lunedì 13 giugno 2011

Uno sguardo sulla B


L'ultima volta che aveva ottenuto la promozione in serie A, era guidato in campo da Silvio Piola, il miglior marcatore di sempre nella storia del campionato italiano, e quando era retrocesso in B giocavano ancora campioni come Boniperti, Ghiggia, Nordahl, Liedholm, Schiaffino e Cesare Maldini. Erano rispettivamente il 1948 e il 1956, da allora sono passati 55 anni, trascorsi soprattutto nella serie cadetta, in C1 e in C2, senza mai avvicinarsi davvero ai fasti di un tempo. Adesso, il Novara Calcio può festeggiare la seconda promozione consecutiva, e torna ad assaporare finalmente l'aria della serie A e delle grandi sfide contro le maggiori squadre d'Italia. E' questo il verdetto espresso dai playoff della serie B, la degna conclusione di un torneo scoppiettante, dominato da Atalanta e Siena, ma incerto fino alla fine nelle zone alte e basse della classifica e vetrina invidiabile per nuovi talenti (giovani o esplosi tardi) del nostro campionato.
Alla fine, l'ha spuntata il team di Attilio Tesser, e bisogna dire che ha vinto con merito visto che si è piazzata terza al termine della stagione regolare e per molte partite ha espresso un ottimo calcio. La scelta di confermare quasi al completo la rosa della scorsa stagione, aggiungendo solo alcuni giocatori d'esperienza a centrocampo (Marianini a giugno, Parola e Pinardi a gennaio) e fidandosi del suo gioco e dei suoi schemi collaudati, alla fine ha pagato, come dimostra anche l'ottima stagione del Varese di Sannino, quarto in campionato ma eliminato dal sorprendente Padova nei playoff. Proprio i veneti sono stati la grande rivelazione: partiti bene, calati con l'infortunio del bomber Succi e coinvolti nella lotta per la retrocessione, hanno cambiato allenatore, promuovendo il trentasettenne Dal Canto dalla Primavera, e inanellato una serie di successi incredibili, gli ultimi contro Livorno e Torino, qualificandosi per i playoff e arrivando a 90 minuti dalla serie A. Ultima delle partecipanti ai playoff, un'altra squadra che puntava a un torneo tranquillo e presentava un organico molto giovane, la Reggina, trascinata dal bomber Bonazzoli e dal tecnico Atzori, ora chiamato a riportare la Sampdoria nel massimo campionato dopo l'inopinata retrocessione.
Per quanto riguarda le delusioni, sul banco degli imputati salgono ovviamente il Torino e il Livorno, squadre con organici di buon livello ma quasi mai in grado di competere seriamente con le rivali per la promozione. Per le due formazioni si annuncia un'estate molto calda, con cambi in panchina e l'ennesima rivoluzione nella rosa, nella speranza di tornare finalmente in Paradiso. Da sottolineare la stagione di Pescara ed Empoli, protagoniste con un buon gioco e capaci di far emergere molti giocatori giovani, come Verratti e Fabbrini. Deludenti invece il Sassuolo e il Grosseto, reduci da una serie di buone stagioni condite anche dai playoff, l'Ascoli, colpito da vari punti di penalizzazione per inadempienze societarie, e soprattutto il Piacenza, retrocesso in Lega Pro dopo oltre 20 anni; a far compagnia agli emiliani, la matricola Portogruaro, il Frosinone e la Triestina.
Ora tutti vanno in vacanza, prima di programmare una nuova, intensa e lunga stagione, anche se l'improvvisa esplosione di quello che sembra un nuovo scandalo-scommesse potrebbe togliere il sonno a molti tra presidenti, allenatori e giocatori. Per ora, chi festeggia in assoluta tranquillità è il Novara, che potrà finalmente riportare il suo glorioso nome in serie A, oltre a quello del suo giocatore-simbolo, il già citato Piola. A lui infatti è dedicato lo stadio dei piemontesi, il primo con terreno interamente in erba sintetica, una novità assoluta nella storia del massimo campionato italiano di calcio.

La prima volta dei Mavs


In America li chiamano "party crasher", vale a dire coloro che si presentano ad una festa non invitati e la rovinano. In questo caso, la festa doveva essere quella dei Miami Heat e dei nuovi Big Three, Lebron James, Dwayne Wade e Chris Bosh; per il primo, in particolare, sembrava finalmente arrivata la completa maturazione, con il supporto di altre due stelle stava riuscendo ad ottenere quel tanto sospirato primo anello e a scrollarsi di dosso tutte le critiche che gli erano arrivate dopo la sua Decision di lasciare i Cavaliers in estate. La serie dei playoff NBA era cominciata nel modo migliore, con tre vittorie consecutive per 4 a 1, e se la prima contro Philadelphia era data per scontata, ben più importanti erano state quelle contro i Boston Celtics, acerrimi rivali durante di Miami tutta la stagione e di James in passato, e soprattutto contro i Chicago Bulls del miglior giocatore dell'anno, Derrick Rose. Anche le clamorose sconfitte a ovest di San Antonio contro Memphis al primo turno e il cappotto di Dallas contro i campioni uscenti dei Lakers in semifinale sembravano avvicinare la squadra della Florida al suo secondo titolo NBA. Rivali nelle finali, proprio quei Dallas Mavericks che erano stati loro avversari nel 2006, anno in cui Miami aveva ottenuto il suo primo successo, battendo 4 a 2 i texani.
La prima partita delle finali, nettamente vinta in casa dagli Heat, sembrava l'inizio di una cavalcata trionfale, e nella seconda partita Wade e compagni erano a +15 a 6 minuti dalla fine e sembravano sul punto di dare già un colpo decisivo alla serie. Proprio lì, però, qualcosa si è rotto, Dallas ha rimontato ed è riuscita a vincere, mettendo seri interrogativi nei rivali e cambiando infine l'equilibrio dell'intera serie. Pur perdendo gara 3 in casa, infatti, i Mavs hanno trovato la freddezza per portarsi a casa la partita successiva e, sul 2-2 nella serie, si sono aggiudicati le due partite seguenti, portando a casa il primo titolo nella storia e ottenendo una dolce vendetta sportiva contro Miami. Analizzando bene queste finali NBA, si potrebbe semplicemente dire che ha vinto la squadra più completa e più forte, quella che si è basata sul gioco collettivo piuttosto che sul talento dei singoli, che ha sempre fatto dell'attacco la sua arma principale. Tra i tanti campioni, merito speciale va al leader di Dallas, il secondo europeo di sempre a vincere il titolo di MVP delle finali: Dirk Nowitzki. Accusato molto spesso di scomparire nei momenti decisivi delle partite, il tedesco ha saputo zittire tutti, mantenendo medie superiori ai 26 punti per tutta la serie, con percentuali superiori al 90% ai tiri liberi (una vera sentenza!) e una presenza incredibile nei minuti finali di ogni sfida; si ricorderà soprattutto la sua gara 4, quando ha giocato con oltre 38 di febbre e, dopo aver sbagliato tanti tiri, ha comunque trovato la forza di fare le giocate decisive negli ultimi minuti, quelle che sono valse la vittoria per Dallas. E' il trionfo di tanti giocatori dal grande talento ma che non erano mai riusciti a fare il passo decisivo, e che vista l'età anagrafica sembravano davvero all'ultima chance della carriera: basta pensare a Jason Kidd (38 anni), Jason Terry (34), Shawn Marion (33), Peja Stojakovic (34) e allo stesso Nowitzki (33). Oltre a loro, anche i vari Chandler, Barea e Stevenson, oltre ai panchinari Haywood, Mahinmi e Cardinal, hanno dato il loro apporto alla causa, segnando magari pochi punti ma risultando a volte decisivi.
Dall'altra parte, nella delusione generale degli Heat, King James è stato forse il principale imputato di questa sconfitta. Lui, che da anni viene considerato il più forte giocatore di basket in attività, ha perso l'ennesima occasione di vincere il trofeo e zittire i suoi numerosi critici, e stavolta con l'aggravante di esser partito come favorito in queste finali. Ma proprio nel momento in cui la squadra aveva bisogno di lui, il brutto anatroccolo non ha mantenuto le promesse e non si è trasformato nel bel cigno che tutti aspettavano: Lebron ha steccato non tanto dal punto di vista dei numeri, quanto per le scarse percentuali e, soprattutto, per la preoccupante mancanza di personalità nei quarti finali delle partite, proprio all'opposto di Nowitzki; nelle altre tre serie di playoff era stato lui a prendere in mano la squadra in quei momenti e a portare a casa la vittoria, stavolta è sparito in maniera sistematica, e proprio questo è stato decisivo per indirizzare la serie verso il Texas. Altro imputato Chris Bosh, che non ha confermato il suo tenore di grande stella con prestazioni altalenanti e poco incisive. Il solo Wade è stato forse ai suoi abituali livelli, prendendosi le giuste responsabilità anche quando si è infortunato all'anca in gara 5, ma il suo talento non è bastato a sopperire all'assenza degli altri due fenomeni. Il resto l'hanno fatto il supporting cast (gli altri membri della squadra), non in grado di competere con quello di Dallas, e soprattutto la gestione offensiva degli ultimi possessi, consistenti troppe volte in isolamenti 1 contro 1 e tiri presi all'ultimo secondo con difficili forzature.
Ora tutti aspettano l'estate per ricaricare le pile, valutare i nuovi assetti delle squadre con il draft e le scelte di mercato, e scoprire soprattutto se ci sarà il tanto temuto sciopero oppure no. Nell'attesa, noi tifosi continuiamo a rivedere le fresche immagini dei nuovi campioni NBA e di queste bellissime finali, che ancora una volta non hanno tradito le attese di tutti gli amanti del basket nel Mondo.

giovedì 2 giugno 2011

Shaq O'Neal, like no other


La notizia l'ha data personalmente, con un video su Twitter rivolto ai suoi numerosissimi tifosi, ai quali per primi ha voluto far conoscere la sua scelta: Shaquille Rashaun O'Neal, a 39 anni, ha deciso di dire basta con il basket. Dopo venti stagioni nella NBA vissute da protagonista, il centro originario del New Jersey, uno dei più forti giocatori di tutti i tempi, nel ruolo di centro e non solo, si ritira ufficialmente dallo sport giocato. Con lui, lo sport americano non saluta soltanto un atleta straordinario, uno dei più dominanti nella storia della NBA per fisico e muscolatura (216 cm per 146 chili!), ma soprattutto un protagonista incredibile fuori dal campo, con le sue trovate, le sue stravaganze, i suoi sketch e la sua grande simpatia.
Arrivato ventenne nella lega, come prima scelta al Draft del 1992, Shaq si impose subito per le sue doti atletiche e per la sua potenza devastante (per ben due volte fece collassare il canestro con una delle sue schiacciate...), divenendo subito un beniamino delle folle e ottenendo una buona celebrità. Selezionato dagli Orlando Magic, squadra nata soltanto tre anni prima del suo arrivo e fino ad allora autentica "cenerentola" della NBA, diventa immediatamente un punto di riferimento per i compagni e un pericolo per gli avversari, viaggiando a oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media per tutta la stagione e ottenendo il premio di Rookie of the Year (Matricola dell'anno). Anche a livello internazionale la sua fama cresce: con la nazionale statunitense vince l'oro sia ai Mondiali del '94 (in cui viene nominato miglior giocatore), sia alle Olimpiadi di Atlanta '96. Con l'arrivo in squadra del fortissimo playmaker Penny Hardaway, i Magic diventano una squadra di primo livello, e nel '95 riescono ad arrivare fino alle finali NBA, eliminando persino i fortissimi Bulls del rientrante Michael Jordan. Nel momento decisivo, Shaq e compagni perdono contro i più esperti Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, un altro grande centro, molto apprezzato dallo stesso O'Neal. L'anno successivo è il migliore per la squadra, ma stavolta lo scontro contro Chicago nei playoff si risolve a favore di Jordan, tornato su livelli strepitosi.
Nell'estate del 1996, insoddisfatto del contratto che gli viene offerto dai Magic e attirato da Los Angeles, Shaq si trasferisce ai Lakers, deciso a vincere il titolo NBA e intraprendere nello stesso tempo anche una carriera nel mondo dello spettacolo. Le prime stagioni sono deludenti, la squadra non arriva nemmeno alle finali a Ovest, ma tutto cambia con l'arrivo di Phil Jackson, l'uomo che aveva trasformato i Bulls di Jordan in una squadra di vincenti. Sotto la sua guida, e con l'esplosione di un altro talento come Kobe Bryant (con cui avrà sempre un rapporto difficile, d'amore e d'odio), O'Neal esprime forse il suo miglior basket: vince tre titoli NBA consecutivi, dal 2000 al 2002, è nominato MVP (miglior giocatore) delle finali in tutte le occasioni, e nel 2000 è anche miglior giocatore della stagione NBA. Esaurito questo fantastico triennio, i Lakers vivono due stagioni deludenti, e nel 2004 perdono da favoriti le finali NBA contro Detroit. Questo porta a una rivoluzione, con la partenza (solo momentanea) dell'allenatore Jackson e di O'Neal, ritenuto troppo costoso e ormai ai ferri corti con l'altra stella Bryant.
In estate, Shaq passa ai Miami Heat, una squadra che non ha mai ottenuto grandi risultati nella NBA, e promette di portare il titolo di campione in Florida. Grazie a lui, e con la contemporanea esplosione di un altro fenomeno come Dwayne Wade, gli Heat arrivano subito a un passo dalla finale nel 2005, quando si arrendono ai campioni uscenti di Detroit. L'anno dopo, però, nessuno riesce a fermare la loro marcia verso il trionfo, ottenuto con una grande rimonta su Dallas, che aveva vinto le prime due partite delle finali. E' forse la vittoria più grande per O'Neal, che mantiene la sua promessa in meno di due anni e dimostra di essere determinante anche senza il "gemello" Bryant.
Da quel momento, però, la carriera del centrone conosce un inevitabile calo, dovuto all'avanzare degli anni e ai tanti acciacchi che lo tormentano e limitano la sua presenza in campo. Nel giro di poche stagioni, O'Neal cambia più volte squadra, passando da Miami a Phoenix nel febbraio del 2008, quindi accordandosi con Cleveland nell'estate del 2009 e, infine, accasandosi con i Boston Celtics nel 2010. Sono gli ultimi anni della sua luminosa carriera, e si rivelano avari di soddisfazioni per O'Neal, che non raggiunge più le finali NBA. Così, terminata la sua ventesima stagione nel basket professionistico, Shaq decide che è arrivato anche per lui il momento di dire basta, e annuncia il ritiro.
I numeri rendono onore alla sua carriera: oltre 28500 punti nella NBA, quinto marcatore di sempre, quattro titoli, un premio di MVP della stagione, ben 15 partecipazioni all'All Star Game, in cui è stato riconosciuto per tre volte il miglior giocatore (l'ultima nel 2009, curiosamente a pari merito con il grande rivale Kobe Bryant), oro mondiale e olimpico con la nazionale americana. Fuori dal campo, si è distinto come rapper e ballerino di break dance (ha dimostrato un'agilità e una coordinazione incredibili, nonostante la mole...) e ha recitato in alcuni film come attore protagonista, mostrando una grande passione per il mondo dello spettacolo e deliziando i suoi fan con trovate sempre divertenti (si è travestito da donna, si è improvvisato direttore d'orchestra...). Adesso, a 39 anni, si è dovuto arrendere all'età e alla fatica di una vita sportiva condotta sempre al massimo, ma state tranquilli perchè non sarà di certo un "pensionato": ha già rivelato di voler fare il poliziotto, anche perchè il suo grande sogno da bambino era fare lo sceriffo! Non sappiamo se diventerà davvero un agente, ma siamo sicuri che con quel fisico non farebbe fatica a spaventare i malintenzionati...