L'anno scorso, era stato Carletto Ancelotti a far grande il nome dell'Italia in Premier League, centrando alla sua prima stagione inglese l'accoppiata titolo-coppa nazionale con il suo Chelsea. Quest'anno, un altro allenatore italiano è riuscito a portare a casa un trofeo nello stesso campionato: Roberto Mancini, che ieri ha alzato al cielo la F.A. Cup da allenatore del Manchester City nel mitico stadio di Wembley.
Arrivato l'anno scorso alla corte dello sceicco Mansur, e dopo una prima stagione in cui aveva mancato gli obiettivi principali, stavolta il tecnico di Jesi ha dimostrato la bontà degli investimenti estivi della dirigenza, che hanno portato nella sua rosa campioni come Silva, Yaya Touré, Kolarov, Milner e il nostro Balotelli, riuscendo ad ottenere la prima, storica qualificazione in Champions League e riportando a casa la coppa più antica del mondo, ponendo fine a un digiuno di titoli durato 42 anni.
Proprio l'affermazione di sabato pomeriggio in F.A. Cup è stata, inoltre, l'ennesima prova del rapporto particolare che lega il Mancio alle coppe nazionali: questa è infatti l'undicesima volta che riesce a portare a casa questo trofeo, sommando i suoi successi da giocatore e da allenatore. Fin dai tempi in cui era la bandiera della Sampdoria, infatti, Mancini ha ottenuto il suo primo successo importante vincendo la Coppa Italia nel 1985, trofeo portato a casa anche nel 1988, 1989 e 1994; in quel caso, fu solo l'inizio della grande cavalcata dei doriani, che riuscirono a vincere uno storico Scudetto e una Coppa delle Coppe e persero ai supplementari una finale di Coppa dei Campioni contro il fortissimo Barcellona. Anche quando si è trasferito a Roma, sponda laziale, nella parte conclusiva della sua carriera, il Mancio ha mostrato un feeling particolare con la Coppa Italia, che ha vinto altre due volte, nel '98 e nel 2000, anno dello storico secondo Scudetto laziale.
Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, il tecnico di Jesi è diventato quasi subito allenatore, e anche in questa nuova veste ha subito ottenuto successi e riconoscimenti; inutile dire che i primi trofei sono stati rappresentati ancora una volta dalla Coppa Italia, vinta prima con la Fiorentina nel 2001, poi con la Lazio nel 2004, e infine con l'Inter nel 2005 e nel 2006, diventando l'unico allenatore ad aver portato a casa la coppa per 3 anni di fila. Un'ulteriore statistica testimonia il rapporto particolare che ha legato da sempre il Mancio a questo trofeo: è infatti il giocatore che ha collezionato più presenze nella storia della Coppa Italia, ben 120, una in più di Beppe Bergomi.
Da tifosi italiani, possiamo solo augurargli che quella di sabato sia la prima di tante vittorie alla guida del Manchester City, e in questo caso i precedenti fanno ben sperare: la coppa nazionale è sempre stato il trofeo che ha inaugurato le serie vincenti del Mancio; è accaduto sia con la Sampdoria e con la Lazio da giocatore, che con l'Inter da allenatore. Precedenti ben auguranti per i supporter dei Citizens, da tanti anni surclassati dai rivali cittadini dello United e dall'instancabile Sir Alex Ferguson, che sabato si è portato a casa l'ennesima Premier della sua carriera. Un avversario decisamente ostico, ma che di certo non spaventa il tecnico italiano, che oggi intanto sorride per la F.A. Cup, l'ennesima coppa nella sua incredibile bacheca.
Amo definirmi uno spirito libero, un giovane sospeso tra l'ancora fresca vita da studente e la nuova avventura alla ricerca di un lavoro e di una stabilità. Per il resto, non mi piace esprimere giudizi sulla mia persona e sul mio carattere, lascio agli amici l'arduo compito.
domenica 15 maggio 2011
lunedì 9 maggio 2011
Piccola tra le grandi
Il mese di maggio è da sempre decisivo per l'assegnazione dei titoli continentali nella maggior parte degli sport europei: Champions League ed Europa League nel calcio, Heineken Cup e Challenge Cup nel rugby, Eurolega nel basket. Vorrei concentrarmi proprio su questa competizione, unica tra quelle citate in cui una squadra italiana, la Montepaschi Siena, si giocava la vittoria, con grande ottimismo e la consapevolezza di non avere nulla da perdere. A inizio stagione, infatti, la compagine di coach Pianigiani veniva da un profondo rinnovamento del roster a disposizione, con la partenza di alcuni nomi illustri (Domercant, Sato, Eze, soprattutto il leader McIntyre), e nelle prime giornate sembrava essere tornata una squadra "normale", non più la dominatrice delle ultime stagioni. Invece, con il passare delle partite, la MensSana ha ritrovato il suo gioco, duro in difesa ed estremamente preciso in attacco, si è riportata in vetta alla serie A ed ha passato senza problemi la prima fase di Eurolega.
Da lì è proseguita la favola europea del team, che ha iniziato la fase successiva perdendo le prime due partite e rischiando subito l'eliminazione, ma ha saputo vincere le restanti quattro e si è guadagnata meritatamente i quarti di finale. Di fronte, i fortissimi greci dell'Olympiakos, finalisti dell'Eurolega l'anno precedenti, con un budget invidiabile e grandi campioni in rosa. La vittoria sembrava un miraggio, soprattutto dopo il -48 subito nella prima partita della serie, una mazzata per qualsiasi squadra. Invece, Siena ha cambiato marcia, ha dimostrato un orgoglio incredibile, e con la forza della sua difesa e il cuore dei suoi giocatori ha portato a casa le tre vittorie decisive per guadagnare queste Final Four. Con un cammino del genere, in molti abbiamo iniziato a sognare da tifosi italiani, sperando di riuscire a riportare in Italia un trofeo che manca ormai da 10 anni, e in cui non siamo protagonisti da troppo tempo.
Il sogno, purtroppo, si è infranto davanti ad una squadra talentuosa e quadrata, mentalmente superiore e abituata a vincere come il Panathinaikos, e soprattutto davanti al suo allenatore, Zeliko Obradovic, uno dei più grandi allenatori di basket europei di sempre. Nella sua carriera, aveva già portato a casa il trofeo per sette volte con quattro squadre diverse (tre con i greci), oltre a vari titoli nazionali e a importanti medaglie con la nazionale della Jugoslavia (tra cui un argento olimpico in casa del Dream Team USA nel '96). Di fronte a lui, la Montepaschi si è scoperta improvvisamente piccola, ancora una volta troppo piccola per competere e lottare davvero alla pari. Ha giocato metà partita alla pari, in alcuni momenti è sembrata in grado di farcela, ma alla fine ha subito la maggiore esperienza del Pana e il talento dei suoi campioni, pronti a salire sul tetto d'Europa ancora una volta, l'ottava per il loro strepitoso allenatore. E' stata una sconfitta onorevole, che ha lasciato molto amaro in bocca a Pianigiani e ai suoi giocatori, ma ha anche dimostrato ancora una volta che il campionato italiano non è abbastanza competitivo; lo prova il fatto che Siena, che sta dominando in patria da cinque anni, con una superiorità sulle altre squadre a tratti disarmante, in Europa sembra l'unica in grado di competere con i top team. Le altre compagini nostrane, invece, non mostrano la stessa programmazione, la stessa oculatezza nelle scelte, e in Eurolega faticano a superare il solo primo turno. Davvero un peccato, considerando i tanti trofei continentali portati a casa da Milano, Varese, Cantù Roma e Bologna (sponda Virtus) negli anni passati. C'è bisogno di regole nuove, che limitino la presenza degli stranieri favorendo l'inserimento e la crescita di giocatori italiani per nascita (non solo per passaporto), e soprattutto permettano una selezione migliore a livello di qualità per gli atleti che vengono a giocare nel nostro campionato.
Per ora, rimane solo il rimpianto per l'impresa sfiorata dalla Montepaschi, che una volta di più ha dimostrato quanto la campionissima recente del basket italiano sia ancora troppo piccola per tornare ad issarsi lassù, tra le grandi d'Europa.
venerdì 6 maggio 2011
Una coppa "inutile"?
Le partite di ieri sera hanno sancito il dominio del Portogallo in questa edizione dell'Europa League (quella che da nostalgici continuiamo a chiamare Coppa UEFA). Nella finale di Dublino, infatti, saranno di fronte il Porto di Villas Boas, già considerato da molti come l'erede di Mourinho, e il Braga, squadra meno nobile ma che si è portata a casa "scalpi" illustri come quelli di Liverpool, Dinamo Kiev e Benfica. Per l'ottava volta nella storia della competizione ci sarà un derby in finale, e viene quasi da sorridere al pensiero che nella metà delle occasioni le protagoniste di questi derby erano squadre italiane.
Fin dalla sua creazione, nel lontano 1958 (all'epoca e fino al '71 si chiamava Coppa delle Fiere), la Coppa UEFA è sempre stata considerata la meno importante delle tre competizioni europee per club, sovrastata dalle ben più ambite Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe. Nonostante questo, ha sempre riservato un buon numero di soddisfazioni per le compagini italiane (ha rappresentato, ad esempio, il primo trofeo continentale della Juventus, nel 1977), che ad un certo punto avevano praticamente monopolizzato questa coppa. Si può infatti notare che, dal 1988-89 al 1998-99, ben 14 squadre italiane hanno disputato la finale, portando a casa il trofeo per 8 volte; in pratica, uno dei nostri team ha partecipato all'atto conclusivo di questa manifestazione in ognuna delle edizioni citate (unica eccezione la stagione 1995-96), con ben 4 derby. E' andata ad arricchire le bacheche di Napoli (1989), Juventus (1990 e 1993), Inter (1991, 1994 e 1998) e Parma (1995 e 1999), ha visto le grandi imprese di Fiorentina, Roma, Torino, Lazio (finaliste in 4 occasioni), oltre al Genoa di Bagnoli e al Cagliari di Bruno Giorgi, splendide protagoniste in altre due edizioni del torneo.
Un vero e proprio monopolio, che purtroppo si è interrotto dopo le grandi riforme che hanno coinvolto le competizioni europee per club nel 1999: da quell'anno, infatti, è aumentato il numero di partecipanti alla Champions League, mentre l'eliminazione della Coppa delle Coppe doveva servire a dare ulteriore risalto alla Coppa UEFA e renderla ancor più appetibile alle squadre che vi partecipavano. Nonostante questo, le squadre italiane hanno iniziato a considerare questa competizione sempre più come un peso, un torneo di scarsa importanza, una perdita di tempo ed energie, e l'hanno snobbata schierando spesso formazioni rimaneggiate; il risultato è stato che da allora nessuna compagine italiana è più arrivata in finale, con sconfitte anche pesanti e prestazioni modeste durante la manifestazione. All'inizio nessuno ha mai dato troppo peso a questo, ma con il passare delle stagioni l'importanza dei risultati in questa presunta "coppetta" è apparsa evidente nel ranking UEFA, il sistema a punti che stabilisce quante squadre per ogni nazione potranno prendere parte alla Champions e all'Europa League. In questa classifica, dopo essere stata a lungo in posizioni di vertice, l'Italia ha perso sempre più punti, tanto che la prossima sarà l'ultima edizione con 4 squadre in Coppa dei Campioni; nel 2012-13 cederemo questo vantaggio alla Germania, per la prima volta dopo le riforme del 1999.
Questa è di certo una grande sconfitta per il nostro calcio, e tutti si attendono una risposta dalla Federazione e dai club, i maggiori indiziati per questa figuraccia a livello europeo. Non sarà facile tornare ad avere posizioni di vertice, ma bisogna cominciare a lavorare seriamente in questa direzione, innanzitutto convincendo presidenti, allenatori e giocatori che questa "coppa di serie B" ha un suo valore e va ugualmente onorata. Speriamo che l'aumento dei guadagni economici stabilito dall'ennesima riforma (quella che ha portato alla creazione di questa Europa League) sia un buon incentivo per affrontare seriamente questo torneo e, magari, riuscire a riportarlo finalmente in Italia. Perchè è bello vedere una squadra che vince, ma lo è ancora di più se quella squadra porta i colori della tua nazione...
Fin dalla sua creazione, nel lontano 1958 (all'epoca e fino al '71 si chiamava Coppa delle Fiere), la Coppa UEFA è sempre stata considerata la meno importante delle tre competizioni europee per club, sovrastata dalle ben più ambite Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe. Nonostante questo, ha sempre riservato un buon numero di soddisfazioni per le compagini italiane (ha rappresentato, ad esempio, il primo trofeo continentale della Juventus, nel 1977), che ad un certo punto avevano praticamente monopolizzato questa coppa. Si può infatti notare che, dal 1988-89 al 1998-99, ben 14 squadre italiane hanno disputato la finale, portando a casa il trofeo per 8 volte; in pratica, uno dei nostri team ha partecipato all'atto conclusivo di questa manifestazione in ognuna delle edizioni citate (unica eccezione la stagione 1995-96), con ben 4 derby. E' andata ad arricchire le bacheche di Napoli (1989), Juventus (1990 e 1993), Inter (1991, 1994 e 1998) e Parma (1995 e 1999), ha visto le grandi imprese di Fiorentina, Roma, Torino, Lazio (finaliste in 4 occasioni), oltre al Genoa di Bagnoli e al Cagliari di Bruno Giorgi, splendide protagoniste in altre due edizioni del torneo.
Un vero e proprio monopolio, che purtroppo si è interrotto dopo le grandi riforme che hanno coinvolto le competizioni europee per club nel 1999: da quell'anno, infatti, è aumentato il numero di partecipanti alla Champions League, mentre l'eliminazione della Coppa delle Coppe doveva servire a dare ulteriore risalto alla Coppa UEFA e renderla ancor più appetibile alle squadre che vi partecipavano. Nonostante questo, le squadre italiane hanno iniziato a considerare questa competizione sempre più come un peso, un torneo di scarsa importanza, una perdita di tempo ed energie, e l'hanno snobbata schierando spesso formazioni rimaneggiate; il risultato è stato che da allora nessuna compagine italiana è più arrivata in finale, con sconfitte anche pesanti e prestazioni modeste durante la manifestazione. All'inizio nessuno ha mai dato troppo peso a questo, ma con il passare delle stagioni l'importanza dei risultati in questa presunta "coppetta" è apparsa evidente nel ranking UEFA, il sistema a punti che stabilisce quante squadre per ogni nazione potranno prendere parte alla Champions e all'Europa League. In questa classifica, dopo essere stata a lungo in posizioni di vertice, l'Italia ha perso sempre più punti, tanto che la prossima sarà l'ultima edizione con 4 squadre in Coppa dei Campioni; nel 2012-13 cederemo questo vantaggio alla Germania, per la prima volta dopo le riforme del 1999.
Questa è di certo una grande sconfitta per il nostro calcio, e tutti si attendono una risposta dalla Federazione e dai club, i maggiori indiziati per questa figuraccia a livello europeo. Non sarà facile tornare ad avere posizioni di vertice, ma bisogna cominciare a lavorare seriamente in questa direzione, innanzitutto convincendo presidenti, allenatori e giocatori che questa "coppa di serie B" ha un suo valore e va ugualmente onorata. Speriamo che l'aumento dei guadagni economici stabilito dall'ennesima riforma (quella che ha portato alla creazione di questa Europa League) sia un buon incentivo per affrontare seriamente questo torneo e, magari, riuscire a riportarlo finalmente in Italia. Perchè è bello vedere una squadra che vince, ma lo è ancora di più se quella squadra porta i colori della tua nazione...
lunedì 2 maggio 2011
Cercasi giovane pilota italiano
Da tifoso e grande appassionato di Motomondiale, ho ancora negli occhi l'impresa sfiorata ieri dal nostro Andrea Iannone, autore ancora una volta di una grande rimonta che sfortunatamente non si è conclusa con la vittoria; sono comunque felice per il nostro concittadino, che in questa stagione sta dimostrando di meritare una moto e un team competitivo, e sono convinto che se riuscirà a trovare una buona continuità di risultati potrà togliersi tante soddisfazioni. Inoltre, mi fa piacere vedere che ci sono ancora dei piloti italiani giovani e di talento (oltre ad Andrea ci sono anche Simone Corsi, Raffaele De Rosa e altri ragazzi interessanti) che riescono ad emergere nelle classi minori.
Ma se nella Moto2 (quella che fino a due anni fa era la famosa classe 250) la situazione appare ancora rosea in prospettiva futura, non mi sento di poter dire altrettanto per la categoria inferiore, quella 125 che fino a pochi anni fa ha regalato tantissime soddisfazioni e vittorie ai nostri colori. Ricordo che, fin da quando ero bambino, questo campionato era considerato come una sorta di fucina per i campioni del futuro, la fabbrica dei giovani piloti, e gli italiani hanno sempre recitato il ruolo dei protagonisti. Basti ricordare, negli ultimi 15 anni, i titoli di Valentino Rossi nel '97, di Roberto Locatelli nel 2000, di Manuel Poggiali (sanmarinese, ma fa poca differenza...) nel 2001 e di Andrea Dovizioso nel 2004, oltre alle vittorie ottenute da tanti altri piloti, come Cecchinello, Perugini, Melandri, Sanna, De Angelis, Borsoi e, in tempi recenti, Simoncelli, Corsi e Pasini, oltre ovviamente al nostro Andrea. Se ai piloti aggiungiamo la mitica Aprilia, che ha contribuito a portare al successo quasi tutti questi atleti, possiamo davvero dire che l'Italia ha sempre rivestito un ruolo da protagonista nella 125.
Nelle ultime stagioni, tuttavia, questo grande binomio ha subito un deciso crollo: dopo la vittoria di Iannone nel Gran Premio di Catalogna (giugno 2009), infatti, nessun pilota azzurro è riuscito più a salire sul gradino più alto del podio, e i risultati degli ultimi mesi non hanno mostrato nessun miglioramento; giusto per dare un'idea, il miglior italiano in questo momento è Simone Grotzkyj, che ha concluso il campionato precedente alla diciannovesima posizione e come miglior piazzamento ha ottenuto un nono posto nel Gran Premio d'Olanda. Decisamente troppo poco, soprattutto pensando che in questo momento non sembrano esserci piloti italiani in grado di fare meglio. Per contro, si è assistito a una straordinaria fioritura di centauri spagnoli: dopo Pedrosa e Lorenzo, che si sono confermati anche nelle categorie superiori, sono emersi altri piloti di livello come Bautista, Barberà, Faubel, Simon, Gadea, Espargaro, Marquez e Terol; si può quasi parlare di un dominio iberico, soprattutto se pensiamo che l'anno scorso la bandiera spagnola ha colorato il podio in 16 dei 17 Gran Premi disputati. Analizzare il motivo di questo improvviso cambiamento è molto difficile, quel che è certo è che forse non viene rivolta la giusta attenzione ai piloti italiani, come invece accadeva in passato, e in questo sport il talento ha sempre bisogno di essere supportato da un mezzo adeguato, altrimenti i risultati arrivano molto difficilmente; la speranza è che questi risultati deludenti facciano riflettere i nostri scopritori di talenti e le case motociclistiche e diano nuova linfa a un movimento che, oggi come non mai, sta vivendo una profonda crisi.
Comunque, i tanti tifosi del motociclismo si possono consolare pensando ai piloti che corrono e si fanno onore nelle due categorie superiori, e sognare un successo con i nuovi binomi tutti italiani Iannone-Speed Master e Rossi-Ducati. Inoltre, bisogna ricordare che se l'Italia non sorride più come un tempo nel Motomondiale, in Formula 1 sono quasi 60 anni che un pilota azzurro non ottiene la vittoria finale (ci riuscì Ascari nel '53), e addirittura dopo il primo posto di Patrese in Giappone nel '92 sono arrivati solo 4 successi in quasi 20 anni di corse, nonostante la presenza di una scuderia dominante come la Ferrari. E dire che tutti ci considerano da sempre il popolo dei motori...
giovedì 28 aprile 2011
Due lampi nel buio
Il day-after del primo confronto di Champions tra Real e Barcellona porta con sé una domanda: cosa sarebbe successo senza quel rosso severo a Pepe? Ovviamente non esiste una risposta, ma di sicuro avremmo visto una partita diversa, probabilmente sulla falsariga di quella che era stata per 60 minuti: un match di calci e tensione, piuttosto che di calcio.
Sì, perchè fino a quell'episodio la gestione di Mourinho sembrava quella giusta, forse l'unica possibile contro una formazione che gioca in modo magnifico: tanto pressing, squadra cortissima, tutti dietro la linea del pallone ad attendere l'errore dell'avversario e a ripartire con i contropiede; l'ormai celebre "manita" del resto aveva insegnato a tutti che provare a giocarsela contro il Barça poteva essere un suicidio. Il pareggio della Liga e la vittoria in Copa del Rey gli avevano dato ragione, e in molti avevano cominciato a pensare a Mou come al favorito anche in questa doppia sfida di Champions. La partita in sé non aveva dato indicazioni in merito, ma dopo l'espulsione ha inesorabilmente sorriso ai blaugrana, condannando il Madrid a una nuova, cocente delusione, e spegnendo forse i suoi sogni di gloria europea.
Già, l'espulsione: si potrebbe stare per ore davanti alla moviola per capire l'entità del fallo di Pepe e si può criticare l'operato di Stark e del suo assistente per aver preso una decisione severa che ha indubbiamente indirizzato la gara. Ma è anche evidente che quando giochi una partita mettendola sul contatto e sull'intimidazione, con entrate dure e spesso al limite, il rischio di andare oltre e venire penalizzato dall'arbitro c'è. Il Real si è lamentato di giocare sempre in 10 contro gli odiati rivali, ma in quelle occasioni i rossi erano stati molto più netti, sia per gioco duro (Ramos) che per fallo da ultimo uomo (Albiol). Certo, il comportamento di alcuni giocatori del Barça, che accentuavano e esasperavano ogni contatto (su tutti Busquets, non nuovo a questi comportamenti...), non è stato bello da vedere, e il clima generale di tensione e astio che si è creato tra queste due squadre e i rispettivi allenatori non è stato un buon biglietto da visita per il calcio; uno spettacolo indegno delle grandi premesse che accompagnavano questa partita, una prassi che troppo spesso si ripete nelle occasioni importanti, quando la paura di perdere soffoca la bellezza del gioco del pallone.
E allora, da amante di questo sport, mi consolo alla vista di colui che è riconosciuto, ormai unanimemente, come l'unico e vero erede di Maradona: Leo Messi. Due reti, due lampi di classe nel buio di questa partita tattica e noiosa, il secondo dopo una splendida azione in velocità a saltare tutta la difesa avversaria. A 23 anni ha già vinto tutto con il suo club ed è entrato di diritto nella ristretta lista dei fenomeni del calcio, tanto che qualcuno ha iniziato a dire che la Pulce è persino superiore a Diego; paragoni come sempre impossibili da fare, come quelli tra il Pibe e il rivale di sempre, Pelè, per mille motivazioni, ma di sicuro Leo è il giocatore più forte in questo momento e può scrivere pagine importanti nella storia di questo sport. Molto probabilmente non avremmo visto questa nuova prodezza senza l'espulsione; può essere questa la vera consolazione per chi da sempre preferisce il Calcio ai calci...
domenica 24 aprile 2011
Non sono una Signora...
C'era una volta una squadra che veniva considerata la Regina d'Italia, che ogni anno iniziava il campionato con un solo obiettivo in mente: vincere. Era una formazione sempre protagonista, che non si accontentava mai del secondo posto, e che divideva tutta la penisola tra chi la sosteneva e chi la odiava, senza via di mezzo. Questa squadra era la Juventus, la Vecchia Signora del calcio italiano. Era, appunto, perchè quella vista in campo in questi ultimi anni appare solo una brutta copia sbiadita di quella società vincente.
Nell'estate del 2006 la Juve ha vissuto il momento più basso della sua storia, con la retrocessione in serie B e il rischio di radiazione per illecito sportivo. Da quel momento, l'unico obiettivo della società è stata una pronta rinascita, con la rifondazione dalle fondamenta, l'immediato ritorno nella massima serie e il raggiungimento di nuovi successi (in Italia e in Europa) nel giro di pochi anni. Ma se la promozione in serie A è giunta subito e senza eccessivi patemi, non altrettanto si può dire dei restanti obiettivi: dopo un terzo e un secondo posto illusori, la Juve è sprofondata in una profonda crisi di identità e di risultati, coincisi con una stagione di assoluto anonimato (settimo posto, fuori dalla Champions) e un'altra annata che si sta rivelando tutt'altro che memorabile.
Il terremoto di Calciopoli, oltre a far sprofondare negli Inferi la squadra e nello sconforto i suoi tifosi, ha infatti obbligato la Juve a ricostruire quasi da zero la sua struttura societaria e la sua dirigenza, ed è proprio lì che sono nati i veri problemi. Coloro che dovevano sostituire e cancellare Luciano Moggi dalla mente dei tifosi stanno finendo quasi col farlo rimpiangere, perchè quelli che dovevano essere i grandi colpi di mercato per riportare tra i grandi la Signora si sono rivelati dei terribili boomerang; Secco è stato il primo a pagare per questi fallimenti, rassegnando le dimissioni, ma il suo sostituto Marotta non ha ancora convinto, nonostante la promessa di acquisti di livello per la prossima stagione. Quello del direttore sportivo, però, non è il solo ruolo dirigenziale che non ha convinto: è tutta la società che lascia perplessi per la sua programmazione poco chiara, per le tante promesse di successi non mantenute, per i troppi cambi di allenatore in pochi anni.
Proprio l'allenatore è un altro dei grandi argomenti di discussione per i tifosi: nei quasi sei anni successivi a Calciopoli, la Juve ha già avuto ben cinque allenatori diversi (sei se consideriamo le poche panchine di Corradini in serie B, dopo le dimissioni di Deschamps), e il record di "longevità" appartiene a Ranieri, che ha resistito in panchina per quasi due stagioni prima di gettare la spugna; troppo poco per riuscire a creare qualcosa di concreto e dare continuità a qualsiasi progetto. La causa di questa eccessiva instabilità e dei troppi cambiamenti è probabilmente l'ossessiva ricerca di trofei, l'impazienza di fronte a risultati deludenti, l'assenza ormai quasi decennale di titoli per una squadra dal grande blasone come la Juve; non si è dato il giusto peso alla radicale e inaspettata retrocessione in B del 2006, allo sconvolgimento che questa ha causato, e la fretta di dimenticare tutto ha portato a tanti, troppi errori di gestione che ancora si manifestano in modo fin troppo evidente.
La partita di ieri contro il Catania, con la beffa del pareggio subito al quinto minuto di recupero, è lo specchio della nuova Juve: poco solida mentalmente, intimidita dalla reazione caratteriale degli avversari, disattenta nella gestione di un vantaggio considerevole. Nonostante i tanti, troppi proclami di grandeur e di vittoria, la squadra appare ancora un cantiere aperto, con tanti giocatori che devono dimostrare il loro valore e i pochi punti fermi rimasti (Del Piero e Buffon) messi in dubbio dagli stessi dirigenti e ormai sconsolati di fronte a una situazione che non sembra migliorare. Senza un finale di stagione di buon livello, la Juve rischia di trovarsi l'anno prossimo fuori dalle coppe europee, con un grave danno d'immagine e soprattutto economico, perchè mancherebbero i soldi per un mercato adeguato e per avere quei giocatori di qualità che tutti invocano. Il tutto mentre in altre formazioni di serie A si mettono in mostra tanti elementi frettolosamente scartati da dirigenza e allenatori perchè ritenuti inadatti, come i vari Balzaretti, Nocerino, Criscito e Giovinco, solo per citarne alcuni.
I tifosi attendono sconsolati l'ennesima rivoluzione d'agosto, sperando che finalmente alle parole seguano i fatti e che quello che sembra un terribile incubo si concluda al più presto. Il lavoro maggiore dovrà essere fatto sulla testa dei giocatori e dei dirigenti, affinchè la Juve smetta di ragionare come una provinciale e torni ad affrontare ogni partita con l'orgoglio e la determinazione che la caratterizzavano; se si ricostruirà la mentalità giusta, se i campioni torneranno a vestire la maglia bianconera, se lo scudetto sarà di nuovo il primo pensiero di tutti, allora la Vecchia Signora potrà tornare davvero tale. Del resto, come ha sempre sostenuto Giampiero Boniperti, storica bandiera e grande presidente della squadra, "alla Juventus vincere non è importante, è l'unica cosa che conta."
Nell'estate del 2006 la Juve ha vissuto il momento più basso della sua storia, con la retrocessione in serie B e il rischio di radiazione per illecito sportivo. Da quel momento, l'unico obiettivo della società è stata una pronta rinascita, con la rifondazione dalle fondamenta, l'immediato ritorno nella massima serie e il raggiungimento di nuovi successi (in Italia e in Europa) nel giro di pochi anni. Ma se la promozione in serie A è giunta subito e senza eccessivi patemi, non altrettanto si può dire dei restanti obiettivi: dopo un terzo e un secondo posto illusori, la Juve è sprofondata in una profonda crisi di identità e di risultati, coincisi con una stagione di assoluto anonimato (settimo posto, fuori dalla Champions) e un'altra annata che si sta rivelando tutt'altro che memorabile.
Il terremoto di Calciopoli, oltre a far sprofondare negli Inferi la squadra e nello sconforto i suoi tifosi, ha infatti obbligato la Juve a ricostruire quasi da zero la sua struttura societaria e la sua dirigenza, ed è proprio lì che sono nati i veri problemi. Coloro che dovevano sostituire e cancellare Luciano Moggi dalla mente dei tifosi stanno finendo quasi col farlo rimpiangere, perchè quelli che dovevano essere i grandi colpi di mercato per riportare tra i grandi la Signora si sono rivelati dei terribili boomerang; Secco è stato il primo a pagare per questi fallimenti, rassegnando le dimissioni, ma il suo sostituto Marotta non ha ancora convinto, nonostante la promessa di acquisti di livello per la prossima stagione. Quello del direttore sportivo, però, non è il solo ruolo dirigenziale che non ha convinto: è tutta la società che lascia perplessi per la sua programmazione poco chiara, per le tante promesse di successi non mantenute, per i troppi cambi di allenatore in pochi anni.
Proprio l'allenatore è un altro dei grandi argomenti di discussione per i tifosi: nei quasi sei anni successivi a Calciopoli, la Juve ha già avuto ben cinque allenatori diversi (sei se consideriamo le poche panchine di Corradini in serie B, dopo le dimissioni di Deschamps), e il record di "longevità" appartiene a Ranieri, che ha resistito in panchina per quasi due stagioni prima di gettare la spugna; troppo poco per riuscire a creare qualcosa di concreto e dare continuità a qualsiasi progetto. La causa di questa eccessiva instabilità e dei troppi cambiamenti è probabilmente l'ossessiva ricerca di trofei, l'impazienza di fronte a risultati deludenti, l'assenza ormai quasi decennale di titoli per una squadra dal grande blasone come la Juve; non si è dato il giusto peso alla radicale e inaspettata retrocessione in B del 2006, allo sconvolgimento che questa ha causato, e la fretta di dimenticare tutto ha portato a tanti, troppi errori di gestione che ancora si manifestano in modo fin troppo evidente.
La partita di ieri contro il Catania, con la beffa del pareggio subito al quinto minuto di recupero, è lo specchio della nuova Juve: poco solida mentalmente, intimidita dalla reazione caratteriale degli avversari, disattenta nella gestione di un vantaggio considerevole. Nonostante i tanti, troppi proclami di grandeur e di vittoria, la squadra appare ancora un cantiere aperto, con tanti giocatori che devono dimostrare il loro valore e i pochi punti fermi rimasti (Del Piero e Buffon) messi in dubbio dagli stessi dirigenti e ormai sconsolati di fronte a una situazione che non sembra migliorare. Senza un finale di stagione di buon livello, la Juve rischia di trovarsi l'anno prossimo fuori dalle coppe europee, con un grave danno d'immagine e soprattutto economico, perchè mancherebbero i soldi per un mercato adeguato e per avere quei giocatori di qualità che tutti invocano. Il tutto mentre in altre formazioni di serie A si mettono in mostra tanti elementi frettolosamente scartati da dirigenza e allenatori perchè ritenuti inadatti, come i vari Balzaretti, Nocerino, Criscito e Giovinco, solo per citarne alcuni.
I tifosi attendono sconsolati l'ennesima rivoluzione d'agosto, sperando che finalmente alle parole seguano i fatti e che quello che sembra un terribile incubo si concluda al più presto. Il lavoro maggiore dovrà essere fatto sulla testa dei giocatori e dei dirigenti, affinchè la Juve smetta di ragionare come una provinciale e torni ad affrontare ogni partita con l'orgoglio e la determinazione che la caratterizzavano; se si ricostruirà la mentalità giusta, se i campioni torneranno a vestire la maglia bianconera, se lo scudetto sarà di nuovo il primo pensiero di tutti, allora la Vecchia Signora potrà tornare davvero tale. Del resto, come ha sempre sostenuto Giampiero Boniperti, storica bandiera e grande presidente della squadra, "alla Juventus vincere non è importante, è l'unica cosa che conta."
lunedì 18 aprile 2011
La compagnia dell'Anello
Con l'arrivo della primavera, giunge anche la conclusione della maggior parte dei campionati sportivi di tutto il Mondo, non soltanto per quanto riguarda il calcio. Negli Stati Uniti, ad esempio, il popolo degli appassionati di basket aspetta con ansia questo periodo dell'anno per conoscere finalmente quale squadra riuscirà a fregiarsi del titolo di campione NBA.
Il campionato di basket più famoso del Mondo, infatti, è uno dei tornei più lunghi e più massacranti in assoluto: nella sola stagione regolare, infatti, ogni squadra disputa complessivamente 82 partite, affrontando da un minimo di 2 a un massimo di 4 volte le altre franchigie e girando più volte tutta l'America (e non solo, visto che quest'anno la NBA ha fatto disputare alcune partite a Londra...); un torneo organizzato in modo davvero singolare e probabilmente poco comprensibile per noi europei, anche perchè, se lo spettacolo non manca mai in ogni partita per il grande atletismo e il talento dei singoli giocatori, non sempre l'impegno e la concentrazione sono al massimo per via del numero ravvicinatissimo di match da disputare. Lo scopo di questa prima parte di campionato, la cosiddetta Regular Season, è stabilire quali saranno le 16 migliori squadre (divise geograficamente, 8 ad Est e 8 ad Ovest) della lega, quelle che avranno così il diritto di partecipare ai playoff e lottare finalmente per il titolo.
Quanto è accaduto nella parte precedente della stagione, di solito, conta poco o nulla quando comincia questa seconda parte di torneo; l'unico vantaggio effettivo per le squadre che hanno ottenuto il maggior numero di vittorie è la possibilità di disputare l'eventuale gara decisiva di ogni serie in casa. In buona parte delle occasioni, la squadra che aveva ottenuto il miglior risultato durante la stagione regolare è poi riuscita a portarsi a casa il titolo, ma durante le serie di playoff non sono mai mancate le sorprese; in questo genere di sfide, l'agonismo e la determinazione (soprattutto nella fase difensiva) raggiungono un livello altissimo, che non viene toccato quasi mai durante il resto della stagione, e i veri campioni fanno la differenza e trascinano i propri compagni al successo finale, ribaltando i pronostici e regalando emozioni uniche agli spettatori di tutto il mondo.
Le sorprese, come detto, non sono mai mancate, e le prime gare dei playoff 2011 l'hanno ampiamente dimostrato: i Memphis Grizzlies, che finora erano arrivati a questa fase di stagione solo 3 volte e non avevano mai vinto, si sono imposti in casa dei più quotati San Antonio Spurs, e i New Orleans Hornets (squadra in cui gioca l'italiano Belinelli), da molti ritenuti una delle "cenerentole" del torneo, si sono tolti la soddisfazione di battere a domicilio i grandi Los Angeles Lakers, campioni uscenti. E' solo la prima partita, e da qui a giugno, quando si disputeranno le finali, la strada da percorrere è ancora molto lunga, ma sono più che sicuro le sorprese non mancheranno, e neanche lo spettacolo. Inoltre, provo un grande orgoglio nel vedere, per la prima volta nella storia, ben due italiani protagonisti in questi playoff: oltre al già citato Marco Belinelli, infatti, c'è Danilo Gallinari, che gioca nei Denver Nuggets; quest'ultimo ha avuto un esordio meno fortunato, perchè la sua squadra ha perso, ma come detto niente è perduto.
Il grande spettacolo della NBA comincia adesso, e tutti gli appassionati di basket del Mondo sono ansiosi di scoprire chi sarà, dopo quasi 100 partite, a infilare al dito il tanto sognato e (a questo punto è proprio il caso di dirlo) meritato anello di campione.
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