domenica 2 ottobre 2011

A un passo dalla meta


Mancava un solo passo, l'ultimo, per realizzare il grande sogno di tanti tra appassionati e neofiti del rugby; l'ostacolo era duro, più di quanto si pensasse, ma le premesse e l'ottimismo hanno lasciato sperare che la vittoria fosse possibile. Invece, purtroppo, ancora una volta l'Italrugby deve incassare un'amara sconfitta, riconoscere di essere cresciuta ma non quanto era necessario per battere quest'Irlanda, che da sempre fa parte del gotha di questo sport ed era già reduce da una grande impresa, avendo battuto anche i fortissimi australiani; per la terza volta consecutiva, dunque, l'ultima partita del girone è fatale agli azzurri, che si ritrovano fuori dal Mondiale e dovranno aspettare altri quattro, lunghi anni prima di avere una nuova chance.
Doveva essere la partita della vita, l'ultima occasione per molti protagonisti del rugby azzurro di questi anni per fare la storia e guadagnarsi la storica qualificazione ai quarti di finale; si è trasformata tristemente in una Caporetto, con l'Irlanda che ha preso nettamente in mano la partita fin dal primo tempo, riuscendo nel secondo a concretizzare il suo dominio con tre mete e un grande gioco offensivo, che ha fugato ogni dubbio sulla distanza che ancora separa le due nazionali.
Sono mancati i punti forti della nostra squadra, quelli a cui ci si era ancorati da sempre, e che avevano portato moltissimi a sperare e ad essere ottimisti prima del fischio d'inizio. In primis, la mischia italiana, più volte esaltata come una delle migliori del Mondo, ha trovato un avversario durissimo, che ha saputo ridimensionarla, anche a causa dell'uscita per infortunio del pilone Castrogiovanni; la mancanza di questo fondamentale a cui affidarsi ha creato ulteriori difficoltà e insicurezze nella squadra. Inoltre, per l'ennesima volta la difesa si è dimostrata poco efficace, gli azzurri hanno aspettato troppo gli irlandesi prima di placcarli, e non avanzando si sono esposti al loro gioco offensivo, che è stato letale. Infine, il problema più grande è stato nella testa dei giocatori, che si sono fatti condizionare dalle provocazioni e dall'esperienza della squadra avversaria, con qualche colpo proibito di troppo e reazioni che si sono rivelate controproducenti, e non sono riusciti ad esprimersi al massimo, pagando duramente queste mancanze. A tutto questo, vanno aggiunti alcuni difetti cronici dell'Italrugby, come la mancanza di un gioco d'attacco convincente e la preoccupante assenza di un calciatore di alto livello, in grado di dare imprevedibilità e trasformare in punti tutte le punizioni concesse.
Il rammarico è ovviamente tanto, ma la Federazione e la squadra saranno sicuramente in grado di voltare pagina e ricominciare presto. Il c.t. sudafricano Nick Mallett, terminato il suo contratto quadriennale, è pronto a lasciare il posto al francese Jacques Brunel, che ha allenato in maniera brillante il Perpignan e potrà portare nuove idee ed entusiasmo; considerando che gli azzurri hanno un'ottima tradizione con i tecnici transalpini (su tutti Georges Coste e Pierre Berbizier) e che la presenza di due squadre in Celtic League sarà fondamentale per la maturazione di una nuova generazione di rugbisti, ci sono le premesse per sperare in un'ulteriore crescita del movimento e della Nazionale. Certo, per molti dei protagonisti di questi ultimi anni, come i vari Perugini, Lo Cicero, Castrogiovanni, Bortolami, Mauro Bergamasco e Masi, questa sarà probabilmente l'ultima apparizione in una Coppa del Mondo, ma i giovani interessanti non mancano, e con la giusta pazienza e applicazione si potranno ottenere nuovi successi e nuove soddisfazioni. Per adesso, l'appuntamento con l'Italrugby è rimandato al prossimo Sei Nazioni, la prima occasione per il nuovo tecnico e per la squadra di dimostrare che la sconfitta di oggi è ancora un punto di partenza, non certo di arrivo.

mercoledì 21 settembre 2011

Altro che partenza "ad handicap"!


Generalmente, quando una squadra neopromossa in serie A, che ha un organico da molti reputato appena sufficiente a lottare per la salvezza, parte anche con una penalizzazione di punti, si tende a pensare che per quella squadra sarà un campionato quasi difficile, e che la permanenza nella massima serie equivarrebbe a una specie di miracolo sportivo. Ma provatelo a spiegare all'Atalanta e ai suoi giocatori, e loro vi diranno che nello sport nulla è impossibile, soprattutto se si gioca con la grinta e la voglia di dare tutto, anche nei momenti più duri e nelle sfide teoricamente impossibili.
Che la stagione dell'ennesimo ritorno in serie A dei bergamaschi fosse piuttosto tribolata si era capito già in estate, con l'esplosione del nuovo scandalo sul calcioscommesse, che ha visto coinvolta la società nerazzurra e il suo giocatore più rappresentativo, il capitano Cristiano Doni. In agosto, la procura federale ha condannato il calciatore a 3 anni e 6 mesi di squalifica, e ha inflitto all'Atalanta una penalizzazione di 6 punti per responsabilità oggettiva; una bella mazzata, di sicuro, anche se poteva andare molto peggio, perchè la richiesta iniziale era la retrocessione diretta del club in serie B e la squalifica di un altro giocatore teoricamente coinvolto, il difensore Thomas Manfredini, per 3 anni (accusa da cui il calciatore è stato prosciolto). Inutile dire che questa penalizzazione ha subito messo una grande pressione sulla società orobica, sul tecnico Colantuono e sui suoi atleti, anche in considerazione di un mercato che non aveva portato grandi nomi, uomini in grado di fare la differenza.
Come sempre, tuttavia, le parole trovano il tempo che trovano, e alla fine è il campo a rispondere a tutte le domande e ai dubbi. In questo caso, la risposta è stata decisamente convincente: i bergamaschi hanno ottenuto ben 7 punti in 3 partite, con un pareggio in trasferta col Genoa e le vittorie contro il Palermo e in casa del Lecce, firmate da due nuovi arrivi poco considerati ma rivelatisi finora decisivi: gli argentini Maxi Moralez e German Denis, il primo fantasista di grande qualità, il secondo attaccante di peso che ha già una buona esperienza con il campionato italiano. Grazie alle loro reti e al buon gioco finora espresso da tutta la squadra, che tra l'altro si basa pressochè interamente su un nucleo titolare di giocatori italiani, ulteriore nota di merito considerando il gran numero di stranieri che vengono schierati in media nel nostro campionato, l'Atalanta è passata così in sole 3 giornate dal -6 iniziale ad un più confortante +1 in classifica, rimettendosi pienamente in gioco per la permanenza nella massima serie; paradossalmente, senza questa penalizzazione i bergamaschi adesso sarebbero in testa al campionato, alla pari con la Juve e con molti punti di vantaggio su Milan, Inter e Roma, un risultato davvero sorprendente.
Nella storia della serie A, fino a questo momento, sono state poche le occasioni in cui squadre di medio-bassa classifica, partite con una penalizzazione iniziale di una certa consistenza, sono riuscite a risalire la china e ad ottenere la salvezza. L'impresa più grande è stata sicuramente quella della Reggina di Walter Mazzarri, coinvolta nello scandalo di Calciopoli e costretta a partire da un pesante -11 in classifica; nonostante questo, i calabresi hanno disputato una stagione incredibile, conquistando ben 51 punti e ottenendo una meritatissima salvezza all'ultima giornata. Altrettanto degne di nota sono state le rimonte di Avellino e Bologna, colpite da 5 punti di penalizzazione nel 1980-81 a seguito del primo, grande scandalo del calcioscommesse; entrambe le squadre, nonostante la partenza ad handicap (e con la vittoria che assegnava solo 2 punti), sono riuscite ugualmente a conquistarsi la permanenza nella massima serie grazie ad un buon campionato. Vale la pena ricordare che, in altre occasioni, le società penalizzate non sono riuscite a recuperare e sono mestamente scese in serie B al termine del campionato; mi riferisco all'Empoli nel 1988, all'Udinese nel 1987, e al Perugia nel 1981 (unica delle tre penalizzate).
Fino ad ora, l'Atalanta ha dimostrato di fare decisamente parte di quelle squadre che sono riuscite ad annullare in poche partite la penalizzazione e a lottare fino alla fine per guadagnarsi un'altra stagione in serie A. Il campionato è ancora molto lungo, le difficoltà sicuramente non mancheranno per gli orobici, anche perchè finora le squadre affrontate erano piuttosto abbordabili, ma di certo con questo passo e questa grinta i tifosi bergamaschi possono sperare in una bella stagione, e sanno che i loro beniamini sono pronti ad onorare l'impegno fino alla fine, continuando a puntare sul nucleo giovane e italiano che ha da sempre contraddistinto la loro formazione.

lunedì 5 settembre 2011

Il triste declino dell'Italbasket



E' finita in modo indecoroso, peggio di quanto ci si aspettasse: quattro sconfitte in cinque partite, l'ultima contro Israele, non certo una squadra di fenomeni, che per lunghi tratti ci ha ridicolizzati. L'Italia esce con le ossa rotte e il morale sotto i tacchi da questo infausto Europeo, e certifica definitivamente la crisi del suo movimento, da troppo tempo lontano dai palcoscenici più importanti, come i Mondiali e soprattutto le Olimpiadi, soprattutto se si pensa alle grandi soddisfazioni ottenute nemmeno dieci anni fa (bronzo europeo nel 2003, argento olimpico nel 2004).
Del gruppo di allora non è rimasto nessuno, tutti hanno dovuto cedere il passo a causa dell'anagrafe, ma soprattutto sembra scomparso lo spirito combattivo e indomabile che spingeva questi atleti ad imprese strepitose, indimenticabili, come la vittoria in amichevole sul Dream Team USA o la grande rimonta contro la fortissima Lituania ad Atene, in semifinale olimpica. I nomi di Basile, Galanda, Pozzecco, Marconato, Soragna, Chiacig, e prima di loro Fucka, Myers, Abbio, Andrea Meneghin, Frosini (per fermarci agli anni più recenti, senza scomodare i vari Dino Meneghin, Sacchetti, Marzoratti e Riva) sono sempre scolpiti nelle menti degli appassionati, che con loro avevano cominciato a sognare e ad esultare, anche quando i titoli mancavano, perchè in compenso la grinta e l'energia c'erano sempre.
Quella di oggi, invece, sembra proprio l'opposto di quella squadra: manca un vero leader, manca il gioco di squadra, manca la difesa arcigna che innesca l'attacco, e soprattutto manca lo spirito dei lottatori, con troppi giocatori che sono apparsi spaesati e poco incisivi nei momenti importanti delle partite. Bargnani, Belinelli e Gallinari, quelle che dovrebbero essere le tre punte di diamante, visto che giocano ormai da tempo in NBA, hanno offerto prestazioni troppo alterne, prendendo troppo spesso iniziative personali con isolamenti e tiri affrettati e improbabili, e non lasciando a sufficienza il segno in difesa. Intorno a loro, inoltre, i compagni non sono sembrati assolutamente all'altezza, condizionati sicuramente dallo scarso impegno nel campionato italiano, che privilegia eccessivamente gli stranieri e non permette ai nostri ragazzi di maturare e formarsi, anche in competizioni di alto livello come l'Eurolega. Tutti questi fattori, sommati insieme, danno forse la giusta chiave d'interpretazione del nostro fallimento, non certo il primo di questi ultimi anni.
Occorrerà rialzare la testa e ripartire con umiltà, ricominciare dalle basi, in primis da quella difesa che tanto ci è mancata e che è sempre stata un punto di forza nel modo di giocare tipico del basket europeo, molto diverso in questo dall'NBA, che con il suo gioco prevelantemente offensivo e basato sul talento individuale ha condizionato troppo le nostre presunte stelle. Ci vorrà molto lavoro, e il supporto adeguato di squadre e federazione, per rimettere in carreggiata questa squadra, che ha un'età media piuttosto bassa e deve crescere ancora molto prima di diventare davvero competitiva. Tutti i tifosi, che da sempre sostengono e amano la Nazionale, sperano che la ripresa arrivi presto, o almeno che tornino quella grinta e quell'energia che hanno fatto sognare l'Italia intera.

domenica 28 agosto 2011

Il più veloce di tutti...anche troppo!


Era di gran lunga il più forte, lo sapeva lui e lo sapevano tutti, dagli spettatori agli avversari. I suoi rivali più accreditati erano fuori per infortunio, gli altri non mostravano la minima possibilità di batterlo, il Mondo intero era pronto ad una nuova, strepitosa performance, e ai suoi pittoreschi festeggiamenti. Ma per una volta è accaduto qualcosa di diverso, di imponderabile, persino per un grande campione come lui, e la storia ha preso una piega diversa, del tutto inaspettata.
La sfida sui 100 metri ai Mondiali di Daegu di ieri rimarrà sicuramente nella memoria non tanto per la vittoria di Yohan Blake, quanto per la clamorosa squalifica di Usain Bolt, l'uomo più veloce di sempre, arrivato con il favore dei pronostici a questa sfida e sconfitto, per una volta, non da un avversario, ma solo da sé stesso. I due avversari più temibili, Tyson Gay e Asafa Powell, erano fuori gioco a causa di alcuni problemi fisici, e nonostante i molti problemi avuti in stagione tutto lasciava supporre una nuova grande vittoria per il recordman sui 100 e 200 metri, medaglia d'oro in entrambe le specialità sia alle Olimpiadi del 2008 che ai Mondiali del 2009 (con record del Mondo annessi in tutte e due le occasioni). Le qualificazioni e le semifinali avevano confermato questo dominio, con il giamaicano che otteneva il pass per la finale senza forzare minimamente, limitandosi quasi a un riscaldamento.
Ma alla fine, forse, è stata proprio questa eccessiva sicurezza, unita all'apparente facilità della sfida, a far commettere a Bolt questo piccolo, fatale errore. Allo sparo, il campione è scattato con una frazione di secondo di anticipo, commettendo una falsa partenza e ricevendo, secondo il regolamento, la squalifica immediata, tra la disperazione di tutto lo stadio. In molti hanno stigmatizzato questa sua leggerezza, soffermandosi soprattutto sul suo fare un po' "buffonesco" prima delle partenze e sulle sue esultanze, da qualcuno ritenute eccessive e poco rispettose, accusandolo di mancanza di serietà e scarsa concentrazione; può essere un'opinione condivisibile, anche se va ricordato che in tanti avevano precedentemente preso in simpatia gli stessi comportamenti di Bolt, definendoli solo come segnali evidenti della sua indiscussa superiorità e sicurezza.
In quei pochi decimi di secondo è svanita dunque la possibilità di vedere un bis del campione uscente nei 100 e 200 metri, impresa finora mai riuscita a nessuno. Si può anche protestare sulle recenti modifiche al regolamento da parte della IAAF, che dal 2010 hanno deciso di imporre la squalifica immediata nei casi di partenza anticipata (in precedenza l'atleta "colpevole" riceveva solo un avvertimento, e solo in caso di recidività scattava la punizione), ma indignarsi solo perchè in questo caso è stato penalizzato un campione sarebbe sbagliato e tardivo, oltre che inutile. La storia, infatti, ha stabilito che, per una volta, l'uomo più veloce del Mondo è stato fin troppo veloce, e ha dovuto cedere il trono di campione ad un altro atleta. Adesso Bolt attende con impazienza i 200 metri, per tornare in pista e dimenticare questo curioso e doloroso incidente. Vedremo se in questo caso dimostrerà di aver imparato la lezione, magari concentrandosi più sulla gara e meno sui festeggiamenti, e tornando a volare e a fare quei record a cui ci aveva abituati.

domenica 24 luglio 2011

Le ultime dal Sud America


Tanto, forse troppo catenaccio, poco spettacolo, e l'ennesima dimostrazione che nel calcio l'equilibrio conta più del talento offensivo e della fantasia. Può essere questo, in poche parole, il riassunto di questa Copa America 2011 appena conclusa, attesa da molti talent scout e agenti FIFA per rivelare nuovi talenti del calcio sudamericano da portare in Europa.
Il verdetto finale ha premiato l'Uruguay del vecchio maestro Tabarez, che ha saputo confermarsi dopo il prestigioso quarto posto nello scorso Mondiale, ottenendo il quindicesimo successo nella manifestazione pur senza l'apporto di Cavani, infortunatosi all'inizio, e di Forlan, a segno solo nella finale dopo tantissimi errori. Trascinata dal talento e dai gol di Suarez, ma soprattutto dall'esperienza del capitano Lugano e dalla sua solidità tattica, la Celeste ha saputo crescere poco alla volta, e con la sofferta vittoria contro i rivali argentini padroni di casa, si è aperta la strada verso il meritato successo. Sua avversaria nell'atto conclusivo, a sorpresa, il Paraguay, che ha puntato tutto sul suo portiere Villar, davvero in stato di grazia, e su un gioco di rimessa, tutto fondato sul catenaccio, anche a causa dei molti guai fisici che hanno colpito i suoi attaccanti; la squadra di Martino ha cercato in primis di non prenderle, è riuscita ad arrivare in finale pareggiando tutte le partite (tre nel girone e quelle di quarti e semifinali, vinte ai rigori), ma alla fine ha pagato la stanchezza e la cronica incapacità di segnare e si è arresa ai colpi degli uruguaiani.
Grandi, grandissime delusioni sono state proprio le due formazioni più attese, l'Argentina padrona di casa e il Brasile campione uscente. Entrambe le squadre, nonostante i tanti giovani talenti in rosa e i favori del pronostico, hanno profondamente deluso, più per la pochezza del gioco espresso che per le sconfitte subite ai rigori dalle due future finaliste. Gli argentini sono stati traditi ancora una volta dal loro uomo simbolo, Leo Messi, che non ha segnato e non è riuscito mai ad incidere nel torneo, come tutti i suoi compagni; il grande colpevole di questa disfatta è stato però il tecnico Batista, incapace di trovare il modulo giusto per far esprimere al meglio i suoi giocatori e troppo concentrato sulla fase offensiva per curare quella difensiva, decisamente insufficiente. Anche per i brasiliani il principale imputato di questo fallimento è l'allenatore, Mano Menezes, reo di aver sbagliato in alcune scelte di formazione (ad esempio la fiducia in uno spaesato Daniel Alves rispetto a un Maicon in forma smagliante) e tradito dai giovani astri nascenti su cui aveva puntato; Pato, Neymar e Ganso hanno deluso le attese, il centrocampo dei verdeoro ha dimostrato una certa carenza in fase di regia, e i troppi errori sottoporta contro il Paraguay sono stati pagati a carissimo prezzo.
Le vere sorprese della coppa, alla fine, sono state il Perù del "personaggio" Markarian, che in Sud America paragonano a Mourinho, e il Venezuela dei tanti giovani, da tutti ritenute poco più che comparse alla vigilia del torneo. Le due squadre sono invece riuscite a superare indenni i rispettivi gironi e a battere rivali decisamente più quotate, come la Colombia di Yepes e il Cile di Sanchez, che fino a quel momento avevano espresso forse il gioco migliore; pur dovendosi accontentare della finalina per il terzo posto (vinta da Vargas e compagni), queste due formazioni hanno comunque conseguito un risultato prestigiosissimo, che resterà negli annali e costituirà di certo un ottimo punto di partenza in vista delle qualificazioni per i prossimi Mondiali.
Per quanto riguarda i talenti che si sono messi davvero in mostra, oltre al già citato Suarez, fenomeno dell'Uruguay e del Liverpool, merita una citazione il capocannoniere della manifestazione, il peruviano José Guerrero, 27 anni, ex Bayern Monaco e attualmente in forza all'Amburgo; era una giovane promessa, si è un po' perso nel tempo, ora è tornato prepotentemente alla ribalta e potrebbe far gola a qualche squadra importante. Vanno segnalati anche due giovani calciatori venezuelani, il centrocampista Orozco e l'attaccante Rondon, rispettivamente 20 e 21 anni, giocatori di buon talento offensivo che potrebbero interessare a molti osservatori. Hanno disputato un bel torneo anche i colombiani Guarin e Falcao, già protagonisti con il Porto di Villas Boas e cercati da molti top team europei, e il paraguaiano Estigarribia, uno dei pochi giocatori di qualità offensiva nell'Albirroja. Una menzione importante, infine, la merita il diciannovenne Joel Campbell, attaccante della Costa Rica, che ha fatto intravedere grandi potenzialità in questo torneo, nel quale ha anche realizzato un gol. Molti club europei gli hanno messo gli occhi addosso, ma lui ha già fatto capire che la personalità non gli manca, visto il modo in cui ha rifiutato le offerte dell'Arsenal, facendo sapere di preferire la Spagna e l'Italia all'Inghilterra. Non male, per uno che finora può vantarsi solo del titolo di "stellina" di questa imprevedibile, a tratti noiosa, ma pur sempre affascinante Copa America.

domenica 10 luglio 2011

La Rossa, finalmente!!!


L'abbiamo aspettata per otto, lunghi Gran Premi, restando delusi ogni volta, ma sempre speranzosi e convinti che sarebbe tornata a brillare molto presto. Ieri, finalmente, la Ferrari di Fernando Alonso è riuscita a lasciare per la prima volta il segno in questa stagione di Formula 1, spezzando il dominio delle Red Bull e di Sebastian Vettel e restituendo un po' di speranza ai tantissimi tifosi, italiani e non. Per chi ama i corsi e ricorsi storici, il successo è stato ottenuto a Silverstone, proprio il luogo in cui il Cavallino ottenne la sua prima, storica vittoria in Formula 1: era il 14 luglio del 1951, e il pilota della Rossa era l'argentino Froilan Gonzalez.
Per quanto riguarda la gara, bisogna dire che almeno all'inizio sembrava di essere di fronte al solito monologo di Vettel, partito benissimo e sempre in testa con discreta tranquillità. Alonso è riuscito a tenere alle sue spalle, aspettando con grande pazienza l'occasione giusta per passare in testa, e al secondo pit-stop ha approfittato dell'incertezza dei meccanici Red Bull per piazzare la zampata e fuggire verso il trionfo, senza più voltarsi indietro. E' un successo che ridà morale agli uomini di Maranello, che premia il duro lavoro fatto per ridurre il gap dagli avversari, e che riporta un po' di speranza in vista di un Campionato che altrimenti sarebbe sembrato già chiuso.
I tifosi sperano che questa vittoria possa essere una sorta di spartiacque tra la prima e la seconda parte della stagione, l'occasione per invertire la tendenza e rimettere tutto in discussione. Tutti si aggrappano al precedente confortante della scorsa stagione, quando Alonso si trovò a metà Campionato con 47 punti di distanza dal leader e si rese protagonista di un'incredibile rimonta, vanificata solo da quell'ultimo, sventurato Gran Premio di Abu Dhabi, con l'ormai noto errore di valutazione della Scuderia che ha finito per consegnare il titolo a Vettel. Al di là delle migliori speranze, tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare troppo da queste possibili analogie, e rendersi conto che la situazione quest'anno è molto diversa. Nella stagione scorsa, infatti, a questo punto della stagione il massimo di vittorie conseguite da un solo pilota era di 2, e il leader della classifica Hamilton aveva 127 punti; in questo 2011, invece, Vettel ha già ottenuto 6 successi, più di quanti ne aveva conseguiti in tutto lo scorso Campionato, e ha già incamerato la bellezza di 204 punti, lasciandone per strada solamente 21, visto che nei tre Gran Premi in cui non ha vinto si è comunque piazzato secondo.
E' proprio la mancanza di un "terzo incomodo" in grado di togliere punti al tedesco a rendere difficile una nuova rimonta di Alonso: 92 lunghezze di distanza sono davvero tante, e nemmeno una serie di vittorie può cambiare le cose se il campione in carica continua a piazzarsi sul podio con questa regolarità. Nella scorsa stagione, Vettel e Webber si sono complicati molto la vita con errori banali e con una rivalità che stava per costar molto cara ad entrambi, e la stessa Red Bull ha mostrato una minore affidabilità.
Quest'anno, il tedesco è sembrato sempre molto freddo e in controllo della situazione, la sua vettura ha dettato legge senza problemi per tutta la prima parte del Campionato, e gli altri rivali al titolo, Webber e le McLaren, si sono mostrati troppo discontinui per rappresentare una valida minaccia. Insomma, il compito di Fernando e della Rossa è decisamente arduo, e senza una serie di circostanze favorevoli, senza l'aiuto del compagno di scuderia Massa, finora poco incisivo, e senza la collaborazione degli altri piloti, sarà difficile impedire a Vettel il secondo titolo consecutivo. Ma la speranza, si sa, è sempre l'ultima a morire, e questa vittoria potrebbe avere un importante peso a livello psicologico sui due contendenti, minare un po' le sicurezze del tedesco e, viceversa, dare nuova grinta ad Alonso. Inoltre, ci saranno altri due gran premi a distanza molto ravvicinata, e la Red Bull avrà poco tempo per cercare di trovare una soluzione immediata alla rinnovata competitività della Ferrari. Per cui, da tifosi, incrociamo ancora una volta le dita, e aspettiamo con fiducia il Nurburgring per capire se si è trattato solo di un'illusione, o se davvero possiamo ancora sperare in un Mondiale aperto e, magari, tinto di rosso.

venerdì 8 luglio 2011

Ancora un'illusione


Esisteva una volta, nemmeno 10 anni fa, una squadra che sapeva insegnare pallavolo a tutto il mondo, che collezionava trionfi su trionfi, e apriva un ciclo di successi dopo l'altro. Adesso, di quella che veniva chiamata "la generazione dei fenomeni" rimane solo un pallido ricordo, ravvivato qualche volta dai documentari che ogni tanto vengono trasmessi in seconda serata e da quegli ex-giocatori, ora allenatori o commentatori televisivi. I tempi di Velasco e dei suoi ragazzi d'oro, Bernardi, Zorzi, Giani, Lucchetta, Gardini, Vullo, Cantagalli, Tofoli, De Giorgi, sono finiti da un bel pezzo, e non lo scopriamo certamente oggi, alla luce dell'ennesima delusione in World League. I risultati in questa competizione sono uno dei tanti specchi della crisi che sta vivendo il movimento pallavolistico italiano, almeno a livello maschile: dalla prima edizione, nel 1990, l'Italia si è sempre piazzata tra le prime quattro squadre del torneo per ben quindici anni, con 8 vittorie e 13 presenze complessive sul podio; nelle successive sette edizioni della manifestazioni, invece, gli azzurri hanno sempre deluso, non superando mai il girone, e venendo eliminati nella maggior parte delle occasioni già nel turno preliminare.
Dopo l'ultimo sussulto nel 2005, con la vittoria dei Campionati Europei disputati in casa, la Nazionale Italiana non ha più ottenuto risultati di rilievo, denotando un'enorme difficoltà nel mantenersi a un buon livello, soffrendo contro squadre più forti e attrezzate, come il Brasile, la Russia, la Serbia o Cuba, e soprattutto mostrando un preoccupante calo per quanto riguarda il cosiddetto "ricambio generazionale", con un'assoluta mancanza di giovani prospetti in grado di riportare in alto la nostra nazionale. Un problema che purtroppo si sta ripetendo nella maggior parte degli sport di squadra italiani, incluso il calcio. I nostri settori giovanili sono in crisi da molti anni, nessuno sembra più investire sui ragazzi italiani, le società più importanti sono piene di stranieri, alcuni di qualità tutt'altro che eccelsa, e soprattutto i continui tagli all'attività sportiva colpiscono sempre più duramente ogni tipo di disciplina, bloccando sul nascere ogni tentativo di ripresa.
Basta scorrere il roster dei convocati azzurri per questa World League per rendersi conto di quanto appena detto: pochissimi giocatori con una certa esperienza a livello internazionale, come Lasko e il capitano Savani, e un discreto numero di giovani che ha da poco esordito in azzurro o gioca in club minori, per cui non è abituato a queste manifestazioni così importanti. Il risultato è stato evidente nel girone, con due sconfitte senza appello contro Argentina e Bulgaria e l'unica soddisfazione ai danni della Polonia, padrona di casa e allenata dall'ex Anastasi, con conseguente eliminazione; troppo poco per ritenere positiva questa esperienza, nonostante un girone eliminatorio che aveva riacceso un po' di entusiasmo.
Di sicuro, questo deve essere un punto di partenza in vista della prossima stagione, con l'importante Europeo e soprattutto le Olimpiadi di Londra. La strada da percorrere è ancora tanta, e la pazienza e il lavoro non dovranno mancare a mister Berruto, ma più di ogni altra cosa sarà necessario il sostegno della federazione e dei club, con maggiori possibilità per i giocatori italiani di "assaggiare il campo" e acquisire la giusta esperienza. Con idee lungimiranti e una maggiore programmazione, forse, sentiremo un nuovo telecronista, come Jacopo Volpi ai tempi della generazione dei fenomeni, gridare esultante : "Campioni del Mondo! Sul tetto del Mondo!"