Nello sport, ci sono atleti che restano in eterno nella memoria collettiva, che diventano icone per le grandi vittorie e le numerose imprese sportive ottenute durante la loro carriera, e che quando decidono di smettere entrano direttamente nella leggenda della loro disciplina. Nell'Olimpo del mondo della boxe, un uomo sicuramente brilla tra tanti, e rappresenta forse il primo, vero personaggio di questo sport, il più forte di tutti i tempi, il più grande sportivo del Novecento secondo alcuni; si tratta di Muhammad Alì, e oggi compie 70 anni.
Nato come Cassius Clay, comincia a praticare il pugilato già a 12 anni, e si mette in luce fin da dilettante, conquistando per la prima volta il proscenio mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, in cui conquista la medaglia d'oro. Quattro anni dopo, passato al professionismo, ottiene per la prima volta la corona dei pesi massimi, battendo per K.O. il campione in carica Sonny Liston, e subito dopo decide di convertisti all'Islam; da allora si fa chiamare Muhammad Ali, nome che raccoglie in sé l'onomastica di due personaggi fondamentali della religione musulmana, il profeta Maometto e Alì, uno dei nomi di Dio nel Corano, nonché uno dei più grandi Califfi dell'impero arabo. Combatte molte volte, difendendo il titolo con successo, poi nel 1967 viene destituito dalla federazione pugilistica a seguito del suo rifiuto di prestare servizio militare durante la guerra del Vietnam, un gesto che colpisce l'opinione pubblica americana, ancora lacerata dalle lotte per l'integrazione della popolazione nera nei confronti della maggioranza bianca; la sua giustificazione è perentoria:"Non vado a combattere qualcuno che non mi ha mai chiamato negro." Il clima di intolleranza l'aveva vissuto già qualche anno prima, quando nella sua Louisville gli era stato vietato l'ingresso in un ristorante perché di colore, e lui per rabbia e protesta aveva gettato in un fiume la medaglia vinta alle olimpiadi.
Tornato all'attività nel 1971, dopo aver conosciuto anche il carcere, in difficoltà economiche a causa della mancanza di incontri disputati, ma molti credono che la sua carriera sia già agli sgoccioli; Alì smentisce tutti, dando inizio alla parte migliore e più sfavillante della sua vita pugilistica. Perde ai punti la prima sfida per la riconquista dei titoli contro un altro grandissimo della boxe, Smokin' Joe Frazier, in quello che viene ricordato come il match del secolo e inaugura la feroce rivalità tra i due pesi massimi, ma questa sconfitta gli restituisce popolarità e credibilità; dopo una serie di vittorie contro atleti minori (tra cui Joe Bugner, conosciuto dal pubblico italiano per aver recitato in alcuni film di Bud Spencer) e una seconda sconfitta ai punti contro Ken Norton, vendicata prontamente nella rivincita, Alì riparte alla conquista del campionato del mondo: nel gennaio del 1974 batte Frazier, che nel frattempo ha perduto il titolo, sempre ai punti, quindi completa il suo capolavoro nel settembre dello stesso anno, sfidando George Foreman a Kinshasa, nello Zaire; in un match dominato fin dall'inizio a livello psicologico, in cui conquista il pubblico locale che lo incita tutto l'incontro con il celeberrimo "Alì bomaye!" (Alì uccidilo!), Alì sfianca l'avversario per otto riprese, incassando colpi tremendi senza reagire, per poi colpire Foreman quando è allo stremo, con una serie di pugni che lo mandano al tappeto e decretano la sua sconfitta per K.O. Un altro match leggendario è quello disputato un anno dopo a Manila, nelle Filippine, il terzo e ultimo scontro contro il grande rivale Joe Frazier, preceduto dalle provocazioni di Alì e dalla dura risposta del suo avversario ("Non voglio fargli male, lo voglio uccidere!"); nell'incontro forse più brutale di sempre, conosciuto come "The Thrilla in Manila" i due avversari si picchiano selvaggiamente per 14 riprese, entrambi sono allo stremo, ed è decisivo l'intervento dell'angolo di Frazier che getta la spugna per primo, consegnando la vittoria ad Alì, comunque in vantaggio ai punti.
Raggiunto l'apice, Muhammad conosce il lento e inesorabile declino dovuto all'età, non riesce più a vincere gli incontri per K.O. a causa anche della minore rapidità sul ring; dopo un altro grande match contro il potente Earnie Shavers, viene sconfitto ai punti nel 1978 da Leon Spinks, ma riesce a batterlo pochi mesi dopo nella rivincita, conquistando per la terza volta, a 36 anni e mezzo, il titolo di campione, e annunciando contemporaneamente il suo ritiro. Ha un ripensamento nel 1980, ma ormai l'età, e il terribile Morbo di Parkinson che già alberga dentro di lui, non gli lasciano scampo: subisce il primo K.O. tecnico da Larry Holmes, e un anno dopo si arrende ai punti a Trevor Berbick, mostrando una lentezza e una difficoltà nel parlare che testimoniano lo stato avanzato della malattia, che gli viene definitivamente diagnosticata nel 1984. E' il ritiro definitivo dall'attività agonistica, un epilogo amaro che non oscura la strepitosa carriera e soprattutto l'immagine scintillante di Muhammad Alì, che chiude con l'invidiabile record di 56 vittorie (di cui 37 per K.O.) in 61 incontri disputati.
Contemporaneamente inizia il match più duro della sua vita, quello contro il Parkinson, che lentamente lo divora nel fisico, ma non riesce a spezzare il carattere e la resistenza di Alì, come dimostrano le sue molteplici apparizioni in pubblico, la più commovente di tutte in occasione delle olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando è l'ultimo a portare la fiaccola olimpica; quel giorno, gli viene anche riconsegnata quella medaglia d'oro che più di 30 anni prima aveva gettato via per rabbia, come plateale gesto di protesta contro le discriminazioni razziali che ancora sconvolgevano e dividevano l'America. Nel 2005, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush lo ha insignito della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile statunitense.
La frase "vola come una zanzara, pungi come un'ape" racchiude bene il suo stile di combattimento, rivoluzionario per molti aspetti, fatto di rapidi spostamenti e una notevole agilità di gambe, accompagnata da insulti e provocazioni nei confronti dell'avversario, che rimaneva disorientato e finiva per scoprirsi, cedendo poi alla grande potenza dei pugni di Alì; il suo stile deriva dal fatto che non ama incassare, lui stesso si definisce più volte "troppo bello" per essere sfigurato dai tanti colpi, e allora preferisce ricorrere a questo diverso modo di combattere, che costituisce una vera e propria rivoluzione nel mondo della boxe, insieme al ricorso al "trash talking" gli insulti volgari rivolti all'avversario durante il match. Dominatore assoluto della scena, già prima di salire sul ring, Alì è diventato un'icona della cultura americana, ha saputo unire tutto un Paese profondamente diviso dal razzismo e dal pregiudizio, e ha rappresentato, insieme ai suoi mitici avversari Norton, Foreman e Frazier, una delle epoche migliori per il pugilato; forse solo Mike Tyson, dopo di lui, è riuscito ad avere una tale presa sulle folle, anche se Iron Mike ha fatto ricorso soprattutto alla forza bruta e alla potenza, e deve la sua fama anche alle tante vicissitudini dentro e fuori dal ring.
Oggi, come detto, compie 70 anni, festeggiato da tutta l'America e da tutti gli sportivi e appassionati del Mondo. Il suo grande rivale, Smokin' Joe Frazier, è venuto a mancare pochi mesi fa per un tumore al fegato, la sua battaglia più grande, quella contro il Parkinson, va avanti da quasi 30 anni, ma lui non ha nessuna di andare al tappeto, continua ad affrontare la vita ed il mondo a testa alta. Ed è per questo che anche oggi, proprio come in quella mitica notte africana del 1974, i suoi tifosi continuano ad incitarlo con quell'unico, inequivocabile grido: Alì bomaye!
Amo definirmi uno spirito libero, un giovane sospeso tra l'ancora fresca vita da studente e la nuova avventura alla ricerca di un lavoro e di una stabilità. Per il resto, non mi piace esprimere giudizi sulla mia persona e sul mio carattere, lascio agli amici l'arduo compito.
martedì 17 gennaio 2012
domenica 1 gennaio 2012
L'eterno Sir Alex
Se è vero che nel calcio le cosiddette "bandiere", ovvero quei giocatori che trascorrono lunghissimi periodi di tempo, se non l'intera carriera, con un'unica squadra, sono diventati una merce sempre più rara, figurarsi quanto può ritenersi eccezionale il caso di un allenatore che resiste sulla stessa panchina da quasi ventisei stagioni consecutive; la panchina in questione è quella, prestigiosissima, del Manchester United, e il tecnico che può vantare questo incredibile primato è Alexander Chapman Ferguson, o se preferite Sir Alex, uno dei grandi vincenti nella storia del calcio inglese e mondiale. E dire che gli anni dell'adolescenza non lasciavano minimamente presagire questi successi come manager: nato da una famiglia operaia, poco propenso agli studi, Ferguson si è fatto le ossa come apprendista in una fabbrica prima che su un campo di calcio. Attaccante discreto, ma sempre confinato nell'ambito calcistico della sua Scozia, non ha mai avuto la fortuna di alzare al cielo nessun trofeo da giocatore, se si eccettuano due promozioni dalla First Division (la serie B scozzese) e un titolo di capocannoniere.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel 1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel 1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.
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