lunedì 12 marzo 2012

Bomber per caso

Quando è arrivato a Milanello, il 31 agosto del 2011, proprio durante le ultime ore del mercato, alcuni addetti ai lavori hanno storto il naso, altri si sono chiesti l'utilità del suo acquisto, nonostante il prezzo decisamente basso (500.000 euro). Oggi, dopo l'ennesima buona prestazione contro il Lecce, condita anche da un gol, nessun tifoso rossonero dubita più delle qualità di Antonio Nocerino, e anzi più di uno si interroga sul perché questo ragazzo di quasi 27 anni abbia dovuto attendere così tanto prima di raggiungere la notorietà che merita. 
Napoletano doc, Nocerino cresce calcisticamente come centrocampista nelle giovanili della rivale storica dei partenopei, la Juventus, prima di tornare in Campania nel 2003, quando a 19 anni esordisce in serie B con la maglia dell'Avellino; sotto la guida dell'esperto Zeman, sempre molto attento ai giovani, disputa un buon campionato, giocando da titolare e con continuità, tanto da meritarsi l'attenzione del Genoa per la stagione successiva. I Grifoni, però, hanno allestito una squadra importante e d'esperienza per risalire in serie A, e Antonio trova decisamente poco spazio, così decide di cambiare aria per giocarsi le sue chances; in un anno e mezzo va prima a Catanzaro (fino a giugno 2005), poi al Crotone (da giugno 2005 a gennaio 2006), e infine al Messina (da gennaio 2006 al termine della stagione), squadra con cui esordisce anche in serie A. Una prima svolta importante nella sua carriera arriva l'anno seguente, quando decide di tornare in serie B e si accasa al Piacenza; qui ritrova finalmente la continuità che cercava e dimostra anche di avere buone doti realizzative, visto che va a segno per ben 6 volte in stagione, rispondendo in parte alle critiche di chi lo riteneva solo un mediano dai piedi poco "nobili".
Così, nell'estate 2007, Nocerino ha finalmente l'occasione di fare il grande salto quando riceve la chiamata della Juventus, la squadra in cui è cresciuto, che intende puntare su di lui e su altri giovani per riprendersi definitivamente dallo scandalo di Calciopoli e tornare ad alti livelli. Antonio inizia la stagione da titolare nei bianconeri di Ranieri, ha anche l'onore di esordire in Nazionale contro il Sudafrica nello stesso anno, ma purtroppo non convince del tutto la società, e l'arrivo di Sissoko a gennaio lo relega spesso in panchina. Nonostante una stagione comunque positiva, conclusa con la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino, in cui veste anche la fascia di capitano dell'Under 21 azzurra, lo spazio per lui a Torino sembra non esserci più, e infatti nell'estate successiva la società lo usa come pedina di scambio, cedendolo al Palermo nell'ambito dell'affare Amauri. Nella prima stagione con la maglia dei rosanero, Nocerino ritrova la continuità di rendimento ed è uno dei giocatori fondamentali della squadra, anche se i suoi compiti a centrocampo sono spesso di rottura e interdizione, così ha poca possibilità di mettere in mostra tutte le sue qualità; l'anno successivo però, dopo qualche iniziale difficoltà sotto la gestione di Zenga, l'arrivo di Delio Rossi sulla panchina del Palermo costituisce un nuovo, decisivo salto di qualità per Nocerino e per il suo rendimento in campo. Con compiti più offensivi e di accompagnamento alla manovra di attacco, Antonio segna i primi gol in serie A, dimostra di essere un centrocampista molto completo, e in breve diventa uno dei perni del gioco della squadra siciliana, confermandosi anche nell'annata successiva, il 2010-11; in quest'ultima stagione è titolare inamovibile e onnipresente dei rosanero, esordisce nelle coppe europee disputando l'Europa League e arriva anche a giocarsi la finale di Coppa Italia, persa contro l'Inter di Leonardo, oltre a tornare in Nazionale dopo oltre tre anni dalla prima convocazione. 
E' l'anno migliore per Nocerino, ma durante l'estate nessuna grande squadra di serie A sembra essere interessata al suo acquisto, e il centrocampista napoletano sembra destinato a rimanere ancora a Palermo. A sorpresa, proprio nelle ultimissime ore di mercato, il Milan di Allegri ne perfeziona l'acquisto, anche se molti non danno grande considerazione alla notizia, perché ritengono Aquilani un colpo decisamente più importante per i rossoneri; alcuni si interrogano sull'utilità del giocatore, visto che il centrocampo rossonero ha già molti atleti di livello mondiale, e Nocerino sembra destinato a diventare una riserva di lusso. Allegri invece dimostra da subito di credere molto in lui, lo impiega con continuità nel ruolo di interno sinistro, e Antonio ripaga subito la fiducia del tecnico e dell'ambiente con prestazioni sempre più convincenti, e soprattutto con una continuità incredibile in zona realizzativa: con la rete realizzata ieri contro il Lecce, infatti, il centrocampista napoletano è arrivato a ben 9 centri in campionato, e senza tirare rigori o punizioni, il che aumenta ancora di più i suoi meriti; tra le varie reti, spiccano la tripletta realizzata al Parma e il gol dell'ex nella sfida-scudetto contro la Juve a San Siro, in quella che è stata la partita più calda dell'anno. In poco più di mezza stagione, ha già dimostrato ai tanti scettici che le sue doti migliori non sono soltanto la corsa e la grinta, e che la sua presenza in una grande squadra è tutt'altro che immeritata. Con i suoi gol, inoltre, è il secondo miglior marcatore del Milan in campionato, dietro a Ibrahimovic, con i tanti attaccanti in rosa (Pato, Robinho, Cassano, El Shaarawy) che, messi insieme, hanno segnato come lui; una bella soddisfazione per chi, a inizio anno, era considerato solo un vice Gattuso e poco più. 
Che sia l'anno d'oro dei centrocampisti, considerando che anche la Juve seconda in classifica ha trovato in Claudio Marchisio un bomber insospettabile? Può darsi, resta il fatto che nel calcio di oggi la corsa, gli inserimenti e la grinta sono una componente fondamentale, e giocatori dotati di queste caratteristiche sono sempre più importanti in una squadra, sia essa una piccola o una grande. E così, a suon di reti e ottime prestazione, Nocerino, Marchisio e i loro colleghi stanno smentendo sempre di più chi ha scarsa considerazione del centrocampista tuttofare, che corre e lotta per tutti; parafrasando una nota canzone del passato, si potrebbe davvero dire che, nel loro caso, "oltre le gambe c'è di più"... 

martedì 28 febbraio 2012

Auguri San Dino!

Se oggi vedete un bimbo che fa il portiere in una partitella tra amici e gli chiedete chi sia il suo modello, con molta probabilità vi risponderà Buffon, o Abbiati, o Julio Cesar, a seconda della sua fede calcistica; ma se aveste fatto la stessa domanda a un bambino degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, lui avrebbe fatto un solo nome, senza esitazione: Dino Zoff. Per almeno due generazioni di italiani, lui ha rappresentato un'icona storica del calcio nostrano, il simbolo della Juventus e della Nazionale, l'esempio del grande sportivo e dell'atleta esemplare.
Eppure, la grande carriera del portiere friulano non è iniziata sotto le luci dei riflettori o tra grandi aspettative: cresciuto nella Marianese, squadra della sua città, Zoff a 14 anni viene scartato da alcuni grandi club durante i provini perché ritenuto troppo basso, e solo l'ulteriore crescita oltre il metro e ottanta e il duro lavoro gli consentono di guadagnarsi il primo contratto da professionista con l'Udinese. L'esordio in serie A, nel 1961, non è dei migliori, prende 5 gol dalla Fiorentina, e durante la stagione gioca solo 4 partite, mentre la squadra a fine campionato retrocede; un inizio non proprio incoraggiante, ma il ventenne Dino non si scoraggia, continua a lavorare e a migliorare la sua tecnica, e dopo un anno da titolare in serie B viene acquistato dal Mantova, squadra famosa col soprannome di Piccolo Brasile per il gioco spumeggiante che mette in mostra. La carriera del portierone inizia con i virgiliani, con cui mostra subito un ottimo livello, prosegue in seguito a Napoli, fino ad arrivare alla definitiva consacrazione con la Juventus, di cui difende la porta per 11 stagioni consecutive, senza saltare neanche un incontro fino al ritiro nel 1983, alla bellezza di 41 anni; con i bianconeri torinesi Zoff conquista 6 Scudetti, 2 Coppe Italia e 1 Coppa UEFA, ed entra di diritto negli almanacchi e nella storia del calcio italiano.
Il colore che maggiormente si lega alla sua carriera, tuttavia, è l'azzurro della Nazionale: dopo l'esordio nel 1968, Zoff fa parte stabilmente del gruppo azzurro per quindici lunghi anni, prendendo parte a ben quattro Mondiali (di cui tre da titolare) e due Europei, e vestendo dal '77 anche la fascia di capitano; in totale disputa 112 partite, è il primo italiano a superare il traguardo delle 100 presenze in Nazionale, e detiene anche il record mondiale di imbattibilità con ben 1142 consecutivi: dopo il gol dello jugoslavo Vukotic nel settembre 1972, Dino viene nuovamente battuto solo a giugno del 1974 dall'haitiano Sanon, durante lo sfortunato mondiale tedesco. Fresco esordiente, vince l'Europeo in casa nel '68, poi partecipa al Mondiale messicano come riserva di Albertosi, ottenendo un prestigioso secondo posto dietro il Brasile di Pelé; dopo la precoce eliminazione nel '74, è il capitano nella spedizione argentina del '78, in cui gli azzurri si distinguono per il bel gioco ma alla fine si accontentano del quarto posto, e in molti criticano proprio Zoff per i gol presi dalla lunga distanza e lo danno per finito. Lui resta al suo posto, ottiene un altro quarto posto, nel deludente Europeo casalingo, poi nell'82 ottiene finalmente la consacrazione che merita: il Mundial spagnolo incorona l'Italia dopo 44 anni di attesa, e Dino diventa il più anziano campione del Mondo di sempre, con i suoi 40 anni; di quel torneo storico rimangono alla mente l'incredibile parata all'ultimo secondo sul brasiliano Oscar, decisiva per la vittoria e il passaggio del turno, e il portierone che solleva la Coppa al cielo, nella magica notte di Madrid.
Una carriera perfetta insomma, con un unico grande rimpianto: la Coppa dei Campioni, sfiorata due volte con la Juve (nel '73 e nell'83) ma mai vinta. Appesi i guanti al chiodo, Zoff intraprende la carriera da allenatore, guida i bianconeri durante un periodo privo di successi, conquista Coppa Italia e Coppa UEFA nel 1990, poi si siede in tre diverse occasioni sulla panchina della Lazio, di cui è anche presidente durante la gestione Cragnotti, e infine vince l'ultima sfida ottenendo la salvezza con la neopromossa Fiorentina nel 2005. La sua esperienza più grande però è alla guida della Nazionale, sulla cui panchina viene chiamato dopo il Mondiale del '98 e in vista dell'Europeo del 2000; nonostante molte critiche, la squadra risponde sul campo raggiungendo la finale, che perde in modo rocambolesco al golden gol, dopo aver subito il pareggio nei minuti di recupero. E' il miglior risultato nella competizione dopo la vittoria del '68, ma le critiche del presidente del Milan Berlusconi su alcuni presunti errori tattici lo offendono e lo convincono a rassegnare le dimissioni., con poche ma decise parole, come ha sempre amato fare lui, non abituato a grandi dichiarazioni davanti alla stampa, ma sicuro e autoritario in campo e nello spogliatoio.
Oggi per Zoff è il giorno di un altro grande traguardo, stavolta non sportivo: l'ex portierone azzurro infatti compie 70 anni. Ne sono passati quasi 30 da quell'indimenticabile Mundial 1982, che lo ha reso definitivamente protagonista e gli ha dato l'onore che ha sempre meritato, ma il tempo non ha scalfito la sua immagine di grande portiere e personaggio, di leader carismatico e silenzioso. E' stato a lungo il primatista per presenze in campionato (570 partite, di cui 332 consecutive) e in Nazionale, prima che un altro mito del nostro calcio, Paolo Maldini, lo superasse in entrambi i casi. In molti adesso confrontano lui e il suo erede naturale Buffon, mettono a confronto gli stili e i titoli, cercano un improbabile paragone tra due atleti e due epoche sportive troppo diverse per essere avvicinate. Dino intanto rimane quello di sempre, il personaggio schivo e lontano dai riflettori e dai microfoni, l'uomo semplice che ha fatto del lavoro e dell'impegno i pilastri della sua carriera, come gli ha più volte insegnato il suo maestro e allenatore Bearzot, friulano come lui; due simboli del nostro calcio, due campioni del Mondo, due emblemi di un momento fantastico, indimenticabile nella nostra storia sportiva. Tanti auguri, San Dino!

mercoledì 22 febbraio 2012

Il caso Bergamini

Oggi, le prime pagine dei giornali si concentrano soprattutto sulla grande impresa del Napoli, che ha battuto 3 a 1 il più quotato Chelsea nell'andata degli ottavi di Champions, ma la mia attenzione è stata attirata da una notizia, passata un po' in secondo piano, che invece è di estrema importanza: dopo oltre vent'anni, i carabinieri hanno finalmente stabilito che Donati Denis Bergamini, ex giocatore del Cosenza, non si suicidò in quel tragico 18 novembre 1989; uno spiraglio di luce in una vicenda estremamente oscura, difficile da risolvere completamente, con giudizi e referti espressi in maniera frettolosa che costringono una famiglia, quella del povero calciatore defunto, ad attendere ancora la verità su questa tragica morte.
Prima di quel triste giorno, Bergamini ha conosciuto solo da poco l'onore delle cronache sportive nazionali. Originario di Argenta, nel ferrarese, cresce calcisticamente nell'Imola e nel Russi, squadre con cui disputa complessivamente 3 campionati in Interregionale, per poi trasferirsi al Cosenza, in C1, nell'estate del 1985; centrocampista, atleta di grande impegno e dedizione, si conquista il rispetto di allenatori e compagni di squadra, ottiene il posto da titolare e l'affetto dei tifosi calabresi, che lo considerano un idolo. Con lui in campo, il Cosenza dapprima conquista una storica promozione in serie B nel 1988, poi l'anno successivo ottiene anche la salvezza; Denis, dopo 4 stagioni con la maglia rossoblù, in estate è corteggiato da molte squadre, tra cui il Parma, che sta costruendo il gruppo che negli anni successivi farà meraviglie in serie A e in Europa, ma alla fine si convince e rimane a Cosenza ancora per un anno.
Poi, il 18 novembre del 1989, la tragedia: Bergamini è trovato morto sulla statale 106 Jonica, presso Roseto Capo Spulico. Dalle ricostruzioni dell'unica persona presente sul luogo al momento dell'accaduto, l'ex fidanzata Isabella Internò, viene stabilito che il giovane si è suicidato, gettandosi tra le ruote di un camion che stava arrivando e venendo trascinato per molti metri sull'asfalto; l'indagine viene archiviata molto rapidamente, l'autista del camion è assolto dall'accusa di omicidio colposo pochi anni dopo, ma l'ipotesi del suicidio non convince mai del tutto la famiglia del calciatore, i suoi compagni di squadra e moltissimi tifosi.
Numerosi sono i dettagli sospetti: il corpo, teoricamente trascinato per molti metri da un mezzo pesante su una strada fangosa e bagnata per la pioggia, presenta solo una ferita da schiacciamento all'altezza del bacino, per il resto è perfettamente intatto e pulito, come testimonia anche la perizia del medico. Inoltre, gran parte dei vestiti di Bergamini vengono bruciati subito, prima di essere controllati e catalogati, e i pochi effetti rimasti (le scarpe, una catenina e un orologio) vengono consegnati alla famiglia solo tramite un vecchio facchino del Cosenza Calcio, che però non vuole che la cosa si sappia; lo stesso facchino, secondo la testimonianza del padre di Denis, fa sapere, insieme a un altro membro della società, di avere novità da rivelare sull'incidente, ma purtroppo entrambi periscono in un incidente stradale, sempre sulla statale Jonica. A ciò si aggiungono alcune discordanze nelle testimonianze rilasciate dalla giovane Isabella, ex fidanzata di Bergamini, e dai carabinieri accorsi sul luogo del presunto suicidio, circa l'orario dell'incidente e del decesso dell'uomo. Ma più di tutto, manca il movente di questo presunto suicidio: il giocatore ha appena 27 anni, è all'apice della carriera al momento dei fatti, è sereno e viene descritto da tutti, compagni e amici, come innamorato della vita, per cui un gesto così estremo appare sempre meno giustificabile; le ipotesi che Bergamini fosse implicato in presunti racket di scommesse clandestine o fosse legato a qualche importante gruppo malavitoso non hanno mai trovato conferma, anzi in molti casi sono state considerate accuse infamanti e assolutamente arbitrarie.
Dopo anni e anni di battaglia legale e di ricerche private, con l'acquisizione di nuove testimonianze e reperti fotografici e la dimostrazione delle tante, troppe incongruenze riscontrate nell'indagine tecnica dell'incidente, finalmente a giugno del 2011 la procura di Castrovillari ha deciso di riaprire il caso, e proprio oggi è arrivata la svolta ufficiale: non si è trattato di un suicidio, Bergamini era già morto al momento dell'impatto con il camion. La perizia dei carabinieri ha stabilito, dopo attente simulazioni, che la dinamica dell'incidente è del tutto incompatibile con lo stato delle scarpe e degli altri oggetti rinvenuti, riaprendo di fatto il caso e dando finalmente alla famiglia del defunto calciatore, anche se dopo la bellezza di 22 anni, la possibilità di avere la giustizia che da tempo invoca. Con i parenti, sono sicuramente felici della notizia anche i tantissimi cosentini e tifosi che si sono sempre battuti al loro fianco per ottenere giustizia e verità sul caso, come dimostrano i due Bergamini Day, svoltisi a Cosenza nel dicembre 2009 e nel dicembre 2010, il convegno dal titolo "Verità per Bergamini" che si è tenuto ad Aiello Calabro, sempre nel 2010, e le tantissime altre iniziative sul tema. L'affetto per il vecchio idolo non si è mai spento nei tifosi rossoblù, come testimoniano la dedica a Denis della Curva Sud dello Stadio San Vito, il suo mezzo busto conservato negli spogliatoi e i cori che gli vengono continuamente rivolti durante le partite.
Forse non si saprà mai cosa è accaduto davvero quel tragico 18 novembre del 1989, e i colpevoli di quello che appare a tutti gli effetti un omicidio non verranno mai puniti, ma la speranza è sempre l'ultima a morire, come hanno dimostrato con la loro dedizione i famigliari di Denis Bergamini e tutte quelle persone che in questi anni, nonostante le tante difficoltà incontrate, si sono sempre battute per la verità, per dare giustizia a un ragazzo di 27 anni scomparso prematuramente e in un modo tanto brutale.

lunedì 13 febbraio 2012

Il trionfo dei Chipolopolo

Ieri sera, nella suggestiva cornice dello Stade D'Angondjé di Libreville, capitale del Gabon, la Coppa d'Africa 2012 ha designato la sua nuova regina. Data l'assenza dell'Egitto, campione nelle tre edizioni precedenti, tutti gli esperti puntavano sull'affermazione di una tra le nuove superpotenze del calcio africano, il Ghana di Asamoah e Muntari, o la Costa D'Avorio di Drogba e dei fratelli Touré; invece, a sorpresa, il successo finale ha arriso allo Zambia, non certo una delle favorite alla vigilia. C'è da dire infatti che la nazionale zambiana non ha mai avuto una grande tradizione nel calcio internazionale, ma per noi italiani rappresenta un ricordo piuttosto spiacevole.
19 settembre 1988, Olimpiadi di Seul: la nazionale olimpica azzurra, che tra gli altri può contare su Tacconi, Carnevale, Virdis, Ferrara, Tassotti e De Agostini, affronta lo sconosciuto e, sulla carta, debole Zambia; gli africani dominano la partita dal primo all'ultimo minuto e si impongono con un sonante 4 a 0, una delle sconfitte più umilianti di sempre per il calcio italiano. Mattatore di quella giornata e di quel torneo è Kalusha Bwalya, l'uomo simbolo dei Chipolopolo (i proiettili di rame, questo il loro soprannome), autore di una tripletta contro l'Italia e di ben 6 reti totali in sole 4 partite, e nonostante lo Zambia esca ai quarti contro la fortissima Germania Ovest (ancora uno 0-4, ma stavolta a loro svantaggio), tutti parlano dell'ascesa di questa nuova realtà del calcio africano. A interrompere bruscamente il sogno sportiva dell'intera nazione, però, ci pensa una tragica fatalità: il 27 aprile del 1993 l'aereo che porta la nazionale zambiana in Senegal per una partita di qualificazione ai Mondiali del '94 precipita nell'Oceano Atlantico, proprio di fronte alle coste del Gabon; non ci sono superstiti, 30 persone tra giocatori, giornalisti, staff e membri dell'equipaggio trovano la morte, si salvano solo Bwalya e pochi altri, che non sono con la squadra per infortunio o perché impegnati in Europa con i club. E' una tragedia spaventosa per lo Zambia e per il calcio africano in genere, un disastro che si può paragonare a quello di Superga del 1949, quando a sparire fu il Grande Torino, la squadra più forte d'Italia e il perno della Nazionale.
Dopo le lacrime, tutti gli sportivi zambiani si stringono al loro simbolo, il capitano Bwalya, e gli chiedono di onorare i compagni caduti e portare in alto la bandiera dei Chipolopolo; il fuoriclasse non si scompone, si assume tutte le responsabilità del leader e tenta l'impresa, ma purtroppo fallisce la qualificazione alla Coppa del Mondo, che prima della tragedia era davvero molto vicina. L'anno dopo, tuttavia, nonostante il brusco rinnovamento lo Zambia ha la grande occasione di scrivere la storia: disputa una grande Coppa d'Africa, al di là di ogni attesa, e per la seconda volta nella sua storia arriva in finale, dove però deve arrendersi contro le Aquile della Nigeria, che avrebbero poi stupito anche nel Mondiale americano; due anni dopo, nell'edizione successiva del torneo, i Chipolopolo si confermano una delle squadre più forti del continente, ma devono accontentarsi del terzo posto finale e del titolo di capocannoniere per Bwalya. Da quel momento, tuttavia, la grande epopea dello Zambia sembra spegnersi definitivamente, la squadra cala di rendimento, fallisce sia nelle qualificazioni ai Mondiali sia nelle successive Coppe d'Africa, e il ritiro del leader e goleador Bwalya sembra la pietra tombale alle speranze del calcio zambiano.
Nel 2010 tuttavia, sotto la guida dell'allenatore francese Hervé Renard, i Chipolopolo vivono una nuova rinascita, riescono a superare un difficile girone nella Coppa d'Africa e accedono ai quarti di finale, dove vengono eliminati ancora una volta dalla Nigeria ai calci di rigore; è il miglior risultato da 14 anni a questa parte per lo Zambia, ma la mancata qualificazione ai Mondiali sudafricani convince il c.t. a non rinnovare il contratto, lasciando il posto in panchina a Dario Bonetti, che segna quindi un nuovo incrocio tra il calcio zambiano e quello italiano. Sotto la nuova guida tecnica, la squadra ottiene la qualificazione alla Coppa d'Africa 2012, ma proprio dopo l'ultima partita Bwalya, diventato nel frattempo Presidente della Federcalcio Zambiana, si dice poco soddisfatto del lavoro svolto dall'italiano e decide di esonerarlo, richiamando Renard sulla panchina; sembra una scelta azzardata, invece proprio con la guida del coach francese lo Zambia riesce ad arrivare lì dove non era mai giunto: al titolo di campione d'Africa. Dopo aver eliminato in girone il Senegal, da molti considerata una delle squadre favorite alla vittoria, e aver superato l'abbordabile Sudan nei quarti, i Chipolopolo hanno affrontato una dopo l'altra il Ghana e la Costa D'Avorio, sicuramente le due formazioni più forti del torneo; le hanno battute entrambe, la prima in semifinale, la seconda in finale ai rigori, guadagnandosi con merito la vittoria finale, il tutto a pochissima distanza dal luogo del terribile schianto del 1993.
Dispiace un po' soprattutto per gli ivoriani, battuti nell'atto conclusivo senza aver subito nemmeno un gol in tutto il torneo, e per il loro leader Didier Drogba, che ha sprecato l'occasione della vita ancora una volta, quando ha sprecato un rigore durante i tempi regolamentari; per gli Elefanti continua la maledizione della Coppa d'Africa, che hanno vinto una sola volta nel 1992 e hanno sfiorato più volte nelle edizioni recenti, senza mai riuscire tuttavia ad alzare il trofeo. Ma stavolta è giusto che sia andata così, perché ieri ad alzare la coppa non c'erano solo il capitano Katongo e tutti i suoi compagni di squadra, insieme al mister Renard e al presidente-simbolo Bwalya: c'era una Nazione intera, che cantava e ballava commossa, e c'erano soprattutto gli sfortunati giocatori periti a nemmeno un chilometro di distanza da Libreville, la città in cui si è disputata la finale; forse proprio dal loro ricordo, ancora così vivo dopo quasi vent'anni, è arrivata la spinta decisiva per lo Zambia, che da eterna incompiuta si è trasformata finalmente in una squadra vincente.

sabato 11 febbraio 2012

E' nata una stella?

Dopo alcuni mesi di sospensione per il lock-out, lo sciopero dei giocatori, da Natale è ricominciato il massimo campionato di basket del mondo, la NBA, che come ogni anno regala agli appassionati tante emozioni e incanta per le storie incredibili dei protagonisti che consacra di stagione in stagione. Il 2012 potrebbe essere l'anno del primo, sospirato titolo di LeBron James, o l'anno dell'affermazione di Derrick Rose, o l'anno della rivincita degli eterni perdenti, i Los Angeles Clippers. In queste ultime settimane, tuttavia, l'attenzione di tutti si è spostata su un giocatore finora sconosciuto ai più, salito all'onore delle cronache per le sue prestazioni sempre più convincenti: si tratta di Jeremy Lin, guardia dei New York Knicks.
Sulla squadra della Grande Mela c'è da sempre una pressione incredibile, perché la franchigia ha sempre fatto la storia della NBA (è l'unica, insieme ai Boston Celtics, a non aver mai cambiato sede dalla creazione della lega) e il "palcoscenico", il celebre Madison Square Garden, è divenuto uno dei luoghi di culto del basket americano; nonostante le attese, tuttavia, un titolo manca dal lontano 1973, e le sole due finali giocate e perse da allora ad oggi, nonostante la presenza di una grande stella come Patrick Ewing, non hanno ovviamente accontentato i tantissimi fan newyorchesi. Per questo motivo, dall'estate del 2010, la dirigenza ha iniziato a lavorare per rinforzarsi, e ha scelto come guida una vecchia conoscenza del basket italiano: Mike D'Antoni, giocatore e allenatore con Milano e Treviso. Sono arrivati prima Amar'e Stoudemire, poi Carmelo Anthony (con il sacrificio di un altro italiano, Danilo Gallinari), quindi in estate è stato preso Tyson Chandler, fresco campione con Dallas nel 2011, e al gruppo si è aggiunto anche Baron Davis, giocatore di indubbio estro e talento, ma i risultati non sono migliorati granché rispetto al passato; vero che i Knicks la scorsa stagione hanno rivisto i playoff dopo 7 anni (sconfitti al primo turno da Boston), ma il gioco e il rendimento sono stati al di sotto delle attese; la partenza non proprio positiva di questa stagione, con evidenti problemi di gioco e di convivenza tra le due stelle della squadra, ha messo in discussione il lavoro della dirigenza e il posto di D'Antoni.
Nel momento più difficile, del tutto inaspettato, ecco arrivare lui, il più improbabile degli eroi: Jeremy Lin, un ragazzo di 23 anni proveniente da Harvard. Di origini asiatiche (padre di Taiwan, madre cinese), dopo essere uscito dal college nel 2010 era stato messo sotto contratto dai Golden State Warriors, senza mai ottenere un posto fisso in squadra, e all'inizio di questa stagione era stato "tagliato" dagli stessi Warriors e dagli Houston Rockets, in cui era in prova; a quel punto, New York ha deciso di dargli una chance, l'ha fatto giocare nella D-League (la lega parallela in cui i giocatori con poco spazio nella NBA possono mettersi in mostra e migliorarsi), e a gennaio l'ha chiamato in prima squadra. Lin ha ripagato la fiducia del suo mister e ha infiammato l'ambiente inanellando una serie di 3 partite incredibili, tutte vinte dai Knicks anche grazie a lui: 25 punti contro New Jersey, 28 contro Utah, 23 a Washington; il tutto con una gestione del gioco quasi da veterano, e senza l'apporto delle due star della squadra, Stoudemire e Anthony, indisponibili dalla seconda partita. Molti a New York hanno iniziato a gioire per la sua improvvisa esplosione e hanno parlato di un nuovo fenomeno del basket NBA, tanti altri invece hanno cercato di calmare gli animi, ricordando che non basta un exploit del genere a far diventare un buon giocatore un fenomeno. Ma Lin non si è scomposto, e questa volta ha dato un'ulteriore dimostrazione del suo momento di grazia: contro i temibili Los Angeles Lakers di Kobe Bryant, la giovane guardia ha messo a segno ben 38 punti, con giocate di una maturità incredibile, e ha letteralmente trascinato i suoi Knicks alla quarta vittoria consecutive, tra l'entusiasmo e la gioia degli spettatori del Garden.
Mike D'Antoni, che ha scommesso molto su di lui, è ovviamente felice per la risposta che ha ottenuto, e si è detto convinto che il ragazzo si dimostrerà un giocatore vero e continuerà a migliorare in futuro; i tifosi l'hanno già fatto diventare un idolo, coniando per lui termini come Linsanity (pazzia per Lin) e ribattezzando la squadra New York Lins. Da parte sua, il ragazzo non sembra essersi montato la testa per questa celebrità improvvisa, cerca di rimanere concentrato sul gioco e di mantenere lo stesso impegno mostrato finora, e non manca di sottolineare l'importanza della squadra piuttosto che del singolo. E' innegabile però che in questo momento della stagione la vera star della NBA è proprio lui, e tutti sono ansiosi di assistere a nuove importanti performance e di capire fin dove potranno arrivare i Knicks con il rientro di tutti i giocatori e una maggiore amalgama nella squadra; il sogno di tutti, inutile dirlo, può essere solo la conquista di quel titolo che da troppi anni manca nella Grande Mela, una città talmente appassionata di basket, che anche la Statua della Libertà (secondo i newyorchesi) ha la mano alzata perché vuole ricevere palla sotto canestro.

venerdì 3 febbraio 2012

Solo un mese fa, tutti i giornali e gli "esperti" del mondo del pallone lo davano ormai per finito, spesso costretto in tribuna dagli infortuni e incapace di trovare la via del gol con la facilità degli anni migliori. Molti giudicavano folle la dirigenza dell'Inter per essersi privata di un bomber come Eto'o ed aver tenuto lui, più "anziano" di due anni e deludente nella precedente stagione. E invece, Diego Alberto Milito non si è fatto intimidire dalle critiche, è andato avanti per la sua strada, e lo splendido poker di reti realizzato due giorni fa ha sancito la sua definitiva rinascita e il ritorno ad una media-gol adeguata ai suoi anni precedenti. 
Argentino ma di chiara origine italiana (i nonni erano originari di Terranova da Sibari, presso Cosenza), Milito è cresciuto calcisticamente nel Racing di Avellaneda, che con lui in squadra vince il campionato d'Apertura del 2001, ben 35 anni dopo l'ultima volta; è in questo periodo della carriera che i tifosi, come accade ad ogni calciatore, scelgono per lui un soprannome: El Principe, per via della somiglianza fisica e tecnica con un altro grande calciatore sudamericano, l'uruguaiano Enzo Francescoli, anche lui soprannominato così. Dopo alcune buone stagioni con il Racing, il destino di Milito si lega per la prima volta con il calcio italiano: a gennaio del 2004, il presidente del Genoa Enrico Preziosi punta su di lui per rinforzare la squadra e riportarla in serie A dopo quasi 10 anni di assenza; il Principe ripaga la fiducia in modo più adeguato, andando a segno ben 33 volte in un anno e mezzo sotto la Lanterna, e il 2005 si chiude con la tanto sospirata promozione nella massima serie del calcio italiano. Purtroppo per lui e per i tifosi genoani, però, in estate esplode lo scandalo della combine nell'ultima partita del campionato, Genoa-Venezia, finita 3-2 e decisiva per la promozione dei rossoblu, e la penalizzazione per i Grifoni è durissima: retrocessione immediata in serie C1; il sogno della serie A si tramuta in un incubo, e per ripartire da 0 la squadra è costretta a vendere buona parte dei suoi migliori giocatori, tra cui appunto Milito.
Acquistato dal Real Saragozza, squadra in cui già milita suo fratello Gabriel, il Principe ha l'occasione di mettersi in mostra anche nella Liga, e in tre anni mette a segno ben 53 reti, classificandosi secondo nella classifica dei marcatori del 2007, alle spalle di Van Nistelrooy, bomber olandese del Real Madrid. Proprio contro i madrileni, Milito si rende protagonista di una partita memorabile: il 9 febbraio del 2006, nella semifinale di Coppa del Re, realizza un incredibile poker di reti nel 6-1 complessivo della sua squadra contro le merengues, risultato che vale al Saragozza la finale contro l'Espanyol, poi persa. Dopo due buone stagioni, con tanto di qualificazione in UEFA, nel 2008 la squadra aragonese ha un brusco calo di rendimento, e alla fine dell'anno retrocede clamorosamente in Segunda Division; Milito fa comunque del suo meglio, segnando 17 reti e risultando il migliore dei suoi, ma al termine della stagione rischia di sprofondare nella seconda serie spagnola, perché nessuno pare interessato al suo acquisto. Proprio negli ultimi giorni di mercato, però, il suo vecchio presidente Preziosi si ricorda di lui, e decide di riportarlo al Genoa, che nel frattempo ci ha messo solo due anni per cancellare l'onta dello scandalo e ritornare finalmente in serie A.
Acquistato proprio nelle ultime ore del mercato estivo, il Principe esordisce nel massimo campionato italiano, contro il Milan, e segna il primo di 24 gol, record per un giocatore del Genoa in serie A, piazzandosi ancora secondo nella classifica marcatori dietro l'interista Ibrahimovic; i tifosi rossoblu, che non hanno mai smesso di tifare per lui, sono esaltati dalle sue prestazioni, soprattutto nei derby contro i rivali della Sampdoria, in cui realizza ben 4 reti, tutte decisive per dare la vittoria alla sua squadra, e alla fine della stagione festeggiano una meritata qualificazione in Coppa UEFA. E' a questo punto, ormai trentenne, che il Principe riceve finalmente la chiamata di una grande: l'Inter di Mourinho decide di puntare su di lui per affermarsi in Italia e in Europa. In realtà la vera stella di quel mercato è Eto'o, acquistato dal Barcellona, ma ben presto Milito dimostra di non essere da meno, e a suon di gol si conquista la fiducia di tutti e, alla fine, risulta decisivo per la realizzazione dello storico Triplete nerazzurro; segna in finale di Coppa Italia contro la Roma, nell'ultima di campionato a Siena, e infine realizza una doppietta nella magica finale di Champions contro il Bayern Monaco: in totale, sono 30 reti in stagione, suo record personale. Si guadagna anche un posto per i Mondiali 2010 in Sudafrica, ma il rapporto con la Nazionale non è lo stesso che ha con i club: Maradona gli preferisce sempre Higuain come punta, e Milito non riesce a lasciare il segno nell'Albiceleste.
Dopo la sua annata migliore, però, il Principe sembra entrare nella fase calante della sua carriera: il 2011 è una stagione molto deludente, Milito è spesso fuori per infortunio, e quando gioca non riesce più ad andare in rete con la stessa continuità; fallisce un rigore nella Supercoppa Europea, in Champions segna solo nella sfortunata partita casalinga contro lo Schalke, persa 5-2 dai nerazzurri, e in campionato si ferma a soli 5 gol dopo i 22 dell'anno prima. La squadra si aggiudica comunque Supercoppa Italiana, Mondiale per Club e Coppa Italia (Milito segna in queste ultime due competizioni), ma la sensazione è che ci sia bisogno di rinnovamento, e il Principe è uno dei candidati a partire per far spazio a nuovi giocatori. Tuttavia il nuovo mister Gasperini, che lo ha allenato a Genova, gli rinnova la fiducia e lo ritiene un titolare inamovibile; Milito lo ripaga con una doppietta contro il Palermo nella prima di campionato, ma i risultati della squadra tardano ad arrivare, e dopo poche partite arriva l'inevitabile esonero. Con l'arrivo di Claudio Ranieri, le cose per il Principe sembrano peggiorare: il suo posto da titolare non è più certo, e inoltre la scarsa tranquillità lo porta a mancare gol clamorosi; molti iniziano a mugugnare, lo danno per finito, ma il mister non si scompone e gli rinnova la fiducia. Ed ecco che, come nelle favole, ad un tratto il brutto anatroccolo si trasforma di nuovo in Principe: contro il Lecce in casa, Milito inaugura una serie di 4 partite consecutive a segno, compreso l'importantissimo derby con il Milan, vinto 1-0 grazie a lui, e dopo una giornata di "riposo" si mette ancora in evidenza contro il Palermo, a cui rifila ben 4 reti; in totale, ben 9 gol in 6 partite, che lo riportano nelle posizioni alte della classifica marcatori e lo rendono nuovamente un punto di riferimento nell'attacco dell'Inter.
Ora la stagione entra nel vivo, la Champions è alle porte, e i tifosi si augurano che la rinnovata vena del Principe sia decisiva per poter coltivare ancora ambizioni di classifica e puntare a far bene anche in Europa. Da parte sua, Milito non ha nessuna intenzione di fermarsi, e vuole mantenere alta la sua media-gol, che finora parla di oltre una rete ogni due partite con le squadre italiane, un bottino davvero invidiabile. Inoltre, è sempre vivo il sogno di riconquistare un posto nella sua Nazionale, l'unica squadra in cui finora non è riuscito a lasciare il segno; i Mondiali del 2014 sono ancora lontani, e la concorrenza è tanta e agguerrita, ma questo non frenerà di certo la voglia di gol del Principe, tornato finalmente quello di un tempo.

martedì 17 gennaio 2012

Ali bomaye!

Nello sport, ci sono atleti che restano in eterno nella memoria collettiva, che diventano icone per le grandi vittorie e le numerose imprese sportive ottenute durante la loro carriera, e che quando decidono di smettere entrano direttamente nella leggenda della loro disciplina. Nell'Olimpo del mondo della boxe, un uomo sicuramente brilla tra tanti, e rappresenta forse il primo, vero personaggio di questo sport, il più forte di tutti i tempi, il più grande sportivo del Novecento secondo alcuni; si tratta di Muhammad Alì, e oggi compie 70 anni.
Nato come Cassius Clay, comincia a praticare il pugilato già a 12 anni, e si mette in luce fin da dilettante, conquistando per la prima volta il proscenio mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, in cui conquista la medaglia d'oro. Quattro anni dopo, passato al professionismo, ottiene per la prima volta la corona dei pesi massimi, battendo per K.O. il campione in carica Sonny Liston, e subito dopo decide di convertisti all'Islam; da allora si fa chiamare Muhammad Ali, nome che raccoglie in sé l'onomastica di due personaggi fondamentali della religione musulmana, il profeta Maometto e Alì, uno dei nomi di Dio nel Corano, nonché uno dei più grandi Califfi dell'impero arabo. Combatte molte volte, difendendo il titolo con successo, poi nel 1967 viene destituito dalla federazione pugilistica a seguito del suo rifiuto di prestare servizio militare durante la guerra del Vietnam, un gesto che colpisce l'opinione pubblica americana, ancora lacerata dalle lotte per l'integrazione della popolazione nera nei confronti della maggioranza bianca; la sua giustificazione è perentoria:"Non vado a combattere qualcuno che non mi ha mai chiamato negro." Il clima di intolleranza l'aveva vissuto già qualche anno prima, quando nella sua Louisville gli era stato vietato l'ingresso in un ristorante perché di colore, e lui per rabbia e protesta aveva gettato in un fiume la medaglia vinta alle olimpiadi.
Tornato all'attività nel 1971, dopo aver conosciuto anche il carcere, in difficoltà economiche a causa della mancanza di incontri disputati, ma molti credono che la sua carriera sia già agli sgoccioli; Alì smentisce tutti, dando inizio alla parte migliore e più sfavillante della sua vita pugilistica. Perde ai punti la prima sfida per la riconquista dei titoli contro un altro grandissimo della boxe, Smokin' Joe Frazier, in quello che viene ricordato come il match del secolo e inaugura la feroce rivalità tra i due pesi massimi, ma questa sconfitta gli restituisce popolarità e credibilità; dopo una serie di vittorie contro atleti minori (tra cui Joe Bugner, conosciuto dal pubblico italiano per aver recitato in alcuni film di Bud Spencer) e una seconda sconfitta ai punti contro Ken Norton, vendicata prontamente nella rivincita, Alì riparte alla conquista del campionato del mondo: nel gennaio del 1974 batte Frazier, che nel frattempo ha perduto il titolo, sempre ai punti, quindi completa il suo capolavoro nel settembre dello stesso anno, sfidando George Foreman a Kinshasa, nello Zaire; in un match dominato fin dall'inizio a livello psicologico, in cui conquista il pubblico locale che lo incita tutto l'incontro con il celeberrimo "Alì bomaye!" (Alì uccidilo!), Alì sfianca l'avversario per otto riprese, incassando colpi tremendi senza reagire, per poi colpire Foreman quando è allo stremo, con una serie di pugni che lo mandano al tappeto e decretano la sua sconfitta per K.O. Un altro match leggendario è quello disputato un anno dopo a Manila, nelle Filippine, il terzo e ultimo scontro contro il grande rivale Joe Frazier, preceduto dalle provocazioni di Alì e dalla dura risposta del suo avversario ("Non voglio fargli male, lo voglio uccidere!"); nell'incontro forse più brutale di sempre, conosciuto come "The Thrilla in Manila" i due avversari si picchiano selvaggiamente per 14 riprese, entrambi sono allo stremo, ed è decisivo l'intervento dell'angolo di Frazier che getta la spugna per primo, consegnando la vittoria ad Alì, comunque in vantaggio ai punti.
Raggiunto l'apice, Muhammad conosce il lento e inesorabile declino dovuto all'età, non riesce più a vincere gli incontri per K.O. a causa anche della minore rapidità sul ring; dopo un altro grande match contro il potente Earnie Shavers, viene sconfitto ai punti nel 1978 da Leon Spinks, ma riesce a batterlo pochi mesi dopo nella rivincita, conquistando per la terza volta, a 36 anni e mezzo, il titolo di campione, e annunciando contemporaneamente il suo ritiro. Ha un ripensamento nel 1980, ma ormai l'età, e il terribile Morbo di Parkinson che già alberga dentro di lui, non gli lasciano scampo: subisce il primo K.O. tecnico da Larry Holmes, e un anno dopo si arrende ai punti a Trevor Berbick, mostrando una lentezza e una difficoltà nel parlare che testimoniano lo stato avanzato della malattia, che gli viene definitivamente diagnosticata nel 1984. E' il ritiro definitivo dall'attività agonistica, un epilogo amaro che non oscura la strepitosa carriera e soprattutto l'immagine scintillante di Muhammad Alì, che chiude con l'invidiabile record di 56 vittorie (di cui 37 per K.O.) in 61 incontri disputati.
Contemporaneamente inizia il match più duro della sua vita, quello contro il Parkinson, che lentamente lo divora nel fisico, ma non riesce a spezzare il carattere e la resistenza di Alì, come dimostrano le sue molteplici apparizioni in pubblico, la più commovente di tutte in occasione delle olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando è l'ultimo a portare la fiaccola olimpica; quel giorno, gli viene anche riconsegnata quella medaglia d'oro che più di 30 anni prima aveva gettato via per rabbia, come plateale gesto di protesta contro le discriminazioni razziali che ancora sconvolgevano e dividevano l'America. Nel 2005, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush lo ha insignito della Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile statunitense.
La frase "vola come una zanzara, pungi come un'ape" racchiude bene il suo stile di combattimento, rivoluzionario per molti aspetti, fatto di rapidi spostamenti e una notevole agilità di gambe, accompagnata da insulti e provocazioni nei confronti dell'avversario, che rimaneva disorientato e finiva per scoprirsi, cedendo poi alla grande potenza dei pugni di Alì; il suo stile deriva dal fatto che non ama incassare, lui stesso si definisce più volte "troppo bello" per essere sfigurato dai tanti colpi, e allora preferisce ricorrere a questo diverso modo di combattere, che costituisce una vera e propria rivoluzione nel mondo della boxe, insieme al ricorso al "trash talking" gli insulti volgari rivolti all'avversario durante il match. Dominatore assoluto della scena, già prima di salire sul ring, Alì è diventato un'icona della cultura americana, ha saputo unire tutto un Paese profondamente diviso dal razzismo e dal pregiudizio, e ha rappresentato, insieme ai suoi mitici avversari Norton, Foreman e Frazier, una delle epoche migliori per il pugilato; forse solo Mike Tyson, dopo di lui, è riuscito ad avere una tale presa sulle folle, anche se Iron Mike ha fatto ricorso soprattutto alla forza bruta e alla potenza, e deve la sua fama anche alle tante vicissitudini dentro e fuori dal ring.
Oggi, come detto, compie 70 anni, festeggiato da tutta l'America e da tutti gli sportivi e appassionati del Mondo. Il suo grande rivale, Smokin' Joe Frazier, è venuto a mancare pochi mesi fa per un tumore al fegato, la sua battaglia più grande, quella contro il Parkinson, va avanti da quasi 30 anni, ma lui non ha nessuna di andare al tappeto, continua ad affrontare la vita ed il mondo a testa alta. Ed è per questo che anche oggi, proprio come in quella mitica notte africana del 1974, i suoi tifosi continuano ad incitarlo con quell'unico, inequivocabile grido: Alì bomaye!

domenica 1 gennaio 2012

L'eterno Sir Alex

Se è vero che nel calcio le cosiddette "bandiere", ovvero quei giocatori che trascorrono lunghissimi periodi di tempo, se non l'intera carriera, con un'unica squadra, sono diventati una merce sempre più rara, figurarsi quanto può ritenersi eccezionale il caso di un allenatore che resiste sulla stessa panchina da quasi ventisei stagioni consecutive; la panchina in questione è quella, prestigiosissima, del Manchester United, e il tecnico che può vantare questo incredibile primato è Alexander Chapman Ferguson, o se preferite Sir Alex, uno dei grandi vincenti nella storia del calcio inglese e mondiale. E dire che gli anni dell'adolescenza non lasciavano minimamente presagire questi successi come manager: nato da una famiglia operaia, poco propenso agli studi, Ferguson si è fatto le ossa come apprendista in una fabbrica prima che su un campo di calcio. Attaccante discreto, ma sempre confinato nell'ambito calcistico della sua Scozia, non ha mai avuto la fortuna di alzare al cielo nessun trofeo da giocatore, se si eccettuano due promozioni dalla First Division (la serie B scozzese) e un titolo di capocannoniere.
Appena vestiti i panni dell'allenatore-manager, tuttavia, la carriera di Sir Alex prende una svolta completamente diversa. Prima si fa notare con una promozione in Premier Division e una successiva salvezza alla guida del modesto St. Mirren, poi passa sulla panchina dell'Aberdeen e riesce nell'impresa di spezzare il monopolio delle squadre di Glasgow, Celtics e Rangers (ultimo a riuscirci); in otto stagioni alla guida dei rossi di Aberdeen, conquista tre Campionati, quattro Coppe di Scozia e una Coppa di Lega, ma soprattutto si afferma sul panorama europeo vincendo prima una Coppa delle Coppe a spese del Real Madrid e poi una Supercoppa Europea ai danni dell'Amburgo. In questo periodo, assume per una decina di mesi anche il ruolo di commissario tecnico della nazionale scozzese, che guida nel Mondiale messicano del 1986, stavolta senza grandi risultati.
Il 1986 è l'anno della sua svolta definitiva: a novembre, assume la guida del Manchester United, una squadra che dopo un glorioso passato è in un periodo di grave crisi, e da almeno vent'anni non riesce a vincere il titolo in Inghilterra. Al suo arrivo, ha il compito di portare i Red Devils alla salvezza, ma nel giro di pochi anni riesce a rinnovare e migliorare il gruppo e conquista i primi trofei: una FA Cup nel 1990, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea nel  1991 (l'anno del ritorno delle squadre inglesi alle competizioni europee dopo il disastro dell'Heysel), una Coppa di Lega nel 1992, e finalmente il Campionato inglese nel 1993, il primo di 12 titoli inglesi in 19 anni, una media davvero notevole; insieme ai successi, nascono anche le basi per il grande team che sarà protagonista negli anni successivi, con giocatori del calibro di Schmeichel, Hughes, Robson, Bruce, Cantona, Keane, e alcune giovani promesse come Giggs, Scholes, Beckham e i fratelli Neville. Dopo essere diventato una grande realtà del calcio inglese, lo United si afferma anche in Europa, partecipando stabilmente alla Champions League, fino alla definitiva affermazione nel 1999, con il treble (l'equivalente inglese del triplete): vittoria del Campionato all'ultima giornata, vittoria nella finale di F.A. Cup contro il Newcastle e, infine, successo nella finale di Champions League ai danni del Bayern Monaco, con il risultato ribaltato nei minuti di recupero dopo essere stati in svantaggio per tutta la panchina; la Coppa Intercontinentale è il suggello a una stagione quasi perfetta (eccetto la Supercoppa Europea, persa contro la Lazio di Eriksson), e dopo 13 anni a Manchester sembra il punto più alto della carriera di Ferguson.
Ma Sir Alex non è ancora sazio di vittorie, e pur mancando altri successi in Europa continua ad affermarsi ripetutamente in Inghilterra, rinnovando la squadra con altre giovani promesse, su tutti Rooney, Cristiano Ronaldo, Ferdinand e Vidic. Dopo un periodo meno soddisfacente, che sembra il preludio per il declino e la fine dell'esperienza di Ferguson a Manchester, nel 2008 arriva un'altra stagione incredibile: dopo l'ennesima vittoria in Premier League, lo United bissa il successo in Champions League ai rigori contro il Chelsea, e poi conquista anche il Mondiale per Club, mentre Cristiano Ronaldo ottiene il prestigioso Pallone D'Oro come miglior giocatore dell'anno. L'anno seguente il Manchester ha l'opportunità di realizzare il bis in Europa, ma sulla sua strada trova il Barcellona di Guardiola e Messi, e il sogno di un nuovo successo sfuma e i Red Devils si accontentano dell'ennesima Premier League; stesso risultato due anni dopo, nel 2011, quando sono ancora i blaugrana a sconfiggere in finale di Champions gli uomini di Ferguson, che però conquista il diciannovesimo titolo inglese, rendendo lo United la prima squadra inglese per campionati vinti.
L'ultima stagione, la ventiseiesima alla guida del club di Manchester, non è iniziata benissimo per sir Alex e i suoi giocatori: a causa della sconfitta contro il Basilea, lo United è stato retrocesso dalla Champions in Europa League, e in campionato ha subito un pesante 1 a 6 in casa contro i rivali del City guidati da Mancini; ieri, inoltre, il Blackburn ha parzialmente rovinato la festa per i 70 anni del manager scozzese, vincendo in casa dei Red Devils per 3 a 2. Ma di certo non saranno queste difficoltà a oscurare la grandissima carriera di Sir Alex, un uomo capace di vincere ben 47 trofei in 38 anni da allenatore (di cui 39 in 26 anni trascorsi alla guida del Manchester). Tantissimi giocatori sono cresciuti sotto la sua guida, hanno lasciato il calcio e adesso sono allenatori a loro volta, molti manager hanno sfidato il suo predominio in Inghilterra e in Europa (su tutti Wenger, tecnico dell'Arsenal), ma lui è sempre lì, saldo al suo posto, e ha intenzione di rimanerci fino a che la salute glielo consentirà; a oggi, è già l'allenatore con il record di giorni consecutivi alla guida del Manchester e il secondo per anni di permanenza sulla stessa panchina (dietro all'irraggiungibile Guy Roux, che per 44 anni consecutivi è stato allenatore dell'Auxerre in Francia!), oltre al recordman assoluto di competizioni vinte da manager. E siamo certi che, anche all'alba del suo settantesimo compleanno, Sir Alex farà tutto il possibile per aggiungere nuovi trofei alla sua ricchissima bacheca, e far crescere sempre di più la sua leggenda come allenatore-bandiera dei Red Devils.