domenica 18 marzo 2018

TU

Credo che scrivere di te sia, forse, l'unico modo per cercare di buttare fuori un po' di questi sentimenti e di queste emozioni che si stanno accumulando nel mio cuore e nella mia mente. Ho già detto mille cose su di te, a mille persone diverse, eppure mi sembra di non averne mai parlato, di non essermi mai sfogato abbastanza, di non aver trovato neanche un accenno della pace che tanto a fatica vado cercando. Vediamo se l'amica scrittura, che tanto volte mi ha fatto da sfogo e liberazione, riesce finalmente a compiere il miracolo...
Quando ti ho conosciuta, due anni e mezzo fa, ricordo che a prima vista mi avevi colpito. Non per la tua bellezza, ma perché fin da subito ho capito che eri una persona "particolare", o per meglio dire "speciale". Saranno stati quegli occhiali scuri che indossavi sempre, e di cui non ti separavi mai, sarà stato il tuo modo di parlare e di esprimerti, oppure non è stato nulla di tutto ciò: era semplicemente il tuo essere TU ad avermi colpito. Certo, è passato qualche tempo prima che iniziassimo a frequentarci e diventassimo amici, e ricordo ancora che fosti tu, per prima, a dirmi di farmi vivo qualche volta, ma da allora in avanti è stato un continuo avvicinarsi, un conoscersi lento ma forse inevitabile, piacevole, interessante. Ero sempre dispiaciuto quando tu non eri con noi, e al contrario la tua presenza mi rendeva felice, non so spiegarmi perché. All'inizio ho sbagliato nel valutarti, come tanti mi sono fermato troppo sulle apparenze, su quello che lasciavi intravedere a tutti noi che siamo semplici spettatori della tua vita. Ti ho guardata in modo molto, troppo superficiale, pensando che la tua malattia fosse l'unica, vera fonte dei tuoi problemi, che il tuo modo di essere e di comportarti fosse dovuto a quello, alla timidezza e alle insicurezze che il tuo problema aveva causato in te e nel tuo carattere fin dall'infanzia. Solo a distanza di tanto, tantissimo tempo, e dopo che mi hai rivelato la verità sul tuo malessere più oscuro e profondo, ho capito quanto mi fossi sbagliato sul tuo conto. E lì, non contento di quanto fatto, ho commesso un altro, stupido errore: ti ho compatita, ho avuto pietà di te, ho pensato di essere il cavaliere senza macchia e senza paura che il destino aveva scelto per salvarti dal dolore e portare serenità nella tua vita. Ancora prima che nascesse in me questo sentimento diverso, o ancor prima che capissi cosa provavo davvero per te, ero arrivato già a conclusioni che non avevano nulla di vero, mi ero costruito come sempre un castello in aria.
La verità, anche se è difficile ammetterlo a volte, è che sono io quello che deve sentirsi fortunato di averti trovata sul suo cammino, non il contrario. Sei apparsa nel momento in cui forse ero più in odio e in lite col mondo, nel periodo in cui maggiormente mi chiudevo a riccio e mi indurivo nel rancore e nella cattiveria, disprezzando gli altri e pensando solo egoisticamente a me, mosso dalla rabbia per la morte infame che il destino aveva riservato a papà e al nonno, per l'indifferenza che sentivo intorno a me. E poi invece c'eri tu, dall'altro lato del fiume, che venivi sempre messa in difficoltà dagli altri, a volte con cattiveria immotivata ed ingiusta, costantemente in minoranza e costretta, per quieto vivere e necessità, a dire di si e a seguire gli altri. Eppure, ad ogni gesto cattivo rispondevi con calma, pur soffrendo e piangendo nel silenzio della tua casa, all'egoismo degli altri contrapponevi il tuo estremo altruismo, quasi cieco nel voler mettere tutti gli altri davanti a te. Ti tiravano pietre, e tu le rimandavi indietro trasformate in petali di rosa. Ho capito in ritardo, dopo averci riflettuto a lungo, quanto ti ho invidiata per questo, quanto mi hai fatto sentire piccolo e debole. Sei stata l'esempio di cui avevo bisogno per ricominciare a pensare all'amore, a come in questa vita così difficile e tortuosa non si debba cedere alla cattiveria e ai brutti pensieri, a quanto sia più bello vivere ogni momento con gioia e felicità, quasi come facevamo quando eravamo bambini.
Ero e sono io, il debole, tra noi due. Sono io quello che ha paura del giudizio degli altri, che reagisce attaccando perché non vuole mostrare il lato più fragile e debole di sé. Sono io ad aver bisogno di te, sono io quello che, quando ti immagina lontana da me, in un futuro prossimo o distante che sia, si sente perso e non sa cosa fare. Sei stata e sei la mia forza, il mio esempio e il mio motivo per crescere e cercare ogni giorno di essere un uomo e una persona migliore. Senza di te, senza la spinta forte che mi hai dato nello sperimentare, nel conoscere, non sarei mai cambiato così tanto in questi ultimi anni. Non l'ho capito, o non l'ho voluto accettare, così come non voglio accettare il fatto che tu sia felice e possa vivere bene anche senza di me. Sono stato un verme a godere nel sapere che il mio addio e i miei comportamenti duri, lo scorso autunno ti avevano fatta soffrire. Ben magra soddisfazione, sapere che mi volevi bene e che ogni volta che mi comportavo male era una ferita che aggiungevo al tuo cuore, un dolore che ti causavo. Sono stato davvero cieco, egoista, e ancora di più ho dimostrato la mia bassezza, il mio essere piccolo e insignificante in confronto a te.
Anche adesso, che le cose tra noi sono tornate serene, continuo a sentire questo forte senso di incompletezza e dolore, piccolo e nascosto ma sempre presente nel mio petto. Ho sempre bisogno di sapere che tu ci sei per me, di illudermi e pensare che mi stai aspettando e che, un giorno, mi accetterai al tuo fianco come compagno, o marito, o padre dei tuoi figli. Forse perché continuo a vedere in te la roccia su cui aggrapparmi, la donna forte e matura su cui fare affidamento, l'unica in grado di placare il rancore che provo per il mondo, di insegnarmi cosa significhi amare e volere un mondo in cui tutti si vogliono bene e sono felici.
Sia come sia, sento che questa vita così non può continuare in eterno, che devo trovare un modo per cambiare il mio cuore, per uscire da questo stallo che non mi abbandona da oltre un anno. E' la cosa che più mi è difficile, sopprimere i miei sentimenti e pensare a te come ad una tra le tante, molto probabilmente perché so che tu, per mei, non sarai mai una come tante. Tu sarai sempre tu, anche quando il tempo sarà trascorso e magari la vita ci avrà allontanati, divisi, cambiati. Farei di tutto per renderti felice e per non perderti, ma so che continuando così rischio di perdere di nuovo me stesso, e di non trovare mai la pace che sto cercando. Per oggi, come ieri e come nei giorni passati, continuo a pensarci su e a cercare una risposta. Spero che il domani la porti, e che mi aiuti a mantenere intatto questo nostro rapporto senza rovinarlo di nuovo, anche perché questo significherebbe perderti per sempre. Intanto, ti auguro buona notte e bei sogni, e spero che almeno per un istante tu mi stia pensando, così come ora io penso a te. Ti amo, e per la prima volta dopo tanti anni non ho vergogna di dirlo. A domani, Laura.

domenica 9 luglio 2017

ESIGENZE

Quando qualcosa non va, quando tanti pensieri ti mangiano il cervello e ti fanno pensare, forse l'unica cosa da fare è cercare di fare un po' di ordine e metterli su carta. Spero possa essere l'esercizio giusto per trovare un attimo di pace e di serenità.
Non sono mai stato e non sarò mai perfetto, commetto errori ogni giorno e ne commetterò finché sarò su questa terra, ho deluso tante persone e tante volte non ho dato quanto meritato a chi se lo meritava. Sono mille cose diverse, permaloso, lunatico, estroverso, suscettibile, irritabile, orgoglioso, estremo nelle mie decisioni. Sono tutto questo e molto di più, nel bene e nel male, ma ho alcuni principi su cui non posso e non riesco più a transigere. La prima di queste è la sincerità. Amo chi è diretto ed è in grado di dirmi le cose in faccia, anche con cattiveria e durezza, amo chi sa quello che vuole da me e sa farmelo capire con i fatti, non solo con le parole. Tante volte mi è stato detto che c'è chi purtroppo fa fatica a mostrare determinate cose, ad essere diretto, e mi è stato chiesto di capire perché in fondo ognuno ha il suo carattere. Mi sono sforzato a lungo di fare questo, ma adesso mi sono decisamente stancato. Sono stufo di essere buono e cercare di capire, credo sia il momento di diventare un po' più esigente, sia con me stesso che con gli altri. Dirmi cose come "ti voglio bene", "non voglio perderti", "sei importante per me", ha senso solo se con i fatti mi dimostri di credere in quello che hai detto. Pretendo rispetto per quelli che sono i miei sentimenti, per quanto cerco di dare agli altri ogni giorno, pretendo quanto meno che mi si dicano le cose con raziocinio, sapendo di cosa si sta parlando. Le chiacchiere stanno sempre a zero, l'affetto e l'amicizia si dimostrano con azioni e atteggiamenti, altrimenti si tratta di menzogne dette senza cognizione di causa. Non sono un cretino che si fa trattare come un paggetto, che è amico solo quando c'è bisogno di un passaggio o quando si è soli come un cane e nessuno ti mostra un minimo di compassione. Odio chi ti cerca solo perché sei buono e gli dai ascolto e poi ti abbandona quando si rende conto che ha trovato di meglio e tu non servi più. Sono stanco di questa gente, sono stanco di arrabbiarmi e star male per queste persone, pretendo rispetto e sincerità da chi mi vuole davvero. Nel caso contrario, la porta è li e si può uscire facilmente, ben consci però che una volta fuori non si rientra più.
Spero che questo messaggio arrivi chiaro e forte a chi deve, e che questa persona faccia pace con sé stessa e dimostri, per una volta, di saper far seguire i fatti alle parole. Non ho più tempo da perdere per gelosie, capricci e bambinate, se devo assistere a queste scemenze preferisco decisamente la solitudine. Anche perché io, a differenza di qualcun altro, la solitudine la conosco e la so affrontare, non mi adatto a chi mi calpesta e mi maltratta pur di elemosinare una misera compagnia. "Meglio soli che mal accompagnati", sostiene il detto. Mai cosa fu più azzeccata, oggi.

lunedì 29 agosto 2016

RICORDO DI TE

Due anni. Tanto è passato da quella notte, e ancor di più dal nostro primo incontro, da quello strano scherzo del destino che ci ha fatti incontrare qui a Ravenna. Curioso davvero, ho pensato diverse volte a te in tutto questo tempo, mi sei tornata in mente molto spesso, da quella sera di dicembre in cui tutto quello che c'è stato tra noi è finito, improvviso e violento, così com'era iniziato. Ti pensavo, di tanto in tanto, nella mia testa riaffioravano spesso i ricordi di ciò che abbiamo vissuto, il tuo nome rieccheggia ancora oggi in tanti dei miei discorsi. Eppure, anche adesso fatico ad esprimere a parole, pur mettendolo per iscritto, quello che hai significato per me, quello che sei stata. Il tempo, la calma che piano piano sento di aver ritrovato, le esperienze successive mi stanno aiutando a "storicizzare" il nostro rapporto, a rivedere tutto con maggiore freddezza, senza il trasporto emotivo di quei mesi turbolenti e fin troppo intensi. Col senno di poi, ammetto di aver sbagliato con te, di non essere mai stato il genere di amante che sognavo di essere, di essermi frenato tante volte per via dell'emozione, dell'inesperienza, o semplicemente per i troppi dubbi che avevo nella mente. Non volevo che tra noi le cose finissero così, speravo di poterti essere d'aiuto almeno quanto tu cercavi di esserlo con me, cercavo di essere forte in un momento delicatissimo delle nostre vite e di andare avanti, ma così facendo ho solo peggiorato le cose. Mi sono lentamente chiuso a riccio, ho imprigionato la mente in milioni di ragionamenti troppo complessi e forse inutili, e ho contribuito in modo pesante al logoramento e alla fine del nostro rapporto. Abbiamo cercato di cambiarci e di adattarci l'uno all'altra, è stato forse il primo e il più grande di tutto i nostri errori. Non ero pronto per qualcosa del genere, non ero preparato a qualcosa di talmente nuovo ed intenso, anche solo l'idea di un "noi" mi intimidiva. Abbiamo corso tanto, forse troppo, e quando la passione finisce e il sentimento non ha preso piede, ecco che tutto quello che si pensava di aver costruito crolla, come un castello di sabbia. E' stato difficile dirti addio, è stata dura andare avanti e smettere di pensare a te, ignorarti quando mi hai cercato, andar dritto per la mia strada anche se questo significava farti soffrire. Tornare indietro, però, ci avrebbe solo fatto altro male, perché in fondo non eravamo in grado di stare insieme, io e te. Troppe le differenze, troppo diversi i mondi da cui veniamo e in cui siamo cresciuti, troppo profonde le ferite che in quel momento sconvolgevano le nostre vite. Odiavo i momenti in cui si finiva per discutere, detestavo i tuoi silenzi e i tuoi bruschi cambi d'umore, quelle volte in cui mi sentivo sempre sotto esame, come se un minimo "errore" rovinasse la mia immagine ai tuoi occhi. No, erano davvero troppe le distanze tra noi, la passione ci ha presi e ci ha fatto vivere momenti davvero meravigliosi (a me di sicuro, mi piace pensare che lo siano stati anche per te), ma era troppo poco per poterla definire amore. Mi resta sempre il rimpianto, nascosto ma in fondo ancora vivo, di quello che sarebbe potuto essere se io fossi stato un po' più sereno e deciso, se avessimo davvero costruito uno straccio di rapporto di coppia, lentamente e senza fretta, se le circostanze di queste nostre vite insomma fossero state diverse. E' evidente che i "se" sono fin troppi, e in questo modo non si va da nessuna parte. Di qualcosa, però, sono davvero sicuro: sei stata importante per me, molto più di quanto tu possa immaginare. Mi hai reso diverso, mi hai fatto crescere tanto, mi sei stata vicina quando più ne avevo bisogno e hai cercato di aiutarmi, anche se a modo tuo. I momenti dolci che abbiamo trascorso, i baci, gli abbracci e le carezze, sono queste le cose che maggiormente mi mancano, più di tutto quello che il sesso ci ha potuto trasmettere. Non so dove tu sia adesso, come sia proseguita la tua vita, ma in fondo al cuore mi auguro che tu possa aver trovato finalmente la pace che tanto cercavi, un lavoro sicuro e una casa bella e accogliente. Spero che tu abbia imparato qualcosa dai tuoi sbagli passati, che tutte le tue insicurezze e le tue paure siano solo un ricordo, che tu abbia eliminato la maschera che indossavi e sia diventata più sincera, in primis con te stessa, e mi auguro che anche in amore tu abbia avuto finalmente fortuna. Io sono sempre lo stesso, quello che rimproveravi e chiamavi immaturo, avaro, egoista. Quello che ti faceva arrabbiare e tirava fuori il peggio di te, quello che a volte ti aspettava con ansia la notte, che ti abbracciava e cercava di asciugare le tue lacrime, che ti stringeva e provava a scaldarti nel freddo dell'inverno. Cerco di crescere, di andare avanti e costruirmi qualcosa con le mie forze, di imparare dai miei errori sempre e comunque. Con tutta sincerità mi auguro di non rivederti, spero che tutti questi pensieri finiscano nel ripostiglio dei ricordi del passato, e che quando un giorno mi ricorderò di te, magari anziano e con qualcuno al mio fianco, mi scapperà un sorriso, e dirò: a quella scema, in fondo, ho voluto davvero molto bene. Addio D., buona vita. Tuo, Fab.

venerdì 18 marzo 2016

RIFLESSIONI DI UN TRENTENNE CHE ASPETTA DI (RI)NASCERE

Eccomi qui, alla vigilia dei miei 30 anni. A casa, dopo una cena insolita per le mie abitudini (insalata, tonno, pomodorini e formaggio), davanti ad un PC, e con la voglia di fare qualche considerazione. I momenti importanti spingono spesso a tracciare un bilancio, a fare il punto, ed è quello che intendo fare con questo post.
Che dire, quando mi immaginavo questo momento, soprattutto da ragazzino, pensavo di essermi già "sistemato" in tanti sensi, con un lavoro solido alle spalle e, soprattutto, una famiglia insieme a me. Non è andata esattamente in questo modo, la vita d'altronde non è qualcosa che si pianifica a tavolino, anzi è un continuo ribaltarsi e sovrapporsi di eventi, decisioni, incontri che ti indirizzano e ti cambiano, impedendoti di fantasticare oltre un tot. Posso dire che sicuramente, se mi guardo indietro, sono davvero tante le cose di cui mi posso ritenere soddisfatto: ho un lavoro che mi permette di vivere bene, sono in un posto che, per quanto non senta ancora come casa, mi da comunque spunti per crescere e fare cose nuove, ho la fortuna di aver incontrato tanti amici e tante brave persone, tra Vasto e il resto dell'Italia, che mi hanno portato a maturare e diventare l'uomo di oggi. Non è stato ovviamente tutto rose e fiori, è scontato dire che nella mia vita da un anno e mezzo c'è un enorme vuoto, imprevisto e che non auguro mai a nessuno, perché sono quelle assenze che pesano sempre sulla tua vita, nella mente, nell'anima. Il tempo lenisce in parte il dolore e attenua la mancanza, ma caro Nick, pensare che domani sarebbe stata anche la tua festa non mi aiuta a restare sereno e a non ricordare continuamente te. So che ci sei, ovunque tu ti trovi adesso, e che mi dai quotidianamente la forza per andare avanti, ma mai come in questi ultimi periodi avrei voluto che mi fossi vicino anche fisicamente. Forse riderai leggendo queste mie parole, in ogni caso mi chiedo quale sia il disegnino o il messaggio a sorpresa che mi stai preparando, oggi come tutte le altre volte che c'era un evento da festeggiare. Anche tu Gino manchi tanto, la tua saggezza popolare e il tuo affetto sincero sono stati un perno della mia crescita fin da quando ero bambino, e anche se ho goduto della tua presenza per quasi trent'anni mi sarebbe piaciuto averti ancora qui con me, fresco nei tuoi ormai 96 anni, vissuti bene e con animo sereno.
Ripensando a tutti gli incontri fatti, da quelli più recenti ai più lontano, da coloro che hanno condiviso solo qualche giorno o mese con me agli amici di una vita, devo dire che ognuno ha rappresentato un gradino verso la mia crescita, nel bene e nel male. Non posso dire di aver mai conosciuto il vero amore, e questo mi manca terribilmente, ma quelle poche donne che mi sono state vicino mi hanno aiutato a togliermi la classica "scimmia" dalle spalle, mi hanno fatto maturare e sentire pronto a costruire qualcosa di stabile, a prendermi delle responsabilità da compagno, da uomo, spero da futuro padre. Attendo di incontrare colei che saprà prendermi al 100%, e intanto mantengo gli occhi aperti... Vorrei avere qui con me, oggi, tantissimi dei miei vecchi amici, dai compagni di serate della mia cara Vasto ai tantissimi compagni di università e di studi, dai colleghi del Leonardo alle persone incontrate in questa mia esperienza ravennate. Ogni volta che ripenso a tutti loro mi rendo conto della fortuna che si ha ad avere degli amici, a loro devo molta della forza che mi spinge ad andare avanti per migliorare ogni giorno, sono parte integrante di me e rimarranno per sempre nel mio cuore, dovunque mi porti e ci porti la vita. Altrettanto non posso dire di altri (per fortuna non molti), da cui mi aspettavo qualcosa in più, una maggiore attenzione, una presenza più costante e coerente, in particolare durante i miei momenti bui e nelle mie difficoltà recenti. Mi hanno fatto soffrire, arrabbiare, mi hanno amareggiato e scocciato, ma in fondo è anche questo parte della vita, e sicuro da persone così posso solo imparare: non sempre dare tanto equivale a ricevere lo stesso, comincerò a fare così anch'io nel prossimo futuro.
Già, il futuro, la cosa più incerta qui. Ravenna sembra sempre una parentesi temporanea, un momento di transito verso qualcosa che non si conosce. Il periodo è quello che é, devo tenere la valigia sempre vicino alla porta e pensare che oggi sono qui e domani chissà dove, ma piangermi addosso in fondo non mi servirebbe a nulla. La felicità arriva sempre, anche dalle cose più piccole e insignificanti a volte, e qualsiasi cosa accada non bisogna mai perdere positività e speranza nel futuro e nella vita. Stringiamo i denti e tiriamo avanti come sempre, con la forza che la mia famiglia mi ha trasmesso ed insegnato, con la grinta e la testardaggine del mio sangue abruzzese, con la voglia e l'ingenuità del sognatore che sempre dorme in me, e con la fermezza di chi ha voglia, dopo il dolore e la sofferenza, di vivere il suo momento di vera gioia.
Ho ammorbato un po' tutti e mi sono dilungato come sempre, è evidente che il dono della sintesi non mi appartiene. Mi preparo per venire al mondo per la trentesima volta, buonanotte e grazie di cuore a tutti voi.

Vostro, Frazio

giovedì 17 marzo 2016

AD UN PASSO DAL TRAGUARDO


Scrivo un po' in ritardo, forse, ma certe delusioni hanno bisogno di tempo per essere elaborate, gestite, e magari analizzate con una maggiore lucidità e sicurezza. Quella di ieri è stata una mazzata davvero forte, un colpo tremendo da digerire, non tanto per le aspettative che (onestamente) erano piuttosto scarse, ma perché tutto era andato come meglio non si potesse sperare.
Settanta minuti di livello alto, altissimo, quasi la partita perfetta. Due gol per un vantaggio più che meritato, un avversario che non avevo mai visto tanto in difficoltà nel trovare varchi e giocate, una sicurezza crescente che, per qualche strano sortilegio, l'impresa era possibile, i tedeschi potevano cadere. E' stata fredda, freddissima la doccia che ci ha risvegliati, e anche oggi che ci ripenso quasi non ci voglio credere. Ma il Bayern Monaco è questo, è una squadra imbottita di campioni e capace di prendere due montanti, rischiare il K.O. tecnico in più riprese, tenersi alle corde e poi ripartire all'attacco, mandandoti al tappeto con pochi, precisi diretti.
La Juventus di Allegri sembrava aver azzeccato tutto, a partire dalla formazione: 4-5-1 che diventava 5-4-1 in fase difensiva, tanta densità per evitare fraseggi stretti e tagli pericolosi in area, e un Morata tutto pepe a dare fastidio alla difesa avversaria, con due frecce come Alex Sandro e Cuadrado ai suoi fianchi e alle spalle Pogba. Khedira ha giocato una grandissima partita, la difesa sembrava solida e imperforabile persino per i fenomeni tedeschi. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato e quella che poteva essere la serata della gloria si è trasformata nel peggiore degli incubi. La stanchezza per l'enorme sforzo fatto e i cambi, per una volta non di livello (Sturaro nervoso e poco concentrato, Mandzukic in condizioni troppo precarie per essere efficace), hanno aperto le falle che si sono rivelate fatali alla Juve. Gli errori della difesa sui due gol subiti sono evidenti, in particolare è gravissima la palla non spazzata da Pogba ed Evra che ha innescato il 2-2 che di fatto ha indirizzato il match. Nei supplementari mi sono illuso per qualche minuto che il miracolo potesse realizzarsi, poi l'uno-due di Thiago e Coman ha svegliato tutti e chiuso ogni discorso.
I discorsi sui cambi azzeccati da Guardiola e sbagliati da Allegri mi sembrano fuori luogo e completamente inutili a questo punto della storia. Con tutto il rispetto, uno Sturaro e un Pereyra non possono essere avvicinati alla panchina zeppa di talento di un Bayern pur minato dalle assenze. Le scelte di Allegri erano quasi obbligate da questo punto di vista, forse con un Mandzukic così si poteva preferire Zaza, più adatto a fare il gioco che aveva fatto Morata, ma sarebbe stato un rischio vista la maggiore esperienza del croato. Si possono rimproverare ai subentranti un po' di freddezza e attenzione che sarebbero serviti come il pane, ma come detto ormai è inutile piangere sul latte versato. Inutile anche reclamare per la topica del guardalinee sul fuorigioco fischiato a Morata che sarebbe valso il temporaneo 0-2: il gol è arrivato lo stesso, in seguito. Gli errori li commettono tutti, anche arbitri e guardalinee di livello internazionale, una lezione che da italiani dovremmo imparare anziché sparare sempre a zero sui nostri fischietti. Fanno molta più rabbia, secondo me, le almeno tre palle gol sprecate tra la fine del primo tempo e inizio ripresa, perché quello sarebbe stato davvero il colpo letale per le speranze dei bavaresi. Un vero peccato non averle sfruttate. 
Contro i migliori devi sempre giocare al massimo, non basta farlo per settanta minuti, ce ne vogliono novanta e più. La Juventus ha imparato anche questa lezione, speriamo sia utile nel suo viatico di crescita, sia in questa che nelle prossime stagioni.

lunedì 12 marzo 2012

Bomber per caso

Quando è arrivato a Milanello, il 31 agosto del 2011, proprio durante le ultime ore del mercato, alcuni addetti ai lavori hanno storto il naso, altri si sono chiesti l'utilità del suo acquisto, nonostante il prezzo decisamente basso (500.000 euro). Oggi, dopo l'ennesima buona prestazione contro il Lecce, condita anche da un gol, nessun tifoso rossonero dubita più delle qualità di Antonio Nocerino, e anzi più di uno si interroga sul perché questo ragazzo di quasi 27 anni abbia dovuto attendere così tanto prima di raggiungere la notorietà che merita. 
Napoletano doc, Nocerino cresce calcisticamente come centrocampista nelle giovanili della rivale storica dei partenopei, la Juventus, prima di tornare in Campania nel 2003, quando a 19 anni esordisce in serie B con la maglia dell'Avellino; sotto la guida dell'esperto Zeman, sempre molto attento ai giovani, disputa un buon campionato, giocando da titolare e con continuità, tanto da meritarsi l'attenzione del Genoa per la stagione successiva. I Grifoni, però, hanno allestito una squadra importante e d'esperienza per risalire in serie A, e Antonio trova decisamente poco spazio, così decide di cambiare aria per giocarsi le sue chances; in un anno e mezzo va prima a Catanzaro (fino a giugno 2005), poi al Crotone (da giugno 2005 a gennaio 2006), e infine al Messina (da gennaio 2006 al termine della stagione), squadra con cui esordisce anche in serie A. Una prima svolta importante nella sua carriera arriva l'anno seguente, quando decide di tornare in serie B e si accasa al Piacenza; qui ritrova finalmente la continuità che cercava e dimostra anche di avere buone doti realizzative, visto che va a segno per ben 6 volte in stagione, rispondendo in parte alle critiche di chi lo riteneva solo un mediano dai piedi poco "nobili".
Così, nell'estate 2007, Nocerino ha finalmente l'occasione di fare il grande salto quando riceve la chiamata della Juventus, la squadra in cui è cresciuto, che intende puntare su di lui e su altri giovani per riprendersi definitivamente dallo scandalo di Calciopoli e tornare ad alti livelli. Antonio inizia la stagione da titolare nei bianconeri di Ranieri, ha anche l'onore di esordire in Nazionale contro il Sudafrica nello stesso anno, ma purtroppo non convince del tutto la società, e l'arrivo di Sissoko a gennaio lo relega spesso in panchina. Nonostante una stagione comunque positiva, conclusa con la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino, in cui veste anche la fascia di capitano dell'Under 21 azzurra, lo spazio per lui a Torino sembra non esserci più, e infatti nell'estate successiva la società lo usa come pedina di scambio, cedendolo al Palermo nell'ambito dell'affare Amauri. Nella prima stagione con la maglia dei rosanero, Nocerino ritrova la continuità di rendimento ed è uno dei giocatori fondamentali della squadra, anche se i suoi compiti a centrocampo sono spesso di rottura e interdizione, così ha poca possibilità di mettere in mostra tutte le sue qualità; l'anno successivo però, dopo qualche iniziale difficoltà sotto la gestione di Zenga, l'arrivo di Delio Rossi sulla panchina del Palermo costituisce un nuovo, decisivo salto di qualità per Nocerino e per il suo rendimento in campo. Con compiti più offensivi e di accompagnamento alla manovra di attacco, Antonio segna i primi gol in serie A, dimostra di essere un centrocampista molto completo, e in breve diventa uno dei perni del gioco della squadra siciliana, confermandosi anche nell'annata successiva, il 2010-11; in quest'ultima stagione è titolare inamovibile e onnipresente dei rosanero, esordisce nelle coppe europee disputando l'Europa League e arriva anche a giocarsi la finale di Coppa Italia, persa contro l'Inter di Leonardo, oltre a tornare in Nazionale dopo oltre tre anni dalla prima convocazione. 
E' l'anno migliore per Nocerino, ma durante l'estate nessuna grande squadra di serie A sembra essere interessata al suo acquisto, e il centrocampista napoletano sembra destinato a rimanere ancora a Palermo. A sorpresa, proprio nelle ultimissime ore di mercato, il Milan di Allegri ne perfeziona l'acquisto, anche se molti non danno grande considerazione alla notizia, perché ritengono Aquilani un colpo decisamente più importante per i rossoneri; alcuni si interrogano sull'utilità del giocatore, visto che il centrocampo rossonero ha già molti atleti di livello mondiale, e Nocerino sembra destinato a diventare una riserva di lusso. Allegri invece dimostra da subito di credere molto in lui, lo impiega con continuità nel ruolo di interno sinistro, e Antonio ripaga subito la fiducia del tecnico e dell'ambiente con prestazioni sempre più convincenti, e soprattutto con una continuità incredibile in zona realizzativa: con la rete realizzata ieri contro il Lecce, infatti, il centrocampista napoletano è arrivato a ben 9 centri in campionato, e senza tirare rigori o punizioni, il che aumenta ancora di più i suoi meriti; tra le varie reti, spiccano la tripletta realizzata al Parma e il gol dell'ex nella sfida-scudetto contro la Juve a San Siro, in quella che è stata la partita più calda dell'anno. In poco più di mezza stagione, ha già dimostrato ai tanti scettici che le sue doti migliori non sono soltanto la corsa e la grinta, e che la sua presenza in una grande squadra è tutt'altro che immeritata. Con i suoi gol, inoltre, è il secondo miglior marcatore del Milan in campionato, dietro a Ibrahimovic, con i tanti attaccanti in rosa (Pato, Robinho, Cassano, El Shaarawy) che, messi insieme, hanno segnato come lui; una bella soddisfazione per chi, a inizio anno, era considerato solo un vice Gattuso e poco più. 
Che sia l'anno d'oro dei centrocampisti, considerando che anche la Juve seconda in classifica ha trovato in Claudio Marchisio un bomber insospettabile? Può darsi, resta il fatto che nel calcio di oggi la corsa, gli inserimenti e la grinta sono una componente fondamentale, e giocatori dotati di queste caratteristiche sono sempre più importanti in una squadra, sia essa una piccola o una grande. E così, a suon di reti e ottime prestazione, Nocerino, Marchisio e i loro colleghi stanno smentendo sempre di più chi ha scarsa considerazione del centrocampista tuttofare, che corre e lotta per tutti; parafrasando una nota canzone del passato, si potrebbe davvero dire che, nel loro caso, "oltre le gambe c'è di più"... 

martedì 28 febbraio 2012

Auguri San Dino!

Se oggi vedete un bimbo che fa il portiere in una partitella tra amici e gli chiedete chi sia il suo modello, con molta probabilità vi risponderà Buffon, o Abbiati, o Julio Cesar, a seconda della sua fede calcistica; ma se aveste fatto la stessa domanda a un bambino degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, lui avrebbe fatto un solo nome, senza esitazione: Dino Zoff. Per almeno due generazioni di italiani, lui ha rappresentato un'icona storica del calcio nostrano, il simbolo della Juventus e della Nazionale, l'esempio del grande sportivo e dell'atleta esemplare.
Eppure, la grande carriera del portiere friulano non è iniziata sotto le luci dei riflettori o tra grandi aspettative: cresciuto nella Marianese, squadra della sua città, Zoff a 14 anni viene scartato da alcuni grandi club durante i provini perché ritenuto troppo basso, e solo l'ulteriore crescita oltre il metro e ottanta e il duro lavoro gli consentono di guadagnarsi il primo contratto da professionista con l'Udinese. L'esordio in serie A, nel 1961, non è dei migliori, prende 5 gol dalla Fiorentina, e durante la stagione gioca solo 4 partite, mentre la squadra a fine campionato retrocede; un inizio non proprio incoraggiante, ma il ventenne Dino non si scoraggia, continua a lavorare e a migliorare la sua tecnica, e dopo un anno da titolare in serie B viene acquistato dal Mantova, squadra famosa col soprannome di Piccolo Brasile per il gioco spumeggiante che mette in mostra. La carriera del portierone inizia con i virgiliani, con cui mostra subito un ottimo livello, prosegue in seguito a Napoli, fino ad arrivare alla definitiva consacrazione con la Juventus, di cui difende la porta per 11 stagioni consecutive, senza saltare neanche un incontro fino al ritiro nel 1983, alla bellezza di 41 anni; con i bianconeri torinesi Zoff conquista 6 Scudetti, 2 Coppe Italia e 1 Coppa UEFA, ed entra di diritto negli almanacchi e nella storia del calcio italiano.
Il colore che maggiormente si lega alla sua carriera, tuttavia, è l'azzurro della Nazionale: dopo l'esordio nel 1968, Zoff fa parte stabilmente del gruppo azzurro per quindici lunghi anni, prendendo parte a ben quattro Mondiali (di cui tre da titolare) e due Europei, e vestendo dal '77 anche la fascia di capitano; in totale disputa 112 partite, è il primo italiano a superare il traguardo delle 100 presenze in Nazionale, e detiene anche il record mondiale di imbattibilità con ben 1142 consecutivi: dopo il gol dello jugoslavo Vukotic nel settembre 1972, Dino viene nuovamente battuto solo a giugno del 1974 dall'haitiano Sanon, durante lo sfortunato mondiale tedesco. Fresco esordiente, vince l'Europeo in casa nel '68, poi partecipa al Mondiale messicano come riserva di Albertosi, ottenendo un prestigioso secondo posto dietro il Brasile di Pelé; dopo la precoce eliminazione nel '74, è il capitano nella spedizione argentina del '78, in cui gli azzurri si distinguono per il bel gioco ma alla fine si accontentano del quarto posto, e in molti criticano proprio Zoff per i gol presi dalla lunga distanza e lo danno per finito. Lui resta al suo posto, ottiene un altro quarto posto, nel deludente Europeo casalingo, poi nell'82 ottiene finalmente la consacrazione che merita: il Mundial spagnolo incorona l'Italia dopo 44 anni di attesa, e Dino diventa il più anziano campione del Mondo di sempre, con i suoi 40 anni; di quel torneo storico rimangono alla mente l'incredibile parata all'ultimo secondo sul brasiliano Oscar, decisiva per la vittoria e il passaggio del turno, e il portierone che solleva la Coppa al cielo, nella magica notte di Madrid.
Una carriera perfetta insomma, con un unico grande rimpianto: la Coppa dei Campioni, sfiorata due volte con la Juve (nel '73 e nell'83) ma mai vinta. Appesi i guanti al chiodo, Zoff intraprende la carriera da allenatore, guida i bianconeri durante un periodo privo di successi, conquista Coppa Italia e Coppa UEFA nel 1990, poi si siede in tre diverse occasioni sulla panchina della Lazio, di cui è anche presidente durante la gestione Cragnotti, e infine vince l'ultima sfida ottenendo la salvezza con la neopromossa Fiorentina nel 2005. La sua esperienza più grande però è alla guida della Nazionale, sulla cui panchina viene chiamato dopo il Mondiale del '98 e in vista dell'Europeo del 2000; nonostante molte critiche, la squadra risponde sul campo raggiungendo la finale, che perde in modo rocambolesco al golden gol, dopo aver subito il pareggio nei minuti di recupero. E' il miglior risultato nella competizione dopo la vittoria del '68, ma le critiche del presidente del Milan Berlusconi su alcuni presunti errori tattici lo offendono e lo convincono a rassegnare le dimissioni., con poche ma decise parole, come ha sempre amato fare lui, non abituato a grandi dichiarazioni davanti alla stampa, ma sicuro e autoritario in campo e nello spogliatoio.
Oggi per Zoff è il giorno di un altro grande traguardo, stavolta non sportivo: l'ex portierone azzurro infatti compie 70 anni. Ne sono passati quasi 30 da quell'indimenticabile Mundial 1982, che lo ha reso definitivamente protagonista e gli ha dato l'onore che ha sempre meritato, ma il tempo non ha scalfito la sua immagine di grande portiere e personaggio, di leader carismatico e silenzioso. E' stato a lungo il primatista per presenze in campionato (570 partite, di cui 332 consecutive) e in Nazionale, prima che un altro mito del nostro calcio, Paolo Maldini, lo superasse in entrambi i casi. In molti adesso confrontano lui e il suo erede naturale Buffon, mettono a confronto gli stili e i titoli, cercano un improbabile paragone tra due atleti e due epoche sportive troppo diverse per essere avvicinate. Dino intanto rimane quello di sempre, il personaggio schivo e lontano dai riflettori e dai microfoni, l'uomo semplice che ha fatto del lavoro e dell'impegno i pilastri della sua carriera, come gli ha più volte insegnato il suo maestro e allenatore Bearzot, friulano come lui; due simboli del nostro calcio, due campioni del Mondo, due emblemi di un momento fantastico, indimenticabile nella nostra storia sportiva. Tanti auguri, San Dino!