tutti che provare a giocarsela contro il Barça poteva essere un suicidio. Il pareggio della Liga e la vittoria in Copa del Rey gli avevano dato ragione, e in molti avevano cominciato a pensare a Mou come al favorito anche in questa doppia sfida di Champions. La partita in sé non aveva dato indicazioni in merito, ma dopo l'espulsione ha inesorabilmente sorriso ai blaugrana, condannando il Madrid a una nuova, cocente delusione, e spegnendo forse i suoi sogni di gloria europea.
Già, l'espulsione: si potrebbe stare per ore davanti alla moviola per capire l'entità del fallo di Pepe e si può criticare l'operato di Stark e del suo assistente per aver preso una decisione severa che ha indubbiamente indirizzato la gara. Ma è anche evidente che quando giochi una partita mettendola sul contatto e sull'intimidazione, con entrate dure e spesso al limite, il rischio di andare oltre e venire penalizzato dall'arbitro c'è. Il Real si è lamentato di giocare sempre in 10 contro gli odiati rivali, ma in quelle occasioni i rossi erano stati molto più netti, sia per gioco duro (Ramos) che per fallo da ultimo uomo (Albiol). Certo, il comportamento di alcuni giocatori del Barça, che accentuavano e esasperavano ogni contatto (su tutti Busquets, non nuovo a questi comportamenti...), non è stato bello da vedere, e il clima generale di tensione e astio che si è creato tra queste due squadre e i rispettivi allenatori non è stato un buon biglietto da visita per il calcio; uno spettacolo indegno delle grandi premesse che accompagnavano questa partita, una prassi che troppo spesso si ripete nelle occasioni importanti, quando la paura di perdere soffoca la bellezza del gioco del pallone.
E allora, da amante di questo sport, mi consolo alla vista di colui che è riconosciuto, ormai unanimemente, come l'unico e vero erede di Maradona: Leo Messi. Due reti, due lampi di classe nel buio di questa partita tattica e noiosa, il secondo dopo una splendida azione in velocità a saltare tutta la difesa avversaria. A 23 anni ha già vinto tutto con il suo club ed è entrato di diritto nella ristretta lista dei fenomeni del calcio, tanto che qualcuno ha iniziato a dire che la Pulce è persino superiore a Diego; paragoni come sempre impossibili da fare, come quelli tra il Pibe e il rivale di sempre, Pelè, per mille motivazioni, ma di sicuro Leo è il giocatore più forte in questo momento e può scrivere pagine importanti nella storia di questo sport. Molto probabilmente non avremmo visto questa nuova prodezza senza l'espulsione; può essere questa la vera consolazione per chi da sempre preferisce il Calcio ai calci...

domenica 24 aprile 2011

Non sono una Signora...

C'era una volta una squadra che veniva considerata la Regina d'Italia, che ogni anno iniziava il campionato con un solo obiettivo in mente: vincere. Era una formazione sempre protagonista, che non si accontentava mai del secondo posto, e che divideva tutta la penisola tra chi la sosteneva e chi la odiava, senza via di mezzo. Questa squadra era la Juventus, la Vecchia Signora del calcio italiano. Era, appunto, perchè quella vista in campo in questi ultimi anni appare solo una brutta copia sbiadita di quella società vincente.


Nell'estate del 2006 la Juve ha vissuto il momento più basso della sua storia, con la retrocessione in serie B e il rischio di radiazione per illecito sportivo. Da quel momento, l'unico obiettivo della società è stata una pronta rinascita, con la rifondazione dalle fondamenta, l'immediato ritorno nella massima serie e il raggiungimento di nuovi successi (in Italia e in Europa) nel giro di pochi anni. Ma se la promozione in serie A è giunta subito e senza eccessivi patemi, non altrettanto si può dire dei restanti obiettivi: dopo un terzo e un secondo posto illusori, la Juve è sprofondata in una profonda crisi di identità e di risultati, coincisi con una stagione di assoluto anonimato (settimo posto, fuori dalla Champions) e un'altra annata che si sta rivelando tutt'altro che memorabile.
Il terremoto di Calciopoli, oltre a far sprofondare negli Inferi la squadra e nello sconforto i suoi tifosi, ha infatti obbligato la Juve a ricostruire quasi da zero la sua struttura societaria e la sua dirigenza, ed è proprio lì che sono nati i veri problemi. Coloro che dovevano sostituire e cancellare Luciano Moggi dalla mente dei tifosi stanno finendo quasi col farlo rimpiangere, perchè quelli che dovevano essere i grandi colpi di mercato per riportare tra i grandi la Signora si sono rivelati dei terribili boomerang; Secco è stato il primo a pagare per questi fallimenti, rassegnando le dimissioni, ma il suo sostituto Marotta non ha ancora convinto, nonostante la promessa di acquisti di livello per la prossima stagione. Quello del direttore sportivo, però, non è il solo ruolo dirigenziale che non ha convinto: è tutta la società che lascia perplessi per la sua programmazione poco chiara, per le tante promesse di successi non mantenute, per i troppi cambi di allenatore in pochi anni.
Proprio l'allenatore è un altro dei grandi argomenti di discussione per i tifosi: nei quasi sei anni successivi a Calciopoli, la Juve ha già avuto ben cinque allenatori diversi (sei se consideriamo le poche panchine di Corradini in serie B, dopo le dimissioni di Deschamps), e il record di "longevità" appartiene a Ranieri, che ha resistito in panchina per quasi due stagioni prima di gettare la spugna; troppo poco per riuscire a creare qualcosa di concreto e dare continuità a qualsiasi progetto. La causa di questa eccessiva instabilità e dei troppi cambiamenti è probabilmente l'ossessiva ricerca di trofei, l'impazienza di fronte a risultati deludenti, l'assenza ormai quasi decennale di titoli per una squadra dal grande blasone come la Juve; non si è dato il giusto peso alla radicale e inaspettata retrocessione in B del 2006, allo sconvolgimento che questa ha causato, e la fretta di dimenticare tutto ha portato a tanti, troppi errori di gestione che ancora si manifestano in modo fin troppo evidente.
La partita di ieri contro il Catania, con la beffa del pareggio subito al quinto minuto di recupero, è lo specchio della nuova Juve: poco solida mentalmente, intimidita dalla reazione caratteriale degli avversari, disattenta nella gestione di un vantaggio considerevole. Nonostante i tanti, troppi proclami di grandeur e di vittoria, la squadra appare ancora un cantiere aperto, con tanti giocatori che devono dimostrare il loro valore e i pochi punti fermi rimasti (Del Piero e Buffon) messi in dubbio dagli stessi dirigenti e ormai sconsolati di fronte a una situazione che non sembra migliorare. Senza un finale di stagione di buon livello, la Juve rischia di trovarsi l'anno prossimo fuori dalle coppe europee, con un grave danno d'immagine e soprattutto economico, perchè mancherebbero i soldi per un mercato adeguato e per avere quei giocatori di qualità che tutti invocano. Il tutto mentre in altre formazioni di serie A si mettono in mostra tanti elementi frettolosamente scartati da dirigenza e allenatori perchè ritenuti inadatti, come i vari Balzaretti, Nocerino, Criscito e Giovinco, solo per citarne alcuni.
I tifosi attendono sconsolati l'ennesima rivoluzione d'agosto, sperando che finalmente alle parole seguano i fatti e che quello che sembra un terribile incubo si concluda al più presto. Il lavoro maggiore dovrà essere fatto sulla testa dei giocatori e dei dirigenti, affinchè la Juve smetta di ragionare come una provinciale e torni ad affrontare ogni partita con l'orgoglio e la determinazione che la caratterizzavano; se si ricostruirà la mentalità giusta, se i campioni torneranno a vestire la maglia bianconera, se lo scudetto sarà di nuovo il primo pensiero di tutti, allora la Vecchia Signora potrà tornare davvero tale. Del resto, come ha sempre sostenuto Giampiero Boniperti, storica bandiera e grande presidente della squadra, "alla Juventus vincere non è importante, è l'unica cosa che conta."

lunedì 18 aprile 2011

La compagnia dell'Anello


Con l'arrivo della primavera, giunge anche la conclusione della maggior parte dei campionati sportivi di tutto il Mondo, non soltanto per quanto riguarda il calcio. Negli Stati Uniti, ad esempio, il popolo degli appassionati di basket aspetta con ansia questo periodo dell'anno per conoscere finalmente quale squadra riuscirà a fregiarsi del titolo di campione NBA.
Il campionato di basket più famoso del Mondo, infatti, è uno dei tornei più lunghi e più massacranti in assoluto: nella sola stagione regolare, infatti, ogni squadra disputa complessivamente 82 partite, affrontando da un minimo di 2 a un massimo di 4 volte le altre franchigie e girando più volte tutta l'America (e non solo, visto che quest'anno la NBA ha fatto disputare alcune partite a Londra...); un torneo organizzato in modo davvero singolare e probabilmente poco comprensibile per noi europei, anche perchè, se lo spettacolo non manca mai in ogni partita per il grande atletismo e il talento dei singoli giocatori, non sempre l'impegno e la concentrazione sono al massimo per via del numero ravvicinatissimo di match da disputare. Lo scopo di questa prima parte di campionato, la cosiddetta Regular Season, è stabilire quali saranno le 16 migliori squadre (divise geograficamente, 8 ad Est e 8 ad Ovest) della lega, quelle che avranno così il diritto di partecipare ai playoff e lottare finalmente per il titolo.
Quanto è accaduto nella parte precedente della stagione, di solito, conta poco o nulla quando comincia questa seconda parte di torneo; l'unico vantaggio effettivo per le squadre che hanno ottenuto il maggior numero di vittorie è la possibilità di disputare l'eventuale gara decisiva di ogni serie in casa. In buona parte delle occasioni, la squadra che aveva ottenuto il miglior risultato durante la stagione regolare è poi riuscita a portarsi a casa il titolo, ma durante le serie di playoff non sono mai mancate le sorprese; in questo genere di sfide, l'agonismo e la determinazione (soprattutto nella fase difensiva) raggiungono un livello altissimo, che non viene toccato quasi mai durante il resto della stagione, e i veri campioni fanno la differenza e trascinano i propri compagni al successo finale, ribaltando i pronostici e regalando emozioni uniche agli spettatori di tutto il mondo.
Le sorprese, come detto, non sono mai mancate, e le prime gare dei playoff 2011 l'hanno ampiamente dimostrato: i Memphis Grizzlies, che finora erano arrivati a questa fase di stagione solo 3 volte e non avevano mai vinto, si sono imposti in casa dei più quotati San Antonio Spurs, e i New Orleans Hornets (squadra in cui gioca l'italiano Belinelli), da molti ritenuti una delle "cenerentole" del torneo, si sono tolti la soddisfazione di battere a domicilio i grandi Los Angeles Lakers, campioni uscenti. E' solo la prima partita, e da qui a giugno, quando si disputeranno le finali, la strada da percorrere è ancora molto lunga, ma sono più che sicuro le sorprese non mancheranno, e neanche lo spettacolo. Inoltre, provo un grande orgoglio nel vedere, per la prima volta nella storia, ben due italiani protagonisti in questi playoff: oltre al già citato Marco Belinelli, infatti, c'è Danilo Gallinari, che gioca nei Denver Nuggets; quest'ultimo ha avuto un esordio meno fortunato, perchè la sua squadra ha perso, ma come detto niente è perduto.
Il grande spettacolo della NBA comincia adesso, e tutti gli appassionati di basket del Mondo sono ansiosi di scoprire chi sarà, dopo quasi 100 partite, a infilare al dito il tanto sognato e (a questo punto è proprio il caso di dirlo) meritato anello di campione.

Il graffio del Panterone

L'ultima giornata di Campionato è stata probabilmente decisiva per quanto riguarda la lotta al titolo: con la vittoria del Milan contro la Samp, i rossoneri si sono portati a +6 sul Napoli e +8 sull'Inter, entrambe sconfitte. Un allungo importante, a 5 gare dalla conclusione del torneo, e che ha messo in luce ancora una volta la qualità e l'importanza della rosa dei rossoneri, e in particolare di un giocatore che è stato spesso criticato e sottovalutato, ma ancora una volta ha impresso il suo marchio nella corsa allo Scudetto: sto parlando di Clarence Seedorf.



Fin dal suo arrivo in Italia, il Panterone (come lo chiama affettuosamente l'amico ed ex compagno di squadra Costacurta) non ha mai riscosso il pieno consenso del suo pubblico, eppure ha più volte messo in mostra il suo talento e la sua freddezza nelle partite che contano. Del resto, i numeri parlano per lui: esordisce a meno di 17 anni in Eredivisie con la maglia dell'Ajax, a 19 è già Campione d'Europa con i lancieri (nel 1995, nella finale proprio contro il Milan) e ha già debuttato nella Nazionale olandese, l'anno dopo esordisce nel nostro campionato con la maglia della Sampdoria e, dopo aver disputato una buona stagione, viene acquistato dal Real Madrid; credo che difficilmente un calciatore appena ventenne possa sognare un simile inizio di carriera (a meno che non si chiami Messi o Balotelli...).
Il resto della sua carriera non è stata certo da meno: se si fa eccezione per l'Inter, Seedorf ha vinto titoli in ognuna delle squadre con cui ha giocato; oltre alle quattro Coppe dei Campioni conquistate con tre club diversi (2 con il Milan e 1 con Real Madrid e, come detto, Ajax), primo giocatore a riuscire a compiere questa particolare "impresa", bisogna ricordare 4 Campionati e 6 Coppe e Supercoppe tra Olanda, Spagna e Italia, 2 Supercoppe d'Europa, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Mondiale per Club. Un palmares eccezionale, che fa invidia a tantissimi calciatori, ma non è mai stato sufficiente per metterlo al riparo da critiche, discussioni o addirittura contestazioni da parte dei suoi stessi tifosi.
Clarence vive questa situazione paradossale fin dal suo ritorno in Italia, quando a gennaio del 2000 arrivò a Milano ma sulla sponda nerazzurra; in tre stagioni con l'Inter lascia poche tracce del suo passaggio, gli allenatori non riescono a trovare la posizione giusta per lui, e le sue prestazioni troppo alterne lo portano alla cessione ai "cugini" milanisti nell'estate del 2002. Con Ancelotti, però, l'olandese ritrova la verve e la convinzione dei giorni migliori e diventa una colonna inamovibile della squadra che in pochi anni vince tutto, in Italia e in Europa, e in molte di queste vittorie riveste il ruolo del protagonista; i suoi gol non sono mai banali, arrivano spesso nelle partite che contano, quelle in cui un vero campione si eleva oltre la media dei compagni e fa la differenza. A Monaco di Baviera ricordano benissimo la sua grande partita del 2007, quando il Milan aveva l'obbligo di vincere, e ci riuscì grazie ad un suo gol e ad un suo splendido assist di tacco per Inzaghi.
Ma anche nel Milan, nonostante tutto, Seedorf si è ritrovato più volte al centro delle critiche dei tifosi, che gli contestano la poca corsa e lo scarso impegno in alcune partite, tanto che in più occasioni sono arrivati a fischiarlo pesantemente; nella prima parte dell'ultima stagione, inoltre, anche la società sembrava aver perso un po' di fiducia in lui, tanto che con il nuovo allenatore Allegri ha iniziato molte partite dalla panchina.
Con molta professionalità, Clarence ha aspettato il suo momento, ha accettato le panchine e quando è stato chiamato in causa si è fatto trovare pronto, riguadagnando la fiducia dell'allenatore e un ruolo da protagonista. Le ultime 3 partite sono state l'emblema di questa ritrovata importanza: una prestazione eccellente nel derby e altre due splendide gare contro Fiorentina e Sampdoria, entrambe condite da gol.
Forse è vero che corre meno di altri giocatori, anche per via degli ormai 35 anni raggiunti, e che in alcune occasioni sembra assolutamente avulso dalla partita, ma credo che ad un campione si possano perdonare alcune gare sottotono, soprattutto se questi risulta decisivo quando più conta; e in queste ultime partite, che potrebbero aver lanciato il Milan verso il titolo, c'è l'indelebile firma del Panterone.

lunedì 11 aprile 2011

Dalle stelle alle stalle

La domanda che si pongono tanti esperti di calcio è: può una squadra che gioca i preliminari di Champions League, ed ha iniziato la stagione sognando l'Europa, ritrovarsi in piena lotta per non retrocedere? A giudicare dalle ultime prestazioni della Sampdoria, sembra proprio che la risposta sia sì.



Esattamente un anno fa, i blucerchiati si aggiudicavano il derby contro il Genoa grazie ad una rete di Cassano, seconda di cinque vittorie consecutive contro avversarie di tutto rispetto come il Milan e la Roma (all'Olimpico ancora piangono per quei punti persi...), e davano il via alla lunga volata che li avrebbe visti arrivare quarti davanti all'altra sorpresa stagionale, il Palermo, e tornare in Champions per la seconda volta dopo la finale di Wembley persa nel 1992. Era il trionfo della Samp di Garrone, di Marotta, uomo mercato che in due anni aveva costruito una squadra sorprendente, e di Del Neri, già protagonista del miracolo-Chievo qualche anno prima; un gruppo solido, con la terza miglior difesa del campionato (i due portieri erano Castellazzi e Storari, oggi secondi di Inter e Juve...), un grande uso degli esterni di centrocampo, e soprattutto un coppia d'attacco, Cassano-Pazzini, che faceva invidia alle big della Serie A.
Appena compiuta l'impresa, Marotta e Del Neri avevano lasciato Genova per trasferirsi a Torino, sponda bianconera, ma la squadra era rimasta pressochè intatta, nonostante le mille voci sui vari pezzi pregiati, e sotto la direzione del nuovo allenatore Di Carlo ha sfiorato l'impresa contro il Werder Brema, perdendo la qualificazione alla fase finale di Champions solo negli ultimi minuti della gara di ritorno. Nonostante questo, la squadra ha disputato comunque un buon girone d'andata, seppur non paragonabile con l'annata precedente, e sembrava avviata a una stagione tranquilla. Il mercato di gennaio, però, ha cambiato tutto: sono partiti sia Cassano (già fuori rosa da due mesi per aver litigato col presidente Garrone) e Pazzini, i due goleador e forse i giocatori simbolo della Samp, e i loro sostituti Maccarone e Macheda non si sono rivelati all'altezza. La perdita di due top players, inoltre, ha influito in modo pesante sul morale di tifoseria e giocatori, e questo ha portato a una serie di risultati negativi che nemmeno l'esonero dell'allenatore Di Carlo sembra aver arrestato, anzi; la Samp si ritrova adesso in piena zona retrocessione, e ha già perso importanti scontri contro squadre che lottano per salvarsi (Cesena, Catania, Lecce).
Alla base di tutto ci sono un evidente calo fisico (prevedibile dopo il preliminare giocato ad agosto) e soprattutto un gravissimo crollo mentale, con un gruppo che sembra incapace di reagire al risultato del campo. Il tempo per invertire la rotta c'è ancora, ma bisognerà lavorare molto sulla testa dei giocatori, evidentemente impreparati ad una tale situazione di classifica, e comunque vada l'estate dovrà portare chiarezza a livello societario. Garrone e i tifosi dovranno avere molta pazienza e ricominciare da zero, costruire un nuovo progetto dalle fondamenta, dopo che sono bastati sei mesi a rovinare il duro lavoro di 8 anni. Prima di tutto, però, viene la salvezza e la conclusione felice di quest'annata disgraziata, arrivata proprio 20 anni dopo lo storico scudetto Doriano: era il 1991, era la squadra del presidente Mantovani, di Boskov, e dei gemelli del gol di allora, Vialli e Mancini. E proprio parlando di corsi e ricorsi storici, sapete contro quale squadra la Samp ottenne il successo decisivo in quell'anno magico? Proprio contro il Lecce, che ieri ha sancito definitivamente la crisi dei genovesi. Davvero un triste amarcord per i tifosi blucerchiati...

venerdì 8 aprile 2011

Un "Pepito" d'oro

Alla vigilia di quest'andata di quarti di finale delle due competizioni europee per club, Champions e Europa League, a rappresentare l'Italia non si presentava solo l'Inter: c'erano anche un allenatore affermato, Sir Carletto Ancelotti, e un giovane che da tempo rappresenta il futuro del nostro calcio, Giuseppe Rossi. Anche alla luce dei risultati, che hanno visto i nerazzurri duramente sconfitti in casa dallo Schalke e il Chelsea ugualmente battuto a domicilio dal Manchester, vorrei concentrare l'attenzione sul brillante attaccante del Villarreal, che tanto per cambiare anche ieri è andato a segno.


Di Giuseppe Rossi, ribattezzato Pepito dal compianto ct dell'Italia Mundial del 1982 Enzo Bearzot (uno che di "Rossi" se ne intende, come ben sappiamo!), si parla da quando aveva soltanto 18 anni e militava nel Manchester United, che lo aveva acquistato un anno prima dal Parma. Proprio gli emiliani sono la squadra che ha il merito di averlo riportato in serie A, anche se solo per 6 mesi, e aver fatto conoscere a tutti il suo grande talento: in mezza stagione, appena ventenne, Pepito segnò 9 reti e fu determinante con le sue prestazioni per portare alla salvezza una squadra che tutti davano per spacciata. Da quel momento, il calcio italiano lo ha da sempre indicato come una delle sue grandi stelle per il futuro, con grande orgoglio tra l'altro per noi abruzzesi (lui è nato nel New Jersey, ma il papà era di Fraine), ma quando si è trattato di fare il passo decisivo e acquistarlo, tutte le grandi si sono tirate indietro.
Così il Manchester di Ferguson, proprietario del suo cartellino, lo ha ceduto agli spagnoli del Villarreal per 11 milioni di euro, una cifra che forse non era così proibitiva se consideriamo alcuni degli acquisti di quell'estate: Chivu e Suazo, pagati entrambi 13 milioni dall'Inter, Tiago Mendes, anche lui acquistato per 13 milioni dalla Juve, e Iaquinta, preso sempre dai bianconeri allo stesso prezzo di Pepito. Probabilmente su questa scelta delle grandi d'Italia influirono l'età del ragazzo e la mentalità del nostro movimento calcistico, che da sempre fatica a inserire questi giovani e a dar loro una maglia da titolare; stessa storia in Nazionale, perchè dopo qualificazioni e Confederation da protagonista Rossi non è stato convocato per il disastroso Mondiale Sudafricano.
Dal canto suo, il giocatore non sembra avere eccessivi rimpianti per il suo trasferimento in Spagna: è da sempre titolare nel Submarino Amarillo, squadra di una città non molto grande (50.000 abitanti) ma fortemente legata allo sport, che negli ultimi anni ha sempre fatto bene sia in campionato che nelle coppe europee. Ulteriore dimostrazione del suo ottimo rapporto con il club spagnolo, il recente prolungamento di contratto fino al 2016, quando Pepito avrà già compiuto 29 anni. Concentrandoci sul presente, possiamo affermare che questa è già la miglior stagione di Rossi: 27 reti all'attivo con quello di ieri, ben 9 nell'Europa League, e il ritorno al gol in Nazionale dopo quasi due anni; il tutto a soli 24 anni, niente male davvero.
Mi auguro dunque che, in questa stagione avara di soddisfazioni europee, Pepito possa continuare a tenere alto il nome dell'Italia calcistica e, in futuro, regalare altre gioie a noi tifosi con la maglia azzurra: dopo Pablito nel 1982, sarebbe fantastico tornare in cima al mondo con un altro Rossi...

mercoledì 6 aprile 2011

6/04/2009: IO NON DIMENTICO, e voi?



Oggi è difficile, direi praticamente impossibile per un abruzzese non tornare indietro con la memoria, ripensare a quella tremenda mattina di due anni fa, in cui tutti ascoltando i telegiornali ricevemmo una tremenda notizia: L'Aquila, il capoluogo della nostra regione, e i suoi dintorni erano stati devastati da un terribile terremoto. Avevo un vago ricordo di quella bella città, c'ero stato in gita quando avevo soltanto 11 anni, e vedere le immagini che si susseguivano e mostravano solo rovine e distruzione mi provocò davvero una stretta al cuore. Il tempo delle lacrime non durò molto, la gente si mise subito in movimento per intervenire, aiutare la popolazione gravemente ferita dal sisma e cercare di riavviare una comunità che d'un colpo era stata spazzata via, almeno a livello fisico (non certo morale).
Sono trascorsi due anni, tantissimi enti si sono attivati e si sono fatti carico di molte responsabilità in questa ricostruzione, tra mille polemiche, proteste e incomprensioni varie (purtroppo non si riesce mai a fare nulla in modo tranquillo, nemmeno quando si tratta di aiutare della povera gente). Non voglio scrivere questo intervento per criticare qualcuno in particolare, vorrei soltanto ricordare a tutti, italiani e non, abruzzesi e non, che il lavoro da fare è ancora tanto e non servono certo le chiacchiere per questo: gli aquilani chiedono fatti concreti, e tutti dobbiamo continuare ad aiutarli, stargli vicini e non lasciarli soli, proseguendo nel lavoro che abbiamo iniziato in quella terribile notte di due anni fa...