domenica 23 ottobre 2011

La vittoria degli All Blacks


La coppa del mondo di rugby si è conclusa esattamente come 24 anni fa: i padroni di casa della Nuova Zelanda battono la Francia e si laureano campioni davanti al loro popolo festante. Ma i paragoni con quel lontano 1987 si fermano qui, perchè se allora gli All Blacks avevano disputato una partita perfetta, legittimando la loro supremazia e il successo finale, stavolta hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per avere la meglio sui transalpini, rivali gagliardi, che per ben due volte li avevano battuti ed eliminati nei mondiali precedenti, tra cui l'ultimo del 2007. Non è stata una finale bella per chi ama il gioco aperto, la velocità e le mete, mentre ha indubbiamente deliziato gli amanti del rugby di mischia, in cui ogni singolo pallone viene conteso come fosse l'ultimo, e la mischia domina su tutti gli altri fondamentali del gioco.
Il punteggio finale, 8-7, è lo specchio di un match combattutissimo, dominato dalla tensione tipica di questi grandi eventi, che ha colpito soprattutto i padroni di casa. I neozelandesi, arrivati da favoriti a quella che per loro era la partita della vita, sono stati sorpresi dall'aggressività e dalla determinazione dei francesi, decisi a vender cara la pelle fin dall'inizio, quando hanno affrontato tutti insieme la haka, la danza di guerra degli All Blacks. Ogni pallone è stato conquistato con enorme fatica dai "tuttineri", penalizzati dall'assenza del loro calciatore migliore, Dan Carter, e dalla giornata no dei suoi sostituti, Piri Weepu, che ha sbagliato tutti i calci a disposizione, e Aaron Cruden, costretto ad uscire per infortunio; messi in difficoltà dal gioco tattico e dall'agonismo francese, si sono affidati ai giocatori di più esperienza, su tutti il capitano McCaw (monumentale, considerando che ha giocato tutto il torneo con una frattura da stress al piede), hanno sfruttato un errore avversario per mandare in meta il pilone Woodcock, e hanno trovato punti e giocate importanti da Stephen Donald, giocatore che non aveva mai convinto o inciso in passato, convocato solo a causa degli infortuni degli altri e subentrato allo sfortunato Cruden. Alla fine, dopo una durissima battaglia difensiva, il fischio dell'arbitro Joubert ha fatto esplodere la gioia di una nazione intera, che da troppi anni aspettava di tornare al successo nel mondiale per legittimare la sua nomea di numero 1 del rugby mondiale.
Onore, grandissimo onore alla Francia, mai come oggi considerata spacciata prima del match, eppure in grado di disputare la partita della vita, contro tutto e tutti. Dopo un girone deludente, in cui erano stati sconfitti dagli All Blacks e dai modesti tongani, i transalpini avevano mostrato preoccupanti spaccature all'interno dello spogliatoio, con l'allenatore Lièvrement costantemente nell'occhio del ciclone e già "licenziato" dalla federazione indipendentemente dal risultato finale; nemmeno le vittorie nei quarti contro i fortissimi inglesi e in semifinale contro i giovani e sorprendenti gallesi avevano convinto gli scettici, e tutti avevano pronosticato un massacro per i "galletti" in occasione della finale. Invece, la Francia ha disputato il suo miglior match nella competizione, mettendo alle corde i padroni di casa e sfiorando un'impresa che avrebbe avuto il sapore della leggenda; dopo aver sofferto il gioco avversario nel primo tempo, nella ripresa sono andati in meta con il capitano Dusautoir (votato Man of the Match), e solo per l'imprecisione nei calci hanno mancato il sorpasso che probabilmente si sarebbe rivelato decisivo.
Terze e quarte si sono piazzate rispettivamente l'Australia e il Galles, due squadre piuttosto giovani, che tuttavia lasciano il mondiale con stati d'animo decisamente opposti. I dragoni britannici hanno dato una grande dimostrazione di forza, mettendo in mostra un bel gioco e tanti atleti di ottimo livello, che in futuro diranno sicuramente la loro nel panorama rugbistico internazionale; rimarrà negli occhi degli appassionati la splendida semifinale disputata contro i francesi, in cui sono stati capaci di mettere sotto gli avversari nonostante l'espulsione del capitano Warburton dopo pochi minuti, sfiorando una vittoria incredibile. I canguri australiani, invece, hanno deluso nonostante il piazzamento finale, perchè venivano dalla vittoria nel Tri Nations proprio contro gli All Blacks e tutti si aspettavano un gioco e dei risultati decisamente migliori; sconfitti già in girone dall'Irlanda, hanno prevalso sui campioni uscenti del Sud Africa più per demeriti altrui che per meriti propri, ma contro i neozelandesi non sono entrati mai in partita, condizionati dal torneo deludente del loro uomo di fantasia, Quade Cooper, e dalla pochezza della loro mischia.
Piccola curiosità: anche nel precedente mondiale disputato in Nuova Zelanda, quello già ricordato del 1987, queste quattro squadre avevano ottenuto i primi posti nel torneo, con l'unica differenza che il Galles aveva strappato il terzo posto all'Australia. Un piacevole caso di corsi e ricorsi storici per i padroni di casa, felici di aver riportato a casa la coppa dopo tanti anni e di aver ridato il sorriso a un popolo intero, che vive il rugby come una religione e da oggi è tornato, almeno per altri 4 anni, sul tetto del mondo.

mercoledì 19 ottobre 2011

Chi l'ha visto?

Solo un anno fa, appena sbarcato nel campionato italiano, era considerato da tutti il grande colpo di mercato della Juventus, l'uomo che poteva fare la differenza, il fuoriclasse tanto cercato e finalmente trovato da Marotta e Paratici tra molti altri giocatori, buoni o meno; adesso, per tanti esperti è diventato un atleta sopravvalutato, inadatto al modulo e agli schemi del nuovo allenatore Conte, e si comincia a parlare di una sua cessione a gennaio. Davvero strano il destino di Milos Krasic, centrocampista serbo di 27 anni, che si è presentato ai tifosi come il "nuovo Nedved", anche per via dei capelli biondi, e rischia di lasciare Torino con la nomea, molto meno gratificante, di "nuovo Diego".
Dopo gli esordi con il Vojvodina nel campionato serbo, Krasic si trasferisce giovanissimo in Russia, al CSKA di Mosca, e riesce lentamente a ritagliarsi uno spazio da titolare, partecipando alla lunga serie di successi dei moscoviti: in sei anni, vince due campionati, quattro coppe e quattro supercoppe nazionali. E' protagonista anche con la maglia della sua nazione, con cui partecipa a ben tre Campionati Europei Under 21, in cui ottiene due secondi posti (perdendo anche una finale contro l'Italia di Claudio Gentile, ma in quel caso resta in panchina) e un terzo posto, e fa parte anche della sfortunata spedizione olimpica, che si rivela decisamente amara. La vera vetrina, in cui il giovane centrocampista comincia lentamente a mettersi in luce, è la partecipazione alle Coppe Europee: durante l'esperienza russa, Milos conquista la Coppa UEFA nel 2005 (gioca la finale da subentrante), perde la Supercoppa Europea contro il Liverpool (stavolta è titolare), ma soprattutto gioca con costanza queste partite internazionali, che gli permettono di guadagnarsi un posto anche nella nazionale maggiore. Il 2009-10 è l'anno di grazia per lui: ottiene il suo record di reti nel campionato russo e segna 4 gol anche nella Champions League (di cui uno all'Old Trafford di Manchester nello spettacolare 3-3 contro lo United), permettendo al CSKA di superare il primo turno e giungere fino ai quarti di finale, in cui si arrende all'Inter di Mourinho, che poi vincerà la coppa. A sancire il suo grande momento, arrivano anche il riconoscimento di Miglior giocatore serbo del 2009 e la partecipazioni ai Mondiali in Sud Africa, durante i quali tuttavia non riesce a impressionare come aveva fatto durante la stagione.
Alla luce di queste ottime prestazioni, tuttavia, viene scelto dalla Juventus di Gigi Del Neri, reduce da una stagione estremamente deludente, come uno degli elementi che dovranno riportare i bianconeri nell'elite del calcio italiano ed europeo; dopo una lunga trattativa, Krasic arriva infine a Torino tra grandi aspettative, con la convinzione che la sua velocità e il suo atletismo faranno la differenza nella serie A. La prima parte di stagione sembra dar ragione alla dirigenza juventina: Milos diventa subito un elemento fondamentale della squadra bianconera, comincia a distribuire assist e a dispensare grandi giocate, oltre a trovare il gol con una certa continuità, come dimostrano la tripletta rifilata al Cagliari o la rete realizzata in pieno recupero contro la Lazio, decisiva per la vittoria; unico neo, l'accusa di accentuare troppo i contatti, che gli costa anche 2 giornate di squalifica dopo una netta simulazione contro il Bologna. Poi, da gennaio, il serbo comincia a calare nettamente di rendimento, forse condizionato dalla stanchezza, perchè non ha avuto tempo di riposare nemmeno d'estate per via dei Mondiali e del campionato russo; comunque, del giocatore che aveva fatto sperare i tifosi a inizio stagione non c'è più traccia, gli acuti sono decisamente pochi, le prestazioni anonime si moltiplicano, e qualcuno inizia a pensare di aver sopravvalutato Krasic. La stagione del debutto si conclude comunque con 9 reti all'attivo tra campionato, Coppa Italia ed Europa League, un bottino di tutto rispetto, e tanti pensano che la seconda parte di stagione deludente sia dovuta anche al rendimento della squadra, letteralmente crollata nel girone di ritorno.
La stagione successiva inizia con un nuovo allenatore, Antonio Conte, che come il suo predecessore da agli esterni di centrocampo un ruolo decisamente importante nel suo schema di gioco; sembra l'occasione giusta per Krasic per dimostrare che è il top player che molti tifosi sperano, ma l'estate non inizia nel migliore dei modi. Il giocatore non ottiene la fiducia del mister perchè sembra poco adatto a svolgere la fase difensiva, e in attacco non riesce ad incidere come in passato, così all'esordio viene messo in panchina, riserva di Pepe e del neo arrivato Giaccherini. Nelle partite successive, Milos ritrova il posto da titolare in campo, ma continua a lasciare molto perplessi e le sue prestazioni restano insufficienti: contro il Catania realizza fortunosamente il gol del pareggio juventino, grazie soprattutto all'errore del portiere avversario, ma non fa altro; contro il Milan, nella miglior partita disputata dalla squadra di Conte, è l'unico giocatore a non convincere, tanto da essere sostituito dopo nemmeno un'ora di gioco. Neanche in nazionale riesce a rilanciarsi, anche nella partita contro l'Italia denota una preoccupante involuzione, e i dubbi sulle sue reali capacità, sul suo essere davvero un campione di livello mondiale, cominciano a diventare sempre maggiori, tanto che qualcuno comincia a ipotizzare una sua cessione già a gennaio; l'infortunio recente di Giaccherini sembra offrirgli un'altra possibilità per giocare titolare, ma dietro di lui scalpitano già Elia ed Estigarribia, anche loro in cerca di un posto nella formazione iniziale di Conte.
A detta dei giornalisti, i problemi di Krasic sono causati anche dalla sua scarsa conoscenza dell'italiano: in un anno a Torino, non è ancora riuscito ad imparare bene la lingua, e questo gli crea difficoltà a capire le indicazioni dell'allenatore e i consigli dei compagni. Non può essere questo, tuttavia, il motivo a cui attaccarsi nel caso in cui le sue prestazioni non migliorassero, anzi: è proprio nelle difficoltà che un campione riesce ad esaltarsi e a tirare fuori il meglio di sè, dimostrando a tutti le sue reali capacità. I tifosi bianconeri si augurano che le cose vadano così anche per Krasic, e sperano di rivedere presto l'ala inarrestabile che li aveva fatti sognare al suo arrivo a Torino, tanto da meritarsi il soprannome di "nuovo Nedved", perchè gli anni senza trionfi sono decisamente troppi, come troppi sono i presunti campioni arrivati e presto ripartiti tra i mugugni e la delusione; da appassionati di calcio, ci si augura che il serbo non sia uno di loro.

domenica 2 ottobre 2011

A un passo dalla meta


Mancava un solo passo, l'ultimo, per realizzare il grande sogno di tanti tra appassionati e neofiti del rugby; l'ostacolo era duro, più di quanto si pensasse, ma le premesse e l'ottimismo hanno lasciato sperare che la vittoria fosse possibile. Invece, purtroppo, ancora una volta l'Italrugby deve incassare un'amara sconfitta, riconoscere di essere cresciuta ma non quanto era necessario per battere quest'Irlanda, che da sempre fa parte del gotha di questo sport ed era già reduce da una grande impresa, avendo battuto anche i fortissimi australiani; per la terza volta consecutiva, dunque, l'ultima partita del girone è fatale agli azzurri, che si ritrovano fuori dal Mondiale e dovranno aspettare altri quattro, lunghi anni prima di avere una nuova chance.
Doveva essere la partita della vita, l'ultima occasione per molti protagonisti del rugby azzurro di questi anni per fare la storia e guadagnarsi la storica qualificazione ai quarti di finale; si è trasformata tristemente in una Caporetto, con l'Irlanda che ha preso nettamente in mano la partita fin dal primo tempo, riuscendo nel secondo a concretizzare il suo dominio con tre mete e un grande gioco offensivo, che ha fugato ogni dubbio sulla distanza che ancora separa le due nazionali.
Sono mancati i punti forti della nostra squadra, quelli a cui ci si era ancorati da sempre, e che avevano portato moltissimi a sperare e ad essere ottimisti prima del fischio d'inizio. In primis, la mischia italiana, più volte esaltata come una delle migliori del Mondo, ha trovato un avversario durissimo, che ha saputo ridimensionarla, anche a causa dell'uscita per infortunio del pilone Castrogiovanni; la mancanza di questo fondamentale a cui affidarsi ha creato ulteriori difficoltà e insicurezze nella squadra. Inoltre, per l'ennesima volta la difesa si è dimostrata poco efficace, gli azzurri hanno aspettato troppo gli irlandesi prima di placcarli, e non avanzando si sono esposti al loro gioco offensivo, che è stato letale. Infine, il problema più grande è stato nella testa dei giocatori, che si sono fatti condizionare dalle provocazioni e dall'esperienza della squadra avversaria, con qualche colpo proibito di troppo e reazioni che si sono rivelate controproducenti, e non sono riusciti ad esprimersi al massimo, pagando duramente queste mancanze. A tutto questo, vanno aggiunti alcuni difetti cronici dell'Italrugby, come la mancanza di un gioco d'attacco convincente e la preoccupante assenza di un calciatore di alto livello, in grado di dare imprevedibilità e trasformare in punti tutte le punizioni concesse.
Il rammarico è ovviamente tanto, ma la Federazione e la squadra saranno sicuramente in grado di voltare pagina e ricominciare presto. Il c.t. sudafricano Nick Mallett, terminato il suo contratto quadriennale, è pronto a lasciare il posto al francese Jacques Brunel, che ha allenato in maniera brillante il Perpignan e potrà portare nuove idee ed entusiasmo; considerando che gli azzurri hanno un'ottima tradizione con i tecnici transalpini (su tutti Georges Coste e Pierre Berbizier) e che la presenza di due squadre in Celtic League sarà fondamentale per la maturazione di una nuova generazione di rugbisti, ci sono le premesse per sperare in un'ulteriore crescita del movimento e della Nazionale. Certo, per molti dei protagonisti di questi ultimi anni, come i vari Perugini, Lo Cicero, Castrogiovanni, Bortolami, Mauro Bergamasco e Masi, questa sarà probabilmente l'ultima apparizione in una Coppa del Mondo, ma i giovani interessanti non mancano, e con la giusta pazienza e applicazione si potranno ottenere nuovi successi e nuove soddisfazioni. Per adesso, l'appuntamento con l'Italrugby è rimandato al prossimo Sei Nazioni, la prima occasione per il nuovo tecnico e per la squadra di dimostrare che la sconfitta di oggi è ancora un punto di partenza, non certo di arrivo.