domenica 29 maggio 2011

Campioni in tutto



Doveva essere la rivincita della finale di Roma di due anni fa, l'ultima occasione per alcuni campioni come Van der Sar, Scholes e (forse) Giggs, il momento della vendetta per l'esperto sir Alex Ferguson contro il giovane rampante Guardiola, che aveva osato detronizzarlo nel 2009. Niente di tutto questo: la partita di ieri sera a Wembley ha sancito ancora una volta la superiorità europea del Barcellona, la grandezza del suo gioco totale e lo splendore del suo astro più luminoso, Leo Messi, tre Champions a meno di 24 anni, di cui due da assoluto protagonista.
E' soprattutto il trionfo di una filosofia di calcio che da tempo si è affermata in Catalogna: il calcio va imposto all'avversario grazie alla tecnica, privilegiata rispetto all'atletismo esagerato degli ultimi anni, e puntando soprattutto su giocatori del posto, cresciuti con la maglia blaugrana fin dai tempi della Masia, il settore giovanile che ha forgiato tanti campioni in campo e in panchina. L'esempio lampante è stato il primo marcatore di ieri sera, vale a dire Pedro Rodriguez Ledesma, per tutti Pedrito, anno di nascita 1987. Esploso un po' tardi rispetto ad altri compagni di squadra (a Roma giocò solo nel recupero, da assoluto sconosciuto), si è imposto in pochissimo tempo sulla scena internazionale, divenendo titolare inamovibile del Barça e della nazionale spagnola e anticipando la "pensione dorata" di un certo Thierry Henry. Con lui, ieri sera erano in campo altri 6 giocatori provenienti dalla "cantera", (Valdes, Piquè, Xavi, Busquets, Iniesta e Messi), oltre al capitano Puyol, a Bojan e a Thiago Alcantara in panchina.
E proprio lì, in panca, c'è un altro prodotto del Barcellona, un uomo cresciuto con quella maglia fin da bambino, e che ha quarant'anni può già dire di aver vinto tutto sia da giocatore che da allenatore: Pep Guardiola. A Wembley, nel '92, aveva già trionfato sul campo, sotto la guida del mentore Cruyff, togliendo il trofeo alla Sampdoria dei gemelli del gol Vialli e Mancini. Quest'anno ha bissato il trionfo di Roma, si è ripreso il palcoscenico dopo averlo dovuto cedere lo scorso anno a Mourinho, forse l'unico allenatore che ha dimostrato di poterlo affrontare ad armi pari. Il merito di questa vittoria è anche e soprattutto sua, per il suo modo di gestire lo spogliatoio, provvedendo alla sostituzione di campioni vecchi o non più desiderati (Ronaldinho, Deco, Eto'o, Henry, Ibrahimovic, Marquez) con giovani provenienti dal vivaio, lanciati senza paura nella ribalta del calcio internazionale. E' così che ha costruito questa squadra che adesso tutti giudicano la più forte di sempre, maestra nel trattare la palla e nel nasconderla all'avversario per farla riapparire solo in fondo alla rete, grazie a fenomeni del palleggio come Xavi e Iniesta e a un finalizzatore straordinario come Messi, divenuto un bomber di razza, non più solo un fenomeno di dribbling e fantasia. Ora si apre il dilemma sul futuro di Pep, che sembra soddisfatto dei trofei ottenuti in casa e avrebbe espresso il desiderio di intraprendere una nuova avventura da allenatore all'estero (magari in Italia, chissà...). I tifosi blaugrana non sembrano fare un dramma di questa situazione, perchè sono sicuri che la Masia continuerà a sfornare campioni e allenatori di grande livello, se è vero che Luis Enrique, altra vecchia gloria e tecnico della squadra B (la nostra primavera) è già richiesto da tanti club pur non avendo esperienza ad alti livelli.
L'ultima nota però, la più bella di tutte, è per un giocatore che ha vinto la sua partita non ieri sera, ma due mesi fa: Eric Abidal. A marzo, il francese aveva ricevuto la tremenda notizia di essere malato di cancro al fegato, e si era fermato per curarsi da questo male terribile. Vinta la sua battaglia, era tornato in campo per qualche minuto già nella semifinale di ritorno contro il Real, ricevendo un'ovazione da brividi e l'abbraccio di tutto il Camp Nou. Ieri ha giocato da titolare tutta la partita, e al momento della premiazione ha ricevuto la fascia di capitano da Puyol e ha avuto il privilegio di alzare per primo la coppa. E' il gesto più bello, più umano di tutta la serata, la dimostrazione dell'unità e dell'amicizia di un gruppo vincente, che ha dato una grande lezione non solo di calcio, ma soprattutto di vita.

lunedì 23 maggio 2011

Una vetrina per il futuro



Le ultime giornate di serie A, si sa, vanno sempre prese con le molle, perché risultati e prestazioni dei giocatori risentono sempre dei verdetti che la classifica ha già in gran parte espresso. Al di là delle partite che vengono inevitabilmente condizionate da questa differenza di motivazioni, l'aspetto più positivo è senz'altro lo spazio lasciato dalle rispettive società ai giovani, che spesso "assaggiano" il campo per la prima volta e mettono in mostra le loro qualità. Ieri pomeriggio, ad esempio, a Bologna abbiamo assistito alla splendida partita di Francesco Grandolfo, classe 1992, ragazzo di Castellana che fino ad ora aveva racimolato pochissimi minuti in serie A. Alla sua prima partita da titolare, dopo due spezzoni contro Palermo e Lecce, questo giovane attaccante della primavera biancorossa ha decisamente lasciato il segno, realizzando una tripletta e incassando gli applausi di tutto il Dall'Ara alla sua uscita dal campo. E' vero che il Bologna è sceso in campo assolutamente privo di motivazioni, appagato da una salvezza già raggiunta, tuttavia non si possono sminuire l'abilità sotto porta e la freddezza con cui questo ragazzo ha realizzato le sue prime reti nella massima serie; a meno di 19 anni, Grandolfo ha già attirato su di sè le attenzioni di molti club italiani e stranieri, tra cui Chelsea e Manchester United, ma lui ha di recente prolungato l'accordo con il Bari fino al 2014 e sembra intenzionato a rimanere lì per confermarsi.
Una bella storia, la sua, che si può paragonare a quelle di due portieri altrettanto giovani: Nicola Leali e Mattia Perin. Il primo è nato nel 1993, ieri non ha giocato ma domenica scorsa ha esordito in serie A con la maglia del Brescia, facendo subito vedere buone doti e destando l'attenzione di Juventus e Napoli; il secondo è più giovane di un anno, proviene dalla primavera del Genoa ed è già titolare nell'under 18 azzurra, e non ha mostrato la minima emozione quando i giocatori del Cesena l'hanno chiamato in causa. Per entrambi, molti degli addetti ai lavori auspicano una carriera ricca di soddisfazioni, con le maglie di grandi club e, magari, anche con quella della Nazionale. Parlando di giovani promesse, non si può di certo trascurare la Fiorentina, che da sempre cerca nuovi talenti da formare e mettere in mostra: ieri a Brescia ha giocato da titolare in attacco Babacar, 18 anni compiuti da poco, e nel secondo tempo è stato affiancato da Ljajic, non ancora ventenne, e Seferovic, classe '92, per un'età media di circa 19 anni; tutto questo senza dimenticare Camporese, difensore che già ha mostrato una notevole personalità in questa stagione, e Jovetic, che con i suoi quasi 22 anni potrebbe essere considerato un "veterano", e dopo un anno di stop forzato per infortunio è pronto a tornare in campo.
Ultimo ma non ultimo, va segnalato un altro ragazzino della Primavera del Brescia, anche lui esordiente ieri con la maglia delle Rondinelle; si chiama Lorenzo Tassi, è nato nel febbraio del 1995, e ieri è diventato il secondo giocatore più giovane a scendere in campo in serie A con i bresciani (il primo è stato un certo Andrea Pirlo, pochi mesi dopo la nascita dello stesso Tassi). Corioni parla di lui come di un nuovo Roberto Baggio, un paragone forse azzardato ed eccessivo per un ragazzo di appena 16 anni, anche se ieri sul campo ha mostrato subito una buona personalità e nessun timore reverenziale; da lui, dal già citato Leali, e da altri giovani interessanti come loro il Brescia intende ripartire per tornare subito nella massima serie.
La grande speranza per il nostro calcio è che a questi giovani non vengano riservate solo le briciole di un campionato, o piccole apparizioni nei minuti finali di una partita, bensì uno spazio molto maggiore nell'arco di un'intera stagione; in tutta Europa ci sono vari esempi di formazioni d'alto livello che puntano sui talenti del vivaio per costruire cicli vincenti, ultimo tra tutti il Borussia Dortmund, campione di Germania con una squadra dall'età media di 23 anni e poco più. Con questi auguri salutiamo l'esordio di tanti giovani nella nostra Serie A, sperando che per loro sia solo l'inizio di una lunga e fortunata carriera.

lunedì 16 maggio 2011

Giovani e vincenti



Se qualcuno a Trento, nei primi mesi del 2000, avesse immaginato una squadra di pallavolo invincibile, capace di trionfare in Italia e di imporre ripetutamente la sua legge anche in Europa, e in grado di fare tutto questo in soli 11 anni, probabilmente sarebbe stato preso per pazzo o, al massimo, per inguaribile ottimista. Da oggi, i tifosi trentini possono definitivamente smettere di sognare, e lustrarsi gli occhi ammirando i loro incredibili ragazzi, che hanno appena coronato la stagione praticamente perfetta, imponendosi in ordine come Campioni del Mondo, d'Europa e d'Italia. Nata quasi dal nulla, l'Itas Diatec Trentino ha impiegato solo tre stagioni per guadagnare l'accesso ai playoff scudetto (risultato sempre raggiunto da allora), e ha subito cominciato a sognare in grande, investendo molto in giocatori di prestigio internazionale, come Lorenzo Bernardi e Andrea Sartoretti; nonostante questo, tuttavia, il titolo tanto atteso continuava a non arrivare, e tutti gli sforzi del presidente Mosna non sembravano sufficienti per far fare il definitivo salto di qualità alla squadra. La svolta, decisiva, è avvenuta nell'estate del 2007, con l'ingaggio dell'allenatore bulgaro Radostin Stoytchev e di due suoi connazionali, le stelle Matej Kaziyski e Vladimir Nikolov, giocatori reduci dal brillante terzo posto conseguito in Coppa del Mondo con la propria nazionale, e dell'esperto Nikola Grbic, palleggiatore e campione olimpico ed europeo con la Jugoslavia. Grazie soprattutto al loro innesto e alla nuova direzione tattica dalla panchina, Trento ha dominato la stagione regolare 2007-08, e nei playoff si è ripetuta, ottenendo finalmente il primo titolo di Campione d'Italia della sua giovane storia. Dalla stagione successiva, le attenzioni di società e giocatori si sono rivolte soprattutto all'Europa, con l'obiettivo di portare a casa la Champions League, e anche in questo caso i risultati sono stati ottimi: nelle sue tre partecipazioni consecutive, infatti, l'Itas è sempre uscita vincitrice, divenendo la terza squadra italiana in grado di realizzare questo fantastico tris dopo Ravenna e Modena negli anni '90; ciliegina sulla torta, il successo nelle due nuove edizioni del Mondiale per Club, giovane torneo a cui partecipano le squadre campioni nei rispettivi continenti.
L'unica "pecca" in questo filotto di successi è stata la mancata conferma a livello italiano: a parte il successo del 2010 in Coppa Italia, infatti, Trento ha perso la finale per lo scudetto per due stagioni consecutive, rispettivamente contro Piacenza e Cuneo; i piemontesi si sono rivelati degli avversari durissimi anche nella Supercoppa Italiana e nella coppa nazionale di quest'anno, riuscendo a prevalere sui campioni trentini in entrambe le occasioni. Ma nella finale scudetto di ieri, alla fine, l'Itas è riuscita a sconfiggere i quotati rivali, dominando la partita dall'inizio alla fine e centrando la prima, meritata accoppiata Scudetto-Champions League della sua storia. Un trionfo davvero incredibile, per una squadra che fra una settimana compierà appena il suo undicesimo anno di vita, e tutti a Trento sono sicuri che questa non sarà certo l'ultima soddisfazione della loro giovane, ma già vincente avventura nel mondo della pallavolo.

Il nuovo re




Si sono conclusi ieri gli Internazionali di Tennis di Roma, il più importante tra i pochi tornei ATP che si svolgono in Italia. Tutte le più grandi stelle maschili e femminili del mondo della racchetta hanno animato per una settimana il Foro Italico, offrendo un bellissimo spettacolo alla folla di appassionati che ha assistito all'evento. L'attenzione della maggior parte degli spettatori era concentrata sul numero 1 del mondo, Rafael Nadal, già vincitore 5 volte nella capitale e indiscusso re della terra battuta, e sul suo principale rivale, Roger Federer, sicuramente uno dei più grandi tennisti di ogni epoca e per anni dominatore assoluto del circuito; invece, alla fine, la scena tra i due litiganti se l'è presa il classico terzo incomodo, ovvero Novak Djokovic, che ha così bissato il suo successo a Roma nel 2008. La sua affermazione non è stata comunque casuale, perché negli ultimi tornei Nole ha mostrato di gran lunga il miglior tennis, e la settimana precedente si era tolto lo sfizio di battere Nadal in casa, a Madrid, proprio sulla superficie preferita dal maiorchino, ovvero la terra rossa; il serbo e lo spagnolo si sono ritrovati in finale anche ieri, e ancora una volta il primo ha ribadito la sua attuale superiorità, con un doppio 6-4 che non rende l'idea del suo strapotere sull'avversario. In questo momento, Djokovic è ad un passo dal diventare per la prima volta numero 1 della classifica ATP, spezzando così il dominio della coppia Federer-Nadal, che dura ininterrottamente dal 2004, e sta entrando definitivamente nel Gotha del tennis moderno; ha già trionfato nel primo dei quattro grandi tornei dell'anno, gli Australian Open, e adesso si avvicina al Roland Garros con grande fiducia, per dare continuità ai suoi ottimi risultati.
Da appassionato di tennis, vorrei riservare l'ultima parte del mio intervento a colui che, più di tutti, è stato il simbolo di questo sport negli ultimi anni: Roger Federer. Dopo una serie incredibile di vittorie, lo svizzero si sta forse avviando alla fase finale della sua brillante carriera, che l'ha visto eguagliare e superare il record di titoli nei grandi slam, detenuto da Pete Sampras (16 successi tra Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e U.S.Open), e trionfare in tantissimi altri tornei del circuito ATP. Purtroppo, la freschezza fisica gioca da sempre un ruolo fondamentale nel tennis, e comincia a venir meno quando si arriva intorno ai trent'anni e si affrontano rivali più giovani e desiderosi di vittoria; anche re Roger ha iniziato a pagare quest'inevitabile scotto all'anagrafe, non riuscendo più con il solo, incredibile talento a sopperire a questi cali di energia, che condizionano chiaramente il suo gioco. La speranza, da appassionato, è che prima di decidere di appendere la racchetta al chiodo, lo svizzero riesca finalmente ad aggiudicarsi anche il trofeo di Roma, in cui non ha mai avuto una tradizione favorevole; sarebbe forse il giusto, romantico finale di una carriera invidiabile e, forse, irripetibile.

domenica 15 maggio 2011

Il re di coppa

L'anno scorso, era stato Carletto Ancelotti a far grande il nome dell'Italia in Premier League, centrando alla sua prima stagione inglese l'accoppiata titolo-coppa nazionale con il suo Chelsea. Quest'anno, un altro allenatore italiano è riuscito a portare a casa un trofeo nello stesso campionato: Roberto Mancini, che ieri ha alzato al cielo la F.A. Cup da allenatore del Manchester City nel mitico stadio di Wembley.
Arrivato l'anno scorso alla corte dello sceicco Mansur, e dopo una prima stagione in cui aveva mancato gli obiettivi principali, stavolta il tecnico di Jesi ha dimostrato la bontà degli investimenti estivi della dirigenza, che hanno portato nella sua rosa campioni come Silva, Yaya Touré, Kolarov, Milner e il nostro Balotelli, riuscendo ad ottenere la prima, storica qualificazione in Champions League e riportando a casa la coppa più antica del mondo, ponendo fine a un digiuno di titoli durato 42 anni.
Proprio l'affermazione di sabato pomeriggio in F.A. Cup è stata, inoltre, l'ennesima prova del rapporto particolare che lega il Mancio alle coppe nazionali: questa è infatti l'undicesima volta che riesce a portare a casa questo trofeo, sommando i suoi successi da giocatore e da allenatore. Fin dai tempi in cui era la bandiera della Sampdoria, infatti, Mancini ha ottenuto il suo primo successo importante vincendo la Coppa Italia nel 1985, trofeo portato a casa anche nel 1988, 1989 e 1994; in quel caso, fu solo l'inizio della grande cavalcata dei doriani, che riuscirono a vincere uno storico Scudetto e una Coppa delle Coppe e persero ai supplementari una finale di Coppa dei Campioni contro il fortissimo Barcellona. Anche quando si è trasferito a Roma, sponda laziale, nella parte conclusiva della sua carriera, il Mancio ha mostrato un feeling particolare con la Coppa Italia, che ha vinto altre due volte, nel '98 e nel 2000, anno dello storico secondo Scudetto laziale.
Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, il tecnico di Jesi è diventato quasi subito allenatore, e anche in questa nuova veste ha subito ottenuto successi e riconoscimenti; inutile dire che i primi trofei sono stati rappresentati ancora una volta dalla Coppa Italia, vinta prima con la Fiorentina nel 2001, poi con la Lazio nel 2004, e infine con l'Inter nel 2005 e nel 2006, diventando l'unico allenatore ad aver portato a casa la coppa per 3 anni di fila. Un'ulteriore statistica testimonia il rapporto particolare che ha legato da sempre il Mancio a questo trofeo: è infatti il giocatore che ha collezionato più presenze nella storia della Coppa Italia, ben 120, una in più di Beppe Bergomi.
Da tifosi italiani, possiamo solo augurargli che quella di sabato sia la prima di tante vittorie alla guida del Manchester City, e in questo caso i precedenti fanno ben sperare: la coppa nazionale è sempre stato il trofeo che ha inaugurato le serie vincenti del Mancio; è accaduto sia con la Sampdoria e con la Lazio da giocatore, che con l'Inter da allenatore. Precedenti ben auguranti per i supporter dei Citizens, da tanti anni surclassati dai rivali cittadini dello United e dall'instancabile Sir Alex Ferguson, che sabato si è portato a casa l'ennesima Premier della sua carriera. Un avversario decisamente ostico, ma che di certo non spaventa il tecnico italiano, che oggi intanto sorride per la F.A. Cup, l'ennesima coppa nella sua incredibile bacheca.

lunedì 9 maggio 2011

Piccola tra le grandi



Il mese di maggio è da sempre decisivo per l'assegnazione dei titoli continentali nella maggior parte degli sport europei: Champions League ed Europa League nel calcio, Heineken Cup e Challenge Cup nel rugby, Eurolega nel basket. Vorrei concentrarmi proprio su questa competizione, unica tra quelle citate in cui una squadra italiana, la Montepaschi Siena, si giocava la vittoria, con grande ottimismo e la consapevolezza di non avere nulla da perdere. A inizio stagione, infatti, la compagine di coach Pianigiani veniva da un profondo rinnovamento del roster a disposizione, con la partenza di alcuni nomi illustri (Domercant, Sato, Eze, soprattutto il leader McIntyre), e nelle prime giornate sembrava essere tornata una squadra "normale", non più la dominatrice delle ultime stagioni. Invece, con il passare delle partite, la MensSana ha ritrovato il suo gioco, duro in difesa ed estremamente preciso in attacco, si è riportata in vetta alla serie A ed ha passato senza problemi la prima fase di Eurolega.
Da lì è proseguita la favola europea del team, che ha iniziato la fase successiva perdendo le prime due partite e rischiando subito l'eliminazione, ma ha saputo vincere le restanti quattro e si è guadagnata meritatamente i quarti di finale. Di fronte, i fortissimi greci dell'Olympiakos, finalisti dell'Eurolega l'anno precedenti, con un budget invidiabile e grandi campioni in rosa. La vittoria sembrava un miraggio, soprattutto dopo il -48 subito nella prima partita della serie, una mazzata per qualsiasi squadra. Invece, Siena ha cambiato marcia, ha dimostrato un orgoglio incredibile, e con la forza della sua difesa e il cuore dei suoi giocatori ha portato a casa le tre vittorie decisive per guadagnare queste Final Four. Con un cammino del genere, in molti abbiamo iniziato a sognare da tifosi italiani, sperando di riuscire a riportare in Italia un trofeo che manca ormai da 10 anni, e in cui non siamo protagonisti da troppo tempo.
Il sogno, purtroppo, si è infranto davanti ad una squadra talentuosa e quadrata, mentalmente superiore e abituata a vincere come il Panathinaikos, e soprattutto davanti al suo allenatore, Zeliko Obradovic, uno dei più grandi allenatori di basket europei di sempre. Nella sua carriera, aveva già portato a casa il trofeo per sette volte con quattro squadre diverse (tre con i greci), oltre a vari titoli nazionali e a importanti medaglie con la nazionale della Jugoslavia (tra cui un argento olimpico in casa del Dream Team USA nel '96). Di fronte a lui, la Montepaschi si è scoperta improvvisamente piccola, ancora una volta troppo piccola per competere e lottare davvero alla pari. Ha giocato metà partita alla pari, in alcuni momenti è sembrata in grado di farcela, ma alla fine ha subito la maggiore esperienza del Pana e il talento dei suoi campioni, pronti a salire sul tetto d'Europa ancora una volta, l'ottava per il loro strepitoso allenatore. E' stata una sconfitta onorevole, che ha lasciato molto amaro in bocca a Pianigiani e ai suoi giocatori, ma ha anche dimostrato ancora una volta che il campionato italiano non è abbastanza competitivo; lo prova il fatto che Siena, che sta dominando in patria da cinque anni, con una superiorità sulle altre squadre a tratti disarmante, in Europa sembra l'unica in grado di competere con i top team. Le altre compagini nostrane, invece, non mostrano la stessa programmazione, la stessa oculatezza nelle scelte, e in Eurolega faticano a superare il solo primo turno. Davvero un peccato, considerando i tanti trofei continentali portati a casa da Milano, Varese, Cantù Roma e Bologna (sponda Virtus) negli anni passati. C'è bisogno di regole nuove, che limitino la presenza degli stranieri favorendo l'inserimento e la crescita di giocatori italiani per nascita (non solo per passaporto), e soprattutto permettano una selezione migliore a livello di qualità per gli atleti che vengono a giocare nel nostro campionato.
Per ora, rimane solo il rimpianto per l'impresa sfiorata dalla Montepaschi, che una volta di più ha dimostrato quanto la campionissima recente del basket italiano sia ancora troppo piccola per tornare ad issarsi lassù, tra le grandi d'Europa.

venerdì 6 maggio 2011

Una coppa "inutile"?

Le partite di ieri sera hanno sancito il dominio del Portogallo in questa edizione dell'Europa League (quella che da nostalgici continuiamo a chiamare Coppa UEFA). Nella finale di Dublino, infatti, saranno di fronte il Porto di Villas Boas, già considerato da molti come l'erede di Mourinho, e il Braga, squadra meno nobile ma che si è portata a casa "scalpi" illustri come quelli di Liverpool, Dinamo Kiev e Benfica. Per l'ottava volta nella storia della competizione ci sarà un derby in finale, e viene quasi da sorridere al pensiero che nella metà delle occasioni le protagoniste di questi derby erano squadre italiane.
Fin dalla sua creazione, nel lontano 1958 (all'epoca e fino al '71 si chiamava Coppa delle Fiere), la Coppa UEFA è sempre stata considerata la meno importante delle tre competizioni europee per club, sovrastata dalle ben più ambite Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe. Nonostante questo, ha sempre riservato un buon numero di soddisfazioni per le compagini italiane (ha rappresentato, ad esempio, il primo trofeo continentale della Juventus, nel 1977), che ad un certo punto avevano praticamente monopolizzato questa coppa. Si può infatti notare che, dal 1988-89 al 1998-99, ben 14 squadre italiane hanno disputato la finale, portando a casa il trofeo per 8 volte; in pratica, uno dei nostri team ha partecipato all'atto conclusivo di questa manifestazione in ognuna delle edizioni citate (unica eccezione la stagione 1995-96), con ben 4 derby. E' andata ad arricchire le bacheche di Napoli (1989), Juventus (1990 e 1993), Inter (1991, 1994 e 1998) e Parma (1995 e 1999), ha visto le grandi imprese di Fiorentina, Roma, Torino, Lazio (finaliste in 4 occasioni), oltre al Genoa di Bagnoli e al Cagliari di Bruno Giorgi, splendide protagoniste in altre due edizioni del torneo.
Un vero e proprio monopolio, che purtroppo si è interrotto dopo le grandi riforme che hanno coinvolto le competizioni europee per club nel 1999: da quell'anno, infatti, è aumentato il numero di partecipanti alla Champions League, mentre l'eliminazione della Coppa delle Coppe doveva servire a dare ulteriore risalto alla Coppa UEFA e renderla ancor più appetibile alle squadre che vi partecipavano. Nonostante questo, le squadre italiane hanno iniziato a considerare questa competizione sempre più come un peso, un torneo di scarsa importanza, una perdita di tempo ed energie, e l'hanno snobbata schierando spesso formazioni rimaneggiate; il risultato è stato che da allora nessuna compagine italiana è più arrivata in finale, con sconfitte anche pesanti e prestazioni modeste durante la manifestazione. All'inizio nessuno ha mai dato troppo peso a questo, ma con il passare delle stagioni l'importanza dei risultati in questa presunta "coppetta" è apparsa evidente nel ranking UEFA, il sistema a punti che stabilisce quante squadre per ogni nazione potranno prendere parte alla Champions e all'Europa League. In questa classifica, dopo essere stata a lungo in posizioni di vertice, l'Italia ha perso sempre più punti, tanto che la prossima sarà l'ultima edizione con 4 squadre in Coppa dei Campioni; nel 2012-13 cederemo questo vantaggio alla Germania, per la prima volta dopo le riforme del 1999.
Questa è di certo una grande sconfitta per il nostro calcio, e tutti si attendono una risposta dalla Federazione e dai club, i maggiori indiziati per questa figuraccia a livello europeo. Non sarà facile tornare ad avere posizioni di vertice, ma bisogna cominciare a lavorare seriamente in questa direzione, innanzitutto convincendo presidenti, allenatori e giocatori che questa "coppa di serie B" ha un suo valore e va ugualmente onorata. Speriamo che l'aumento dei guadagni economici stabilito dall'ennesima riforma (quella che ha portato alla creazione di questa Europa League) sia un buon incentivo per affrontare seriamente questo torneo e, magari, riuscire a riportarlo finalmente in Italia. Perchè è bello vedere una squadra che vince, ma lo è ancora di più se quella squadra porta i colori della tua nazione...

lunedì 2 maggio 2011

Cercasi giovane pilota italiano


Da tifoso e grande appassionato di Motomondiale, ho ancora negli occhi l'impresa sfiorata ieri dal nostro Andrea Iannone, autore ancora una volta di una grande rimonta che sfortunatamente non si è conclusa con la vittoria; sono comunque felice per il nostro concittadino, che in questa stagione sta dimostrando di meritare una moto e un team competitivo, e sono convinto che se riuscirà a trovare una buona continuità di risultati potrà togliersi tante soddisfazioni. Inoltre, mi fa piacere vedere che ci sono ancora dei piloti italiani giovani e di talento (oltre ad Andrea ci sono anche Simone Corsi, Raffaele De Rosa e altri ragazzi interessanti) che riescono ad emergere nelle classi minori.
Ma se nella Moto2 (quella che fino a due anni fa era la famosa classe 250) la situazione appare ancora rosea in prospettiva futura, non mi sento di poter dire altrettanto per la categoria inferiore, quella 125 che fino a pochi anni fa ha regalato tantissime soddisfazioni e vittorie ai nostri colori. Ricordo che, fin da quando ero bambino, questo campionato era considerato come una sorta di fucina per i campioni del futuro, la fabbrica dei giovani piloti, e gli italiani hanno sempre recitato il ruolo dei protagonisti. Basti ricordare, negli ultimi 15 anni, i titoli di Valentino Rossi nel '97, di Roberto Locatelli nel 2000, di Manuel Poggiali (sanmarinese, ma fa poca differenza...) nel 2001 e di Andrea Dovizioso nel 2004, oltre alle vittorie ottenute da tanti altri piloti, come Cecchinello, Perugini, Melandri, Sanna, De Angelis, Borsoi e, in tempi recenti, Simoncelli, Corsi e Pasini, oltre ovviamente al nostro Andrea. Se ai piloti aggiungiamo la mitica Aprilia, che ha contribuito a portare al successo quasi tutti questi atleti, possiamo davvero dire che l'Italia ha sempre rivestito un ruolo da protagonista nella 125.
Nelle ultime stagioni, tuttavia, questo grande binomio ha subito un deciso crollo: dopo la vittoria di Iannone nel Gran Premio di Catalogna (giugno 2009), infatti, nessun pilota azzurro è riuscito più a salire sul gradino più alto del podio, e i risultati degli ultimi mesi non hanno mostrato nessun miglioramento; giusto per dare un'idea, il miglior italiano in questo momento è Simone Grotzkyj, che ha concluso il campionato precedente alla diciannovesima posizione e come miglior piazzamento ha ottenuto un nono posto nel Gran Premio d'Olanda. Decisamente troppo poco, soprattutto pensando che in questo momento non sembrano esserci piloti italiani in grado di fare meglio. Per contro, si è assistito a una straordinaria fioritura di centauri spagnoli: dopo Pedrosa e Lorenzo, che si sono confermati anche nelle categorie superiori, sono emersi altri piloti di livello come Bautista, Barberà, Faubel, Simon, Gadea, Espargaro, Marquez e Terol; si può quasi parlare di un dominio iberico, soprattutto se pensiamo che l'anno scorso la bandiera spagnola ha colorato il podio in 16 dei 17 Gran Premi disputati. Analizzare il motivo di questo improvviso cambiamento è molto difficile, quel che è certo è che forse non viene rivolta la giusta attenzione ai piloti italiani, come invece accadeva in passato, e in questo sport il talento ha sempre bisogno di essere supportato da un mezzo adeguato, altrimenti i risultati arrivano molto difficilmente; la speranza è che questi risultati deludenti facciano riflettere i nostri scopritori di talenti e le case motociclistiche e diano nuova linfa a un movimento che, oggi come non mai, sta vivendo una profonda crisi.
Comunque, i tanti tifosi del motociclismo si possono consolare pensando ai piloti che corrono e si fanno onore nelle due categorie superiori, e sognare un successo con i nuovi binomi tutti italiani Iannone-Speed Master e Rossi-Ducati. Inoltre, bisogna ricordare che se l'Italia non sorride più come un tempo nel Motomondiale, in Formula 1 sono quasi 60 anni che un pilota azzurro non ottiene la vittoria finale (ci riuscì Ascari nel '53), e addirittura dopo il primo posto di Patrese in Giappone nel '92 sono arrivati solo 4 successi in quasi 20 anni di corse, nonostante la presenza di una scuderia dominante come la Ferrari. E dire che tutti ci considerano da sempre il popolo dei motori...